giovedì 27 settembre 2012
Ermeneutica e Nuovo Realismo: parla Maurizio Ferraris
Parla Maurizio Ferraris, filosofo teoretico, che risponde ai suoi critici Una riflessione che parte da lontano: dalla scuola di Pareyson e Vattimo E che alla fine si è rovesciata nella difesa dell’oggettività del reale. Contro il relativismo e la società dei simulacri
di Bruno Gravagnuolo
l’Unità 27.9.12
DISCUSSIONE LUNARE: ESISTONO OGGETTIVAMENTE LE COSE E IL MONDO? O TUTTO È
INTERPRETABILE E MANIPOLABILE? Ma è da millenni che la filosofia ci
ritorna, con corollari pratici per nulla innocui. Capita che un filosofo
torinese di 56 anni, allievo di Vattimo, si ribelli al maestro, dopo
averne condiviso il pensiero (debole). Pensiero libertario che
affermava: tutto è interpretazione e non «verità», in virtù della
tecnica e della civiltà delle immagini. La ribellione dell’allievo
coltivata a lungo tra i libri esplode nel 2011 con la querelle su «il
nuovo realismo». Vi si sono accapigliati Vattimo, Severino, Eco, e
filosofi di diverse scuole. Il ribelle è Maurizio Ferraris, filosofo a
Torino, assertore del «nuovo realismo», che afferma di averlo scoperto
quando si è accorto col trionfo di Berlusconi che la civiltà delle
immagini e delle interpretazioni era oppressiva e ingannevole. Dunque
carne al fuoco politica oltre che teoretica. Sentiamo Ferraris.
Professor
Ferraris, non crede che limitarsi a dire che le cose e i fatti esistono
«oggettivamente» non ci faccia fare nessun passo avanti, né etico né
conoscitivo? «Prendiamo la cosa da un altro verso: non crede che dire
che le cose e i fatti non esistono oggettivamente (se vuole può anche
aggiungere le virgolette, anche se io non ne vedo il motivo) ci faccia
fare dei passi in avanti sotto il profilo etico e conoscitivo? Crede che
dire che il bianco è nero, che il mondo è una rappresentazione, o che
non c’è niente di oggettivo, nemmeno la Shoah, costituisca un
avanzamento morale e un progresso del sapere? Io non lo credo, e penso
che non lo creda neanche lei. Senza dimenticare poi che il fatto che le
cose e i fatti esistano oggettivamente è vero, e il suo contrario è
falso. Mi sembra un argomento non trascurabile. È qui che ha inizio il
lavoro della filosofia, che personalmente ho articolato negli ultimi
vent’anni analizzando i livelli di realtà degli oggetti naturali, degli
oggetti sociali e degli oggetti ideali; discutendo la distinzione tra
ontologia ed epistemologia; confrontandomi con la tradizione filosofica e
le dottrine contemporanee. Se il realismo si limitasse a dire che i
fatti esistono sarebbe una scemenza. E spiace che taluni critici lo
riducano a questo, non so se per malizia o per insipienza». Nulla è
nell’intelletto che prima non fosse nei sensi, diceva un filosofo a Lei
ben noto. Che aggiungeva: sì, a parte lo stesso intelletto. Qualche
a-priori dovremmo pure ammetterlo, per articolare concettualmente
alcunché. Che obietta?
«Se si riferisce al detto “Nulla è
nell’intelletto che non fosse prima nei sensi, a parte l’intelletto», i
filosofi sono due. Tommaso d’Aquino, nel Medio Evo, sosteneva per
l’appunto che “nulla è nell’intelletto che non fosse prima nei sensi”.
Quattro secoli dopo, Leibniz, in polemica con gli empiristi, ha aggiunto
“sì, a parte lo stesso intelletto”. Voleva dire che non tutto si impara
per esperienza, per esempio posso concepire un poligono di mille lati
senza averlo mai incontrato nell’esperienza. Non ho niente da obiettare
neanche su questo. Morale: sono d’accordo sia con Tommaso, sia con
Leibniz. Mi sembrano affermazioni molto ragionevoli, che però non sono
pertinenti al dibattito tra realismo e antirealismo, che non riguarda la
contrapposizione tra conoscenze apriori e conoscenze aposteriori, bensì
lo stabilire se gli oggetti naturali dipendano in qualche modo dai
soggetti (come sostengono gli antirealisti) oppure no (come sostengono i
realisti, i quali peraltro ammettono tranquillamente che gli oggetti
sociali dipendono dai soggetti)».
Crede che gli idealisti moderni
Hegel primo fra tutti ritenessero che la realtà fosse un fantasma
spirituale e non avesse nulla di oggettivo? Non era quello di Hegel un
idealismo oggettivo dove tutto era logico e massimamente oggettivo e
razionale, perfettamente conoscibile e senza trascendenza religiosa? Per
inciso: quando Umberto Eco afferma con Aristotele che v'è un «senso»
nelle cose, lei come reagisce? «Hegel, come Kant, come tanti filosofi
dei secoli scorsi, confondeva l’epistemologia (quello che sappiamo) con
l’ontologia (quello che c’è). Era probabilmente il risultato del grande e
meritevole progresso della scienza moderna: riusciamo a fare delle
previsioni attendibili, riusciamo a matematizzare la natura, dunque il
mondo si risolve nel sapere. Questa posizione ci trasforma tutti in
piccoli fisici e in piccoli chimici, è come se noi, nel rapportarci al
mondo, fossimo sempre in un laboratorio, e invece non è così. Se io mi
scotto, o se sono depresso, lo sono sia che io sappia tutto di
fisiologia, sia che lo ignori completamente. Ed è per questo che, con
Eco, con Aristotele, con Gibson, con i gestaltisti, con Husserl, con
Hartmann, e con il mondo intero quando non indossa i panni del filosofo
trascendentale, affermo che le cose hanno un senso anche
indipendentemente dalla nostra attività conoscitiva».
Davvero il
realismo empirico può salvarci dalle ideologie e dai populismi e
pertanto è intimamente democratico? Non teme lo scientismo e la
conversione in dato naturale di relazioni economiche e sociali
storicamente determinate, come accade nell’economia liberale e
liberista?
«Anche qui mi piacerebbe capovolgere la domanda e
chiederle: davvero l’idealismo trascendentale è intimamente democratico e
può salvarci dalle ideologie e dai populismi? La domanda suona assurda,
quasi comica. E allora perché se capisco bene mi attribuisce una tesi
non meno assurda e comica come quella secondo cui il realismo empirico
(che per inciso non è affatto la mia posizione, visto che, per esempio,
sono realista anche rispetto ai numeri, che non sono oggetti
d’esperienza) ci salverebbe dal populismo? Io dico semplicemente che il
populismo, come si è visto ad abundantiam, attua il principio secondo
cui “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, e sono convinto che su
questo punto sarà d’accordo anche Lei, insieme a tanti realisti empirici
e idealisti trascendentali che hanno assistito alle cronache degli
ultimi vent’anni. Quanto allo scientismo, ho appena spiegato che la
confusione tra ontologia ed epistemologia, dunque lo scientismo e il
naturalismo, sono un errore molto diffuso nella filosofia
dopo Kant, a
cui reagisce il realismo. Perciò quando invito a non confondere gli
oggetti sociali con gli oggetti naturali mi impegno proprio a evitare la
naturalizzazione di elementi sociali. Non era proprio quello che
proponeva Marx quando criticava gli economisti del Settecento?».
Secondo
i suoi critici, debolisti, ontologi, metafisici, o post-marxisti, il
pensiero è inseparabile dal processo conoscitivo delle cose. Lo era
anche per Kant, per il quale l'oggetto andava costruito con le categorie
dell'intelletto. Anche Kant stringi stringi era anti-realista?
«La
mia posizione realista si fonda proprio sulla tesi secondo cui,
confondendo l’essere con il sapere, il trascendentalismo kantiano ha
avuto un esito antirealista. Dunque non c’è tanto da stringere: gli
antirealisti degli ultimi due secoli derivano da Kant, per il quale “le
intuizioni senza concetto sono cieche”, quanto dire che non si possono
avere esperienze di oggetti senza averne dei concetti. Il che è
problematico e richiede delle distinzioni che Kant non ha fatto: vale
per gli oggetti sociali (un tipo di oggetti che Kant non aveva preso in
considerazione) ma non per gli oggetti naturali (quelli a cui Kant si
riferiva). Certo, se non avessi il concetto di “intervista” non saprei
che cosa stiamo facendo in questo momento, ma ciò non significa che per
avere mal di testa devo avere il concetto di “emicrania”. Quanto alla
prima parte della sua domanda, sinceramente non capisco: poiché sono
fermamente convinto del fatto che “il pensiero è comunque inseparabile
dal processo conoscitivo”, sono perfettamente d’accordo, su questo
punto, con i debolisti, con gli ontologi (che è poi la categoria a cui
appartengo) e con tutti gli altri tipi filosofici che Lei menziona, e
che non mi risulta mi abbiano mai obiettato nulla del genere. Se poi
qualcuno, per avventura, lo avesse fatto, mi permetto educatamente di
dirgli che si è sbagliato, e che non troverebbe nei miei libri una sola
riga a sostegno di una tesi così stravagante come quella secondo cui si
può conoscere senza pensare».
Ma il realismo non è tutto nuovo
di Luca Taddio
Corriere 27.9.12
Dentro
il Nuovo Realismo ci sono voci diverse, posizioni non sovrapponibili. A
differenza di Ferraris, col quale condivido il senso generale del Nuovo
Realismo, non ho mai provato l'ebbrezza di una svolta realista. Quel
«Nuovo» che accompagna il termine realismo è occasionale: è l'aggettivo
usato da Ferraris in un suo intervento a un convegno e poi ripreso per
esigenze di divulgazione filosofico-giornalistica.
Ho appreso la
fenomenologia da Paolo Bozzi che è stato un inguaribile realista in anni
in cui andavano di moda altre posizioni; lo stesso Ferraris ha un forte
debito teoretico, oltre che teorico, con il filosofo e psicologo
sperimentale goriziano. Severino ha ragione quando nota come
un'eccellente sartoria filosofica, quale quella italiana, venga ignorata
per inseguire modelli meno originali. Egli ricorda spesso Leopardi e
Gentile, ma ci sono casi meno eclatanti, come quello di Bozzi, rimasto
ai margini della psicologia perché non allineato agli standard dei
convegni internazionali o dei paper scientifici delle università
americane. Potrei aggiungere che lo stesso Severino, o meglio la sua
opera difficilmente eguagliabile per rigore e originalità, dovrebbe
stare sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo.
Severino si è
mosso per lungo tempo controcorrente: quando uscì Essenza del
nichilismo, pochi in Italia parlavano di verità, parola bandita per
coloro che volevano occuparsi di filosofia «seriamente». Ma la
radicalità del suo discorso si spinge ben oltre gli ultimi decenni del
dibattito filosofico. Egli indaga il senso dell'eterno che ci porta al
cuore del discorso metafisico, ossia verso l'interpretazione del
divenire propria della metafisica occidentale, l'impossibilità che la
«cosa» possa diventar altro da sé. Da qui il riferirsi di Severino al
principio di identità e di non contraddizione.
Ferraris chiude la sua
risposta su «Repubblica» (18 settembre) auspicando un confronto. Il
primo richiamo l'abbiamo indicato implicitamente col termine «verità»,
che ci consente di fare un tratto di strada assieme; il secondo tratto
comune può essere dato da quella «metà di secolo», evocata da Severino
su «la Lettura», che lo porta ad affermare «un mondo anche senza che
appaia questo o quell'individuo empirico». Questo tratto di strada forse
è destinato ad interrompersi presto, quando comincia il vero confronto
sul significato dell'apparire e della verità, ma qui usciamo dai confini
che la divulgazione ci impone. Ancora una volta dobbiamo limitarci a
indicare le prime linee fondamentali della contesa teoretica, il senso
dell'affermazione del «Tutto». Scrive Severino: «il Tutto contenente è
lo stesso Tutto contenuto: il contenente è insieme il contenuto e il
contenuto è insieme il contenente». Qui Severino ci sta indicando il
«sentiero del Giorno» che trova inizio ne La struttura originaria (1958,
Adelphi 1981), ossia nell'opposizione fondamentale tra essere e nulla.
Contrariamente
a quanto dichiarato su questo giornale da Vattimo (21 settembre),
ritengo il confronto auspicato da Ferraris sull'«apparire fenomenico»
una questione serissima, che investe il significato del trascendentale.
Certo, nasce nel segno della distanza, ma può prendere corpo a partire
dal senso dell'apparire della cosa e di un mondo: di questo mondo
indubitabile sia per noi che per Severino, se pur per ragioni diverse.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento