mercoledì 30 gennaio 2013

La lotta di classe dall'alto e la rivoluzione conservatrice dei giorni nostri: il libro di Rita di Leo


Rita di Leo: Il ritorno delle élite, manifestolibri

Risvolto
La novità ogni giorno più evidente è il primato delle élites economiche, che si sono imposte su quelle politiche e sulla massa dei "governati". Il loro potere è una novità assoluta, perché per la prima volta della storia gli uomini dell'economia hanno nelle proprie mani il governo della società, lo Stato, i partiti, i corpi intermedi. Il libro descrive la sconfitta sempre più evidente delle élites politiche europee e l'egemonia di quelle economiche americane. La tesi di Rita Di Leo è che il potere sociale delle élites economiche esercita ormai un'attrazione irresistibile ovunque, anche nelle nuove potenze globali come la Cina, l'India e il Brasile, il cui contesto geopolitico e culturale è altro da quello americano.

La vittima sacrificale di un potere senza nemici
Un affresco sto

ARTICOLO Benedetto Vecchi il manifesto 2013.01.30 - 11 CULTURA

Un libro che non nasconde le sue ambizioni, quello di Rita di Leo pubblicato da manifestolibri. Già il titolo è critico verso lo spirito del tempo - Il ritorno delle élites, pp. 122, euro 15 -. A supporto dell'intenzionalità critica anche la forma scelta di esposizione - il pamphlet - è commisurata all'altro obiettivo del volume: un atto di accusa contro la politica ridotta a arida amministrazione dell'esistente. 

Il punto di vista dell'autrice si muove in una prospettiva storica, con una datazione che vede nel Novecento il punto di svolta del concetto di élite. Impregnate di sapori premoderni, le élite vengono scalzata dalla scena politica mondiale a partire dalla formazione dei grandi partiti di massa nel vecchio continente. È infatti in Europa che il nodo tra produzione di ricchezza ed esercizio del potere viene reciso. I detentori del potere economico devono vedersela con la politica, quella con la P maiuscola. Non riescono più a piegare lo stato ai loro interessi, che diviene invece l'arena in cui confliggono diverse concezioni del vivere in società. Protagonisti di questa trasformazione sono i politici di professione, eredi legittimi di quegli intellettuali francesi che durante la Rivoluzione del 1789 diventarono i leader delle prime formazioni politiche moderne. Rita di Leo ha scelto però la prospettiva storica per analizzare il ruolo delle élite. Sa che la «politica progetto» ha un suo epicentro ben preciso. È a Est dell'Elba, cioè in Russia. È in quel paese che la politica scalza dagli scranni del potere le élite economiche. Da allora, come un virus, la «politica progetto» si diffonde nel resto d'Europa, ma con una sostanziale differenza da Mosca e da Pietroburgo. Nella Russia sovietica la «politica progetto» punta infatti a trasformare la società, rinunciando all'esistenza dell'élite economiche; a Ovest dell'Elba i politici di professione elaborano strategie per contenere il «virus sovietico». Da qui prende forma quello che è stato poi chiamato il welfare state. I grandi partiti socialdemocratici, assieme a esponenti della borghesia industriale, sono gli artefici di questa «grande trasformazione» europea. Le èlite economiche per sopravvivere cedono così la sovranità alla politica. 
Instabile equilibrio 
Rita di Leo conosce bene la genealogia del concetto di élite, ma accetta il rischio di confrontarsi con la sua ambivalenza. E nel fare questo si sposta al di là dell'Atlantico, dove la storia ha usato un altro lessico. Negli Stati Uniti la commistione tra politica e economia è alle radici della storia americana. Le élite non hanno mai ceduto la sovranità alla politica. Semmai hanno creato un delicato dispositivo che ha consentito equilibrio di poteri, ma anche tracciato la via affinché il passaggio da una poltrona in un consiglio di amministrazione a un seggio al Congresso sia indolore e funzionale alla imprese capitalistiche. Ironicamente, si potrebbe dire che gli Stati Uniti sono fondati non sulla ricerca della felicità, come recita la loro carta fondamentale, ma su una ben più materiale commistione di interessi tra eletti al senato, al congresso e le imprese. Più che conflitto di interessi sarebbe dunque lecito parlare di convergenza di interessi in un, appunto, equilibrio di poteri. 
Ma la storia è come l'evoluzione descritta da Stephen Jay Gould. Tutto procede senza variazioni, fino a quando c'è una variazione sostanziale, che crea discontinuità storica. Anche qui la datazione dell'autrice è chiara. È l'Ottantanove del Novecento ha segnare la cesura. Il crollo del Muro di Berlino e l'implosione del socialismo reale aprono la porta per il ritorno trionfale dell'élite economiche. Da allora la «politica progetto» è sospinte sullo sfondo, in un ruolo marginale e del tutto ininfluente sia a livello nazionale che globale. Sono élite economiche, che agiscono su un piano globale, spesso indifferenti al ruolo dello stato-nazione, a patto che non disturbi il loro operato. In caso contrario, lo occupano, ripristinando la «politica di potenza» che la «politica progetto» aveva ridimensionato. Soltanto che le armi usate sono la borsa e la circolazione dei capitali, che possono far eleggere un leader in un paese, oppure far cadere un governo da un giorno all'altro. D'altronde, la retorica italiana per legittimare scelte neoliberiste in politica economica si basa sulla frase: è l'Europa che lo vuole. In altri termini lo vogliono le élite economiche e la politica ridotta ad amministrazione non fa altro che ratificare quando deciso altrove. Sono dunque élite cosmopolite, anche se Rita di Leo scrive che vivono prevalentemente negli Stati Uniti o in qualche gated community della vecchia Europa. 
C'è però da decidere se questo ritorno delle élite sia un ritorno al passato o a una inedita forma di interdipendenza tra economia e politica. Quesito lasciato aperto dall'autrice, anche se traspare una qualche nostalgia per quella «politica progetto» che ha plasmato la storia globale del Novecento. Ma oltre a questo è l'ambivalenza della nozione di élite che chiede di essere interrogata. Nelle pagine finali del libro, Rita di Leo evoca lo slogan di Occupy Wall Street sul 99% vittima della crisi e l'1% che continua ad arricchirsi. Più che analitica, è una rappresentazione che semplifica lo scenario sociale, la composizione del lavoro vivo e la divisione in classi della società. 
Tra Gramsci e Lenin 
Le élite di cui si descrive il ritorno ricordano, così rappresentate, più i ceti dominanti del passato che non gli esponenti di un capitale finanziario fortemente differenziato socialmente al suo interno. Il manager di una impresa finanziaria è infatti cosa diversa da chi siede nel suo consiglio di amministrazione. Per questo, varrebbe la pena attingere alla cassetta gramsciana degli attrezzi e mettere al lavoro - teorico, va da sé - il concetto di blocco sociale. Ne uscirebbe un quadro più articolato che aiuterebbe meglio a comprendere il consenso che le élite hanno. La stessa operazione andrebbe fatta, ma in questo caso la cassetta degli attrezzi è diversa vede al suo interno il nome di Lenin, per meglio capire come il lavoro vivo interagisce con l'esercizio del potere. Ma questo indicherebbe solo il lavoro teorico per meglio comprendere l'eclissi Politico nel capitalismo contemporaneo. Un lavoro che è sempre più urgente compiere per dare forma a una rinnovata e più radicale «politica del progetto».                       


Al governo in realtà ci sono le élite, ma quelle finanziarie. Parla Di Leo
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Marco Valerio Lo Prete  29 gennaio 2013 - ore 09:48

“Davvero al Forum di Davos si preoccupano della ‘vulnerabilità delle élite politiche’?”. Sì, almeno a giudicare dalla lettura di uno dei principali documenti emersi dall’appuntamento svizzero di businessmen e uomini della finanza (“The vulnerability of Elites”, vedi articolo sopra): il maggiore rischio gepopolitico del 2013 sarebbe costituito infatti da classi dirigenti sempre meno legittimate e reattive rispetto alle sfide poste dalla globalizzazione. “Allora le possibilità sono due – dice al Foglio Rita Di Leo, professore emerito di Relazioni internazionali alla Sapienza di Roma – o quegli esponenti delle élite finanziarie che sostengono ciò sono troppo gentili, oppure sono parecchio ipocriti. E’ noto, infatti, che in questa fase storica le élite vincenti siano loro, ai danni della politica”. Di Leo ritiene che quello italiano sia un caso paradigmatico: “Mario Monti è il figlio più rappresentativo di questa élite finanziaria dominante, al punto che oggi, sceso in campo, si muove come un politico decisamente ‘amatoriale’. Nella sua proposta di riforna della democrazia, sottostante e ben più importante della sua Agenda programmatica, tra appelli alla ‘depoliticizzazione’, critiche alla ‘concertazione’ o ai rappresentanti del ‘dissenso sociale’, ed esaltazione del contributo degli organismi tecnocratici, si riconosce l’apice di un processo di sottomissione della politica avviato nel 1989”.
Di Leo al fenomeno ha dedicato un libro, “Il ritorno delle élites”, edito da manifesto libri, che inizia così: “Il ritorno delle élites alla luce del sole è dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle élite economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste all’ombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello stato sociale”. A far “uscire dall’ombra” le élite finanziarie è stato “il 1989, data simbolo che ha posto fine all’alternativa sovietica”. Fino a quel momento, in Europa occidentale almeno, la strategia economica era stata quella dominata dallo “stato sociale”, cioè di “un capitalismo orientato alla domanda di consumi domestici e alla piena occupazione”. Paradossalmente “il momento d’oro della politica europea deve molto all’Unione sovietica. La sua mera esistenza ha spinto infatti i rappresentanti del mondo dell’economia, i partiti, i mass media e varie organizzazioni formali e informali a inventarsi complesse strategie difensive, e ad accettare compromessi e sacrifici”. Dall’uscita di scena dell’alternativa sovietica “gli avversari dello stato sociale hanno ricavato una spinta formidabile, che si è tradotta in una loro forte legittimazione culturale e politica”. La riscossa delle élite finanziarie, secondo  di Leo, è stata duplice: sul versante “ideologico” si è realizzata con l’attacco alla cultura del primato e dell’autonomia della politica; sul versante “materiale” con l’imposizione di strategie di ridimensionamento dell’intervento dello stato nell’economia e nel sociale. L’esperienza tecnocratica di Monti, che il premier uscente intende legittimare anche elettoralmente con il voto di febbraio, è la prova di questa riscossa in corso. Di Leo cita l’esempio delle critiche mosse ripetutamente dall’ex Commissario dell’Unione europea al metodo della concertazione tra le parti sociali: “Tradizionalmente, negli Stati Uniti, al modello del welfare state venivano e vengono addebitati uno scarso slancio per le esigenze dell’apparato produttivo e, soprattutto, un mercato del lavoro che scoraggia l’iniziativa imprenditoriale – dice la professoressa che dirige l’Osservatorio geopolitico sulle élite contemporanee – Alla concertazione si preferisce l’icona dello ‘scambio a due’, uno scambio nel quale il lavoratore è sempre più solo davanti al datore di lavoro, uno scambio alternativo e antagonista all’azione collettiva del passato, che al conflitto preferisce la sola alternativa tra adesione o meno”. Eppure Monti, così come molti dei guru riuniti a Davos, pone un problema macroscopico: quello della scarsa “efficacia” delle nostre democrazie, dello strapotere degli interessi particolari ai danni di quelli generali. “Le élite finanziarie hanno una loro cultura politica che hanno iniziato a propugnare apertamente con documenti come quelli della Banca mondiale degli anni 90, incentrati su ‘come lo stato di dovrebbe comportare’ – replica Di Leo – Gli uomini del capitale finanziario hanno creato una società segnata dall’assenza di regole, e soprattutto dove è esclusa la politica”. Altro che premure dai grandi riuniti a Davos, il sogno delle nuove élite è quello di liberarsi dell’“ultima grande invenzione offerta dall’Europa al mondo, i politici professionali”.

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