Di Leo al fenomeno ha dedicato un libro, “Il ritorno delle élites”, edito da manifesto libri, che inizia così: “Il ritorno delle élites alla luce del sole è dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle élite economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste all’ombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello stato sociale”. A far “uscire dall’ombra” le élite finanziarie è stato “il 1989, data simbolo che ha posto fine all’alternativa sovietica”. Fino a quel momento, in Europa occidentale almeno, la strategia economica era stata quella dominata dallo “stato sociale”, cioè di “un capitalismo orientato alla domanda di consumi domestici e alla piena occupazione”. Paradossalmente “il momento d’oro della politica europea deve molto all’Unione sovietica. La sua mera esistenza ha spinto infatti i rappresentanti del mondo dell’economia, i partiti, i mass media e varie organizzazioni formali e informali a inventarsi complesse strategie difensive, e ad accettare compromessi e sacrifici”. Dall’uscita di scena dell’alternativa sovietica “gli avversari dello stato sociale hanno ricavato una spinta formidabile, che si è tradotta in una loro forte legittimazione culturale e politica”. La riscossa delle élite finanziarie, secondo di Leo, è stata duplice: sul versante “ideologico” si è realizzata con l’attacco alla cultura del primato e dell’autonomia della politica; sul versante “materiale” con l’imposizione di strategie di ridimensionamento dell’intervento dello stato nell’economia e nel sociale. L’esperienza tecnocratica di Monti, che il premier uscente intende legittimare anche elettoralmente con il voto di febbraio, è la prova di questa riscossa in corso. Di Leo cita l’esempio delle critiche mosse ripetutamente dall’ex Commissario dell’Unione europea al metodo della concertazione tra le parti sociali: “Tradizionalmente, negli Stati Uniti, al modello del welfare state venivano e vengono addebitati uno scarso slancio per le esigenze dell’apparato produttivo e, soprattutto, un mercato del lavoro che scoraggia l’iniziativa imprenditoriale – dice la professoressa che dirige l’Osservatorio geopolitico sulle élite contemporanee – Alla concertazione si preferisce l’icona dello ‘scambio a due’, uno scambio nel quale il lavoratore è sempre più solo davanti al datore di lavoro, uno scambio alternativo e antagonista all’azione collettiva del passato, che al conflitto preferisce la sola alternativa tra adesione o meno”. Eppure Monti, così come molti dei guru riuniti a Davos, pone un problema macroscopico: quello della scarsa “efficacia” delle nostre democrazie, dello strapotere degli interessi particolari ai danni di quelli generali. “Le élite finanziarie hanno una loro cultura politica che hanno iniziato a propugnare apertamente con documenti come quelli della Banca mondiale degli anni 90, incentrati su ‘come lo stato di dovrebbe comportare’ – replica Di Leo – Gli uomini del capitale finanziario hanno creato una società segnata dall’assenza di regole, e soprattutto dove è esclusa la politica”. Altro che premure dai grandi riuniti a Davos, il sogno delle nuove élite è quello di liberarsi dell’“ultima grande invenzione offerta dall’Europa al mondo, i politici professionali”.
mercoledì 30 gennaio 2013
La lotta di classe dall'alto e la rivoluzione conservatrice dei giorni nostri: il libro di Rita di Leo
Risvolto
La novità ogni giorno più evidente è il primato delle
élites economiche, che si sono imposte su quelle politiche e sulla massa
dei "governati". Il loro potere è una novità assoluta, perché per la
prima volta della storia gli uomini dell'economia hanno nelle proprie
mani il governo della società, lo Stato, i partiti, i corpi intermedi.
Il libro descrive la sconfitta sempre più evidente delle élites
politiche europee e l'egemonia di quelle economiche americane. La tesi
di Rita Di Leo è che il potere sociale delle élites economiche esercita
ormai un'attrazione irresistibile ovunque, anche nelle nuove potenze
globali come la Cina, l'India e il Brasile, il cui contesto geopolitico e
culturale è altro da quello americano.
La vittima sacrificale di un potere senza nemici
Un affresco sto
Un libro che non nasconde le sue ambizioni, quello di Rita di Leo
pubblicato da manifestolibri. Già il titolo è critico verso lo spirito
del tempo - Il ritorno delle élites, pp. 122, euro 15 -. A supporto
dell'intenzionalità critica anche la forma scelta di esposizione - il
pamphlet - è commisurata all'altro obiettivo del volume: un atto di
accusa contro la politica ridotta a arida amministrazione
dell'esistente.
Il punto di vista dell'autrice si muove in una prospettiva storica, con
una datazione che vede nel Novecento il punto di svolta del concetto
di élite. Impregnate di sapori premoderni, le élite vengono scalzata
dalla scena politica mondiale a partire dalla formazione dei grandi
partiti di massa nel vecchio continente. È infatti in Europa che il
nodo tra produzione di ricchezza ed esercizio del potere viene reciso. I
detentori del potere economico devono vedersela con la politica,
quella con la P maiuscola. Non riescono più a piegare lo stato ai loro
interessi, che diviene invece l'arena in cui confliggono diverse
concezioni del vivere in società. Protagonisti di questa trasformazione
sono i politici di professione, eredi legittimi di quegli intellettuali
francesi che durante la Rivoluzione del 1789 diventarono i leader
delle prime formazioni politiche moderne. Rita di Leo ha scelto però la
prospettiva storica per analizzare il ruolo delle élite. Sa che la
«politica progetto» ha un suo epicentro ben preciso. È a Est dell'Elba,
cioè in Russia. È in quel paese che la politica scalza dagli scranni
del potere le élite economiche. Da allora, come un virus, la «politica
progetto» si diffonde nel resto d'Europa, ma con una sostanziale
differenza da Mosca e da Pietroburgo. Nella Russia sovietica la
«politica progetto» punta infatti a trasformare la società, rinunciando
all'esistenza dell'élite economiche; a Ovest dell'Elba i politici di
professione elaborano strategie per contenere il «virus sovietico». Da
qui prende forma quello che è stato poi chiamato il welfare state. I
grandi partiti socialdemocratici, assieme a esponenti della borghesia
industriale, sono gli artefici di questa «grande trasformazione»
europea. Le èlite economiche per sopravvivere cedono così la sovranità
alla politica.
Instabile equilibrio
Rita di Leo conosce bene la genealogia del concetto di élite, ma
accetta il rischio di confrontarsi con la sua ambivalenza. E nel fare
questo si sposta al di là dell'Atlantico, dove la storia ha usato un
altro lessico. Negli Stati Uniti la commistione tra politica e economia
è alle radici della storia americana. Le élite non hanno mai ceduto la
sovranità alla politica. Semmai hanno creato un delicato dispositivo
che ha consentito equilibrio di poteri, ma anche tracciato la via
affinché il passaggio da una poltrona in un consiglio di
amministrazione a un seggio al Congresso sia indolore e funzionale alla
imprese capitalistiche. Ironicamente, si potrebbe dire che gli Stati
Uniti sono fondati non sulla ricerca della felicità, come recita la
loro carta fondamentale, ma su una ben più materiale commistione di
interessi tra eletti al senato, al congresso e le imprese. Più che
conflitto di interessi sarebbe dunque lecito parlare di convergenza di
interessi in un, appunto, equilibrio di poteri.
Ma la storia è come l'evoluzione descritta da Stephen Jay Gould. Tutto
procede senza variazioni, fino a quando c'è una variazione sostanziale,
che crea discontinuità storica. Anche qui la datazione dell'autrice è
chiara. È l'Ottantanove del Novecento ha segnare la cesura. Il crollo
del Muro di Berlino e l'implosione del socialismo reale aprono la porta
per il ritorno trionfale dell'élite economiche. Da allora la «politica
progetto» è sospinte sullo sfondo, in un ruolo marginale e del tutto
ininfluente sia a livello nazionale che globale. Sono élite economiche,
che agiscono su un piano globale, spesso indifferenti al ruolo dello
stato-nazione, a patto che non disturbi il loro operato. In caso
contrario, lo occupano, ripristinando la «politica di potenza» che la
«politica progetto» aveva ridimensionato. Soltanto che le armi usate
sono la borsa e la circolazione dei capitali, che possono far eleggere
un leader in un paese, oppure far cadere un governo da un giorno
all'altro. D'altronde, la retorica italiana per legittimare scelte
neoliberiste in politica economica si basa sulla frase: è l'Europa che
lo vuole. In altri termini lo vogliono le élite economiche e la politica
ridotta ad amministrazione non fa altro che ratificare quando deciso
altrove. Sono dunque élite cosmopolite, anche se Rita di Leo scrive che
vivono prevalentemente negli Stati Uniti o in qualche gated community
della vecchia Europa.
C'è però da decidere se questo ritorno delle élite sia un ritorno al
passato o a una inedita forma di interdipendenza tra economia e
politica. Quesito lasciato aperto dall'autrice, anche se traspare una
qualche nostalgia per quella «politica progetto» che ha plasmato la
storia globale del Novecento. Ma oltre a questo è l'ambivalenza della
nozione di élite che chiede di essere interrogata. Nelle pagine finali
del libro, Rita di Leo evoca lo slogan di Occupy Wall Street sul 99%
vittima della crisi e l'1% che continua ad arricchirsi. Più che
analitica, è una rappresentazione che semplifica lo scenario sociale,
la composizione del lavoro vivo e la divisione in classi della società.
Tra Gramsci e Lenin
Le élite di cui si descrive il ritorno ricordano, così rappresentate,
più i ceti dominanti del passato che non gli esponenti di un capitale
finanziario fortemente differenziato socialmente al suo interno. Il
manager di una impresa finanziaria è infatti cosa diversa da chi siede
nel suo consiglio di amministrazione. Per questo, varrebbe la pena
attingere alla cassetta gramsciana degli attrezzi e mettere al lavoro -
teorico, va da sé - il concetto di blocco sociale. Ne uscirebbe un
quadro più articolato che aiuterebbe meglio a comprendere il consenso
che le élite hanno. La stessa operazione andrebbe fatta, ma in questo
caso la cassetta degli attrezzi è diversa vede al suo interno il nome
di Lenin, per meglio capire come il lavoro vivo interagisce con
l'esercizio del potere. Ma questo indicherebbe solo il lavoro teorico
per meglio comprendere l'eclissi Politico nel capitalismo
contemporaneo. Un lavoro che è sempre più urgente compiere per dare
forma a una rinnovata e più radicale «politica del progetto».
Al governo in realtà ci sono le
élite, ma quelle finanziarie. Parla Di Leo
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Marco Valerio Lo Prete 29 gennaio 2013 - ore 09:48
Di Leo al fenomeno ha dedicato un libro, “Il ritorno delle élites”, edito da manifesto libri, che inizia così: “Il ritorno delle élites alla luce del sole è dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle élite economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste all’ombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello stato sociale”. A far “uscire dall’ombra” le élite finanziarie è stato “il 1989, data simbolo che ha posto fine all’alternativa sovietica”. Fino a quel momento, in Europa occidentale almeno, la strategia economica era stata quella dominata dallo “stato sociale”, cioè di “un capitalismo orientato alla domanda di consumi domestici e alla piena occupazione”. Paradossalmente “il momento d’oro della politica europea deve molto all’Unione sovietica. La sua mera esistenza ha spinto infatti i rappresentanti del mondo dell’economia, i partiti, i mass media e varie organizzazioni formali e informali a inventarsi complesse strategie difensive, e ad accettare compromessi e sacrifici”. Dall’uscita di scena dell’alternativa sovietica “gli avversari dello stato sociale hanno ricavato una spinta formidabile, che si è tradotta in una loro forte legittimazione culturale e politica”. La riscossa delle élite finanziarie, secondo di Leo, è stata duplice: sul versante “ideologico” si è realizzata con l’attacco alla cultura del primato e dell’autonomia della politica; sul versante “materiale” con l’imposizione di strategie di ridimensionamento dell’intervento dello stato nell’economia e nel sociale. L’esperienza tecnocratica di Monti, che il premier uscente intende legittimare anche elettoralmente con il voto di febbraio, è la prova di questa riscossa in corso. Di Leo cita l’esempio delle critiche mosse ripetutamente dall’ex Commissario dell’Unione europea al metodo della concertazione tra le parti sociali: “Tradizionalmente, negli Stati Uniti, al modello del welfare state venivano e vengono addebitati uno scarso slancio per le esigenze dell’apparato produttivo e, soprattutto, un mercato del lavoro che scoraggia l’iniziativa imprenditoriale – dice la professoressa che dirige l’Osservatorio geopolitico sulle élite contemporanee – Alla concertazione si preferisce l’icona dello ‘scambio a due’, uno scambio nel quale il lavoratore è sempre più solo davanti al datore di lavoro, uno scambio alternativo e antagonista all’azione collettiva del passato, che al conflitto preferisce la sola alternativa tra adesione o meno”. Eppure Monti, così come molti dei guru riuniti a Davos, pone un problema macroscopico: quello della scarsa “efficacia” delle nostre democrazie, dello strapotere degli interessi particolari ai danni di quelli generali. “Le élite finanziarie hanno una loro cultura politica che hanno iniziato a propugnare apertamente con documenti come quelli della Banca mondiale degli anni 90, incentrati su ‘come lo stato di dovrebbe comportare’ – replica Di Leo – Gli uomini del capitale finanziario hanno creato una società segnata dall’assenza di regole, e soprattutto dove è esclusa la politica”. Altro che premure dai grandi riuniti a Davos, il sogno delle nuove élite è quello di liberarsi dell’“ultima grande invenzione offerta dall’Europa al mondo, i politici professionali”.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento