giovedì 28 febbraio 2013
Il Corriere, La Stampa e l'ardua ma disinteressata impresa di destabilizzare la Cina
Cina, sfida a Xi Jinping Gli attivisti: ora le riforme
Cento intellettuali scrivono al neo leader: subito i diritti civili
di Ilaria Maria Sala La Stampa 27.2.13
A cinque anni dalla «Carta 08», che chiedeva ampie riforme per
incamminarsi verso una piena democrazia in Cina, cento intellettuali
cinesi firmato una lettera aperta, indirizzata all’Assemblea Nazionale
del Popolo che aprirà fra una settimana, affinché sia ratificato il
trattato Onu sui diritti civili e politici (Iccpr) di cui la Cina è già
firmataria.
La «Carta 08» è costata cara ai riformisti nel Paese: il più famoso di
loro, il Premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, sta scontando una pena a
11 anni di prigione, e molti altri hanno subito interrogatori,
pedinamenti, periodi di detenzione o di restrizione delle libertà
personali. La nuova lettera - firmata anche da alcuni membri del Partito
fra cui il giurista He Weifang, fra i più stimati in Cina, e da nomi
noti come quello dall’avvocato per i diritti umani Pu Zhiqiang,
l’economista Mao Yushi e lo scrittore Wang Lixiong - ha richieste più
modeste e rientra nel tentativo di favorire maggiori aperture politiche
nel periodo di transizione fra la leadership uscente composta da Hu
Jintao e Wen Jiabao, e quella che entrerà in carica a marzo, composta da
Xi Jinping e Li Keqiang. Il trattato dell’Onu protegge la libertà di
espressione e la libertà di assemblea e prevede standard internazionali
per i processi penali.
La Cina non è l’unico Paese ad aver ritardato la sua applicazione: gli
Stati Uniti, per esempio, dopo averlo firmato attesero 15 anni prima di
ratificarlo. La Corea del Nord, invece, lo firmò e ratificò
immediatamente. Ma poi chiese di ritirare la sua adesione,
un’eventualità non prevista dall’Onu, che non glielo consentì. La Cina
stessa, del resto, ha solo pochi mesi di tempo per non superare i 15
anni del precedente statunitense. Gli intellettuali sperano che questa
lettera potrà accelerare le cose. «Si tratta di una richiesta di
riforme, e il gesto è senz’altro coraggioso, ma è stato fatto in un modo
che potrebbe essere accettabile dal governo cinese», dice Nicholas
Bequelin, di Human Rights Watch. «Nei fatti, la ratificazione non
cambierebbe molto, ma sarebbe un modo per la società civile di avere uno
standard rispetto al quale chiedere conto al governo. E su questo il
governo non vuole rischiare».
La lettera chiede al governo cinese di «mostrare al mondo di essere una
potenza mondiale responsabile», capace di rispettare i diritti umani e
la Costituzione nazionale, e soddisfare così le speranze «più sentite
del popolo cinese». Pechino ha sempre dichiarato che il trattato Onu
sarà ratificato «al momento opportuno». Ma la lettera aperta risponde
dicendo che «per quanto riguarda la situazione dei diritti umani in
Cina, appare chiaro che esiste un divario fondamentale fra gli standard
internazionali e le pratiche cinesi attuali (…) da cui consegue che
questo è il momento più opportuno per ratificare il trattato, e operare
in modo costruttivo».
Gli intellettuali firmatari della lettera rimandano apertamente ad
alcuni dei primi concetti politici espressi da Xi Jinping, dichiarando
che «i principi supremi dei diritti umani e del costituzionalismo fanno
parte della grande missione per il rinnovo della nazione». Una frase,
quest’ultima, cara al Presidente cinese.
Diffusa tramite il Web, la lettera da ieri appariva e spariva dai siti
nei quali veniva pubblicata, nel solito gioco del gatto e del topo fra
chi vuole utilizzare Internet per diffondere scritti che allarghino i
limiti di ciò che si può discutere, e i censori governativi con la loro
costante mannaia.
Diritti umani, la lettera degli intellettuali a Xi
di Guido Santevecchi Corriere 28.2.13
PECHINO — La lettera è firmata da centoventi accademici, giuristi,
giornalisti e attivisti delle libertà civili. È indirizzata al Congresso
nazionale del popolo, l'assemblea legislativa cinese che si apre il 5
marzo e durerà due settimane. La richiesta: ratificare la «Convenzione
internazionale sui diritti civili e politici», il trattato Onu sui
diritti umani sottoscritto da Pechino nel 1998 e mai attuato. Un gesto
coraggioso in una fase cruciale, perché il Congresso di Pechino segnerà
l'ultimo passo nel ricambio al vertice del potere: Xi Jinping, che a
novembre è diventato segretario generale del partito comunista, assumerà
anche la carica di capo dello Stato.
Il documento delle Nazioni Unite prevede tra gli altri punti la rinuncia
alla detenzione arbitraria, la libertà religiosa, e il riconoscimento
del diritto di partecipazione politica: che significa poter fondare o
aderire a partiti, poter votare, criticare apertamente le autorità. La
ratifica rappresenterebbe quindi un segnale della rotta che vorrà
seguire Xi Jinping. La reale e piena applicazione, naturalmente, non è
nemmeno pensabile: significherebbe la fine del regime del partito unico e
questo Xi ha già detto che non avverrà. Ma neanche gli intellettuali
della petizione lo sognano: tanto per fare un esempio, tra i Paesi che
hanno accettato la Convenzione Onu c'è la Corea del Nord.
I centoventi firmatari quindi non si fanno illusioni, vogliono solo
muovere le acque, chiedono il «riconoscimento dei diritti umani e
l'applicazione della Costituzione cinese», che in teoria offre alcune
garanzie come il diritto di parola. Tra loro spiccano i nomi della
scrittrice Dai Qing, ex esponente del partito, scomunicata quando
pubblicò nel 1989 un saggio contro la costruzione della diga delle Tre
Gole sullo Yangtze; dell'avvocato Pu Zhiqiang, che ha tra i suoi clienti
Ai Weiwei; dell'economista Mao Yushi. A dicembre alcuni di loro avevano
sottoscritto un appello dai toni molto più forti, in cui si metteva in
guardia il regime dal rischio che «la frustrazione popolare esplodesse
nel caos e in una rivoluzione violenta». Questa volta le parole sono
studiate per dare atto al nuovo leader Xi Jinping della difficoltà di
avviare un cambiamento politico.
Il giornalista investigativo Wang Keqin, un altro dei firmatari, ha
spiegato alla Bbc che nessuno di loro «osa nemmeno sognare che la Cina
possa fare un grande balzo sul terreno delle riforme politiche: il Paese
si sviluppa passo dopo passo, è imbarazzante magari, ma è così». Wang
sostiene però che l'obiettivo minimo della ratifica della Convenzione
Onu sarà probabilmente raggiunto durante la sessione di marzo del
Congresso nazionale del popolo.
La prima reazione delle autorità non è stata incoraggiante: la lettera
aperta è stata rimossa piuttosto rapidamente dal web ieri mattina.
Qualche segnale incoraggiante però, nei primi tre mesi dell'era Xi è
arrivato: sono state diffuse anticipazioni sulla fine del laojao, il
sistema «amministrativo» che permette alla polizia di «rieducare
attraverso il lavoro» soggetti ai quali non si vuol concedere nemmeno la
possibilità di comparire di fronte a una corte di giustizia: tradotto
significa che centinaia di migliaia di cinesi sono finiti nei gulag.
Questo almeno, da marzo, dovrebbe finire.
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