sabato 30 novembre 2013

Quel bluff che si chiama Slavoj Zizek getta la maschera

Conoscevamo le posizioni reazionarie di Zizek sullo sviluppo cinese. Adesso un ridicolo appello e persino un intervento ripreso da MicroMega, nel quale pur di dare addosso a Putin e in nome di una concezione anarcoide della libertà si difende l'indifendibile.
Ha perfettamente ragione Corrado Ocone nel collocare Zizek nel postmodernismo. Ciò che rende Zizek il bluff che è, tuttavia, non è il suo anticapitalismo ma la sua finzione salottiera di anticapitalismo. Quella totale estraneità al materialismo storico che rende ogni suo riferimento a Hegel e Marx una operazione di détournement ovvero un taroccamento [SGA].


Slavoj Zizek, il clown della filosofia

29 nov 2013 Libero CORRADO OCONE

È uno dei pensatori più noti al mondo grazie alle sue teorie contro il capitalismo e il mercato. Ma sotto la patina modaiola, restano soltanto idee confuse e datate 

Slavoj Zizek è un pensatore sloveno che ha una fama globale. Si può anzi dire che egli è forse il primo pensatore veramente globale, conosciuto in ogni continente e sempre in giro per il mondo a tener conferenze e a illustrare il suo pensiero. La sua notorietà, che è cresciuta a dismisura negli ultimi tempi, è di primo acchito incomprensibile, nonostante egli abbia scritto non poco e la bibliografia su di lui sia sterminata. È incomprensibile poiché le sue opere sono confuse, poco chiare nei passaggi logici, a volte addirittura criptiche, scritte in un linguaggio oscuro o ostico. 
Ora, Ponte alle Grazie pubblica la prima ponderosa parte (la seconda seguirà l’anno prossimo) della sua ultima fatica, un confronto a tutto campo con l’idealismo hegeliano: Meno di niente. Hegel e l’ombra del materialismo dialettico (pp. 670, euro 29). 
Zizek, nonostante quel che egli stesso afferma a più riprese, è un pensatore postmoderno. È vero infatti che egli, soprattutto con quest’ultimo lavoro, vuole ritornare ad un pensatore forte, che è la quintessenza della classicità filosofica, ma il postmodernismo è un metodo prima di tutto e qui c’è in abbondanza: Hegel è mescolato con mille altri autori, distanti a volte fra loro anni luce, a cominciare da quel Jacques Lacan la cui teoria psicoanalitica è il punto di riferimento del nostro. 
Non è tipicamente postmoderno equiparare e mettere insieme autori e correnti in un pot pourri o una macedonia male amalgamata e indigesta? Certo, in filosofia tutto si può: è una disciplina senza presupposti né pregiudizi. E si possono anche mettere a tema oggetti e fenomeni della vita quotidiana, non essendoci in punta di principio, soprattutto dopo la fine della metafisica, un alto e un basso. Il tutto deve però ricondursi ad una coerenza logica e di pensiero che semplicemente in questo giocoliere di concetti e parole, in questo clown della filosofia, non c’è. Al suo posto c’è la furba strizzatina d’occhio agli slogan di moda, all’allusione, alla frase ad effetto, alla connessione che vorrebbe spiazzare ma che invece non fa che confermare l’opportunismo del personaggio. 
A chi volete che possa ancora destare stupore, dopo le avanguardie storiche e i decenni del postmodernismo, intitolare un capitolo: «Hegel, Spinoza e... Hitchcock»? La filosofia cerca spesso di spiazzare, d’accordo, ma la meraviglia filosofica, la vera sorpresa, è scoprire connessioni logiche mai prima viste o inaspettate. Qui invece c’è pura affabulazione. 
L’idea di fondo che sorregge questo libro, cioè l’attualità del pensiero di Hegel, è condivisibile. Così come lo è la critica a chi ha presentato come «pensatore dell’Assoluto» un filosofo del divenire tragico e non conciliato come fu il filosofo di Stoccarda (a cominciare da Kierkegaard, Schopenhauer, Freud e Nietzsche). 
E condivisibile e non nuova è anche l’idea che il metodo dialettico vada estrapolato dal «sistema». Ma c’era bisogno di tante pagine, e di tante spavalderie pseudofilosofiche, per riaffermare queste tesi? 
Il fatto è che a Zizek interessa più strizzare l’occhio alla moda culturale che non fare storia del pensiero. È quindi paradossale che, nell’illustrare all’inizio del volume la fenomenologia della stupidità, il pensatore di Lubiana scriva che quella del cretino è la «stupidità di coloro che si identificano pienamente con il senso comune, che sostengono pienamente il “grande Altro” delle apparenze». Questo gioco della critica del conformismo da parte di intellettuali a loro volta conformisti non è anch’esso vecchio come il cucco? E non è forse il senso comune degli intellettuali più potente e fastidioso di quello della gente normale? 
Ed è così che giungiamo alla ragione ultima, a mio avviso, del successo globale di Zizek: lo sloveno ti riempie di parole, immagini, metafore, ma su un elemento si tiene ben fermo e risoluto, un punto non mette mai in discussione: una forza oscura e non definita ci domina e ci dirige, il Capitale, ed esso è la causa di ogni nostra insoddisfazione o desiderio mancato. Zizek lo esprime in termini lacaniani: continuamente, scrive, «ci imbattiamo nella differenza tra la realtà e il Reale: la prima è la realtà sociale delle persone concrete, interagenti e coinvolte nel processo produttivo, mentre il Reale è la logica inesorabile, spettrale, “astratta” del Capitale che determina ciò che accade nella realtà sociale». 
Cosa poi sia questo Capitale ovviamente qui, come altrove, non viene esplicitato. Egli solo sa che come parola-simbolo e collettore di frustrazioni, anche intellettuali, il Capitale funziona. Come dire? Sul mercato, in cui oggi Zizek è bene impiantato, la retorica antimercato fa vendere e rende famosi. Questo imprenditore di se stesso travestito da filosofo lo ha capito da un pezzo.

Ricordo di Eric Hobsbawm

Eric Hobsbawm, spirito libero
Fondazione Gramsci, un convegno per ricordare lo storico comunista
di Jolanda Bufalini l’Unità 30.11.13


Villari, Sassoon, Pons e Mazover fanno il punto sul pensiero dell’intellettuale Presente anche Napolitano «La sua analisi sul capitalismo si ramifica in un mondo sempre più interdipendente i cui tratti distintivi sono l’ansietà
e l’insicurezza»
Fece in tempo a vedere l’inizio della crisi e l’imbarazzo di chi aveva fallito nel prevedere la recessione e il credit crunch

ROMA ALEGGIA LO SPIRITO IRONICO DI ERIC HOBSBAWM NEL CONVEGNO IN SUO RICORDO, A UN ANNO DALLA SCOMPARSA, ORGANIZZATO DALLA FONDAZIONE GRAMSCI NEL SALONE DELLA REGINA ALLA CAMERA, per quanto Rosario Villari, che ha introdotto la discussione, avrebbe preferito un luogo meno paludato e più informale. Nel pubblico c’è, ascoltatore attento, Giorgio Napolitano che assiste ai lavori della mattina.
L’ironia anticonformista di questo intellettuale britannico, cosmolipolita di origini ebree che divenne comunista negli anni della Grande depressione, a Berlino, mentre la Repubblica di Weimar finiva nella catastrofe, e rimasto comunista fino alla fine, trova un posto significativo nei contributi dei tre relatori della mattina. Donald Sassoon prende spunto da una cronaca del Financial Times su una conferenza organizzata dal Tesoro britannico, ospiti accademici ed economisti, grandi finanzieri come George Soros e Paul Volcker, che fu a capo del Us Federal Reserve dal 1979 al 1987: «Eric avrebbe amato essere lì a dire la sua sulla natura immutabile del pensiero economico di fronte al cambiare delle circostanze economiche». Si sarebbe divertito ad ascoltare, nei santuari del capitalismo mondiale, le lamentele su «gli studenti che ormai possono ottenere una laurea in economia senza conoscere le teorie di Keynes, Marx o Minsky, senza avere mai sentito parlare della Grande Depressione». Hobsbawm fece in tempo, nel 2007-2008, a vedere l’inizio della crisi e l’imbarazzo dei «troppi economisti che avevano fallito nel prevedere la paralisi del credito e la recessione. Non era tanto spiega Sassoon il «ritorno a Marx» a fargli piacere, il suo marxismo essendo fortemente antidogmatico, quanto «vedere la sua bestia nera, il capitalismo non regolato, in difficoltà». Mark Mazover racconta l’attrazione che si creò fra l’allora giovane storico britannico, che insegnava non nella prestigiosa Cambridge ma al Birckback College, cioè in una scuola fabiana, una scuola operaia, con Fernand Braudel, successore di Lucien Febvre alla grande scuola parigina delle Annales. I due storici, il primo già affermato, e il giovane alto, dinoccolato docente di un college proletario, sembra si siano conosciuti nel 1954. Il sodalizio che ne nacque, descritto da Mazover, fa rivivire il tempo di una ricerca animata da uno spirito rivoluzionario, divertito, di assoluta libertà che portò Hobsbawm a una battaglia contro l’accademia provinciale del suo paese, abbarbicata alla storia economica, impegnata a tenere fuori dalla porta (e dalle cattedre) gli studi sociali. Nel milieu di Braudel, Heller, Thompson, Hobsbawm, invece, si apre alla storia sociale delle arti, si crea una rete di giovani storici, Braudel apre l’accademia francese ai rifugiati dell’Europa dell’Est. Quando finalmente Hobsbawm ha la possibilità di approdare a Cambridge, l’autore de I banditi e de I ribelli viene presentato da una lettera del maestro francese come «il più grande storico».
Questo sguardo ricco, attento a come vivono concretamente le persone, al loro «tenore di vita» è qualcosa che alimenta il pensiero antiscolastico di Eric Hobsbawm, ed è il tema che ha affrontato, nel suo intervento, da Donald Sassoon: «Sarebbe futile esercizio teologico chiedersi se il suo approccio fosse marxista». Era, certamente, materialista, «non nel senso che le idee non siano importanti ma in polemica con le vecchie teorie (quelle di Max Weber) che attribuiscono il trionfo del capitalismo allo spirito individualista dell’imprenditore». Affina continuamente la sua ricerca e, certamente, una delle costanti è, per esempio, nella Età del capitalismo la «multicausalità». L’innovazione tecnologica come elemento propulsore piuttosto che la lotta di classe, tratto certamente non ortodosso del suo pensiero: «ferrovie, vapore e telegrafo furono i fattori che potenziarono il capitalismo e permisero il boom delle esportazioni» e produssero la prima globalizzazione. L’abolizione delle corporazioni, la nascita delle libere imprese private, sono per lui «fattori pratici piuttosto che credo ideologico nel liberismo». E nella molteplicità delle cause c’è anche «la fortuna» come il fatto che Gran Bretagna e Belgio avessero nel loro territorio tanto carbone. Ma c’è un tratto sottolineato da Sassoon particolarmente interessante e attuale: «Il capitalismo di Hobsbawm si ramifica in un mondo sempre più interdipendente e unificato i cui tratti distintivi sono l’ansietà e l’insicurezza». Una ansietà che era parte del sistema: dal 1860 i salari operai cominciarono a crescere ma «un incidente poteva gettare un lavoratore nella povertà più abietta». Ansietà delle classi medie «che avevano paura di ogni cosa, la sedizione degli operai, l’incertezza economica, l’improvviso cambiamento di status, il colera, gli ebrei, gli irlandesi, e soprattutto lo spettro della povertà».
L’excursus di Sassoon attraversa un altro aspetto cruciale, quello sul colonialismo, per arrivare all’«età d’oro», il trentennio che inizia nel 1945, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, e con gli accordi di Bretton Woods vede finalmente l’intervento regolatore dello Stato, il controllo dirigista: «Hobsbawm non racconta un capitalismo teorizzato ma quello esistente, in cui incide il fattore umano».
L’ironia di Hobsbawm, nell’intervento di Silvio Pons, a cui è affidata la riflessione sulle ultime opere dello storico, il Secolo breve, L’Età degli estremi, le memorie autobiografiche, diventa ironia della storia. «La rivoluzione russa ha conseguenze pratiche globali molto più importanti di quelle della rivoluzione francese, paragonabili solo alla conquista dell’Islam». E l’ironia è che fu proprio la rivoluzione del 1917 a «salvare il capitalismo» non solo grazie alla sconfitta, in cui fu decisivo Stalin, di Hitler, ma anche a causa della doppia arma della minaccia di sistema e della pianificazione. Spiega Pons che Hobsbawm non chiude gli occhi di fronte alla brutalità della economia di comando ma, sostanzialmente, non crede alla possibilità di alternative alla modernizzazione forzata imposta da Stalin. Ma «il volto non umano del comunismo costrinse l’antagonista ad assumere un volto umano» e qui è stata la sua attrattiva rispetto alle varianti socialdemocratiche. Pons intreccia la ricerca storica con le memorie, nella ricerca del perché «tanti sono stati comunisti» e chiude con una citazione: «Il sogno della rivoluzione d’ottobre è ancora da qualche parte dentro di me, come il testo cancellato che aspetta di essere riscoperto in un hard disk. Io l’ho abbandonato, respinto, ma non dimenticato. Mi accorgo che, in questi giorni, la mia memoria guarda all’Urss con una indulgenza e una tenerezza che non sento per la Cina comunista, perché io appartengo alla generazione per la quale la rivoluzione d’ottobre ha rappresentato la speranza del mondo».

Ancora su "Conoscenza e linguaggio" di Walter Benjamin

Conoscenza e linguaggioLeggi anche qui 

Una raccolta che restituisce gli anni caotici, precari e densi di promesse, del pensatore tedesco nei suoi anni di gioventù

ARTICOLO - Massimilinao Palma il manifesto 2013.11.30 - 11

Temporalità e vita quotidiana

Copertina 24651Werner Kinnebrock: Dove va il tempo che passa, il Mulino


Risvolto
Quando ha avuto inizio il tempo? Esistono unità minime di tempo? Il tempo è un continuo o procede per salti? La percezione che gli uomini hanno del tempo è soggettiva e conduce alla distinzione tra passato, presente e futuro. I filosofi, da Platone ad Agostino e a Kant, hanno concepito il tempo come una condizione essenziale della vita e della conoscenza.
«Dove va il tempo che passa?» sembra la domanda di un bambino e invece fu niente meno che il grande Albert Einstein a chiederlo al matematico Kurt Gödel durante una passeggiata a Princeton. Pur facendo parte della nostra esperienza quotidiana, il tempo non è per nulla un fenomeno scontato. Da sempre la sua natura e la sua logica, percepite come misteriose e inafferrabili, suscitano l’interesse e le riflessioni di scienziati e filosofi, oltre che delle persone comuni. Il libro dà risposta ad alcuni interrogativi fondamentali riguardo al tempo: è vero che scorre a velocità diverse? E che può addirittura fermarsi, come accade nei buchi neri? Ed è vero che gli esseri viventi posseggono un orologio interiore che non ha nulla a che fare con la posizione del sole o con il ritmo giorno-notte?

Werner Kinnebrock è stato professore di Matematica. Nel campo della divulgazione scientifica ha pubblicato: «Galaxien, Gene, Geist, Gehirn» (2008) e «Bedeutende Theorien des 20. Jahrhunderts. Relativitätstheorie, Kosmologie, Quantenmechanik und Chaostheorie» (20134).



Un'analisi tra fisica, filosofia e vita quotidiana a cura del matematico Werner Kinnebrock edita da il Mulino
Vittoria Vigna 30 novembre 2013 STAMPA


Il contributo della sinistra alla distruzione della modernità, della ragione, dell'uguaglianza: Ivan Illich

Genere. Per una critica storica dell'uguaglianza
Diretto progenitore del MAUSS, Latouche, ecc. ecc. Tutti nipoti di Heidegger [SGA].

Ivan Illich: Genere. Per una storia critica dell'uguaglianza, Neri Pozza

Risvolto
Forse soltanto oggi l’opera di Ivan Illich conosce quella che Benjamin chiamava «l’ora della leggibilità». Illich non è solo il geniale iconoclasta che sottopone a una critica implacabile le istituzioni della modernità. Se la filosofia implica necessariamente una interrogazione dell’umanità e della non-umanità dell’uomo, allora la sua ricerca, che investe le sorti del genere umano in un momento decisivo della sua storia, è genuinamente filosofica e il suo nome va iscritto accanto a quelli dei grandi pensatori del Novecento, da Heidegger a Foucault, da Hannah Arendt a Günther Anders.
È in questa nuova prospettiva che si deve guardare a Genere. Per una critica storica dell’uguaglianza, che Neri Pozza ripropone in una versione ampliata e corretta, tenendo conto di tutte le edizioni pubblicate durante la vita di Illich.
Quando il libro uscì nel 1984, la critica dell’uguaglianza fra i sessi e la rivendicazione del «genere» contro il sesso erano decisamente precoci e diedero luogo a polemiche e fraintendimenti.
Come Illich scrive nell’importante prefazione alla seconda edizione tedesca (finora inedita in italiano), la perdita del genere e la sua trasformazione in sessualità – che costituisce uno dei temi centrali del libro – sono trattate qui non nella forma di una «critica aggressiva» della modernità, ma in quella di una riflessione intorno ai mutamenti nei modi della percezione del corpo e delle sue relazioni col mondo. In questione è, cioè, la memoria e la perdita di quell’universo vernacolare o conviviale che Illich non si stanca di indagare e descrivere senz’alcuna nostalgia, ma con la lucida consapevolezza che esso custodisce gli indizi e le tracce di una possibile, felice sopravvivenza del genere umano.

La nuova irriverenza del sesso economicoIl ritorno per Neri Pozza di un testo fondamentale che segnò i «gender studies» fin dagli albori degli anni ottanta
ARTICOLO - Alessandra Pigliaru il manifesto 2013.11.30 - 11



Marxismo, filosofia, psichiatria: Franco Basaglia

Restituire la soggettivitàPier Aldo Rovatti : Restituire la soggettività. Lezioni sul pensiero di Franco Basaglia, con interventi di Mario Colucci, Peppe Dell’Acqua, Giovanna Gallio, Maria Grazia Giannichedda, Franco Rotelli, Ernesto Venturini, Michele Zanetti, Alpha & Beta pagg. 271, euro 15

Risvolto
Questo libro presenta al lettore le lezioni sul pensiero di Franco Basaglia che Pier AldoRovatti ha tenuto a Trieste nell’ambito di un corso di Filosofia teoretica. Ne risulta – con un linguaggio di grande chiarezza – che Basaglia ha costruito lungo il suo straordinario percorso, da Gorizia a Trieste, una riflessione decisamente originale che lo colloca nella grande storia del pensiero contemporaneo.
Questa riflessione, che attraversa tutta la sua pratica, si condensa sul problema della soggettività, e più specificamente su cosa significhi e come sia possibile “restituire” la soggettività a coloro, come gli ex internati in manicomio, ai quali è stata sottratta (ma poi anche a ciascuno di noi nelle precarie condizioni culturali e sociali in cui attualmente versiamo).
Il libro non ha la forma consueta del saggio: piuttosto è una narrazione critica a caldo nella quale si distende un dialogo continuo con gli studenti e con una serie di testimoni eccellenti (Mario Colucci, Peppe Dell’Acqua, Giovanna Gallio, Maria Grazia Giannichedda, Franco Rotelli, Ernesto Venturini, Michele Zanetti) che portano il loro contributo di esperienze e di intelligenza intervenendo alle lezioni.


Quando c’erano i matti. La lotta di classe secondo Basaglia

Così il pensiero del grande psichiatra fu fortemente influenzato dalla filosofia marxista

di Pier Aldo Rovatti Repubblica 30.11.13


Come si fa un corso su Basaglia? Noi leggiamo delle parole, ma Basaglia è tutto rivolto alle pratiche. C’è o non c’è un pensiero di Basaglia? Io credo che ci sia, ma non è un pensiero facile da disegnare. Possiamo dire che abbia un’intonazione prevalentemente fenomenologica, ma dopo aver usato questa espressione non siamo giunti da nessuna parte, perché far rientrare Basaglia all’interno di una corrente filosofica significa dissanguare, rendere astratta un’esperienza, che è solo in parte un’esperienza di pensiero. Ci sono anche altri autori che entrano a far parte del pensiero di Basaglia, ci sono Foucault, Goffman… andremo alla ricerca di un’identificazione che ancora manca. Ma chi è Basaglia? Un apolide? Qualcuno che non può essere inserito né nella storia della psichiatria né in quella del pensiero?
C’è anche una parte del pensiero di Basaglia fortemente influenzata dal marxismo, da cui preleva alcune nozioni, come quella di una lotta di classe tra chi ha il potere e chi lo subisce, in questo caso gli internati, caratterizzati dalla parola “miseria”. Quando Basaglia entra nella bolgia infernale del manicomio di Gorizia, quello che vede è la miseria. C’èun accoppiamento nella testa di Basaglia tra psichiatria e miseria, tra quella psichiatria che bisogna esercitare e la miseria di fronte alla quale ci si trova quando si esercita la psichiatria dentro l’istituzione totale del manicomio. Anche le storie triestine sono storie di povertà, miseria ed esclusione. La parola esclusione spicca in tutta la riflessione di Basaglia: gli esclusi, gli interdetti, gli emarginati. Perciò il suo discorso è attuale, perché riguarda quel gioco tra inclusione ed esclusione che comanda la nostra società, dove l’esclusione non è solo quella sotto i nostri occhi, l’esclusione degli altri, sottoprivilegiati o senza privilegi, ma ha a che fare anche con la vita comune, l’esperienza del sentirsi esclusi può avvenire anche in situazioni di non-miseria e anche quando non siamo oggetto di un effettivo rifiuto sociale (rifiuto che molto spesso passa attraverso un’apparente accoglienza).
Ho l’impressione che Basaglia –nomen che comprende l’esperienza, il pensiero, gli effetti che produce – non sia stato confinato, ma lentamente e gradualmente assimilato dalla psichiatria ufficiale. Nei luoghi deputati di questa psichiatria gli sono state aperte le porte: nessuno oggi si azzarda a fare un’esplicita difesa dell’istituzione psichiatrica intesa come istituzione di contenimento. La distruzione del manicomio è accolta da tutti, ma credo che spesso si dica una cosa e se ne faccia un’altra. Basaglia, nell’esperienza psichiatrica italiana, è in realtà un cane morto. Si va avanti diritti nella convinzione che la medicalizzazione della cosiddetta follia sia la linea da seguire, con tutta la fiducia accordata alla scoperta scientifica e al continente delle neuroscienze, il cui obiettivo è di costruire la catalogazione delle malattie mentali.
Ho conosciuto direttamente persone che hanno avuto esperienze con le strutture della cura psichiatrica e quasi mai ne ho ricavato una bella immagine. La velocità con cui a una situazione viene collegata un’etichetta è molto rapida, perfino là dove ci dovrebbe essere maggior cautela, vista la storia passata. Lo stigma della malattia mentale non è davvero scomparso. Una volta c’era anche uno stigma legato alla psicoanalisi, le persone che erano in analisi non amavano dirlo, ma questo era un piccolo stigma, invece, ancora oggi, se affermi di essere psichiatrizzato, la tua identità si sgretola agli occhi degli altri e anche ai tuoi stessi occhi. È un territorio estremamente delicato, è molto facile che certe parole (psicosi, schizofrenia, disturbo bipolare, ecc.) vengano usate, e una volta usate rimangano appiccicate addosso alla persona.
Quanta civiltà c’è in un operare che non vuole applicare etichette? In una pagina delle sue Conferenze brasiliane Basaglia afferma che non è una questione di diagnosi, ma di saper descrivere la crisi di vita che si ha di fronte. Non arrivereia dire che la filosofia può sostituire gli psicofarmaci, fa un po’ ridere. Fa però meno ridere se alla filosofia diamo un ruolo. Cosa se ne fa Basaglia della filosofia? La filosofia stessa diventa per lui qualcos’altro. Prima di dare un’etichetta, di fare una diagnosi, forse c’è da fare un’operazione – e qui può entrare in gioco la fenomenologia – di sospensione del giudizio. Basaglia si identifica con questa difficile lotta, difficile perché i numeri sono grandi: cinquecento, mille persone ricoverate in manicomio. È molto complicato lavorare singolarmente conquesti numeri, perché le istituzioni hanno già livellato. Basaglia sospende il giudizio e ipotizza un lavoro inimmaginabile quanto a impegno, strutture, personale, formazione, che entri nelle storie singole, storie che possono anche non essere cupe. La storia del San Giovanni liberato è anche una storia di feste (“Marco Cavallo” e tante altre situazioni), Basaglia libera anche una voglia di allegria.
Prima ancora di ogni terapia bisogna analizzare la crisi di vita. Come si fa? Come utilizza Basaglia la sua formazione psichiatrica? La psichiatria non va rifiutata, va messa in una situazione di sospensione rispetto all’attenzione alle crisi di vita. Con questo Basaglia apre il campo a tutta una serie di implicazioni e magari anche a una ripresa di interesse nei confronti della psicoanalisi. Imparare a sospendere il giudizio, a rallentare la velocità con cui si stigmatizza, ecco il punto. Se esiste il manicomio, l’etichetta coincide con l’entrata in manicomio; se entri lo stigma è immediato. Ma anche quando abbiamo distrutto il manicomio permane il problema della velocità del-l’etichetta, nell’individuo e nella società, in ognuno di noi (sesso, età, provenienza, colore della pelle, cultura).

La guerra civile islamica


Luca Geronico Avvenire 29 novembre 2013

L'uso capitalistico del territorio


M. Baioni, I. Bonirubini, E. Salzano: La città non è solo un affare, Aemilia University Press, pp. 141

La città non è solo un affare 
URBANISTICA - «La città non è solo un affare», un volme collettivo per Aemilia University Press
Quella rendita che distrugge il legame sociale

L'uso capitalistico del territorio ha visto conniventi amministrazioni pubbliche e imprese immobiliari e finanziarie


TAGLIO BASSO - Piero Bevilacqua il manifesto 2013.11.29 - 11 CULTURA

Dopo una lunga attività di urbanista impegnato sui territori di tante città italiane, il lavoro di consigliere comunale a Roma e a Venezia, consigliere regionale nel Veneto, una intensa produzione di saggista, l'attività di docente all'Università di Venezia, Edoardo Salzano ha accolto il pensionamento come occasione di una nuova sfida. Ha aperto un sito, Eddyburg, che in 10 anni di attività si è guadagnato un posto centrale sui temi della città, del territorio, dell'ambiente, del paesaggio e delle culture urbanistiche. Non pago del contributo dato alla riflessione sulle città, in una Italia che ha perduto ogni memoria di progettualità urbana, Salzano con altri amici organizza ogni anno la «scuola di Eddyburg», dedicata a temi specifici, a cui partecipano giovani provenienti da tutta Italia. Ora, dai temi dedicati dalla scuola nell'edizione degli ultimi due anni ha tratto un volume a più voci, (M. Baioni, I. Bonirubini, E. Salzano, La città non è solo un affare, Aemilia University Press, pp. 141) che offre un contributo importante alla riflessione sulle trasformazioni subite dalle città nella società industriali e sulle loro possibili prospettive.

Il volume si articola essenzialmente in tre ampi saggi, il primo, di Ilaria Bonirubini, riprende la riflessione teorica sulla categoria di sviluppo, sottoponendola a una critica serrata sulla base della saggistica più o meno recente, il secondo di Salzano, dedicato alla rendita fondiaria urbana e il terzo di Mauro Baioni, impegnato a dar conto di Città e territorio in Italia: gli effetti di un ventennio senza regole. Salzano riprende l'antico tema della rendita fondiaria - che tanto peso ha avuto nel determinare l'evoluzione storica delle nostre città - risalendo alle categorizzazioni di Marx e alle riflessioni più recenti di Claudio Napoleoni, ma con uno sguardo finale sulle varie modalità con cui essa ha pesato in Italia nell'ultimo cinquantennio. 
Nell'epoca della finanziarizzazione sempre più spinta e senza regole dell'economia, dove il danaro crea direttamente altro danaro, la rendita urbana ha conosciuto una nuova e più perversa fioritura. Tra proprietà dei suoli e banche, antico connubbio della storia nazionale, si è creata un'alleanza di nuovo tipo, che - ricorda Salzano - solo una nuova sovranità della politica può spezzare. Ma la politica è stata sovranamente distante da questo ambito, salvo ad aprire spazi di libertà eslege alla circolazione del danaro. E dove è stata presente ha costituito anzi l'anello fondamentale dell'alleanza tra rendita e finanza. 
Per trasformare il suolo incolto in edificio e dunque in merce vendibile, è sempre necessario che il potere amministrativo locale approvi, dia licenza. E dunque in nome dello sviluppo e del progresso, della creazione di posti di lavoro ( nuova motivo pubblicitario del capitale nell'epoca della disoccupazione di massa) la politica ha offerto libertà illimitata di consumo di suolo.
Baioni si incarica di mostrare quel che un ventennio di assoluta libertà del capitale finanziario e della rendita urbana ha prodotto sul tessuto vivo del nostro territorio. Ne emerge un quadro davvero singolare. Secondo l'Agenzia del territorio, ricorda Baioni, nel nostro paese ad ogni 100 famiglie corrispondono 127 abitazioni nel Nord Italia, 129 nel centro e 141 al Sud. In tutto circa 8 milioni di abitazioni in eccesso, rispetto al numero delle famiglie. Si tratta di un complesso abitativo fatto di seconde e terze case, di alloggi affittati, oppure vuoti e in attesa di essere venduti. Un patrimonio sovrabbondante formatosi nei decenni della seconda metà del Novecento, che sempre meno ha ubbidito alle necessità abitative degli italiani e sempre più alla ricerca di valorizzazione del capitale e della rendita. 
Significativamente, a fronte di una popolazione nazionale stagnante, ravvivata solo dal flusso delle immigrazioni, negli ultimi 10 anni sono stati realizzati circa 2.500.000 nuovi alloggi. « È come - ricorda l'autore - se avessimo costruito dal nulla due città grandi come Roma». Siamo di fronte, come si comprende facilmente, a una enormità sotto il profilo territoriale e ambientale. Costruire oltre 1 miliardo di metri cubi di cemento in 10 anni significa aprire una ferita devastante al nostro fragile e mal messo territorio. Ma la vicenda mostra non solo la dissennatezza ambientale del nostro capitalismo. Denuncia anche la sua vocazione parassitaria, la sua ricerca di un investimento protetto, che non crea nuovi prodotti o servizi, ma consuma una materia prima a buon mercato, eppure così decisiva per la sicurezza di tutti noi: il suolo nazionale.

giovedì 28 novembre 2013

La prostrazione dell'Europa alla fine della Seconda guerra mondiale: tradotto il libro di Keith Lowe

Keith Lowe: Il continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra mondiale, Laterza

Risvolto

La seconda guerra mondiale lascia un’Europa nel caos. Un continente devastato, città intere rase al suolo, più di 35 milioni di morti. Ma la distruzione non è solo fisica: è anche sociale, politica, morale. Legge e ordine sono praticamente inesistenti. Istituzioni per noi oggi scontate, come governo e polizia, sono sparite o disperatamente compromesse. Non ci sono scuole né giornali. Non ci sono trasporti, né possibilità di comunicare. Non ci sono banche, ma tanto il denaro non ha più alcun valore. Non ci sono negozi, perché nessuno ha alcunché da vendere. Non c’è cibo. Non sembra essere nemmeno chiaro ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La gente ruba tutto quel che vuole. Uomini in armi vagano per le strade minacciando chiunque intralci il cammino. Non c’è vergogna. Non c’è moralità. C’è solo sopravvivenza. Per le generazioni attuali è difficile figurarsi un mondo del genere, eppure ci sono ancora centinaia di migliaia di persone che hanno sperimentato proprio questo, e non in angoli sperduti del globo, ma nel cuore di quella che per decenni è stata considerata come una delle più stabili e sviluppate regioni della terra. Il continente selvaggio racconta per la prima volta il lato oscuro e sconosciuto di quegli anni. È in assoluto la prima storia complessiva del periodo che va dalla seconda guerra mondiale all’inizio della Guerra fredda. È il ritratto di un’Europa dura, sconvolgente, inedita. Una storia che non è stata mai scritta prima. Il continente selvaggio è stato tradotto in 14 lingue, recensito dalle testate giornalistiche più prestigiose, in cima alle classifiche inglesi, spagnole e americane.

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Secondo dopoguerra
L'Europa in un abisso di sangue e vendetta
di Vittorio Emanuele Parsi Il Sole 24 Ore Domenica 12.1.14

«L'immediato dopoguerra è uno dei periodi più importanti della nostra storia recente. Se la Seconda guerra mondiale distrusse il vecchio continente, il primo dopoguerra fu il caos proteiforme da cui si formò la nuova Europa». È dedicato esattamente allo studio di «questo tempo violento e vendicativo» nel quale «molte delle nostre speranze, aspirazioni, pregiudizi e risentimenti presero forma», il volume di Keith Lowe, che assai tempestivamente esce in edizione italiana, Il continente selvaggio. L'Europa alla fine della Seconda guerra mondiale. È un colossale, impressionante affresco delle condizioni europee tra il 1944 e il 1949, gli anni in cui per diversi Paesi europei si concluse la II guerra mondiale, senza che però si esaurissero le tante guerre locali (civili, di classe ed etniche) che ne intrecciarono il corso, alimentandola ed essendone a loro volta alimentate.
Il libro, magistralmente scritto da Keith Lowe, uno storico non accademico che dimostra tutte le qualità di scrupoloso ricercatore e di suggestivo narratore di Niall Ferguson, è diviso in quattro parti. La prima, dedicata all'eredità della guerra con il suo carico di distruzione fisica e morale, descrive con lucidità il paesaggio di un continente devastato dalla scomparsa di popoli interi, caratterizzato da una fame che sarebbe oggi inconcepibile associare all'Europa, da spostamenti forzosi e violenti di milioni di persone in uno scenario di caos totale, in cui città rase al suolo e infrastrutture devastate hanno riportato la condizione umana ai tempi più bui del Medioevo.
L'Europa tutta era un continente senza legge né ordine, in cui il sangue sarebbe cessato di scorrere solo mesi e talvolta anni dopo l'8 maggio del 1945, data della capitolazione tedesca. La sete di sangue rinfocolata o scatenata dalla brutalità senza precedenti con cui venne condotta la guerra, provocò una volontà di vendetta che attraversò l'intera Europa. Ed è proprio alle forme della vendetta che è dedicata la seconda parte del libro, e ne fa il primo studio generale sul ruolo che la vendetta giocò all'indomani della guerra, colmando un vero e proprio vuoto storiografico, finora prevalentemente oggetto di pamphlet partigiani e superficiali. Dalla questione della sorte dei prigionieri di guerra germanici allo sfruttamento schiavistico delle minoranze tedesche in Polonia, Cecoslovacchia, a quello delle epurazioni nei confronti dei collaborazionisti: ogni singolo aspetto della vendetta sui vinti è preso in considerazione e indagato con scrupoloso rigore, compresi i temi scomodi delle violenze degli ex internati ebrei e dei deportati nei confronti dei propri carcerieri e della popolazione tedesca più in generale, oltre a quello, particolarmente odioso, della vendetta su donne colpevoli di avere "fraternizzato" con gli occupanti e sui bambini frutto di quelle unioni.
La terza parte considera la gigantesca questione della pulizia etnica che, iniziata da Hitler nei confronti degli ebrei, venne poi proseguita da polacchi, cechi, magiari, romeni trasformando l'Europa centro-orientale in qualcosa di radicalmente diverso da quel caleidoscopio etnico e religioso che era sempre stata. L'ultima parte, infine, è dedicata alla lotta per fare dell'esito della II guerra mondiale la piattaforma per la diffusione della rivoluzione in tutta Europa, contrassegnata dalle scelte democratico-parlamentari delle dirigenze comuniste in Italia e Francia, dalla tremenda guerra civile greca, dall'assoggettamento al potere comunista di tutti i Paesi occupati dall'Armata Rossa e dall'eroica resistenza opposta per oltre un lustro dalle forze partigiane in Ucraina e nei Paesi Baltici.
Quello di Lowe è un libro mai banale e sempre documentatissimo, che ha riscosso un grande successo di pubblico e di critica, e che, soprattutto, ci aiuta a ricordare in quale abisso d'orrore era scivolata la "civilissima" Europa così da poter meglio apprezzare la grandiosità politica e morale della sua attuale unificazione politica.

Trasformazione della rappresentanza o fine della democrazia moderna?

Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla rappresentanza
Nulla si comprende di ciò che è accaduto e sta accadendo senza tener fermo che democrazia significa riconoscimento e inclusione delle classi subalterne. Quando i rapporti di forza sono squilibrati, come oggi, non c'è rappresentanza che tenga. Gli alti lai sulla crisi rimuovono sistematicamente questo fatto: la mitica crisi della rappresentanza non è che l'epifenomeno della fine della democrazia moderna come riscossa proprietaria nell'ambito di un conflitto politico sociale sempre più duro. O si è all'altezza di rispondere a questa durezza, oppure è inutile lamentarsi [SGA].

Nadia Urbinati: Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla rappresentanza, Feltrinelli, pagg. 208, euro 18


Risvolto
In Ungheria il primo ministro fa approvare una riforma che restringe libertà e diritti civili; in Islanda i cittadini ricorrono al sorteggio per eleggere un'assemblea che riscriva la Costituzione; in Italia un movimento antipartito cerca con il web di trasportare la democrazia "in diretta" all'interno della democrazia rappresentativa. C'è da chiedersi che cosa stia succedendo in questi anni alla democrazia. Si può parlare di una vera crisi, nonostante la democrazia sia per definizione un governo della crisi? O non si tratta invece soltanto di una delle molte metamorfosi che questa forma politica ha conosciuto nella sua ricca storia? Nadia Urbinati parte dall'analisi delle mutazioni in atto per capire come sia possibile realizzare oggi la promessa democratica di tenere assieme uguaglianza e libertà politica. La democrazia moderna ha oscillato tra il rischio di degenerazione oligarchica delle sue leadership elette e l'impossibilità di garantire a tutti lo stesso diritto di contare o un'uguale opportunità di voce. Dall'antica polis ateniese fino al contemporaneo videopopulismo, la democrazia è sempre stata un regime instabile, precario, in perpetuo movimento, ma proprio per questo equipaggiato a superare le fasi di rottura e transizione, la perdita di legittimità. Essendo fondata su quell'unità artificiale di concrete diversità che è la sovranità del popolo, ha dovuto affrontare una serie di intrinseci paradossi, inventando periodicamente nuove procedure e nuove istituzioni. 
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Anticipazione di un saggio sulla crisi della rappresentanza
Quando la democrazia funziona in presa diretta
di Nadia Urbinati  Repubblica 28.11.13
L’11marzo 2013, il parlamento ungherese ha approvato modifiche sostanziali alla Costituzione che limitano i poteri dell’Alta corte e le libertà civili. Il procedimento di revisione è stato promosso dal Partito nazional-populista Fidesz che controlla la maggioranza dei seggi in parlamento. Tra i ventidue articoli modificati spiccano quelli che rendono lecite le limitazioni della libertà d’espressione (...). Alle preoccupazioni sollevate dai rappresentanti dell’Unione europea, Viktor Orbán, leader della maggioranza, ha risposto (...): «La gente si preoccupa delle bollette, non della Costituzione».
Pochi mesi prima, il 20 ottobre 2012, in Islanda i cittadini approvavano con referendum la nuova Costituzione. Al testo erano giunti dopo un processo radicalmente democratico e non pilotato da una maggioranza parlamentare. Nel 2009, un an-no dopo lo scoppio della crisi finanziaria che atterrò l’economia islandese, per iniziativa di alcune associazioni della società civile, un’Assemblea di millecinquecento persone (in maggioranza sorteggiate) si riunì per discutere e poi suggerire i punti della riforma della Costituzione. L’anno successivo, un Consiglio costituzionale veniva eletto a suffragio universale in base a candidature che escludevano parlamentari e membri dei partiti. I venticinque eletti, non politici di professione ma ordinari cittadini, giunsero all’approvazione della nuova carta dopo una diretta discussione con i cittadini tramite Facebook e Twitter. (...) Due storie che testimoniano la schizofrenia nella quale il sistema democratico si dibatte. Le democrazie contemporanee manifestano un sorprendente paradosso: il sistema democratico gode di un sostegno egemonico e perfino di un’attrattiva universale (...), eppure le sue esistenti forme di funzionamento sono sotto pressione a causa in primo luogo di un declino di legittimità. (...) Dall’Italia viene il terzo esempio. A partire dai primi anni del ventunesimo secolo, Beppe Grillo, già conosciuto al largo pubblico per la sua attività di comico, negli anni novanta si è fatto promotore di un movimento di denuncia satirica del fenomeno di corruzione politica a cascata che Tangentopoli ha messo davanti agli occhi della pubblica opinione. In pochi anni, da cantastorie di piazza la sua attività si è trasformata nel 2005 in vera e propria agitazione po-litica, grazie alla creazione di un blog personale (beppegrillo.it), progettato e gestito dall’azienda di Gianroberto Casaleggio.(...) A pochi anni dalla sua fondazione, il movimento di Grillo ha operato la trasformazione da movimento di opinione a movimento politico, senza perdere la sua originaria identità non partitica epoi sempre più antipartitica. (...) Pur non avendo riscritto la Costituzione formale, il M5S ha riscritto una parte importante della pratica politica organizzata e gestita dai partiti, introducendo un elemento di “direttezza” nella democrazia rappresentativa, dando vita a quel che con un ossimoro chiamerò democrazia rappresentativa in diretta. Alcuni studiosi propongono di includere questo tipo di movimento nel fenomeno populista, altri invece sostengono che, benché condivida alcuni temi propri dei populismi di destra (per esempio, l’avversione per gli immigrati e l’antieuropeismo), si tratti tuttavia di un soggetto politico di nuovo tipo, caratterizzato non dall’appello al popolo ma dall’orizzontalità comunicativa tra cittadini. (...) Possiamo intanto dire che la democrazia cambia di segno con l’avanzare della politica web-diretta, la quale fa rinascere, trasformandolo, il mito dell’autogoverno diretto (l’antica promessa democratica dell’autonomia), con il rischio tuttavia di generare forme politiche identitarie, demagogiche o populistiche, modi di fare politica che escludono e discriminano, che gettano le basi, come in Ungheria, di una vera e propria tirannia della maggioranza. Ma l’appello all’autogoverno diretto non è un ritorno all’antico e nemmeno una rinascita delle forme assembleari di democrazia proprie della contestazione studentesca e operaia degli anni sessanta (...). È invece una nuova e aggiornata rinascita partecipazionista che non rifiuta le forme indirette di partecipazione, come la rappresentanza parlamentare e il suffragio elettorale, ma le cambia, le adatta, le stravolge (...). Democrazia rappresentativa diretta vuole essere democrazia elettorale in-diretta, dunque, senza i partiti politici e attuata attraverso movimenti in rete che raccordano il dentro e il fuori delle istituzioni, ma senza alcun controllo sulle forme di questo raccordo, senza alcuna certezza procedurale che esso sia realizzato secondo regole che danno ai cittadini un potere censorio non aleatorio o invece secondo il ruolo preminente degli animatori della rete o, come nel caso del M5S, dei proprietari privati del blog.

Togliatti, Secchia e la democrazia italiana. Formica a Macaluso


Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismoInutile ricordare che dobbiamo a Rino Formica la geniale definizione della politica come "sangue e merda". Quanto scrive non è condivisibile ma si capisce subito che qui abbiamo a che fare con un uomo di ben altra pasta rispetto a quanto si vede oggi in giro [SGA].

Leggi anche qui e qui

Risposta a Macaluso

Dalla via italiana di Togliatti all’autonomismo del Psi

di Rino Formica l’Unità 28.11.13


Pubblichiamo ampi stralci del testo inviato dall’ex ministro socialista a Emanuele Macaluso a proposito del suo libro «Comunisti e riformisti»

Caro Emanuele,
ho letto il tuo libro e dico subito che vi ho trovato conferma del fatto che passione e rigore possono essere tenuti assieme solo a partire da una grande esperienza politica, la tua, vissuta, tra l’altro in un rapporto diretto con Togliatti.
Il Togliatti da te raccontato (con il supporto di una corposa e selezionata documentazione) risulta un personaggio «incompreso». Infatti la via italiana al socialismo fu osteggiata dall’Urss e dal suo agente fiduciario ancorché di grande spessore politico e intellettuale, Secchia.
Una accorta storiografia oggi non registra più incertezze su questo punto, che tra la visione della democrazia progressiva che è stata di Secchia e quella di Togliatti non vi è solo una differenziazione tattica ma è di sostanza. Nella visione di Secchia le vie nazionali alla democrazia di matrice terzinternazionalista sono l’espediente per «entrare» nel campo della democrazia borghese per decretarne le incompatibilità e su queste innestare processi conflittuali a sbocco rivoluzionario. In Togliatti, all’opposto, l’idea della via nazionale al socialismo deve trovare le «vie» per rendersi compatibile e accompagnarsi per un lungo tratto con le esperienze di liberaldemocrazia, pena lo stesso esaurimento del progetto rivoluzionario e, dall’altro, l’affievolimento dello spirito delle Costituzioni di natura liberal-borghese. Gli interventi di Togliatti alla Costituente vanno letti come un continuo e travagliato esercizio di costruzione di un ponte tra queste visioni delle «Costituzioni delle libertà», diverse ma non estranee, le libertà e i diritti individuali e le libertà e i diritti dei movimenti sociali organizzati.
Questa è la grande operazione politica, vincente, di Togliatti, il legame indissolubile e la formazione di un blocco unico tra democrazia-antifascismo-Costituzione; questo è il suo capolavoro e, al tempo stesso, la grande scommessa di agganciare con la formula della democrazia progressiva le grandi correnti democratiche che si alzavano dalla nuova Europa e dalle frontiere liberate dai totalitarismi.
Il punto è che la via italiana al socialismo (con annesse «riforme di struttura») si costruisce tutta attorno a questo asse sistemico e ideologico. Fu, per Togliatti, un deliberato ed efficace esorcismo della questione democratica. Togliatti non risolse mai, fino al Memoriale di Yalta, il problema della democrazia e tutte le citazioni dei testi togliattiani da te utilizzate confermano questo nodo politico e teorico. Il modello democratico nazionale, per Togliatti, non ha il carattere generale, classico della liberaldemocrazia ma quello particolare segnato dalla Resistenza e dalla Costituzione.
Nell’importante intervento svolto da Togliatti l’11 marzo del 1947 all’assemblea costituente sul primo progetto di Costituzione, il leader del Pci definisce bene il ruolo che l’antifascismo deve avere nella costruzione del modello di democrazia nazionale, nel presidio della democraticità della Costituzione e colloca la «via italiana» e la «democrazia progressiva» in questo preciso punto di incontro-scontro tra forze democratiche e reazionarie. In sostanza l’antifascismo per Togliatti (ma per l’intera sinistra italiana perfino in quella di matrice socialdemocratica) non è semplicemente un sentimento democratico, un sentimento da alimentare di continuo con l’impegno civile e politico nella dialettica liberaldemocratica ma è il filtro selettivo delle nuove classi dirigenti, tanto più legittimate a governare quanto più ispirate dai principi «sociali» e di emancipazione.
Ed è su questo terreno della legittimazione antifascista delle forze politiche, al quale viene attribuito un valore discriminante (dentro o fuori la democrazia) che si forma lo schema compromissorio del sistema politico nazionale, schema che sarà ripreso e sviluppato dalle due culture politiche protagoniste della Costituente: il comunismo italiano e il cattolicesimo democratico.
E veniamo all’altro snodo del tuo libro: il Psi e il valore fondante dell’unità del movimento operaio inteso come scenario di fondo che ha, con alterne vicende, dominato la linea dei due partiti di massa della Sinistra italiana sino quasi alla fine degli anni ’70. Su questo punto va detto con chiarezza che il Psi non solo è dentro la logica unitaria ma ne è condizionato. Anche l’autonomismo di Nenni ne è subalterno. Infatti l’operazione del Psu è finalizzata ad accrescere il potere contrattuale dei socialisti (unificati) nei confronti della Dc ma non del Pci. L’autonomismo di Nenni non fuoriesce in nessun caso dall’unità del movimento dei lavoratori, che resta in vincolo ideologico del socialismo italiano, fino a Craxi.
Tu sei convinto che la svolta di Berlinguer (una svolta «azionista» la chiami) trova una giustificazione nella radicalizzazione dell’autonomismo di Craxi, e vedi giusto. Dove non convengo con te è su un giudizio indifferenziato e negativo delle due svolte, di Craxi e di Berlinguer, anche se si sono tenute assieme e assieme sono cadute e soprattutto è difficile da sostenere che una ripresa (creativa) della «vita italiana» di Togliatti (come ebbe a sostenere Napolitano nel 1981 in polemica con Berlinguer) avrebbe consentito da sola la ripresa del rapporto unitario a sinistra e dato l’avvio alla normalizzazione del sistema politico nazionale. Così come è da condividere pienamente l’idea, con la quale chiudi il libro, secondo cui il cortocircuito tra diversità-questione moralegiustizialismo non soltanto è completamente estraneo alla tradizione del togliattismo e del comunismo italiano, anzi ne capovolge la logica «laica» (la laicità della politica è propria della visione di Togliatti) ma ha compromesso (e speriamo non definitivamente distrutto) l’identità della Sinistra in Italia. Resta il dubbio che questa miscela di nuovismo e giustizialismo abbia rappresentato il propellente per le involuzioni e le miserie della Seconda Repubblica.