sabato 30 novembre 2013
L'uso capitalistico del territorio
M. Baioni, I. Bonirubini, E. Salzano: La città non è solo un affare, Aemilia University Press, pp. 141
URBANISTICA - «La città non è solo un affare», un volme collettivo per Aemilia University Press
Quella rendita che distrugge il legame sociale
L'uso capitalistico del territorio ha visto conniventi amministrazioni pubbliche e imprese immobiliari e finanziarie
TAGLIO BASSO - Piero Bevilacqua il manifesto 2013.11.29 - 11 CULTURA
Dopo una lunga attività di urbanista impegnato sui territori di tante
città italiane, il lavoro di consigliere comunale a Roma e a Venezia,
consigliere regionale nel Veneto, una intensa produzione di saggista,
l'attività di docente all'Università di Venezia, Edoardo Salzano ha
accolto il pensionamento come occasione di una nuova sfida. Ha aperto un
sito, Eddyburg, che in 10 anni di attività si è guadagnato un posto
centrale sui temi della città, del territorio, dell'ambiente, del
paesaggio e delle culture urbanistiche. Non pago del contributo dato
alla riflessione sulle città, in una Italia che ha perduto ogni memoria
di progettualità urbana, Salzano con altri amici organizza ogni anno la
«scuola di Eddyburg», dedicata a temi specifici, a cui partecipano
giovani provenienti da tutta Italia. Ora, dai temi dedicati dalla scuola
nell'edizione degli ultimi due anni ha tratto un volume a più voci, (M.
Baioni, I. Bonirubini, E. Salzano, La città non è solo un affare,
Aemilia University Press, pp. 141) che offre un contributo importante
alla riflessione sulle trasformazioni subite dalle città nella società
industriali e sulle loro possibili prospettive.
Il volume si articola
essenzialmente in tre ampi saggi, il primo, di Ilaria Bonirubini,
riprende la riflessione teorica sulla categoria di sviluppo,
sottoponendola a una critica serrata sulla base della saggistica più o
meno recente, il secondo di Salzano, dedicato alla rendita fondiaria
urbana e il terzo di Mauro Baioni, impegnato a dar conto di Città e
territorio in Italia: gli effetti di un ventennio senza regole. Salzano
riprende l'antico tema della rendita fondiaria - che tanto peso ha avuto
nel determinare l'evoluzione storica delle nostre città - risalendo
alle categorizzazioni di Marx e alle riflessioni più recenti di Claudio
Napoleoni, ma con uno sguardo finale sulle varie modalità con cui essa
ha pesato in Italia nell'ultimo cinquantennio.
Nell'epoca della
finanziarizzazione sempre più spinta e senza regole dell'economia, dove
il danaro crea direttamente altro danaro, la rendita urbana ha
conosciuto una nuova e più perversa fioritura. Tra proprietà dei suoli e
banche, antico connubbio della storia nazionale, si è creata
un'alleanza di nuovo tipo, che - ricorda Salzano - solo una nuova
sovranità della politica può spezzare. Ma la politica è stata
sovranamente distante da questo ambito, salvo ad aprire spazi di libertà
eslege alla circolazione del danaro. E dove è stata presente ha
costituito anzi l'anello fondamentale dell'alleanza tra rendita e
finanza.
Per trasformare il suolo incolto in edificio e dunque in
merce vendibile, è sempre necessario che il potere amministrativo locale
approvi, dia licenza. E dunque in nome dello sviluppo e del progresso,
della creazione di posti di lavoro ( nuova motivo pubblicitario del
capitale nell'epoca della disoccupazione di massa) la politica ha
offerto libertà illimitata di consumo di suolo.
Baioni si incarica di
mostrare quel che un ventennio di assoluta libertà del capitale
finanziario e della rendita urbana ha prodotto sul tessuto vivo del
nostro territorio. Ne emerge un quadro davvero singolare. Secondo
l'Agenzia del territorio, ricorda Baioni, nel nostro paese ad ogni 100
famiglie corrispondono 127 abitazioni nel Nord Italia, 129 nel centro e
141 al Sud. In tutto circa 8 milioni di abitazioni in eccesso, rispetto
al numero delle famiglie. Si tratta di un complesso abitativo fatto di
seconde e terze case, di alloggi affittati, oppure vuoti e in attesa di
essere venduti. Un patrimonio sovrabbondante formatosi nei decenni della
seconda metà del Novecento, che sempre meno ha ubbidito alle necessità
abitative degli italiani e sempre più alla ricerca di valorizzazione del
capitale e della rendita.
Significativamente, a fronte di una
popolazione nazionale stagnante, ravvivata solo dal flusso delle
immigrazioni, negli ultimi 10 anni sono stati realizzati circa 2.500.000
nuovi alloggi. « È come - ricorda l'autore - se avessimo costruito dal
nulla due città grandi come Roma». Siamo di fronte, come si comprende
facilmente, a una enormità sotto il profilo territoriale e ambientale.
Costruire oltre 1 miliardo di metri cubi di cemento in 10 anni significa
aprire una ferita devastante al nostro fragile e mal messo territorio.
Ma la vicenda mostra non solo la dissennatezza ambientale del nostro
capitalismo. Denuncia anche la sua vocazione parassitaria, la sua
ricerca di un investimento protetto, che non crea nuovi prodotti o
servizi, ma consuma una materia prima a buon mercato, eppure così
decisiva per la sicurezza di tutti noi: il suolo nazionale.
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