
Pier Aldo Rovatti :
Restituire la soggettività. Lezioni sul pensiero di Franco Basaglia, con interventi di Mario Colucci, Peppe Dell’Acqua, Giovanna Gallio, Maria Grazia Giannichedda, Franco Rotelli, Ernesto Venturini, Michele Zanetti, Alpha & Beta pagg. 271, euro 15
Risvolto
Questo libro presenta al lettore le lezioni sul pensiero di Franco
Basaglia che Pier AldoRovatti ha tenuto a Trieste nell’ambito di un
corso di Filosofia teoretica. Ne risulta – con un linguaggio di grande
chiarezza – che Basaglia ha costruito lungo il suo straordinario
percorso, da Gorizia a Trieste, una riflessione decisamente originale
che lo colloca nella grande storia del pensiero contemporaneo.
Questa riflessione, che attraversa tutta la sua pratica, si condensa sul
problema della soggettività, e più specificamente su cosa significhi e
come sia possibile “restituire” la soggettività a coloro, come gli ex
internati in manicomio, ai quali è stata sottratta (ma poi anche a
ciascuno di noi nelle precarie condizioni culturali e sociali in cui
attualmente versiamo).
Il libro non ha la forma consueta del
saggio: piuttosto è una narrazione critica a caldo nella quale si
distende un dialogo continuo con gli studenti e con una serie di
testimoni eccellenti (Mario Colucci, Peppe Dell’Acqua, Giovanna Gallio, Maria Grazia Giannichedda, Franco Rotelli, Ernesto Venturini, Michele Zanetti) che portano il loro contributo di esperienze e di intelligenza intervenendo alle lezioni.
Quando c’erano i matti. La lotta di classe secondo Basaglia
Così il pensiero del grande psichiatra fu fortemente influenzato dalla filosofia marxista
di Pier Aldo Rovatti Repubblica 30.11.13
Come
si fa un corso su Basaglia? Noi leggiamo delle parole, ma Basaglia è
tutto rivolto alle pratiche. C’è o non c’è un pensiero di Basaglia? Io
credo che ci sia, ma non è un pensiero facile da disegnare. Possiamo
dire che abbia un’intonazione prevalentemente fenomenologica, ma dopo
aver usato questa espressione non siamo giunti da nessuna parte, perché
far rientrare Basaglia all’interno di una corrente filosofica significa
dissanguare, rendere astratta un’esperienza, che è solo in parte
un’esperienza di pensiero. Ci sono anche altri autori che entrano a far
parte del pensiero di Basaglia, ci sono Foucault, Goffman… andremo alla
ricerca di un’identificazione che ancora manca. Ma chi è Basaglia? Un
apolide? Qualcuno che non può essere inserito né nella storia della
psichiatria né in quella del pensiero?
C’è anche una parte del
pensiero di Basaglia fortemente influenzata dal marxismo, da cui preleva
alcune nozioni, come quella di una lotta di classe tra chi ha il potere
e chi lo subisce, in questo caso gli internati, caratterizzati dalla
parola “miseria”. Quando Basaglia entra nella bolgia infernale del
manicomio di Gorizia, quello che vede è la miseria. C’èun accoppiamento
nella testa di Basaglia tra psichiatria e miseria, tra quella
psichiatria che bisogna esercitare e la miseria di fronte alla quale ci
si trova quando si esercita la psichiatria dentro l’istituzione totale
del manicomio. Anche le storie triestine sono storie di povertà, miseria
ed esclusione. La parola esclusione spicca in tutta la riflessione di
Basaglia: gli esclusi, gli interdetti, gli emarginati. Perciò il suo
discorso è attuale, perché riguarda quel gioco tra inclusione ed
esclusione che comanda la nostra società, dove l’esclusione non è solo
quella sotto i nostri occhi, l’esclusione degli altri, sottoprivilegiati
o senza privilegi, ma ha a che fare anche con la vita comune,
l’esperienza del sentirsi esclusi può avvenire anche in situazioni di
non-miseria e anche quando non siamo oggetto di un effettivo rifiuto
sociale (rifiuto che molto spesso passa attraverso un’apparente
accoglienza).
Ho l’impressione che Basaglia –nomen che comprende
l’esperienza, il pensiero, gli effetti che produce – non sia stato
confinato, ma lentamente e gradualmente assimilato dalla psichiatria
ufficiale. Nei luoghi deputati di questa psichiatria gli sono state
aperte le porte: nessuno oggi si azzarda a fare un’esplicita difesa
dell’istituzione psichiatrica intesa come istituzione di contenimento.
La distruzione del manicomio è accolta da tutti, ma credo che spesso si
dica una cosa e se ne faccia un’altra. Basaglia, nell’esperienza
psichiatrica italiana, è in realtà un cane morto. Si va avanti diritti
nella convinzione che la medicalizzazione della cosiddetta follia sia la
linea da seguire, con tutta la fiducia accordata alla scoperta
scientifica e al continente delle neuroscienze, il cui obiettivo è di
costruire la catalogazione delle malattie mentali.
Ho conosciuto
direttamente persone che hanno avuto esperienze con le strutture della
cura psichiatrica e quasi mai ne ho ricavato una bella immagine. La
velocità con cui a una situazione viene collegata un’etichetta è molto
rapida, perfino là dove ci dovrebbe essere maggior cautela, vista la
storia passata. Lo stigma della malattia mentale non è davvero
scomparso. Una volta c’era anche uno stigma legato alla psicoanalisi, le
persone che erano in analisi non amavano dirlo, ma questo era un
piccolo stigma, invece, ancora oggi, se affermi di essere
psichiatrizzato, la tua identità si sgretola agli occhi degli altri e
anche ai tuoi stessi occhi. È un territorio estremamente delicato, è
molto facile che certe parole (psicosi, schizofrenia, disturbo bipolare,
ecc.) vengano usate, e una volta usate rimangano appiccicate addosso
alla persona.
Quanta civiltà c’è in un operare che non vuole
applicare etichette? In una pagina delle sue Conferenze brasiliane
Basaglia afferma che non è una questione di diagnosi, ma di saper
descrivere la crisi di vita che si ha di fronte. Non arrivereia dire che
la filosofia può sostituire gli psicofarmaci, fa un po’ ridere. Fa però
meno ridere se alla filosofia diamo un ruolo. Cosa se ne fa Basaglia
della filosofia? La filosofia stessa diventa per lui qualcos’altro.
Prima di dare un’etichetta, di fare una diagnosi, forse c’è da fare
un’operazione – e qui può entrare in gioco la fenomenologia – di
sospensione del giudizio. Basaglia si identifica con questa difficile
lotta, difficile perché i numeri sono grandi: cinquecento, mille persone
ricoverate in manicomio. È molto complicato lavorare singolarmente
conquesti numeri, perché le istituzioni hanno già livellato. Basaglia
sospende il giudizio e ipotizza un lavoro inimmaginabile quanto a
impegno, strutture, personale, formazione, che entri nelle storie
singole, storie che possono anche non essere cupe. La storia del San
Giovanni liberato è anche una storia di feste (“Marco Cavallo” e tante
altre situazioni), Basaglia libera anche una voglia di allegria.
Prima
ancora di ogni terapia bisogna analizzare la crisi di vita. Come si fa?
Come utilizza Basaglia la sua formazione psichiatrica? La psichiatria
non va rifiutata, va messa in una situazione di sospensione rispetto
all’attenzione alle crisi di vita. Con questo Basaglia apre il campo a
tutta una serie di implicazioni e magari anche a una ripresa di
interesse nei confronti della psicoanalisi. Imparare a sospendere il
giudizio, a rallentare la velocità con cui si stigmatizza, ecco il
punto. Se esiste il manicomio, l’etichetta coincide con l’entrata in
manicomio; se entri lo stigma è immediato. Ma anche quando abbiamo
distrutto il manicomio permane il problema della velocità
del-l’etichetta, nell’individuo e nella società, in ognuno di noi
(sesso, età, provenienza, colore della pelle, cultura).
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