sabato 30 novembre 2013
Ricordo di Eric Hobsbawm
Eric Hobsbawm, spirito libero
Fondazione Gramsci, un convegno per ricordare lo storico comunista
Villari,
Sassoon, Pons e Mazover fanno il punto sul pensiero dell’intellettuale
Presente anche Napolitano «La sua analisi sul capitalismo si ramifica in
un mondo sempre più interdipendente i cui tratti distintivi sono
l’ansietà
di Jolanda Bufalini l’Unità 30.11.13
e l’insicurezza»
Fece in tempo a vedere l’inizio della crisi e l’imbarazzo di chi aveva fallito nel prevedere la recessione e il credit crunch
ROMA
ALEGGIA LO SPIRITO IRONICO DI ERIC HOBSBAWM NEL CONVEGNO IN SUO
RICORDO, A UN ANNO DALLA SCOMPARSA, ORGANIZZATO DALLA FONDAZIONE GRAMSCI
NEL SALONE DELLA REGINA ALLA CAMERA, per quanto Rosario Villari, che ha
introdotto la discussione, avrebbe preferito un luogo meno paludato e
più informale. Nel pubblico c’è, ascoltatore attento, Giorgio Napolitano
che assiste ai lavori della mattina.
L’ironia anticonformista di
questo intellettuale britannico, cosmolipolita di origini ebree che
divenne comunista negli anni della Grande depressione, a Berlino, mentre
la Repubblica di Weimar finiva nella catastrofe, e rimasto comunista
fino alla fine, trova un posto significativo nei contributi dei tre
relatori della mattina. Donald Sassoon prende spunto da una cronaca del
Financial Times su una conferenza organizzata dal Tesoro britannico,
ospiti accademici ed economisti, grandi finanzieri come George Soros e
Paul Volcker, che fu a capo del Us Federal Reserve dal 1979 al 1987:
«Eric avrebbe amato essere lì a dire la sua sulla natura immutabile del
pensiero economico di fronte al cambiare delle circostanze economiche».
Si sarebbe divertito ad ascoltare, nei santuari del capitalismo
mondiale, le lamentele su «gli studenti che ormai possono ottenere una
laurea in economia senza conoscere le teorie di Keynes, Marx o Minsky,
senza avere mai sentito parlare della Grande Depressione». Hobsbawm fece
in tempo, nel 2007-2008, a vedere l’inizio della crisi e l’imbarazzo
dei «troppi economisti che avevano fallito nel prevedere la paralisi del
credito e la recessione. Non era tanto spiega Sassoon il «ritorno a
Marx» a fargli piacere, il suo marxismo essendo fortemente
antidogmatico, quanto «vedere la sua bestia nera, il capitalismo non
regolato, in difficoltà». Mark Mazover racconta l’attrazione che si creò
fra l’allora giovane storico britannico, che insegnava non nella
prestigiosa Cambridge ma al Birckback College, cioè in una scuola
fabiana, una scuola operaia, con Fernand Braudel, successore di Lucien
Febvre alla grande scuola parigina delle Annales. I due storici, il
primo già affermato, e il giovane alto, dinoccolato docente di un
college proletario, sembra si siano conosciuti nel 1954. Il sodalizio
che ne nacque, descritto da Mazover, fa rivivire il tempo di una ricerca
animata da uno spirito rivoluzionario, divertito, di assoluta libertà
che portò Hobsbawm a una battaglia contro l’accademia provinciale del
suo paese, abbarbicata alla storia economica, impegnata a tenere fuori
dalla porta (e dalle cattedre) gli studi sociali. Nel milieu di Braudel,
Heller, Thompson, Hobsbawm, invece, si apre alla storia sociale delle
arti, si crea una rete di giovani storici, Braudel apre l’accademia
francese ai rifugiati dell’Europa dell’Est. Quando finalmente Hobsbawm
ha la possibilità di approdare a Cambridge, l’autore de I banditi e de I
ribelli viene presentato da una lettera del maestro francese come «il
più grande storico».
Questo sguardo ricco, attento a come vivono
concretamente le persone, al loro «tenore di vita» è qualcosa che
alimenta il pensiero antiscolastico di Eric Hobsbawm, ed è il tema che
ha affrontato, nel suo intervento, da Donald Sassoon: «Sarebbe futile
esercizio teologico chiedersi se il suo approccio fosse marxista». Era,
certamente, materialista, «non nel senso che le idee non siano
importanti ma in polemica con le vecchie teorie (quelle di Max Weber)
che attribuiscono il trionfo del capitalismo allo spirito individualista
dell’imprenditore». Affina continuamente la sua ricerca e, certamente,
una delle costanti è, per esempio, nella Età del capitalismo la
«multicausalità». L’innovazione tecnologica come elemento propulsore
piuttosto che la lotta di classe, tratto certamente non ortodosso del
suo pensiero: «ferrovie, vapore e telegrafo furono i fattori che
potenziarono il capitalismo e permisero il boom delle esportazioni» e
produssero la prima globalizzazione. L’abolizione delle corporazioni, la
nascita delle libere imprese private, sono per lui «fattori pratici
piuttosto che credo ideologico nel liberismo». E nella molteplicità
delle cause c’è anche «la fortuna» come il fatto che Gran Bretagna e
Belgio avessero nel loro territorio tanto carbone. Ma c’è un tratto
sottolineato da Sassoon particolarmente interessante e attuale: «Il
capitalismo di Hobsbawm si ramifica in un mondo sempre più
interdipendente e unificato i cui tratti distintivi sono l’ansietà e
l’insicurezza». Una ansietà che era parte del sistema: dal 1860 i salari
operai cominciarono a crescere ma «un incidente poteva gettare un
lavoratore nella povertà più abietta». Ansietà delle classi medie «che
avevano paura di ogni cosa, la sedizione degli operai, l’incertezza
economica, l’improvviso cambiamento di status, il colera, gli ebrei, gli
irlandesi, e soprattutto lo spettro della povertà».
L’excursus di
Sassoon attraversa un altro aspetto cruciale, quello sul colonialismo,
per arrivare all’«età d’oro», il trentennio che inizia nel 1945, dopo la
fine del secondo conflitto mondiale, e con gli accordi di Bretton Woods
vede finalmente l’intervento regolatore dello Stato, il controllo
dirigista: «Hobsbawm non racconta un capitalismo teorizzato ma quello
esistente, in cui incide il fattore umano».
L’ironia di Hobsbawm,
nell’intervento di Silvio Pons, a cui è affidata la riflessione sulle
ultime opere dello storico, il Secolo breve, L’Età degli estremi, le
memorie autobiografiche, diventa ironia della storia. «La rivoluzione
russa ha conseguenze pratiche globali molto più importanti di quelle
della rivoluzione francese, paragonabili solo alla conquista
dell’Islam». E l’ironia è che fu proprio la rivoluzione del 1917 a
«salvare il capitalismo» non solo grazie alla sconfitta, in cui fu
decisivo Stalin, di Hitler, ma anche a causa della doppia arma della
minaccia di sistema e della pianificazione. Spiega Pons che Hobsbawm non
chiude gli occhi di fronte alla brutalità della economia di comando ma,
sostanzialmente, non crede alla possibilità di alternative alla
modernizzazione forzata imposta da Stalin. Ma «il volto non umano del
comunismo costrinse l’antagonista ad assumere un volto umano» e qui è
stata la sua attrattiva rispetto alle varianti socialdemocratiche. Pons
intreccia la ricerca storica con le memorie, nella ricerca del perché
«tanti sono stati comunisti» e chiude con una citazione: «Il sogno della
rivoluzione d’ottobre è ancora da qualche parte dentro di me, come il
testo cancellato che aspetta di essere riscoperto in un hard disk. Io
l’ho abbandonato, respinto, ma non dimenticato. Mi accorgo che, in
questi giorni, la mia memoria guarda all’Urss con una indulgenza e una
tenerezza che non sento per la Cina comunista, perché io appartengo alla
generazione per la quale la rivoluzione d’ottobre ha rappresentato la
speranza del mondo».
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