giovedì 28 novembre 2013
Trasformazione della rappresentanza o fine della democrazia moderna?
Nulla si comprende di ciò che è accaduto e sta accadendo senza tener fermo che democrazia significa riconoscimento e inclusione delle classi subalterne. Quando i rapporti di forza sono squilibrati, come oggi, non c'è rappresentanza che tenga. Gli alti lai sulla crisi rimuovono sistematicamente questo fatto: la mitica crisi della rappresentanza non è che l'epifenomeno della fine della democrazia moderna come riscossa proprietaria nell'ambito di un conflitto politico sociale sempre più duro. O si è all'altezza di rispondere a questa durezza, oppure è inutile lamentarsi [SGA].
Nadia Urbinati: Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla rappresentanza, Feltrinelli, pagg. 208, euro 18
Risvolto
In
Ungheria il primo ministro fa approvare una riforma che restringe
libertà e diritti civili; in Islanda i cittadini ricorrono al sorteggio
per eleggere un'assemblea che riscriva la Costituzione; in Italia un
movimento antipartito cerca con il web di trasportare la democrazia "in
diretta" all'interno della democrazia rappresentativa. C'è da chiedersi
che cosa stia succedendo in questi anni alla democrazia. Si può parlare
di una vera crisi, nonostante la democrazia sia per definizione un
governo della crisi? O non si tratta invece soltanto di una delle molte
metamorfosi che questa forma politica ha conosciuto nella sua ricca
storia? Nadia Urbinati parte dall'analisi delle mutazioni in atto per
capire come sia possibile realizzare oggi la promessa democratica di
tenere assieme uguaglianza e libertà politica. La democrazia moderna ha
oscillato tra il rischio di degenerazione oligarchica delle sue
leadership elette e l'impossibilità di garantire a tutti lo stesso
diritto di contare o un'uguale opportunità di voce. Dall'antica polis
ateniese fino al contemporaneo videopopulismo, la democrazia è sempre
stata un regime instabile, precario, in perpetuo movimento, ma proprio
per questo equipaggiato a superare le fasi di rottura e transizione, la
perdita di legittimità. Essendo fondata su quell'unità artificiale di
concrete diversità che è la sovranità del popolo, ha dovuto affrontare
una serie di intrinseci paradossi, inventando periodicamente nuove
procedure e nuove istituzioni.
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Anticipazione di un saggio sulla crisi della rappresentanza
di Nadia Urbinati Repubblica 28.11.13
L’11marzo
2013, il parlamento ungherese ha approvato modifiche sostanziali alla
Costituzione che limitano i poteri dell’Alta corte e le libertà civili.
Il procedimento di revisione è stato promosso dal Partito
nazional-populista Fidesz che controlla la maggioranza dei seggi in
parlamento. Tra i ventidue articoli modificati spiccano quelli che
rendono lecite le limitazioni della libertà d’espressione (...). Alle
preoccupazioni sollevate dai rappresentanti dell’Unione europea, Viktor
Orbán, leader della maggioranza, ha risposto (...): «La gente si
preoccupa delle bollette, non della Costituzione».
Pochi mesi prima,
il 20 ottobre 2012, in Islanda i cittadini approvavano con referendum la
nuova Costituzione. Al testo erano giunti dopo un processo radicalmente
democratico e non pilotato da una maggioranza parlamentare. Nel 2009,
un an-no dopo lo scoppio della crisi finanziaria che atterrò l’economia
islandese, per iniziativa di alcune associazioni della società civile,
un’Assemblea di millecinquecento persone (in maggioranza sorteggiate) si
riunì per discutere e poi suggerire i punti della riforma della
Costituzione. L’anno successivo, un Consiglio costituzionale veniva
eletto a suffragio universale in base a candidature che escludevano
parlamentari e membri dei partiti. I venticinque eletti, non politici di
professione ma ordinari cittadini, giunsero all’approvazione della
nuova carta dopo una diretta discussione con i cittadini tramite
Facebook e Twitter. (...) Due storie che testimoniano la schizofrenia
nella quale il sistema democratico si dibatte. Le democrazie
contemporanee manifestano un sorprendente paradosso: il sistema
democratico gode di un sostegno egemonico e perfino di un’attrattiva
universale (...), eppure le sue esistenti forme di funzionamento sono
sotto pressione a causa in primo luogo di un declino di legittimità.
(...) Dall’Italia viene il terzo esempio. A partire dai primi anni del
ventunesimo secolo, Beppe Grillo, già conosciuto al largo pubblico per
la sua attività di comico, negli anni novanta si è fatto promotore di un
movimento di denuncia satirica del fenomeno di corruzione politica a
cascata che Tangentopoli ha messo davanti agli occhi della pubblica
opinione. In pochi anni, da cantastorie di piazza la sua attività si è
trasformata nel 2005 in vera e propria agitazione po-litica, grazie alla
creazione di un blog personale (beppegrillo.it), progettato e gestito
dall’azienda di Gianroberto Casaleggio.(...) A pochi anni dalla sua
fondazione, il movimento di Grillo ha operato la trasformazione da
movimento di opinione a movimento politico, senza perdere la sua
originaria identità non partitica epoi sempre più antipartitica. (...)
Pur non avendo riscritto la Costituzione formale, il M5S ha riscritto
una parte importante della pratica politica organizzata e gestita dai
partiti, introducendo un elemento di “direttezza” nella democrazia
rappresentativa, dando vita a quel che con un ossimoro chiamerò
democrazia rappresentativa in diretta. Alcuni studiosi propongono di
includere questo tipo di movimento nel fenomeno populista, altri invece
sostengono che, benché condivida alcuni temi propri dei populismi di
destra (per esempio, l’avversione per gli immigrati e l’antieuropeismo),
si tratti tuttavia di un soggetto politico di nuovo tipo,
caratterizzato non dall’appello al popolo ma dall’orizzontalità
comunicativa tra cittadini. (...) Possiamo intanto dire che la
democrazia cambia di segno con l’avanzare della politica web-diretta, la
quale fa rinascere, trasformandolo, il mito dell’autogoverno diretto
(l’antica promessa democratica dell’autonomia), con il rischio tuttavia
di generare forme politiche identitarie, demagogiche o populistiche,
modi di fare politica che escludono e discriminano, che gettano le basi,
come in Ungheria, di una vera e propria tirannia della maggioranza. Ma
l’appello all’autogoverno diretto non è un ritorno all’antico e nemmeno
una rinascita delle forme assembleari di democrazia proprie della
contestazione studentesca e operaia degli anni sessanta (...). È invece
una nuova e aggiornata rinascita partecipazionista che non rifiuta le
forme indirette di partecipazione, come la rappresentanza parlamentare e
il suffragio elettorale, ma le cambia, le adatta, le stravolge (...).
Democrazia rappresentativa diretta vuole essere democrazia elettorale
in-diretta, dunque, senza i partiti politici e attuata attraverso
movimenti in rete che raccordano il dentro e il fuori delle istituzioni,
ma senza alcun controllo sulle forme di questo raccordo, senza alcuna
certezza procedurale che esso sia realizzato secondo regole che danno ai
cittadini un potere censorio non aleatorio o invece secondo il ruolo
preminente degli animatori della rete o, come nel caso del M5S, dei
proprietari privati del blog.
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