mercoledì 30 aprile 2014
Luminari della scienza, padri della patria
Risvolto
Aldo Semerari. Tra i più importanti criminologi dai tempi di Cesare
Lombroso. Amico di politici e potenti, di boss e faccendieri. Eminenza
grigia dell'eversione nera. Sfogliando l'album dei segreti d'Italia, da
piazza Fontana alla strage di Bologna, dal sequestro Moro all'omicidio
Amato, fino alla prima trattativa Stato-mafia, quella del sequestro
Cirillo, con regolarità, a un certo punto, spunta il suo nome. A volte
sullo sfondo, altre in primo piano, nelle foto ricordo del passato più
misterioso…
Lo psichiatra che custodiva i misteri dell’Italia nera
Un libro racconta Aldo Semerari Aiutò neofascisti e mafiosi Coinvolto nella strage di Bologna finì decapitato dalla camorra
di Enrico Bellavia Repubblica 29.4.14
Evocava i demoni, parlava con loro, e quando non c’erano era capace di
inventarseli. Bravo, bravissimo, Aldo Semerari, un’autorità della
psichiatria applicata alla sottile arte dell’impunità. Dalla sua arte,
per il suo ricettario, passarono un po’ tutti. Da Luciano Liggio alle
agguerrite batterie della Banda della Magliana di Nicolino Selis, Franco
Giuseppucci “il Fornaretto”, Marcello Colafigli. Da Alessandro
D’Ortenzi “zanzarone”,una specie di ufficiale di collegamento tra la
Banda e i “neri”, al clan dei Marsigliesi fino al boia di Albenga,
Luciano Luberti. Fior di criminali al suo cospetto diventavano agnelli
divorati dal male oscuro che li rendeva crudeli all’inverosimile. Lui
studiava e poi sentenziava: matto.
Per un insano di mente non c’è
posto in galera. E Aldo Semerari, il medico criminologo professore de La
Sapienza, era un biglietto da visita perché pluriassassini si
trovassero a scontare una manciata d’anni in quegli inferni chiamati
manicomi giudiziari e vedersi restituire la libertà in barba alla legge.
Perché
il professore era un nome, con la fama accademica, il brevetto
massonico, i rapporti con Licio Gelli e i modi risoluti di chi sa stare
al mondo abitando nella sottile linea che separa diritto e delitto.
Bussarono
al suo studio romano camorristi e mafiosi. E i “neri” alla Paolo
Signorelli o alla Fabio De Felice teorici, come il professore, di una
comune prospettiva rivoluzionaria per camicie nere e bolscevichi. E quei
grigi spioni che vivevano a cavallo. Un po’ qui a prendere
informazioni, ingaggiare mestatori spesso inconsapevoli, trafficare con
la verità e un po’ lì a confezionare verbali e veline buone a fabbricare
la realtà virtuale che tenne (tenne?) il Paese nella bolla delle stragi
negate, della giustizia impossibile, delle prove sparite.
Passò per
le sue mani anche un giovane Pier Paolo Pasolini e Semerari fu utile a
bollarlo come un omosessuale molesto. Precedente necessario per la
messinscena dell’Idroscalo.
Di quei demoni, in qualche modo, anche il
professore doveva essere vittima. Lo ritrovarono lontano dagli agi dei
salotti complottardi alle pendici di una collina dalla quale il boss
Raffaele Cutolo dominava la sua Ottaviano. Il capo qui, il corpo
altrove. Strangolato e poi decapitato nel macabro rituale degli
assassini che si accaniscono così sulla testa, sul cervello di chi
muore, punito per ciò che ha fatto in vita e potrebbe fare. Morì così il
professore, la mente che scrutava le menti. Perché lo uccisero rimane
un mistero a distanza di 32 anni.
Corrado De Rosa, (La Mente Nera ,
Sperling & Kupfer) psichiatra e scrittore, ha preso a scavare nella
vita di Semerari, frugando tra le pieghe dei suoi inarrivabili referti,
arrivando a far convergere una quantità di indizi su una data precisa:
il 2 agosto del 1980. È il giorno in cui una bomba alla stazione di
Bologna decreta la fine dell’età dell’innocenza di un Paese capace di
spargere altro sangue, più di quanto non fosse già accaduto a Milano e a
Brescia, perché quell’ondata di terrore fosse la coltre sotto cui
ammantare altri decenni di stabilità.
Il 26 agosto 1980 accusano
Semerari di avere avuto un ruolo non nella strage ma in ciò che l’aveva
preceduta. Due giorni dopo l’arrestano. Quando il Sisde del generale
Santovito mette in piedi il depistaggio chiamato “terrore sui treni”,
facendo ritrovare un borsone di armi che era passato proprio per le mani
del professore, lui in carcere capisce che può giocarsi la carta del
cedimento. Fa filtrare all’esterno che potrebbe parlare. Allora gli
amici, preoccupati, corrono a riprenderselo da quella cella, per tenerlo
buono un po’. Era il 9 aprile del 1981. Semerari non parlò e nella sua
testa fatta rotolare il primo aprile del 1982 dal camorrista Umberto
Ammaturo, rivale di Cutolo, che si autoaccusò, ma non venne creduto,
rimase sepolto il mistero di chi aveva davvero voluto la bomba alla
stazione di Bologna.
Il professore era arrivato a Napoli tre giorni
prima. Era andato a un appuntamento dal quale non era più tornato. Tra
la scomparsa e il ritrovamento Fiorella Carrara, la sua assistente e
principale confidente, fu vittima di uno strano suicidio nella sua casa
di Roma.
Nell’Italia del tritolo come argomento politico, degli
assassini dei giudici Mario Amato e Vittorio Occorsio, Aldo Semerari era
stato «un sarto tra le frange del potere malato», come scrive De Rosa.
Avanguardista
al crepuscolo del ventennio, poi comunista nella sua Puglia.
L’intelligence rossa gli negò però il visto per la Cecoslovacchia
dove l’allora giovane medico meditava di trasferirsi. Ripiegò su Roma e
virò di 180 gradi. Si ritrovò uomo di destra all’ombra di Fernando
Tambroni. Quando, molti anni dopo, lo spogliarono all’ingresso di quello
stesso carcere dove era entrato mille volte per lavoro, si accorsero
della svastica che si era tatuato. Se avessero frequentato il suo buen
retiro a Castel San Pietro, nel reatino, si sarebbero accorti del letto a
baldacchino nero con le croci uncinate e dei cimeli fascisti che teneva
in bella mostra. Nel mondo buio delle grisaglie ministeriali, lui si
segnalava per il nero ostentato nell’abbigliamento con quel cinturone da
Ss e la pistola appresso. Seduttivo e ipnotico, incantava studenti e
giudici sciorinando la scienza che gli era arrivata per via indiretta da
Cesare Lombroso, allevato com’era alla scuola del successore del
Maestro, Benigno Di Tullio.
Uscito dal carcere, fiaccato nello
spirito, provato nel corpo, Aldo Semerari temeva per la sua vita, si era
fatto guardingo. Non abbastanza per rendersi conto che neppure la sua
scienza lo avrebbe salvato dall’abitudine di prestare i propri servigi a
Cutolo e ai suoi avversari. Un doppiogiochista. Dissero così che lo
avevano fatto fuori per vendetta. Fecero rotolare quella testa, forse
l’unica che avrebbe potuto spiegare perché mai Aldo Moro era rimasto
nella prigione del popolo brigatista e Ciro Cirillo ne era potuto
uscire. Perché mai quegli stessi amici che si trovavano nello studio
Semerari erano riusciti a vedersi nella cella di Cutolo ad Ascoli per
accordare la musica che suonarono insieme camorristi e rivoluzionari,
ministri e piduisti, con i servizi (segreti?) sul podio a dirigere
l’orchestra.
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