martedì 12 aprile 2016

Angela non ricambia e Bolaffi per scorno azzanna i critici di Habermas

Review of Martin Sandbu, Europe’s Orphan: The Future of the Euro and the Politics of Debt, Princeton University Press: Princeton, 2015 
Appeared in London Review of Books, Vol. 38, No. 7, March 2016, pp. 7-10

La deriva antieuropea dei “nipoti” di Habermas 
In Germania gli ex allievi sfidano il filosofo. In nome di un nazionalismo di sinistra

ANGELO BOLAFFI Restampa 12 4 2016
Ametà degli anni ’80 del secolo scorso il dibattito tra storici segnò uno spartiacque nella vicenda politica e spirituale tedesca che mise davvero fine al dopoguerra in Germania. Fu Jürgen Habermas per primo, poi seguito da altri importanti autori, a intuire la velenosa pericolosità della tesi “revisionista” di Ernst Nolte che aveva parlato di un nesso causale tra l’”Arcipelago Gulag” e Auschwitz, tra terrore staliniano e sterminio nazista degli ebrei. Allora, si può dire, vennero poste le basi culturali della Germania “post-tedesca”. A tre decenni di distanza ancora una volta è l’ultimo grande rappresentate di quella che fu la Scuola di Francoforte a essere protagonista di una battaglia teorica e filosofica: questa volta a difesa degli ideali europeisti e del processo europeo di integrazione politico-istituzionale.
Anche questa volta è in gioco il destino politico della Germania e il suo ruolo nel Vecchio Continente. Ma a differenza di allora oggi gli avversari di Habermas non sono pensatori di destra o nostalgici sostenitori di una Germania “neoguglielmina” come Thilo Sarrazin o quelli raccolti attorno alla AfD (Alternative für Deutschland). Ma intellettuali, sociologi e giuristi, ecco il paradosso, formatisi alla sua scuola, ma radicalmente ostili dal punto di vista teorico come da quello politico alla prospettiva europeista. Insomma Habermas è dovuto scendere in campo contro i suoi stessi allievi e le loro tesi che riecheggiano «toni di nazional-populismo di sinistra» secondo l’efficace formula usata da Alberto Martinelli nel suo saggio Mal di nazione. L’ultimo e più recente capitolo di questa “lite in famiglia” è legato alla polemica seguita alla conferenza tenuta da Habermas alla Sorbona nel 2014, il cui testo è stato pubblicato in Italia nell’ultimo numero di Phenomenology and Moral (n. 8/2015 Firenze, University Press p. 26-38), la rivista diretta da Roberta De Monticelli, intitolato Philosophy and the Future of Europe. Nella sua lectio magistralis Habermas, sviluppando argomenti già in precedenza discussi, riflette se e come sia possibile la «affermazione di un processo decisionale politico comune in Europa» pure in assenza di «un popolo europeo»: l’obiezione «della mancanza di un demos europeo sposta l’attenzione da un fattore che invece dobbiamo prendere sul serio — cioè la convinzione che le conquiste normative dello Stato di diritto democratico siano degne di essere preservate».
Com’è noto la contraddizione posta a fondamento del funzionamento istituzionale dell’edificio europeo, un campo di tensione che ne minaccia costantemente sia il funzionamento che il grado di legittimazione democratica, è costituito dalla “sovranità bicefala”: da una parte gli Stati nazionali e i loro governi di cui è espressione il Consiglio europeo. Dall’altra i cittadini d’Europa rappresentati dal Parlamento di Strasburgo. Gli Stati nazionali gelosi della loro sovranità tendono naturalmente a privilegiare l’aspetto intergovernativo. La sovranità dei popoli di cui è espressione il Parlamento è, invece, tendenzialmente federalista. Secondo Habermas questa contraddizione potrebbe venir superata da una riforma dell’Unione europea «ricostruita come il risultato del processo costituzionale messo in atto da un ‘doppio’ potere sovrano quello dei cittadini dei singoli Stati e quello dei cittadini dell’Unione ». In tal modo si garantirebbe che nel processo di «transnazionalizzazione della democrazia» gli Stati nazionali continuino a esistere quali garanti dei livelli raggiunti di giustizia sociale e libertà politica il che impedirebbe un processo di gerarchizzazione come in un “vero” Stato federale. Anzi «la confederazione deve essere costruita in modo tale che venga mantenuta la relazione eterarchica tra gli Stai membri e la federazione».
Un federalismo corretto, dunque, quello proposto da Habermas che tiene conto delle specificità storico-culturali dell’Europa ben lontane da quelle che portarono agli Stati Uniti d’America. Nonostante le dure critiche (talvolta non sempre condivisibili, per la verità) che ha rivolto e rivolge anche in questa conferenza alla politica del governo tedesco e all’azione della Commissione di Bruxelles in questi anni di crisi, Habermas è convinto che nelle attuali condizioni del mondo globale l’unica prospettiva percorribile resti quella di una «unione sempre più stretta tra i popoli d’Europa».
Contro questa ipotesi del loro antico maestro sono scesi nuovamente in campo tra gli altri autori quali Wolfgang Streeck e Fritz W. Scharpf (Claus Offe che pure condivide le loro posizioni ha preferito tenersi fuori) che per anni hanno diretto il prestigioso Max Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia, con una serie di interventi apparsi nei vari numeri del 2015 della rivista berlinese
Leviathan. Wolfgang Streeck, che il lettore italiano conosce come autore del libro Tempo guadagnato. La crisi del capitalismo democratico (Feltrinelli) ha poi rincarato la dose con un aggressivo articolo apparso nell’ultimo numero della London Review of Books ( "Scenario for a wonderful Tomorrow”, 31. Marzo 2016) in cui ha apertamente attaccato la politica di accoglienza dei migranti della Merkel con toni e argomenti che hanno fatto scandalo al punto che Gustav Seibt sulla Süddeusche Zeitung ha parlato di questo articolo come espressione di «un Fronte nazionale tedesco, per ora senza odio verso l’Islam».
Gli argomenti addotti dagli antieuropeisti tedeschi di sinistra sono di natura storica, politica e sistemica. Sono per lo più intimamente contraddittori ma, occorre aggiungere, in qualche caso costituiscono una vera e propria sfida intellettuale che conviene prendere sul serio se davvero si è convinti che per costruire un’Europa unita non basti tesserne le lodi. E tuttavia è difficile sottrarsi alla sensazione che questi “nipotini di Habermas” stiano combattendo una battaglia di retroguardia contro fantasmi ideologici — l’unificazione tedesca, la vittoria del cosiddetto neoliberismo imposta dalla globalizzazione di cui l’unificazione europea sarebbe uno dei momenti decisivi a discapito degli Stati nazionali e dei sistemi di Welfare — per esorcizzare il fallimento della loro biografia intellettuale decretato dalla storia.
Che poi le loro tesi abbiano eco in settori del sindacalismo tedesco (e nordeuropeo) e della stessa Spd costituisce drammatica conferma della crisi spirituale e politica della sinistra europea, capace al massimo di funzionare da strumento di difesa corporativa di settori della classe operaia ma ormai non più in grado di produrre un effetto di egemonia sulla società perché non dispone più di una proposta universalistica di emancipazione.

2 commenti:

Alessandro Visalli ha detto...

Nel suo pezzo, che copre un'intera pagina, mentre ci sono 62 righi a descrivere (male) la complessa posizione di Habermas quella dei due ex direttori del Max Planck Institute è affidata in pratica ad una invettiva. Si dice che è fondata su argomenti di natura "storica, politica e sistemica", ma non quali. Si afferma semplicemente che sono "contraddittori" anche se alcuni (ma non quali) da prendere sul serio. La confutazione è in qualche modo identitaria, si tratta di un marcatore di tribù che viene attivato: la loro è una "battaglia di retroguardia" contro dei "fantasmi ideologici" come il neoliberismo. Dato che questo ultimo, evidentemente, non è una ideologia ma un semplice fatto senza alternative (il che da uno storico colto come Bolaffi non sarebbe da attendere), ciò che si compie è solo una reazione psicologica al fallimento individuale "decretato dalla storia".
Vorrei notare la struttura di questo argomento: si nega sostanza reale all'oggetto di critica, si qualifica come passatista l'intera impresa, si ancora ad una storia-pienamente-dispiegata questa diagnosi, si spiega l'irrazionalità di chi non vuole ammettere ciò a debolezze del carattere e follia. In pratica è il sistema del Gulag (intellettuale).
Che si estende a chi, nella sinistra, presti orecchio.
Preparatemi una branda.

Mauro Poggi ha detto...

Condivido il commento di Alessandro. Articolo deludente.