lunedì 27 giugno 2016

Nemmeno questa volta la sinistra italiana vince le elezioni spagnole. Forse non sentiremo più che bisogna "fare come Podemos"


Nemesi. Governare non paga Podemos perde dove ha i sindaci
Nelle città guidate dagli Indignados le maggiori fughe di elettori
Erano sei i sindaci portati in trionfo da Podemos nel maggio del 2015 nei cosiddetti «Comuni del cambiamento». A un anno dal loro insediamento, il bilancio elettorale piange
di Marco Bresolin La Stampa 29.6.16
Governare non paga. Anzi, costa parecchi voti. È una vecchia regola della politica, che evidentemente colpisce anche chi è sceso in campo proprio con l’intenzione di infrangere le vecchie regole. Prendiamo i sei sindaci portati in trionfo da Podemos nel maggio del 2015 nei cosiddetti «Comuni del cambiamento». A un anno dal loro insediamento, il bilancio elettorale piange. È nelle città governate dai sindaci-Indignados che Podemos registra le maggiori fughe di elettori. Un fenomeno che andrà tenuto sotto controllo anche in Italia, dove città come Torino e Roma hanno appena voltato pagina affidandosi alle sindache del Movimento Cinque Stelle. Sia chiaro: Podemos e M5S sono due cose molto, ma molto diverse. Però lo spirito, l’approccio e il profilo dei candidati - soprattutto a livello locale - presentano diversi aspetti in comune.
Torniamo in Spagna. Da Valencia a La Coruña, passando per Saragozza, Madrid e Cadiz, il calo di votanti balla tra il 4,5% (Valencia) e il 5,9% (Saragozza). Più contenute le perdite a Barcellona: nella città di Ada Colau i numeri segnano solo una flessione dello 0,87%, ma questa è l’ulteriore dimostrazione che i fenomeni socio-politici catalani seguono strade totalmente diverse da quelle del resto della Spagna. Fatti due conti, nelle sei città in cui governa, Podemos registra il 20% delle sue perdite totali. Un’enormità. Il caso più clamoroso è quello di Madrid: tra dicembre e oggi se ne sono andati 107 mila elettori. Manuela Carmena, che guida la Capitale, respinge però ogni coinvolgimento. “Io sono un sindaco indipendente e il Comune non ha partecipato alle elezioni” dice con un pizzico di sarcasmo. “E poi io non ho fatto campagna elettorale”. Quest’ultimo discorso è vero per Carmena, ma non per gli altri sindaci: Ada Colau, così come Juan Ribó (Valencia), Pedro Santisteve (Saragoza), José María Gonzalez (Cadiz) e Xulio Ferreiro (La Coruña) sono stati in prima linea sul palco dei comizi di Unidos Podemos. E tranne Ferreiro, gli altri erano candidati.
“Un anno di sindaci del cambiamento, più aneddoti che fatti”, titolava il mese scorso il quotidiano economico Expansión, che ha tracciato un bilancio di governo in queste sei città. “I grandi progetti urbanistici avanzano lentamente o addirittura indietreggiano - notava il giornale - mentre Carmena istituiva corsi di cucina per bambini e inaugurava orti urbani”. Perché i sindaci del cambiamento hanno subito fatto sentire la loro presenza con iniziative simboliche, come i Re Magi donna nella Capitale o i senzatetto sul palco d’onore nel Teatro di Cadiz. Ma anche a Barcellona i dipendenti della società di trasporto pubblico sono scesi in piazza per scioperare contro Ada Colau. Che forse un anno fa avevano votato.

Unidos Podemos, l’obiettivo di vincere come limite
di Loris Caruso il manifesto 29.6.16
Podemos è un oggetto politico controverso. Quasi conturbante. Somiglia a quelle squadre che, puntando esclusivamente a vincere, sono giudicate solo in base ai risultati. Essere efficaci, sedurre, conquistare voti, diventare maggioritari è stata finora la sua ossessione. Di fronte a buoni risultati lo si considera un’invenzione geniale. Risultati inferiore alle attese fanno affiorare dubbi, anche radicali, e diffidenze. Podemos vuole vincere, quindi gli si chiede di vincere. È nato per il Biltzkrieg: la guerra lampo, l’incursione «tremenda» e vittoriosa. Una strategia che aveva una scadenza: le elezioni generali. L’obiettivo non è stato raggiunto. Il ciclo elettorale si è chiuso.
Ma tutta la riflessione del partito era limitata ad affrontare questa fase. Non esiste per ora un piano B: un partito di opposizione non è ancora stato pensato. Di fronte alla ciclotimia dei giudizi su questa formazione, è giusto fare due premesse. La prima è che un partito nato due anni fa, chiaramente schierato a sinistra dei socialisti, ha stabilizzato un blocco elettorale del 20%. Parlare di un fallimento sarebbe quindi farsesco. Podemos resta un’intuizione estremamente efficace, che in un paese come l’Italia, in cui la sinistra e i movimenti versano nelle condizioni in cui versano, dev’essere studiata.
La seconda premessa è che non sempre, quando i risultati sono inferiori alle aspettative, le responsabilità sono soggettive. Ci possono essere limiti anche oggettivi all’espansione di un progetto politico alternativo, soprattutto quando è pensato in tempi molto veloci. Può essere che in Spagna quello del 20% fosse un tetto che non era ancora possibile sfondare. I cambiamenti percepiti come radicali si affermano in situazioni radicali (come in Grecia e in America Latina). Lo Stato spagnolo e i partiti storici spagnoli non sono in decomposizione.
Le élite interne sono compatte. L’economia non è al collasso. La crisi sociale è profonda ed estesa ma non tragica. In ogni caso, c’è bisogno di tempo. Quasi mai si vince al primo tentativo. E c’è, in tutte le società, una resistenza antropologica ai cambiamenti, su cui solo il tempo può scavare.
Da questo punto di vista, la strategia del Biltzkrieg aveva forse tre elementi di debolezza (rilevabili, ovviamente, solo in base ai risultati): era un’ipotesi fondata sull’idea di una crisi verticale dell’egemonia del bipartitismo spagnolo, che non ha l’entità immaginata; si pensava che la potenza comunicativa potesse supplire all’assenza di un radicamento territoriale, che PP e PSOE mostrano invece di avere ancora (in forma, in gran parte, clientelare); quella mitologica creatura che è «lo spagnolo medio» (su cui Podemos basa la propria comunicazione) è meno disponibile al cambiamento di quanto si immaginasse.
Qualche errore può poi esser stato fatto anche nella campagna elettorale di Unidos Podemos (UP). La campagna è stata interamente disegnata a partire dalla convinzione (demoscopica) di essere saldamente in seconda posizione, davanti al PSOE e a pochi punti dal PP. L’avversario ti definisce. Bisogna vedere quanto ti lasci definire. UP si è lasciata definire dai sondaggi e dalla «campagna della paura» degli avversari, che ha costantemente associato la vittoria di UP all’instaurazione di un regime bolivariano.
UP ha impostato il suo messaggio su questi fattori, permettendo che oscurassero l’idea del cambiamento e della novità. Ha giocato in difesa, da un lato per proteggere il risultato virtuale della seconda posizione, dall’altro per rassicurare sul fatto di essere dei bravi ragazzi, il partito patriottico della legge e dell’ordine, che porta solo un po’ di cambiamento. Il messaggio disegnato da questo doppio movimento è risultato forse eccessivamente contenuto, poco chiaro, non abbastanza capace di contrastare il discorso aggressivo di PP e PSOE, ripetitivo, semplificato, sloganistico, a volte (come dall’interno accusa Monedero) perfino un po’ vuoto, basato su simboli ultra-pop come il cuore e il sorriso. Chi ha vinto, come Syriza e le sinistre sudamericane, ha attaccato frontalmente il centro-sinistra liberista. Podemos ha suonato note mielose.
Secondo aspetto. I discorsi di Podemos e Izquierda Unida non si sono armonizzati. IU faceva un tradizionale discorso di trasformazione sociale. Podemos un discorso di patriottismo progressista. Non è stata una sinfonia, ma la giustapposizione di due motivi diversi, che devono aver confuso una parte di elettorato. Le prime inchieste post-voto sembrano infatti ricondurre il milione di voti persi da Podemos-IU a una crescita dell’astensione tra le sue fila, segno di un’insufficiente mobilitazione dell’elettorato. Terzo aspetto. UP ha impostato una campagna di polarizzazione tra sé stessa e il PP. Questo ha mobilitato sia l’elettorato del PP (terrorizzato da Podemos) che quello del PSOE (punto sull’orgoglio).
Quarto aspetto. Per l’impostazione teorica che ha, Podemos è sembrato convinto che il Discorso (le parole, la comunicazione, i messaggi verbali ed estetici lanciati su TV e social media) possano sostituire la presenza sociale. Il partito non stringe alleanze con i corpi sociali. Non fa iniziative concrete rivolte a gruppi specifici. Per fare un esempio, il suo principale problema in questa campagna era il voto degli anziani. Per affrontarlo, ha pensato che fosse sufficiente parlare degli anziani, invece che fare iniziative pubbliche con realtà sociali che potessero parlare non di quel mondo, ma direttamente con quel mondo. Non esistono iniziative pubbliche di Podemos con associazioni, movimenti, organizzazioni sociali. Il fallimento del Blitzkrieg dimostra che il Discorso e i media non possono (ancora) tutto. In questi due anni Podemos ha parlato e inscenato, esaurendo la sua attività nelle campagne elettorali e nella comunicazione. Può essere che non basti? La società continua ad avere, per fortuna, una sua dimensione materiale, una vischiosità non assorbibile nella liquidità mediatica.
Forse da qui può cominciare il piano B. L’alleanza Podemos-IU sembra per ora reggere al colpo. Ma lo specifico della situazione spagnola, che la rende così interessante e peculiare, è il ciclo mobilitazione sociale-innovazione politica-successo elettorale. E se la situazione di forte incertezza che si apre in Spagna riportasse il pendolo alla prima casella? L’opposizione può anche essere salutare. Un ritorno alla mobilitazione sociale, sostenuta da quella che è ora una grande sinistra politica organizzata, potrebbe riaprire i giochi, allargando ulteriormente il terreno del conflitto politico. Dalla Spagna possono arrivare, nei prossimi mesi, altre sorprese. E in Italia è sempre più utile, e necessario, prendere appunti.


L’astensione dei giovani ha tradito Unidos Podemos 
Post voto . Un milione di voti in meno del 20D dovuto all'astensione dei potenziali elettori forti dei viola. Male il dato anche in molte città governate. Perdita imponente di voti a Madrid

Simone Pieranni Manifesto INVIATO A MADRID 29.6.2016, 23:59 
Potrebbero essere stati i giovani tra i 18 e i 40 anni ad aver «tradito» Unidos Podemos. L’alta astensione in questa fascia di età, secondo alcune ricerche demoscopiche post voto, avrebbe provocato il «fracaso». 
Questo eventuale dato oggettivo, naturalmente, non spiega di per sé «perché» una larga fascia di popolazione si sia astenuta, ma potrebbe mettere la dirigenza di Unidos Podemos sulla buona strada per esaminare quello che si presenta sicuramente come un «insieme» di cause. In attesa che la leadership viola ottenga i risultati della ricerca demoscopica che, stando a quanto comunicato subito dopo il voto, è stata richiesta a una società specializzata, le prime analisi sui movimenti del voto dicono alcune cose molto chiare che non coinvolgono solo la formazione di Pablo Iglesias. 
Il Pp, ad esempio, ha fatto il pieno dei voti di Ciudadanos: secondo il report di Nc, una società di ricerche demoscopiche, i cui esiti sono stati pubblicati oggi da diversi quotidiani spagnoli, ben 400mila voti sarebbero traghettati dalla formazione arancione al Pp, spiegandone in parte il successo. 
Tornando a Unidos Podemos, il punto di partenza è il seguente: i voti che mancano all’appello sono quasi un milione. 
La politica, scriveva Lenin, «assomiglia più alla matematica superiore che alla matematica semplice» e la supposta «moltiplicazione» dei voti per l’alleanza tra Podemos e Izquierda Unida non solo non ha aumentato i voti il 26 giugno rispetto a sei mesi prima, ma li ha visti addirittura diminuire. Il 20 dicembre, più o meno, Podemos aveva preso 5 milioni di voti, Izquierda Unida quasi un milione. 
Il 26 giugno, anziché produrre «almeno» 6 milioni di voti, la confluenza tra le due forze ha prodotto solo 5 milioni di voti (5.050.000). Quello che emerge dall’esame dei dati elettorali, in un’ottica macro, è una completa spaccatura della società spagnola: da una parte la popolazione compresa tra 18 e 40 anni, solitamente di sinistra e potenziale base elettorale di Unidos Podemos. 
Dall’altra gli over 44 più affezionati al sistema bipartitico e quindi più inclini al voto tradizionale in Spagna: o popolari o socialisti. Stando alle prime ricerche quasi 800mila voti del milione mancante sarebbero dovuti all’astensione. 
Si tratterebbe per lo più di giovani che – per più ragioni, sulle cui origini faranno bene ad indagare i dirigenti di Unidos Podemos – hanno deciso di non confermare la propria fedeltà a sinistra, rinunciando al voto. Del resto, come sottolineano gli esperti di flussi elettorali, l’astensione è esattamente il rischio più grande che corrono i partiti che pescano tra la popolazione più giovane. 
È lì che si annidano i comportamenti più ondivaghi che spesso si esplicitano con un disinteresse nei confronti del voto e la tendenza a non recarsi alle urne almeno che non ci sia una forte spinta. Questo dato – del resto – sembra essere noto agli attivisti tanto di Podemos quanto di Izquierda Unida. 
Nel dettaglio, poi, c’è un altro dettaglio che se non motiva l’assenza del milione di voti, consente di avere altri elementi per scorgere le cause dell’astensione: in tante zone dove Unidos Podemos governa, ha raccolto meno voti, molto meno voti, rispetto alle elezioni del 20 dicembre scorso. Potrebbe essere il risultato di una campagna percepita come «poco territoriale» e molto televisiva, un’accusa molto in voga in questi giorni sebbene la dirigenza di Unidos Podemos abbia ricordato l’impegno capillare nei mesi pre elettorali. 
Ci sono poi altri dati a corollario di quelli più generali. Secondo Nc la maggioranza dei potenziali votanti di Unidos Podemos è molto legata alle tematiche «lavorative». Inutile dire che su questo tasto Iglesias e compagni non hanno granché spinto. 
La componente «classista» è stata annacquata da una visione «patriottica» e interclassista che forse ha finito per giocare a svantaggio di motivazioni forti per il voto. I «se» sono tanti. Ma è indubbio che la campagna di Unidos Podemos ha spinto molto di più sulle questioni legate alla corruzione del Partito popolare in un’ottica «gentista» che alla fine non ha pagato rispetto a una certa fascia di potenziali elettori. 
Secondo Nc, il 61% dell’elettorato di Podemos ritiene che l’assenza di lavoro sia il problema principale della Spagna. Importante – ai fini di una comprensione futura di quanto accaduto il 26 di giugno – anche un dato ulteriore: le «perdite» cittadine. 
Solo a Madrid Podemos ha perso 105mila voti rispetto al 20 dicembre (in pratica semplificando, esattamente i voti ottenuti a dicembre da Izquierda Unida). Nelle città «del cambio» a guida viola, solo Ferrol (che tra l’altro è la città dove è nato Franco) ha visto aumentare i voti. 
Un buon dato per la stampa di destra come la Razon che ieri ha attaccato fortemente la «retorica del cambiamento» su cui ha insistito molto Podemos in campagna elettorale.

La sconfitta di Podemos Ora finisce sotto accusa l’alleanza con Izquierda
“Una campagna di demonizzazione, ma noi infantili”. La Sinistra attacca: i voti li avete persi voi di M. Bre. La Stampa 28.6.16
“Credendo ai sondaggi, ancora una volta Podemos si è dimostrato vittima dell’infantilismo”. Il primo colpo lo ha sparato Juan Carlos Monedero, ideologo e fondatore del partito che ha fallito il sorpasso sui socialisti. Nel mirino c’è soprattutto Íñigo Errejón, numero due della formazione, detto “el niño” per quel volto da bambino dietro il quale si cela un astuto stratega elettorale. Ieri in casa Podemos è stato il giorno dell’analisi degli errori. La tesi di Monedero, personaggio controverso (per i suoi rapporti con il Venezuela chavista) e sempre senza peli sulla lingua, è solo un punto di vista. Ne sono emersi tanti ieri mattina nelle due ore di riunione del comitato esecutivo al Teatro Goya di Madrid. Troppi e “divergenti tra di loro”, come ha ammesso il numero tre di Podemos, Pablo Echenique, l’unico che si è presentato davanti ai giornalisti. Da Iglesias in giù tutti hanno scelto la via del silenzio. Quattro i principali capitoli sotto la voce “perché abbiamo fallito”.
Subito si è parlato dell’effetto-Brexit e della “campagna della paura”, per usare l’espressione di Echenique. “C’è stata una convergenza degli altri partiti per demonizzarci - spiega il segretario organizzativo -. Il voto di Londra ha avuto un impatto, anche se noi speravamo con un effetto opposto. Perché siamo profondamente europeisti”. La dirigenza del partito vuole capirne di più e ha subito ordinato delle inchieste demoscopiche per pesare l’effetto-Brexit.
Poi arrivata la spinosa questione dell’alleanza con Izquierda Unida. Chi l’ha criticata sin dall’inizio sostiene che così si è persa la vocazione originaria di Podemos. Che si è sempre detto “oltre” la tradizionale dicotomia destra-sinistra. Correre a braccetto con i comunisti ha invece identificato il partito come di parte.
Tra dicembre e domenica, Podemos e Izquierda Unida hanno perso un milione di voti. Di chi è la colpa? “Io credo che tutti i nostri elettori si siano sentiti rappresentati dall’alleanza” mette le mani avanti Alberto Garzón, leader di Iu. Come dire: gli elettori fuggiti sono i vostri. Una tesi che trova conferma nelle parole di Narciso Michavila, esperto di analisi elettorali: “La differenza con i sondaggi è dovuta proprio al fatto che molti elettori di Podemos, alla fine, non sono andati alle urne”.
Quarta e ultima patata bollente sbucciata sul tavolo del teatro Teatro Goya: perché si sono astenuti? Alcuni perché disgustati dall’alleanza con i comunisti, si è detto ieri mattina. Altri perché delusi dal fatto che nei mesi scorsi Podemos non ha dato il suo appoggio ai socialisti per formare un governo. Un atteggiamento, come ha ribadito domenica sera il socialista Pedro Sanchez, che ha messo in mostra “l’intransigenza di Podemos”. “Su questo c’è stato un problema di comunicazione - ammette Echenique -, noi abbiamo rifiutato quella proposta di governo perché segnava una continuità con le politiche di Popolari. Ma agli elettori è arrivato un messaggio diverso, che ci ha fatti passare per irresponsabili”. E così chi a dicembre aveva dato fiducia a Podemos, ha cambiato idea.
[m. bre.]

Sinistre punite dalla presunzione
di Aldo Garzia il manifesto 28.6.16
Gli spagnoli – con una percentuale di votanti che ha sfiorato il minimo storico del 70% – hanno scelto la continuità. Hanno premiato il Partito popolare (Pp) del premier uscente Mariano Rajoy che si conferma prima forza politica con il 33,03%. I socialisti sono inchiodati al 22,67%. Non c’è l’annunciato, dai sondaggi e dai primi exit poll di ieri sera, sorpasso di Podemos sul Psoe. Nonostante questa volta il partito di Pablo Iglesias si presentasse in alleanza con Izquierda unida, i consensi si sono fermati al 20,7%.
A fare da ago della bilancia restano i centristi di Ciudadanos con il 13,9%. La Spagna resta sulla carta ingovernabile come sei mesi fa.
Le sinistre, quella socialdemocratica del Psoe e quella radicale di Podemos, sono sconfitte entrambe dal voto. Si erano illuse di poter giocare un secondo tempo in condizioni migliori del primo, ma devono ora prendere atto che hanno perso quasi sicuramente la chance di formare insieme un governo. Se sei mesi fa avessero messo da parte i veti incrociati e avessero lavorato a un programma minimo, si potevano evitare le elezioni anticipate chiedendo aiuto anche ad alcune liste nazionaliste imprimendo una svolta alla politica spagnola. Ha invece prevalso la presunzione di Psoe e Podemos di avere più tempo a disposizione per consolidare i propri consensi e imporre all’altro le proprie condizioni. L’errore di presunzione è stato duramente punito. Il Psoe argina la perdita di consensi, mentre Podemos perde un milione di voti (non ha persuaso il rapporto con Izquierda unida che forse ha attenuato l’immagine di novità della forza politica nata come proiezione del movimento degli indignados). Ora è quasi impossibile formare “un governo di cambiamento”, come avevano sbandierato alla vigilia del voto puntando a decidere che il premier l’avrebbe fatto il leader del Psoe o di Podemos, a seconda di chi avrebbe prevalso in voti sull’altro.
L’assenza di governo degli ultimi sei mesi ha finito per rafforzare il Pp. I popolari, di fronte alla litigiosità delle sinistre, sono apparsi indispensabili per la governabilità della Spagna. Una mano in questa direzione è venuta pure dall’esito del referendum britannico sull’Europa. Il rischio instabilità è stato segnalato nei giorni scorsi da banche, finanza ed economia di Madrid. Le stesse forze che invocano adesso un bel governo di unità nazionale sull’esempio della Germania fondato sull’accordo popolari/socialisti, con la quasi certa esclusione di Rajoy dalla premiership cercando per sostituirlo un Mario Monti in salsa iberica che vada bene a poteri economici e sindacati. Questa prospettiva di unità nazionale non è però facile da raggiungere. Socialisti e popolari hanno collaborato solo a metà degli anni settanta, il periodo iniziale della transizione democratica: poi se le sono sempre suonate di santa ragione, restando forze antagoniste in un sistema politico bipolare. Nell’ultimo anno è finito il bipolarismo non solo in Italia ma pure in Spagna. Da qui l’impazzimento della politica spagnola che cerca nuovi equilibri.
E’ facile prevedere che il confronto divamperà nel Psoe. Il segretario Pedro Sanchez è accusato da un’ala del partito – quella forte e pesante dell’Andalusia, innanzitutto – di non aver voluto l’unità nazionale già sei mesi fa per inseguire l’inafferrabile Podemos. Le stesse critiche gli sono mosse da Felipe Gonzalez, leader storico del partito ed ex premier per quattro legislature, feroce avversario di un rapporto privilegiato con Podemos con cui però i socialisti governano a Madrid e Barcellona. Più duttile è invece l’altro ex premier José Luis Rodriguez Zapatero, che ha sempre sostenuto la segreteria di Sanchez. Il Psoe andrà probabilmente a un congresso straordinario per regolare i conti interni. Dire sì o no all’unità nazionale obbliga i socialisti al redde rationem. Lo stesso dovrà avvenire tra i popolari.
Interrogativi strategici riguardano ovviamente anche Podemos. Nelle prime dichiarazioni post voto, Iglesias ha teso la mano ai socialisti nel tentativo di non disperdere il patrimonio unitario comunque accumulato negli ultimi mesi. Il problema è che socialdemocratici e sinistra non possono eludere il tema dei reciproci rapporti, se vogliono costituire nel presente e nel futuro una alternativa di governo. Un conto è competere su contenuti e strategie contaminandosi a vicenda, un altro è ritenere impossibili rapporti unitari. La questione delle relazione tra le due componenti della sinistra torna perciò con prepotenza. E’ illusorio pensare che la sinistra moderata possa fare a meno di quella radicale. E viceversa. L’insegnamento spagnolo vale anche per la sinistra italiana. 

Podemos cerca i motivi del «fracaso»
Dopo il 26J. Iglesias non parla, avviata una ricerca demoscopica per comprendere la debacle. Le voci dall'interno: «L'alleanza con Izquierda Unida non è in discussione»
di Simone Pieranni  il manifesto 28.6.16
Una riunione di oltre due ore al termine della quale si è deciso di incaricare una società specializzata in ricerche demoscopiche per capire le ragioni di quella che viene percepita come una sconfitta.
La parola «fracaso» («fallimento») la pensano tutti ma non la usa nessuno. Il nucleo duro di Podemos ha scelto una strada razionale per ottenere una spiegazione di fronte a risultati elettorali che hanno lasciato sorpresi i «viola».
Scambiare qualche parola con i ragazzi e le ragazze di Unidos Podemos il giorno dopo la grande delusione, significa aprire un baratro nelle certezze di persone, per lo più giovani, che si sentivano davvero vicine a un momento storico. Pochi minuti prima dei dati reali che avrebbero scoperchiato una realtà ben distante dai propri desideri, c’era stata l’esultanza per gli exit poll che confermavano le  aspettative più rosee dei sondaggi dei giorni precedenti.
Un passaggio a tal punto brusco che qualcuno – guardando i numeri scorrere sullo schermo gigante del teatro Goya – ha perfino dubitato fossero corretti, talmente assomigliavano a quelli del 20 dicembre scorso. Dalla serata di domenica sera al quartier generale si sono spenti i sorrisi sui volti di tanti. Un contrappasso letale tenendo conto dello slogan della campagna elettorale, «la sonrisa de un pais».
Nei comizi, nei talk show in televisione, sui social network: cuore e sorrisi sono stati i simboli lanciati da Unidos Podemos in contrapposizione a Rajoy che aveva definito la neonata alleanza come «los malos». Messaggi rassicuranti, per questo è stato scelto il cuore come simbolo comune, ben sapendo che la paura degli elettori spagnoli per il «cambio» poteva diventare uno scoglio pericoloso.
Al teatro Goya prima e in piazza poi, dove erano pronte molte persone per festeggiare, la leadership di Unidos Podemos ha dovuto affrontare il momento più difficile della sua pur breve storia. I numeri del resto sono impietosi: l’alleanza tra Podemos e Izquierda Unida non ha «moltiplicato» i voti.
Anzi manca all’appello almeno un milione di voti e sarà necessaria un’analisi molto accurata dell’origine e della dinamica di questo dissanguamento. Ieri Pablo Echenique, responsabile dell’organizzazione di Podemos, ha sottolineato la necessità di «capire bene», innanzitutto, questo dato, confermando anche la necessaria «autocritica».
Politicamente la «linea» di Unidos Podemos in questo momento è chiara e netta: si difende l’alleanza e la «tenuta» di uno spazio politico nuovo, abbastanza forte da rimanere uguale al 20D, benché non così prorompente da portare al vero «cambio».
Rimangono però alcune incognite legate alla natura dell’alleanza e alle caratteristiche dei due soggetti principali, Izquierda Unida e Podemos. La prima, formazione storica della sinistra spagnola, identificata per molto tempo da Podemos alla stregua del Psoe, ha di recente effettuato un ampio cambio della propria dirigenza. Si tratta di un partito nel quale hanno trascorsi politici anche molte persone collegate a Podemos (compresi i genitori di alcuni dei leader della formazione «morada»). Garzon – il leader di Iu – ha voluto un’alleanza che non tutti sembravano apprezzare (nonostante sia stata ratificata da un referendum interno).
Nei giorni precedenti alle elezioni però tutti i rappresentanti più rilevanti di Iu di Madrid, sottolineavano l’unità della posizione rivendicandosi anche il merito dello spostamento a sinistra di Podemos. Tutto questo nonostante il percorso post accordo non sia stato semplice per niente. Alberto Garzon – ad esempio – è stato posizionato solo quinto nella lista elettorale madrilena.
O ancora: nei dibattiti televisivi importanti Garzon non è mai stato preso in considerazione. Ma il milione di voti ottenuti da Iu a dicembre ha pesato: era il numero che Iglesias voleva per compiere il salto decisivo per il «sorpasso» ai danni del Psoe. Proprio quei rivali socialisti che demonizzando Unidos Podemos – come ha fatto il Pp – hanno contribuito a terrorizzare un elettorato scosso anche dalla Brexit.
Anche se questo evento, secondo un membro della dirigenza di Iu, non avrebbe influito granché sul voto per una questione di tempo: troppo a ridosso dal voto.
Qualche malumore pre elettorale era stato registrato anche in Podemos. Non è un mistero che il numero due del partito, Inigo Errejon, trentenne e responsabile della campagna elettorale, nonché vero e proprio teorico del movimento, fosse contrario alla confluenza. Questa frattura, emersa all’esterno, potrebbe tornare oggi a seguito del risultato elettorale deludente.
È il «coleta» Iglesias (ieri silente) che viene messo in croce tanto dagli avversari, quanto da alcuni dei suoi compagni. Il leader di Podemos richiede moltissime energie dal suo partito, ne utilizza parecchie forze e intelligenze.
E c’è chi oggi sostiene che forse avrebbe dovuto dedicare più tempo alle piazze e alle strade, anziché ai soli dibattiti televisivi. Ma questa è anche la natura di Podemos: la capacità di organizzazione e di divisione dei ruoli maniacale, con la certezza del potere centrale della televisione nella società spagnola.
Queste critiche puntano a mettere in evidenza un segnale che potrebbe essere stato captato da potenziali elettori: una sorta di perdita di contatto con la realtà, che in un elettorato disilluso come quello spagnolo potrebbe avere confuso Podemos con «la solita vecchia politica».
Da domenica sera l’aria è indubbiamente pesante. Stando alle voci di chi è vicino alla dirigenza di Unidos Podemos, in questo momento – nonostante la grande frustrazione e rabbia– il clima rimarrebbe «razionale».
I volti sono tirati e nervosi ma sembrano esclusi colpi di testa o decisioni clamorose (come ad esempio le dimissioni tanto di Iglesias, quanto di Garzon). Il problema, se mai, sembra un altro. Nel caso in cui Rajoy riuscisse a formare un governo, per Podemos si aprirebbe una nuova fase.
I «viola» sono infatti nati con la vocazione elettorale. Hanno sempre puntato al governo. Ritrovarsi all’opposizione potrebbe essere logorante per una leadership che ambisce, senza tanti giri di parole, a prendere il potere e a gestirlo con idee piuttosto chiare.
Podemos rischierebbe di ritrovarsi in trincea di fronte a un governo che potrebbe imporre manovre dure. All’opposizione Podemos finirebbe per contrassegnare ancora di più la propria presenza a sinistra, sempre riesca a diventare una forza capace di tornare in piazza. 

Tutti contro Iglesias “Ha sbagliato strategia” 

I militanti gli contestano il “pragmatismo”

ALESSANDRO OPPES Restampa 28 6 2016
MADRID. Nell’ora della depressione, non ancora smaltiti i postumi della sconfitta, il contrasto appare stridente. Eccessivo, esagerato questo enorme Teatro Goya, sulle rive del Manzanarre, dove Podemos era riuscito a raccogliere domenica sera 400 giornalisti di tutto il mondo sull’onda di un messaggio fallace che sembrava proiettare il partito verso la conquista della Moncloa. Appena un anno fa, quando c’era davvero qualcosa da celebrare - la conquista dei governi municipali di Madrid e Barcellona - Pablo Iglesias aveva parlato in una sala stipata di cronisti nella minuscola sede di un’organizzazione ecologista di Lavapiés, in una viuzza di quel quartiere multietnico dove il progetto del partito “anticasta” (allora amavano farsi chiamare così) aveva preso corpo tra le librerie Traficantes de Sueños e Marabunta e locali come El Aguardiente o El Juglar. Altri tempi, quando il messaggio di Pablo “ el coletas” (“il codino”) era chiaro e le origini direttamente legate all’eredità del movimento degli “ indignados” non erano in discussione. Un abisso rispetto alla linea di moderazione forzata quella secondo cui «il pragmatismo è una strategia per andare al governo» che ora non pochi militanti cominciano a contestargli sui social network.
Il risveglio dopo il “fracaso”, la sconfitta almeno momentanea di un progetto alternativo, è duro e i dirigenti “viola” non sono capaci di occultarlo. Di primo mattino, l’avviso secco arriva via mail: «Non si offriranno interviste individuali né partecipazioni a programmi radiofonici o televisivi. Un saluto e molte grazie». Prima di parlare, hanno bisogno di riflettere, anche se l’analisi di quello che è successo non può essere liquidata in poche ore. Comunque la direzione di Podemos si riunisce a porte chiuse all’ultimo piano della sede di Calle Princesa, con Iglesias avvilito in una inconsueta camicia a quadri, smessa ormai la cravatta “presidenziale”. L’alleato che non ha portato nemmeno un voto (anzi il sospetto è che il patto elettorale abbia danneggiato entrambi), Alberto Garzón di Izquierda Unida, riunisce i suoi al lato opposto della città, nella sede di Calle Olimpo 35, dove l’esecutivo comunista, deluso, insiste però sul fatto che «la confluenza è stata una buona idea, è l’unico cammino possibile». Per il momento, però, ognuno in casa propria. In attesa di capire anche come la prenderanno all’interno di Podemos.
Il compito ingrato di fornire le prime spiegazioni spetta al segretario organizzativo Pablo Echenique, costretto a rimettere piede nello scenario ormai dimesso del Teatro Goya, solo su un palco dove si respira un’aria funebre. Le analisi di Podemos ricalcano i canoni di quella che hanno sempre definito la «vecchia politica»: «Lo spazio di cambiamento che rappresenta Unidos Podemos si è consolidato», dice Echenique, senza fare menzione di quel milione abbondante di suffragi persi lungo il cammino. Poi, la solita stoccata al Psoe, colpevole di aver «ingrassato la destra» con i suoi attacchi alla formazione di Iglesias. Se il destino è restare all’opposizione, la prima risposta strategica sembra quella di continuare a condere lo spazio della sinistra ai socialisti. Ma la stabilità del movimento “viola” è tutt’altro che garantita. Si sa che il numero due del partito, Iñigo Errejón, aveva visto con perplessità sin dall’inizio il patto con i comunisti proposto da Iglesias. Il primo a dare uno scossone è lo scomodo fondatore di Podemos, Juan Carlos Monedero, l’ex-consulente di Hugo Chávez che rappresenta l’ala dura del partito. Accusa Iglesias di un «discorso vuoto abbellito dagli orpelli delle apparizioni televisive». Tutto inutile se non si punta su una “vera alternativa”. Non è un mistero che Monedero sia sempre stato scettico sulla presunta svolta socialdemocratica, contenuta in un programma elettorale presentato sotto forma di una bizzarra rivista che richiamava graficamente le pagine di un catalogo Ikea.
Sulla spianata del museo Reina Sofia, dove domenica notte i militanti delusi avevano comunque atteso fino a tardi Iglesias e i suoi per dare il segnale di un orgoglio di appartenenza, è finita con i pugni chiusi al cielo sulle note di “ El pueblo unido jamás será vencido”. Poca voglia di socialdemocrazia svedese, come sulla combattiva app di Telegram, “Guerrilla”, scomparsa all’improvviso nella notte dopo aver bombardato per settimane migliaia di follower con accesi proclami propri della sinistra radicale.


Savater: “Il Paese non vuole avventure per questo resistono i vecchi partiti” 

Restampa 28 6 2016
MADRID. «Sorpreso? Per niente. Rajoy e il Partito Popolare rispondono all’esigenza di un pubblico ampio in Spagna, che chiede sicurezza e ha paura delle avventure, soprattutto dopo quello che è successo in Inghilterra. Avrà un’immagine noiosa, se vogliamo, ma Rajoy offre queste garanzie a una parte importante dell’elettorato». C’è rassegnazione nelle parole del filosofo Fernando Savater, che questa volta ha vissuto le elezioni da protagonista, seppure marginale: candidato per il partito Upyd, che ha raccolto appena lo 0,2 per cento a livello nazionale.
La vittoria del Pp significa che la corruzione, che affligge il partito, non toglie voti, e la dura politica di austerità applicata in questi anni neppure?
«Pare proprio di no. I cittadini hanno tenuto in maggiore considerazione altri elementi, facendo pendere la bilancia verso i popolari».
Pensa che la destra abbia ricevuto una spinta dell’ultim’ora anche dallo shock provocato dal referendum britannico?
«Di sicuro la Brexit ha generato grande inquietudine, anche qui come nel resto d’Europa. A questo bisogna aggiungere la campagna molto aggressiva di Podemos, che realmente ha dato l’impressione che questo partito si potesse trasformare nella seconda forza del paese, con reali possibilità di arrivare al governo».
Stiamo assistendo, in qualche modo, a una resurrezione del bipartitismo?
«Direi di sì. Queste elezioni hanno dimostrato che ci sono ancora due forze, quelle che hanno dominato la scena negli ultimi quarant’anni, che si mantengono in una posizione di primo piano. Anche le altre due, quelle emerse più di recente, sono importanti, però il bipartitismo non è affatto sconfitto».
L’opzione socialdemocratica resta in piedi, seppure sia ora più debole. Il Psoe è penalizzato da un problema di leadership o da una mancanza di progetto?
«Penso che la leadership di Pedro Sánchez sia molto fragile, poco convincente. Se i socialisti avessero una guida più forte, sono sicuro che le cose andrebbero diversamente».
Il grande sconfitto di questa tornata elettorale è Pablo Iglesias. Nulla ha funzionato nella sua nuova strategia. Né l’alleanza con Izquierda Unida, né il suo sforzo di presentarsi con un discorso moderato e socialdemocratico.
«Non ha convinto. È molto difficile presentarsi allo stesso tempo come socialdemocratico e in coalizione con un movimento che continua a parlare del comunismo come opzione politica ed economica. C’è stata un’evidente dissonanza tra il tentativo di sfumare nel discorso i tratti da sinistra radicale di Podemos e la realtà di un’alleanza con Garzón, che non ha mai messo in discussione la sua appartenenza ideologica ispirata ai principi marxisti ».
Crede che la presenza sulla scena politica di una forza come Podemos, già solida per quanto indebolita, possa condannare la sinistra spagnola a un lungo periodo di opposizione?
«Penso di sì. Anche se, in una fase politica come quella attuale, un periodo lungo possono essere quattro anni, lo spazio di una legislatura in cui la sinistra dovrà accettare di stare all’opposizione».


LA FRENATA SPAGNOLA SULL’ORLO DELL’ABISSO 
JAVIER MORENO Restampa 28 6 2016
LA SPAGNA domenica si è affacciata sull’ignoto, ha esitato per un istante e poi è tornata indietro. Il Paese doveva decidere se proseguire nella demolizione del sistema politico nazionale, in linea con le rivolte populiste in atto nel resto d’Europa e degli Stati Uniti, oppure tirare il freno a mano. E in una delle elezioni più inattese, trascendentali e difficili da spiegare della sua storia, ha tirato il freno a mano.
IL PRIMO tentativo serio per trasformare (o abbattere, a seconda delle opinioni) il sistema nato con la democrazia negli anni ‘70 si è avuto con le elezioni dello scorso dicembre, dove nuovi partiti (in particolare Podemos, di sinistra radicale) hanno realizzato una grossa avanzata a spese delle formazioni tradizionali. Dopo sei mesi in cui non si è riusciti a formare nessun governo, i cittadini, senza aver modificato radicalmente le loro convinzioni politiche né superato il risentimento per la disfunzionalità del sistema, altrettanto insoddisfatti della democrazia attuale di quanto fossero sei mesi o tre anni fa, hanno deciso all’improvviso di premere il pedale del freno e inchiodare. L’establishment (qualunque cosa sia l’establishment, anche se include sempre banche, grandi aziende e altri poteri), ha tirato un profondo sospiro di sollievo. Lo stupore si è impadronito di tutti, inclusi i vincitori.
E l’impatto della frenata è stato sorprendente: i conservatori del Partito popolare (nonostante la pessima gestione della crisi, i tagli allo stato sociale, la corruzione e la sfacciataggine delle loro risposte alla corruzione), hanno conquistato 700.000 voti in più, e anche se sono rimasti lontani dalla maggioranza assoluta si trovano in buona posizione per formare un governo. I loro rivali hanno perso voti: la coalizione di sinistra radicale Unidos Podemos, che aspirava a superare in elettori e in seggi lo storico Partito socialista, è arretrata di qualcosa come 1,2 milioni di voti rispetto alle elezioni di sei mesi fa.
Come spiegare un cambiamento così radicale quando tutti i sondaggi, fino all’ultimo giorno, hanno insistito sulla forza di Podemos e il suo più che probabile sorpasso ai danni dei socialisti? E dove sono finiti quei voti? Che cosa è passato per la testa degli elettori? Che cosa hanno visto o intuito? In attesa di un’analisi più scientifica, sembra ragionevole presupporre che il Pp abbia preso i suoi 700.000 voti sostanzialmente da Ciudadanos, il partito di centro liberale che ha fatto della corruzione nel Pp uno dei suoi cavalli di battaglia (ha perso quasi 400.000 voti) e forse dal Psoe (che ne ha persi circa 100.000). I travasi di voti fra partiti sono molto più complessi di così, ma non sembra assurdo supporre che molti dei consensi che avrebbe conquistato Podemos siano finiti nell’astensione (che è aumentata di diversi punti).
Su questo punto si può essere chiari. Dopo sei mesi di paralisi, dimostrata l’incapacità dei partiti di sbloccare la situazione e il repentino e inatteso shock rappresentato dal Brexit (ne parlerò più avanti), centinaia di migliaia di cittadini hanno deciso di cambiare il loro voto per evitare un altro periodo di paralisi come questo. Il centrodestra è tornato a votare il Partito popolare, sicuramente con la svogliatezza con cui si torna da un amante dopo averne appurato la disonestà. E, cosa ancor più straordinaria, un numero perfino maggiore di cittadini ha deciso di non tornare a votare per Unidos Podemos, mettendo fine al sogno del sorpasso e della trasformazione radicale del sistema politico spagnolo.
È successo tutto repentinamente, dal venerdì alla domenica? Probabilmente no. Gli elettori di centrodestra da mesi erano inquieti di fronte ai sondaggi che mostravano l’avanzata inarrestabile di Pablo Iglesias e la possibilità che arrivasse davvero alla presidenza del governo. La loro reazione naturale è stata tornare al Pp, anche se si sono sforzati di non esplicitarlo nei sondaggi.
Sull’altro versante, quasi la metà degli elettori di Podemos si dichiara di centrosinistra. La loro unica motivazione per votare un partito che considerano di sinistra radicale è rappresentata dall’esigenza di esprimere la loro rabbia per il deterioramento dello stato sociale in Spagna dopo la crisi del 2008, l’aumento della disoccupazione, gli sfratti e la percezione che la vita dei propri figli e nipoti sarà peggiore della loro (la disoccupazione giovanile supera il 45 per cento). Sono sostanzialmente le stesse ragioni di ampie fasce della società in Occidente che si sentono abbandonate economicamente, socialmente e culturalmente, e umiliate dopo l’abbandono unilaterale, da parte degli altri, del patto che ha assicurato la pace sociale dopo la seconda guerra mondiale.
Ma il comportamento di Iglesias nei sei mesi in cui la Spagna è stata senza governo, la sua arroganza e il suo rifiuto di sostenere Pedro Sánchez per cacciare dalla Moncloa Mariano Rajoy quando era possibile, semplicemente per il calcolo politico che nuove elezioni avrebbero potuto assicurargli l’ambito sorpasso, ha deluso molti: ecco un politico come gli altri, hanno detto.
E poi, all’improvviso, è arrivata la Brexit. All’inizio l’impatto sembrava limitato. La legge proibisce i sondaggi nell’ultima settimana prima del voto, ma i sondaggi si continuano a fare, solo che non si pubblicano. Il venerdì sera, più del 90 per cento degli intervistati diceva che non avrebbe cambiato il suo voto per quello che era successo nel Regno Unito. Però poi è arrivato il sabato. Senza informazione politica nazionale rilevante (è il giorno di riflessione ed è vietato fare campagna), radio, televisioni e giornali si sono prodigati a spiegare il disastro finanziario (tracollo della sterlina e dei mercati, con Madrid che ha subito la peggiore caduta della sua storia), così come la crisi politica, sociale e istituzionale che si abbatteva come una fitta nebbia nera sulla Gran Bretagna e il resto del continente. Improvvisamente, le votazioni erano importanti. Le elezioni avevano conseguenze. Le istituzioni contavano. Il numero di intervistati che ammettevano che sì, la Brexit avrebbe influito sul loro voto (il giorno prima non gli sembrava così importante), è cresciuto. Centinaia di migliaia di elettori hanno accelerato la loro convergenza sul Pp o l’hanno decisa in quel momento. Tanti altri a sinistra, che già erano irritati con Podemos (e sicuramente con loro stessi per averli votati sei mesi prima), si sono affacciati sull’abisso, hanno deciso di astenersi e di non votare la formazione di Iglesias (ma non sono tornati al Psoe).
La Spagna ora recupera, per un istante, un equilibrio instabile. Non sarà sicuramente facile, ma sarà possibile, formare un governo (del Pp) condizionato da Ciudadanos e con il permesso del Psoe. Ma nessuno dei mali profondi che hanno portato il Paese sul bordo dell’abisso domenica hanno trovato soluzione con questa votazione. Dalle azioni che prenderà il nuovo governo, dalle riforme che realizzerà dipenderà l’arretramento della marea populista oppure, al contrario, l’esacerbarsi delle tensioni in una spirale in cui sono in gioco non solo i prossimi governi o il futuro dei cittadini, ma anche l’adesione sincera di questi ultimi alla democrazia rappresentativa. Oltrepassato quel punto (su cui molti sono in bilico, in Europa e negli Stati Uniti), non ci saranno molte possibilità di fermarsi sul bordo dell’abisso, riflettere e tornare indietro, come ha fatto la Spagna domenica.
L’autore è ex direttore di El País e coordinatore di Lena Leading European Newspaper Alliance ( Traduzione di Fabio Galimberti) ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Tra i volti delusi di Unidos Podemos 

Elezioni spagnole. Le prime reazioni dal quartier generale di Unidos Podemos 

Simone Pieranni Manifesto INVIATO A MADRID 27.6.2016, 0:34 
Quando incontro Lola Sanchez, europarlamentare di Podemos, all’interno del teatro Goya a Madrid, il quartier generale scelto per seguire i risultati del voto, la percezione di una sconfitta è ormai assodata. 
L’incredulità iniziale è ormai superata. Si sta razionalizzando. Lola Sanchez sorride, come hanno fatto per tutta la campagna elettorale i ragazzi e le ragazze di Podemos, ma la delusione è cocente, non si può nascondere; neanche la sua gentile combattività può nulla contro qualcosa che non ci si aspettava. Unidos Podemos ha perso, c’è poco da girare intorno a un dato elettorale che mette in crisi fin da subito un’alleanza che pure sembrava potenzialmente positiva. 
Si prova a considerarla una parentesi; ripetiamo le parole di Errejon, il numero due del partito che ha messo la sua faccia quando si era ancora a metà dello scrutinio ma ormai il dato sembrava irreversibile: non è avvenuto il cambio, ma c’è uno spazio politico che tiene. 
Non avanza, ma esiste, c’è. Sarà per la prossima volta, le dico, anche se guardando i risultati sul mega schermo, la sensazione è che la «prossima volta» possa essere lontana. O in ogni caso probabilmente solo a pensarci si è assaliti dalla stanchezza, dopo due anni di campagna elettorale, di lavoro certosino, di comunicazione, di attenzione ai dettagli, quelli più piccoli. La sensazione è che non sia servito a niente, o a poco. 
La percezione, anche da rapidi scambi di commenti, sono tutti molto provati, è quella di qualcosa che è sfuggito, cui si somma la necessità di capire – ora – perché la debacle ha assunto contorni molto più ampi. 
E dire che tutto era iniziato con applausi e grida di giubilo. L’atmosfera al teatro ha impiegato poco a cambiare: neanche il tempo per esultare per exit poll ultra positivi per i viola, che arrivano i primi dati – quelli reali – a smentire in modo clamoroso tutti i sondaggi dei giorni precedenti: si intuisce subito che il «sorpasso» non ci sarà. I tanti attivisti, collaboratori per la parte on line, membri della direzione, candidati, erano tutti pronti a festeggiare. Fin dalle 20 si cercava di capire a che ora ci si sarebbe potuti recare a piazza Reina Sofia per festeggiare. Troppo ottimismo, qualcuno impreca contro i sondaggi, ben presto l’atmosfera di fa tetra. 
Prima era arrivato Errejon a dire quanto tutti stavano pensando: il risultato è indubbiamente negativo. E nel teatro si comincia a uscire più spesso, chi per fumare, chi per telefonare. Incontro un dirigente di Syriza, del comitato centrale. La delegazione greca è nutrita, i due partiti sono molto vicini e i greci sanno quanto poteva essere importante anche per loro un risultato positivo di Podemos. 
Da vecchia volpe della politica il dirigente greco fa un’analisi rapida che però pare corretta: i socialisti hanno tenuto e il partito popolare di fatto sfrutta quei piccoli segnali di ripresa che gli spagnoli sembrano apprezzare. Ma i veri vincitori, oltre ai popolari, sono i socialisti. 
Non fa un piega il ragionamento. Qualcuno, mentre ormai si comincia a comprendere anche razionalmente la disfatta, si chiede quanto questo risultato potrà influire sull’alleanza elettorale con Izquierda Unida. I militanti e dirigenti della formazione sono sopra: lo spazio è praticamente stato separato fin dall’inizio. Un grande open space è riservato ad attivisti, simpatizzanti e delegazioni straniere. Accanto c’è una stanza per la stampa, poi quella dei leader e infine, su un piano rialzato, lo spazio di Izquierda Unida. L’accoglienza degli attivisti di Podemos è buona, non fosse per una presenza massiccia di «buttafuori». 
Incrocio qualche sguardo: i volti sono torvi, segnati da giornate sfiancanti che questa volta non offrono praticamente niente di buono in cambio. Molti media che nel pomeriggio hanno sostato davanti – infine – se ne vanno: i luoghi della celebrazione saranno altri. 
Poi parla pure Iglesias, circondato da Garzon, Errejon e altri: i volti dei leader sono tutto un programma. Le parole le stesse di Errejon, con una differenza: Iglesias ha voluto fortemente l’alleanza con Izquierda Unida, Errejon no. 

Smentite le aspettative, Unidos Podemos è solo terzo (e perde punti) 
Spagna. Il partito popolare cresce di 14 seggi, i socialisti crescono ma perdono 5 seggi. Ciudadanos e Unidos Podemos retrocedono. Rebus governo: sarà ancora più difficile che a dicembre 
Luca Tancredi Barone Manifesto BARCELLONA 27.6.2016, 0:46 
“Questi non sono buoni risultati”. Le parole di delusione del numero due di Podemos, Íñigo Errejón, pronunciate alle 10, col 70% dei voti scrutati, riassumono il senso della notte elettorale. 
Il “sorpasso” di Unidos Podemos sul Psoe che tutti i sondaggi davano per sicuro non solo non si è concretizzato. Ma l’alleanza fra Izquierda Unida e Podemos non ha nemmeno superato i risultati del 20 dicembre, quando le due forze andavano separate. Ma il peggio di tutti è che il Partito popolare non solo arriva primo – cosa ampiamente prevista – ma guadagna ben 14 seggi. In questo modo, Mariano Rajoy vince la scommessa contro ogni pronostico e riesce a rafforzare una leadership che tutti davano per spacciata. Né corruzione, né scandali hanno potuto con il vecchio leader. 
I numeri sembrano dunque dare ragione a chi in Podemos e Izquierda Unida non vedeva di buon occhio l’alleanza elettorale. Anche se Pablo Iglesias ha dichiarato ieri notte che l’alleanza – almeno per ora – non è in discussione. Ma certo a partire da lunedì sia Podemos che Izquierda Unida dovranno fare delle valutazioni su dove sono finiti il 3% (in proporzione) dei voti persi da dicembre a oggi sommando IU, Podemos e tutte le alleanze locali. All’appello mancano circa mezzo milione di voti. 
In numeri, il Pp, con il 33% dei voti, oggi gode di 137 seggi (a dicembre ottennero praticamente la stessa percentuale di voti), il Psoe, benché con 23% dei voti, cioè 2 punti in più che a dicembre, ha 85 seggi (5 meno), Unidos Podemos mantiene i suoi 71 seggi (come a dicembre: ne avevano 69 Podemos e 2 Izquierda Unida), ma in percentuale di voti crolla rispetto alla somma di Podemos, le sue alleanze e Izquierda Unida: -3% dei voti. Anche Ciudadanos perde: con un punto percentuale in meno, il suo 13% gli fa perdere 8 dei suoi 40 seggi. 
La partecipazione è stata solo una manciata di punti più bassa che a dicembre, intorno al 68%. Hanno votato 23 milioni e mezzo di persone, contro i 25 milioni che votarono a dicembre. Anche questi dati smentiscono categoricamente le stime dei sondaggisti: si aspettavano almeno 4-5 punti percentuali in meno di partecipazione. 
Nonostante questo, l’alta partecipazione non ha favorito nessuno dei nuovi partiti, né Unidos Podemos, né Ciudadanos: è, di fatto, una vittoria del bipartitismo che sembrava definitivamente sconfitto a dicembre. 
L’instabilità politica, quindi, è potenzialmente ancora più grande che a dicembre. Il partito popolare potrebbe addirittura riuscire a tornare al governo: assieme a Ciudadanos ora è già a 169 seggi (la maggioranza è 176), ma per farcela dovrebbe ottenere l’astensione di qualche altro partito, che oggi come a dicembre sembra impensabile. 
Se Podemos dovesse davvero – come prometteva quando era convinto di superare il Psoe – appoggiare un eventuale governo di Sánchez, assieme otterrebbero solo 157 seggi. Ma potrebbero ottenere l’appoggio esterno di altri partiti. Solo che, a meno di un accordo con Ciudadanos, i partiti nazionalisti sarebbero di nuovo indispensabili, cosa che per i socialisti è indigeribile. 
Ma c’è anche un altro elemento che peserà sul futuro socialista: nella roccaforte andalusa i socialisti non sono andati molto bene: la presidente andalusa Susana Díaz ha oggi meno cartucce per minare il cammino del suo segretario Pedro Sánchez. I socialisti dovranno mettere via i coltelli perché la leadership di Sánchez, che anche con 5 deputati in meno, salva gli stracci e la primazia nella sinistra, è al sicuro. E infatti ieri sera gongolava: siamo noi la principale forza del cambio.

La sconfitta di Pablo, l’ex indignato che sognava i palazzi del potere 

MADRID. OMERO CIAI Restampa
«Ancora una volta niente sorpasso», sussurra Bruno sconsolato, sulla porta del Teatro Goya, quartier generale di Podemos a Madrid. Alla fine dello scrutinio di questo secondo turno elettorale in Spagna è evidente che l’effetto Brexit c’è stato, e che la conseguenza può essere uno scenario politico ancora più bloccato di quello uscito dalle urne sei mesi fa.
Trascinati dagli exit poll, che davano per sicuro il sorpasso a sinistra di Podemos sui socialisti del Psoe, centinaia di ragazzi erano arrivati qui fin dal primo pomeriggio al Teatro Goya - una multisala, un po’ fuori dal centro, dietro lo stadio dell’Atletico Madrid e vicino al Manzanare, il fiumiciattolo della capitale spagnola - dove Podemos aveva dato appuntamento ai suoi militanti. Soprattutto universitari e ragazzi sotto i 35 anni come più del 50% dei votanti di Podemos. Ma con il passare delle ore serpeggiano solo sconforto e delusione.
L’effetto Brexit ha disinnescato la mossa di Pablo Iglesias che, alleandosi con Izquierda Unida, sperava finalmente di battere i socialisti del Psoe, rovesciando i rapporti di forza a sinistra. Doveva essere la grande novità di queste elezioni invece non lo è. Le ha vinte di nuovo Mariano Rajoy, anche se la sua rischia di essere l’ennesima vittoria di Pirro, perché è molto lontano da una maggioranza che gli consenta di formare il governo. Però la sua pervicacia è stata premiata e, probabilmente per la crisi europea, una parte consistente dei voti che aveva perso a dicembre a favore di una formazione nuova, di destra pulita, che lo aveva attaccato con successo sulla corruzione (Ciudadanos) sono tornati all’ovile. E c’è stato anche un effetto Brexit a favore di Pedro Sanchez e del Psoe, che è riuscito nella sostanza a conservare i seggi di sei mesi fa e a respingere ancora una volta “l’assalto al cielo” di Podemos.
Il vero problema però è che il voto non riesce a dare nessuna indicazione esplicita sul possibile governo. L’effetto Brexit lascia la Spagna in uno scenario ancora più bloccato di prima. Nei seggi la destra e la sinistra adesso sono praticamente alla pari e l’unica maggioranza possibile sembra essere quella di una
Grosse Koalition alla tedesca che metta insieme i popolari di Rajoy, rafforzati dal voto, e i socialisti di Sanchez. Grosse Koalition che era possibile anche sei mesi fa ma che i socialisti, nonostante i tentativi di seduzione di Rajoy, hanno rifiutato ponendo come condizione non negoziabile l’uscita di scena del leader popolare.
Verrebbe da dire che hanno perso tutti ma non è vero. Da domani, Mariano Rajoy, l’inossidabile della politica spagnola, scampato agli scandali sul finanziamento illecito del suo partito, alle mazzette ricevute come doppio stipendio, e al tentativo d’abbordaggio di Ciudadanos, potrà con maggior convinzione provare ad attirare i socialisti nei suoi piani governativi. Anche perché Paese e elettori sono stanchi. Un leit motiv, ascoltato spesso in questi giorni fra la gente, è che i politici dovrebbero vergognarsi per la loro incapacità di fare compromessi e formare finalmente un governo stabile per il bene degli spagnoli.
Così mentre lo scrutinio avanza verso la conclusione diventa sempre più evidente che il vero sconfitto è Pablo Iglesias. Il “nemico” di tutti, che i socialisti, senza peli sulla lingua, negli ultimi giorni hanno definito «un tipo spregiudicato, audace e senza scrupoli», un corsaro della politica che ha mutuato le sue regole da ring dal Muhammad Ali del «bisogna muoversi come una farfalla e pungere come un’ape». Pablo “el coleta”, per il vezzoso codino che sfoggia sulla nuca, è stato bravissimo negli ultimi mesi a muovere il suo assedio ai socialisti del Psoe. In meno di tre anni da radicale bolivariano, simpatizzante di Hugo Chávez, è diventato un alfiere della socialdemocrazia scandinava. E alla fine ha perfino rivendicato l’eredità politica di Zapatero, il leader Psoe dei diritti civili della Spagna di qualche anno fa: quella che stupì l’Europa con le sue leggi progressiste, dai matrimoni gay, all’aborto per le minorenni, al divorzio express. Alla fine però la sua cavalcata verso la conquista dell’egemonia a sinistra rimane monca.
Iniziata cinque anni nelle piazze di Spagna con la rivolta degli indignados, la marcia di Podemos semina ancora soltanto delusioni. Ora la sinistra è spaccata in due, un po’ più della metà al Psoe, un po’ meno a Podemos. Mentre la destra si è ricompattata intorno a Rajoy, forse perché non ha niente di meglio, forse perché il Paese più europeista d’Europa ha avuto davvero paura di Brexit.
©RIPRODUZIONE RISERVATA “El coleta” è stato bravissimo ad assediare i socialisti: in meno di tre anni da simpatizzante di Chavez è diventato fautore della socialdemocrazia

Sfuma il sogno degli Indignados “Non è il risultato che aspettavamo” Nella notte dei capovolgimenti di fronte il leader Iglesias ammette la sconfitta “Preoccupa l’avanzata del blocco dei conservatori, ma il cambiamento non si ferma” Marco Bresolin Busiarda 26 6 2016
Ha prevalso la paura del salto nel buio. Meglio la certezza dell’usato sicuro piuttosto che il brivido di un cambiamento. Chiamatelo pure effetto-Brexit, se volete. Perché lo choc provocato dal referendum di Londra non ha lasciato indifferenti gli spagnoli. E le bandiere viola di Podemos nella piazza del museo Regina Sofia hanno di colpo smesso di sventolare.
Avevano cominciato alle 20, quando i primi exit-poll diffusi alla chiusura dei seggi davano per fatto il sorpasso sul Partito Socialista. Con un ampio margine. «Un’opportunità storica per il nostro Paese» la definiva pochi minuti prima delle 21 Alberto Garzon, leader degli alleati di Izquierda Unida. E invece alle 23, quando i dati ufficiali hanno segnato la «non-vittoria» di Podemos, e l’ennesima sconfitta dei sondaggisti, è toccato a Pablo Iglesias affacciarsi nel quartier generale al Teatro Goya per dire che «questo risultato non è soddisfacente». Difficile dargli torto: rispetto a dicembre, la somma dei seggi di Podemos e Izquierda Unida (71) non fa passi avanti. La coalizione perde addirittura un milione di voti in sei mesi.
Eppure le previsioni erano altre. Gli elettori hanno smentito gli ultimi sondaggi ufficiali, quelli diffusi fino a una settimana prima del voto che davano Podemos secondo partito. «Avevamo aspettative diverse - ammette Iglesias - ma soprattutto ci preoccupa la perdita di voti del blocco progressista e l’aumento dei consensi per il blocco conservatore». Tradotto: il Paese vira a destra. Sul palco e in platea i volti sono tirati, Iglesias ha un’espressione mai vista. E le facce sorridenti che campeggiano sui manifesti elettorali sotto lo slogan «La sonrisa de un Pais» («Il sorriso di un Paese») sembrano quasi una presa in giro.
Questa volta Iglesias e i suoi speravano di fare il colpaccio, ci credevano. Volevano diventare il primo partito della sinistra spagnola. E in effetti c’erano tutte le condizioni per riuscire nell’impresa. In questi sei mesi Podemos è stato l’unico partito a muoversi, di fronte all’immobilismo degli altri. Non tanto in termini di alleanze post-voto, perché il partito degli Indignados aveva negato l’appoggio alla proposta di governo offerta dai socialisti in coppia con Ciudadanos. Piuttosto perché era stato l’unico a studiare una nuova strategia elettorale. Ma la coalizione con i comunisti di Izquierda Unida, che ha portato al cartello Unidos Podemos, non è bastata. La somma dei voti non ha provocato la moltiplicazione dei seggi immaginata per effetto della legge elettorale. Non sono serviti a nulla nemmeno l’esibito europeismo («L’Europa va cambiata, ma uscire è un errore» parola di Iglesias dopo la Brexit), la cravatta di Pablo e l’approccio più «moderato». Il partito nato tra le tende degli Indignados si era persino spinto a definirsi «socialdemocratico» per rassicurare i suoi potenziali elettori socialisti. E nelle ultime settimane è arrivata la rivalutazione postuma di Zapatero, definito da Iglesias «il miglior premier di sempre».
Gli spagnoli, in particolare gli elettori socialisti, non gli hanno creduto. Hanno dato piuttosto retta a chi ha colto l’occasione del referendum britannico per lanciare l’allarme: «Fate attenzione perché il populismo e le facile promesse hanno un prezzo». Così l’ondata anti-sistema si è attenuata e la rivoluzione sognata dagli Indignados non è arrivata. È solo rimandata, dicono i dirigenti del partito viola. Come il numero due Errejón, il primo ad ammettere la sconfitta: «Questo è un processo iniziato nel 2011 e non si torna indietro». «Ciò che abbiamo fatto è un qualcosa di storico e senza precedenti», aggiunge Iglesias. Sarà, ma sotto il maxischermo piazzato nella piazza del Regina Sofia resta l’amaro in bocca per questa - grande - occasione sfumata. Doveva essere una nottata di festa, ma la voglia di «juerga» lascia lo spazio alla delusione.
Ora, per scongiurare un nuovo governo guidato dai popolari, Podemos potrebbe cercare di inseguire i socialisti e tentare un’alleanza a sinistra, ma è uno scenario poco probabile. «Non scarto nessuna ipotesi, dobbiamo dialogare» ripete Iglesias con la faccia di chi non ci crede molto. E infatti, dalla sede del Psoe, Pedro Sanchez lo stoppa subito con l’aria del fratello maggiore che tira le orecchie al più piccolo: “Ha avuto la possibilità di appoggiare un governo socialista per andare oltre Rajoy, ma ha prevalso la sua intransigenza». E ora, sembra dire, se avremo di nuovo i popolari al governo sarà solo colpa vostra.  BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

I segreti di Pablo, stella mediatica che alle urne non riesce a sfondare
Tutto quello che vorreste sapere sul leader della sinistra radicale spagnola di Andrea Nicastro Corriere 27.6.16
MADRID Pablo Iglesias non ce l’ha fatta. Il professore di scienze politiche col codino è il grande perdente del voto di ieri. «Non dimentichiamo, però, che in soli due anni ha agglomerato 1/5 dei voti spagnoli, governa nelle tre città più importanti del Paese (Madrid, Barcellona e Valencia) e ha introdotto temi impensabili sino alla sua comparsa, come il sì al referendum indipendentista per la Catalogna e il no all’austerità». L’avvocato difensore è Carlos Prieto del Campo, oggi direttore del Centro studi del Museo Regina Sofia. «Sono stato anche consigliere del presidente dell’Ecuador», l’«anti sistema» Rafael Correa, e «una sorta di padre ideologico di Iglesias». Il leader di Unidos Podemos lo ringrazia così nella sue tesi di master del 2008: «Al compagno Carlos, che mi ha insegnato tanto».
Politico nato.
«Pablo ha fatto solo e sempre politica» dice Carlos Prieto del Campo. «Non ha mai pensato ad altro, non ha altra vita». Il suo nome è il suo destino. «Pablo Iglesias — racconta l’antico maestro — era il sindacalista che il 2 maggio 1879 fondò il Partido socialista obrero español , il Psoe, che il nuovo Pablo Iglesias sta cercando di rifondare».
Radici ideologiche
«Pablo nasce socialista, ma da ragazzo entra nei giovani comunisti. La sua maturazione però avviene come attivista no global in Italia — continua —. È studente Erasmus a Bologna e Padova e si avvicina alle tute bianche di Luca Casarin e al movimento contro il neo liberismo. Contesta l’Fmi ed è a Genova al G8 del 2001 quando la polizia assalta la scuola Diaz. Manifesta e riflette». La sua tesi è diventata un libro, «Disobedientes». Le tute bianche, scrive Iglesias «segnalarono una possibilità strategica» per la sinistra (che non voglia «accomodarsi nella marginalità, nel “sociale” o nel “solidale”») di fare politica «sullo scenario planetario senza essere un partito».
Personaggio mediatico.
«Pablo ha perfezionato la funzione politica dell’intervento nel salotto tv» dice Prieto del Campo. Si prepara con cura: sciorina dati, citazioni e riflessioni originali su qualsiasi tema venga invitato a trattare. Si controlla: ascolta gli interlocutori, li rispetta anche nel linguaggio del corpo, così che quando ne attacca le argomentazioni, risulta credibile e non pretestuoso. Buca il video: non è bello, ma è inconfondibile; non è simpatico, ma seducente. «La tv — scrive Iglesias — aiuta a costruire paradigmi, vale a dire strutture mentali associate a valori, con i quali pensiamo. Lo fa con un’intensità maggiore dei tradizionale luoghi di produzione ideologica: la famiglia, la scuola e la religione».
Stakanov della parola
«Due, tre volte la settimana Pablo registra programmi on line come la Tuerka o Fort Apache . Non gli servono solo per mantenere viva la sua immagine e fare propaganda, ma soprattutto per studiare i tempi, le battute, i concetti giusti che poi usa sulle televisioni maggiori o nei comizi. E’ una palestra, affila pensiero e parola come farebbe un professore nel suo studio, solo che lui lo fa in pubblico». Oltre alla tv online di casa ci sono le comparsate sulle reti maggiori, i libri, fino a poco tempo fa l’insegnamento, ora il lavoro come segretario del partito e l’attivismo come europarlamentare (322 interventi in assemblea in un anno e mezzo).
Passione cinema.
«Per Pablo politica e film sono uno la continuazione dell’altra». Ha scritto il libro «Macchiavelli davanti al grande schermo» in cui spiega come La Battaglia di Algeri , Lolita , Apocalypse Now o Dogville mostrino fenomeni sociali e politici reali. Il proseguimento ideale di quel volume è «Vincere o morire. Lezione politica nel Trono di spade», la serie tv. Con un colpo ad effetto ha regalato i dvd delle puntate a Felipe VI, scandalizzando la corte perché senza cravatta. Iglesias sa di avere poco tempo per arrivare al potere? «Sarà per la prossima volta» assicura Prieto del Campo.
Vita privata
L’ultima fidanzata conosciuta era Tania Sanchez, ex militante di Izquierda Unida passata a Podemos. Nel marzo del 2015 annunciarono la rottura via Facebook. La politica prima di tutto. Pablo abita da solo a Vallecas, zona molto popolare e periferica di Madrid, nell’appartamento che era della nonna. Della signora sono rimasti i mobili e, sembrerebbe, anche le compere in frigorifero. Chi l’ha visto lo descrive desolante, con il vasetto di margarina fiorito di muffe. Moda e sport non lo accendono. E’ permaloso e cocciuto. Ha salutato un politico amico con un bacio sulla bocca. Forse per sbaglio. Gli avversari l’hanno criticato e lui ha inserito il gesto nel proprio personaggio. «Non ci vedo niente di male a baciare, maschi o femmine, sulla bocca». «Il domani è suo» assicura l’ex maestro.

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