giovedì 6 ottobre 2016

I Johnny Lecchino dell'università italiana: Michele Salvati & C.

Risultati immagini per benigni renziCaro Scalfari, oligarchia non è democrazia 
Valentino Parlato Manifesto 7.10.2016, 23:59 
Dopo la seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo, la regola era che la politica doveva essere di tutti: tutti dovevamo impegnarci in politica perché questo era il fondamento della democrazia: “governo del popolo”. Ma ora l’aria è cambiata: Per il referendum del prossimo 4 di dicembre è assai chiaro. C’è un manifesto assai eloquente: «Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un SI». 
Siamo arrivati al punto da ritenere malfattori quelli che si occupano di politica? Al punto che dire: «tu sei un politico» è un insulto? Quindi, basta anche con la democrazia che significa “governo del popolo”? Meglio il governo di pochi o di uno solo. 
Il governo di pochi si chiama “oligarchia”, che già a scuola ci insegnavano che è una brutta cosa. Dire che un personaggio era un “oligarca” non era proprio un complimento. Ma ora anche Eugenio Scalfari ci spiega che sbagliamo: «Il primo errore – scrive nel suo editoriale su Repubblica di domenica 2 ottobre – riguarda proprio la contrapposizione tra oligarchia e democrazia: l’oligarchia è la sola forma di democrazia». 
Questo inatteso innamoramento per l’oligarchia stupisce e preoccupa ed è contro tutto quello che avevamo imparato a scuola. 
Preso dal dubbio sono andato a leggere la voce “oligarchia” nell’enciclopedia Treccani: «Caratteristica della o. (oligarchia) è l’esclusione di notevole parte dei liberi, spesso la maggioranza, dal pieno godimento dei diritti politici e la menomazione conseguente della dignità individuale, dei diritti e della libertà stessa degli esclusi dal potere». 
Ma Treccani a parte, resta il fatto che tra democrazia (governo del popolo) e oligarchia (governo di pochi) c’è una bella differenza che Scalfari non può cancellare, come noi non possiamo ignorare che l’identificazione di democrazia e oligarchia è una deriva della finanziarizzazione e globalizzazione del capitalismo di questi nostri tempi.
IL RISCHIO DEMAGOGIA 
PIERO IGNAZI Repubblica 6 10 2016
DEMAGOGIA, non oligarchia è la forma corrotta della democrazia che rischiamo in questi tempi. Il timore della formazione di una nuova oligarchia paventata da Gustavo Zagrebelsky nel suo dibattito con Matteo Renzi, e commentata con accenti diversi da Eugenio Scalfari e Nadia Urbinati, non è altro che la rappresentazione di una realtà. Ma non sul versante politico. Piccoli gruppi portatori di interessi particolari dominano l’economia, non la politica. In politica, semmai scontiamo un deficit di rappresentatività e rispondenza delle élite, non l’arroccarsi al potere di un ristretta componente in grado di determinare i destini di una nazione. Pensiamo alla campagna “napoleonica” con cui Matteo Renzi ha sbaragliato avversari consolidati, sulla scena da decenni. Grazie alla sua Austerlitz, una nuova generazione è arrivata nella stanza dei bottoni. Lo stesso vale, piacciano o meno i loro messaggi e il loro stile, per i 5 Stelle che hanno immesso in Parlamento un’ampia schiera di matricole. La politica italiana è quindi in una fase di tumultuoso rinnovamento che sta mescolando le carte in maniera frenetica. Chi poteva pensare che nell’arco di due anni un “giovanotto” (detto in termini puramente anagrafici) sconosciuto a tutti come Luigi di Maio fosse un potenziale aspirante al ruolo di presidente del consiglio? Tutto bene allora? Ovviamente no, per una ragione molto semplice: questi due esempi di rinnovamento sono avvenuti tumultuosamente, fuori da binari definiti, in una sorta di processo rivoluzionario, scuotendo dalle fondamenta il ruolo e il prestigio del partito politico in quanto tale. Guardiamo al caso britannico per capire la differenza. Passata la Brexit, il partito conservatore ha attivato il ricambio della leadership al suo interno, in maniera rapida ed efficiente, seguendo regole ben rodate. Questo perché i partiti in Gran Bretagna hanno ancora l’autorevolezza per guidare la politica. Non devono “appellarsi al popolo” per governare. Hanno ricevuto un mandato e lo esercitano. E se falliscono, come nel caso di David Cameron, rassegnano le dismissioni lasciando ad altri il compito di proseguire.
In Italia, la tensione che si respira con l’avvicinarsi del referendum, di cui hanno parlato, con accenti diversi, Guido Crainz e Roberto Esposito, riflette lo smarrimento per la perdita di ancoraggi collettivi, rappresentati un tempo dai partiti. Il loro sgretolamento identitario ed organizzativo — o la loro reinvenzione in forme ancora indefinite come nel caso dei grillini — lascia un vuoto nella società. Privi di un riferimento consolidato i cittadini fluttuano in un ambiente politico liquido e sono per questo più sensibili di un tempo a richiami “essenziali”, anche brutali nella loro schematicità: pensiamo allo slogan leghista “padroni in casa nostra”, a quanto di primordiale — ma di efficace — esso faccia riferimento. Pura, devastante demagogia.
La radicalità del confronto sul referendum, con tutto il disagio che Esposito segnalava, viene dal deterioramento di attori collettivi capaci di metabolizzare e delimitare i conflitti. L’onda anti-partitica viene da lontano nel nostro Paese e continua a montare. Certo, i partiti hanno mille difetti, e sono ai livelli minimi nella considerazione dei cittadini, in Italia come altrove. Ma sono l’unica stanza di compensazione possibile per gestire le diverse posizioni. Senza partiti radicati nella società, impegnati — ancora e di nuovo — a trasmettere le esigenze e le domande dei cittadini, si apre un varco all’irruzione dei demagoghi. Donald Trump non sarebbe mai arrivato alla nomination se il partito repubblicano non fosse stato squassato dal Tea party. L’antidoto ad un imbarbarimento della politica sta in partiti forti ed aperti alla società. Purtroppo è un auspicio più che una realtà.

PROPAGANDA E COLPI BASSI 
STEFANO FOLLI Repubblica 6/10/2016
IL RICORSO al Tar di M5S e Sinistra italiana contro la formula del quesito referendario fa parte della guerra di nervi che ci accompagnerà nei prossimi due mesi.
È FACILE prevedere che il conflitto tenderà a inasprirsi, dal momento che nessuno dei due fronti, il Sì e il No, dispone di un argomento definitivo in grado di garantirgli una larga vittoria in anticipo.
La polemica intorno al quesito che compare sulla scheda elettorale può sembrare un aspetto minore di tale guerra e come tale destinato a estinguersi presto. C’è chi osserva, non a torto, che quel che conta non è la domanda, bensì la risposta popolare (ossia Sì o No al nuovo testo costituzionale). E in fondo il dibattito dovrebbe svilupparsi nel Paese, se possibile su un piano politico-culturale più elevato dell’attuale, non nelle aule di un tribunale amministrativo. Ma tant’è. Il Quirinale, tirato in ballo in modo improprio dai ricorrenti, si è affrettato a precisare che il quesito, così come è stampato sulle schede, è una prerogativa della Corte di Cassazione e riflette il titolo della riforma Boschi.
In sostanza, il capo dello Stato non c’entra: egli si è limitato a firmare il decreto del governo che indice il referendum per il 4 dicembre. È una precisazione perentoria che in un certo senso potrebbe chiudere il caso. Tuttavia la questione sollevata appare insidiosa nel merito. In primo luogo perché tra i firmatari del ricorso ci sono due avvocati liberali, Vincenzo Palumbo e Giuseppe Bozzi, i quali — insieme a Felice Besostri — si sono distinti per essere riusciti a suo tempo nell’impresa di affossare il Porcellum, ossia l’antenato dell’Italicum. Si tratta di giuristi abituati a combattere intorno alle sfumature e a cercare il pelo nell’uovo fra le piccole contraddizioni delle leggi. Ora sono di nuovo in campo con la tesi che il quesito referendario è truffaldino, concepito come strumento di propaganda governativa. Tesi non facile da dimostrare e l’aver fatto un po’ di confusione fra Quirinale e Cassazione certo non aiuta.
È anche possibile, come sostiene qualcuno, che il Tar non sia abilitato a impugnare una pronuncia della Cassazione. E in ogni caso è evidente l’intreccio fra dimensione politica della contesa e la sua cornice giuridica. Detto questo, il ricorso poggia su un’interpretazione dell’articolo 16 della legge 352 del 1970, quella che regola il referendum nelle varie ipotesi, compresa la revisione costituzionale. Sotto tale aspetto, il ricorso non sembra campato in aria. L’articolo 16 prescrive di indicare, quando si tratta di revisione della Carta, gli articoli oggetto della legge e il loro contenuto. In questo caso, gli articoli sono 47 e la scheda — se fosse accettata tale lettura — dovrebbe assomigliare a un lenzuolo.
Viceversa si è scelto di privilegiare il titolo di sintesi della riforma, effettivamente riportato sulla scheda. Il problema è che lo stesso articolo 16 ammette tale possibilità, ma in apparenza la limita ad articoli immessi “ex novo” nel corpo della Costituzione. Quando invece si tratta di una “revisione” di articoli già esistenti — ed è l’esempio della riforma Boschi — occorre procedere con il catalogo anodino di tutti i punti coinvolti. Uno per uno. Quindi non ci sarebbe spazio per una formula accattivante, utile per blandire gli elettori propensi al Sì.
Come si capisce, siamo solo all’inizio di una campagna che sarà ricca di colpi bassi. Dalla sinistra del Pd ai Cinque Stelle si tenta l’accerchiamento di Renzi e la polemica sul quesito non è nemmeno il punto d’attacco più importante. Nonostante il suo noto dinamismo, il presidente del Consiglio dà l’impressione di essere un po’ sulla difensiva. Il duro editoriale del Financial Times (la riforma come “un ponte verso il nulla”...) dimostra le sue crescenti difficoltà. All’interno i sondaggi non sono favorevoli. E nella comunità internazionale il cambio di passo dell’importante giornale inglese segnale che esistono dubbi sulla riforma e forse sulla stessa tenuta del premier. Qualche mese addietro non sarebbe accaduto.

Nessun commento: