sabato 15 ottobre 2016

Il Kafka di Reiner Stach



Kafka liberato dalla gabbia del suo personaggio
Classici. «Questo è Kafka?»: la domanda del suo maggior studioso, Reiner Stach, accompagna con ironia i 99 «ritrovamenti» ora tradotti da Adelphi: fotografie, dediche, cartoline, frontespizi, che contribuiscono a decostruire un tenace intreccio di miti e a rivelare un carattere contraddittorio e insospettabile
Andreina Lavagetto Alias Manifesto 11.12.2016, 10:41
Reiner Stach è al momento, in Germania, il maggiore e più conosciuto biografo di Kafka. Il suo quasi ventennale lavoro si è concluso nel 2014 con la pubblicazione presso Fischer del terzo volume dell’impresa biografica. Nell’insieme, un’opera imponente che unisce il rigore della ricostruzione alla tensione e alla bellezza del racconto. Sempre da Fischer, nel 2012, Stach ha pubblicato un volume kafkiano assai più agile nella mole e negli intenti, Ist das Kafka? 99 Fundstücke, ora nella traduzione, accuratissima ed elegante, di Silvia Dimarco e Roberto Cazzola per Adelphi: Questo è Kafka? 99 reperti (pp. 360, euro  28,00). In risposta alla domanda del titolo (ma davvero? possibile che questo sia Kafka?) Stach conduce con abilità e umorismo la regia del libro: dispone in otto sezioni tematiche 99 «ritrovamenti» sulla vita e l’opera di Kafka, e dedica a ciascuno sobri commenti di poche righe o di qualche pagina, con titoli spiritosi e leggeri che accendono la curiosità e portano a sorridere divertiti: «Kafka bara all’esame di maturità», «Kafka si infuria», «Kafka vorrebbe essere come Voltaire», «Come Kafka e Brod quasi diventarono milionari», «Kafka falsifica una firma (II)» (quella di Thomas Mann), «Kafka e Brod perdono al gioco i soldi della cassa comune per il viaggio», «Kafka senza pruderie».
È una collezione di fotografie, cartoline, dediche, frontespizi di libri, ricordi di amici, impressioni di conoscenti, che Stach ha raccolto in archivi e case private di città europee, americane e israeliane (l’apparato delle illustrazioni è davvero interessante). Ma i reperti sono anche e soprattutto, oltre ad alcuni disegni, passi kafkiani tratti dalle lettere, dai diari e dai quaderni di appunti. Nulla di nuovo, certo, ma Stach cerca brani più riposti, poco conosciuti, che alla luce di questa attenzione esclusiva acquistano diverso rilievo. La scelta è felice, così come gli accostamenti e l’ordine generale. Fine dell’opera, più che evidente ma sottolineato da Stach nella breve introduzione, è di sottrarre Franz Kafka al peso degli stereotipi che ne condizionano la lettura presso il pubblico meno avvertito e attento. Questo è Kafka? contribuisce a minare e decostruire quel tenace intreccio di miti che imprigiona Kafka, scrittore universalmente conosciuto, nel canone astratto delle celebrità indiscusse: tanto indiscusse che la loro complessità e realtà non sono più, se non presso l’élite dei lettori congeniali, oggetto di domande, dubbi e riflessioni.
In Stach si parla, per esempio, del curioso, spesso incoerente modo con cui Kafka trattava il denaro; della sua avversione per i medici; della disciplina sportiva (ginnastica, nuoto, remi) con cui cercava di dar forza a un corpo troppo magro che fin da bambino apriva in lui abissi di disagio; della sua propensione alla risata; della sua attenzione per i bambini; dei pochi casi in cui parlava male di qualcuno; delle emozioni che quasi sempre reprimeva e disciplinava; della sua difficoltà a mentire; della delicatezza con cui, mentendo, volle tener nascosta ai genitori la sua malattia; del modo in cui, appunto, affrontò la tubercolosi; delle sue idiosincrasie alimentari, oggetto di autoironia; della tendenza a giustificare le proprie azioni fin nei dettagli, ossessionato com’era dal bisogno di correttezza e onestà; del sesso, di cui Kafka sapeva anche parlare con certa rude franchezza.

Aspetti, questi, che Stach ha sempre studiato e messo in evidenza nei tre volumi della biografia, inserendosi nella linea degli studi kafkiani che ormai da anni lavorano con successo per rendere conto dell’autore in tutta la complessità e i chiaroscuri della sua personalità: un’attenzione al dato concreto che le tentazioni agiografiche inaugurate da Brod e alimentate da tanta critica hanno sempre negato. Solo che qui, nei 99 reperti, l’inserimento dell’autore in una complessa realtà storica, sociale, familiare e psicologica è il fine esclusivo: sicché la ‘peculiare normalità’ di Kafka emerge con particolare chiarezza.
Speciale interesse rivestono a mio avviso due delle sezioni tematiche in cui si articola il libro di Stach: «Leggere e scrivere» e «Slapstick». Per ovvie ragioni la prima, perché conservano attualità i documenti e le considerazioni che con finezza e senza invadenza – come qui accade – continuino a interrogarsi sulle modalità e le fonti d’ispirazione della scrittura kafkiana. «Slapstick» perché insiste in maniera convincente sulla comicità nell’opera di Kafka, un tema su cui si scrive da tempo ma che offre ancora margini di riflessione.


Laconicamente seria è invece l’ultima sezione, «Fine», in cui Stach si ritira quasi del tutto e lascia parlare i documenti: i due brevi testamenti con cui Kafka dispone delle sue carte, l’iscrizione sepolcrale e l’elogio funebre scritto da Milena Jesenská. Soprattutto, l’ultima lettera, scritta da Kafka ai genitori il giorno prima della morte nel sanatorio di Kierling, vicino a Vienna: in una grafia quasi irriconoscibile, con tono lieve e amorevoli bugie, Kafka chiede ai genitori di rimandare ancora un poco la loro visita perché, anche se «tutto volge al meglio», non si è ancora «ben ripreso».
Che l’opera di Stach non sia un «Köder», una garbata esca volta a sollecitare la curiosità dei lettori, lo hanno sottolineato nel 2012, all’uscita del libro, importanti voci critiche sulla stampa di lingua tedesca, da Manfred Koch a Hubert Spiegel a Fritz J. Raddaz. Il solo rischio della raccolta di Stach è che i «reperti», anziché essere letti come parti di un grande quadro, vengano presi per se stessi, come trouvailles, stranezze, stravaganze, o troppo umane debolezze dell’uomo e scrittore Franz Kafka. Ma non occorre grande sforzo per evitare il pericolo e comprendere l’intenzione vera di Reiner Stach.

Dietro la riverita icona di un Kafka santo e nevrotico Interviste. Incontro con Reiner Stach, che per per vent’anni ha raccolto i materiali per la sua trilogia sull’autore del «Castello» Luca Crescenzi Manifesto Alias Domenica 16.4.2017, 16:13
Lebenswerk, come tanti altri composti tedeschi, è un’espressione dalle molteplici sfumature. È usata, di solito, per descrivere l’insieme delle opere di un autore o anche il singolo capolavoro al quale ha lavorato per gran parte della sua vita, come il Faust di Goethe o I promessi sposi di Manzoni. Nel caso di Reiner Stach l’opera di una vita è anche opera su una vita: per vent’anni ha messo insieme i materiali per la sua trilogia su Kafka, ma ha cominciato forse a immaginarla già da studente universitario quando, a Francoforte, lavorava alla sua tesi di dottorato sulla costruzione estetica della figura della donna in Kafka. Il risultato, strabiliante per acribia e ampiezza, è stato tradotto in molte lingue e ha generato poi una ricaduta: la silloge di sorprendenti «reperti» biografici, apparsa di recente anche in italiano con il titolo Questo è Kafka? per Adelphi.
Fino alla pubblicazione della sua monumentale biografia in tre volumi, datata tra il 2002 e il 2014, la vita di Kafka non era mai stata indagata in modo così preciso e dettagliato. Il suo lavoro ha introdotto una novità sensazionale; ma perché, solo in un secondo momento, ha aggiunto a quest’opera vasta e compiuta un altro piccolo libro di curiosità e aneddoti sulla vita di Kafka?
È stato a causa delle dimensioni della biografia: nonostante l’ampiezza ha avuto un certo successo, ma pensavo che una mole del genere avrebbe spaventato i lettori. I tre volumi sono apparsi a distanza di sei anni l’uno dall’altro, ma poiché pensavo che non fossero in molti quelli desiderosi di leggere 2000 pagine, mi sono chiesto: cosa c’è di nuovo nell’immagine di Kafka che ho proposto, più sfaccettata delle leggende correnti sullo scrittore «santo», nevrotico e introverso? Perciò, dall’idea di fornire alcuni esempi evidenti di questo Kafka inusuale è nata l’idea dei «reperti»: frammenti di vita irriducibili all’immagine tradizionale. Il libro, insomma, doveva essere una chiave d’accesso alla biografia maggiore.
C’è una certa differenza, in effetti, fra l’immagine che la biografia fornisce e quella che affiora da questi reperti, dove – in forma concentrata – emerge un Kafka più umano e persino più ambivalente di quello che appare nella biografia, in cui è descritta una personalità ancora, almeno in parte, riconducibile all’immagine che già se ne aveva prima.
È inevitabile, soprattutto perché in questo ultimo libro ho esibito il mio materiale senza portare alla luce i nessi fra le diverse sfere della vita di Kafka. Ad esempio: la sua sessualità ha a che fare con il problema del padre, il problema del padre ha a che fare con l’ebraismo, l’ebraismo ha a che fare tanto con la modernità quanto con la tradizione. I reperti invece sono come una scatola di cioccolatini: si possono mangiare uno dopo l’altro e nell’ordine che si desidera. Se il libro doveva essere una chiave d’accesso alla biografia, poteva funzionare soltanto in questo modo: i lettori eventuali avrebbero dovuto tenerlo sul comodino e prima di addormentarsi leggere questo o quel particolare dettaglio della vita di Kafka, senza bisogno di affrontare questioni teoriche.
A proposito di questioni teoriche: la biografia è diventata ormai un genere letterario a sé, soprattutto in Germania dove le vite dei più diversi personaggi sono molto diffuse e hanno ormai un posto ben riconoscibile nelle librerie. Perché, secondo lei, risultano efficaci anche quando non trattano di esistenze particolarmente avventurose o ricche di avvenimenti significativi, come nel caso di Kafka?
Il successo delle biografie è diverso di paese in paese. In America e nel mondo anglosassone, ad esempio, le storie di vita sono molto importanti, e il dibattito sul genere biografico risale agli anni trenta. In Germania siamo rimasti indietro. Le discussioni sulla forma della biografia hanno preso avvio solo negli anni ottanta, mezzo secolo dopo. Fino ad allora le vite degli autori non venivano prese in considerazione dagli studi letterari, diversamente dai saggi storici, dove, ad esempio, la biografia di Hitler di Ian Kershaw ha avuto grande risonanza. Nessuno storico direbbe mai: questa non è altro che una biografia. Ma una biografia di Kafka incontra un’accoglienza diversa. Un professore svizzero ha detto che il mio lavoro, anche se è scritto bene, non fa avanzare di un millimetro la ricerca. Altri hanno scritto che il mio libro faceva di Kafka una figura da romanzo e il modo di raccontare lo scrittore risultava poco serio. Poi sono andato in Spagna quando è apparsa la traduzione della biografia e lì i critici accademici erano entusiasti. Ma bisogna fare attenzione: è bello sentirsi dire che una biografia si legge bene, ma bisogna sempre ricordare che noi non eravamo lì quando accadevano le cose di cui parliamo, e che c’è una distanza ermeneutica da far emergere.
Ancora sulla biografia come genere letterario: quando dice che la storia di una vita viene presa più sul serio in ambito accademico significa che si comincia a considerarla ormai alla stregua di un serio lavoro critico; ma cosa aggiunge, in effetti, una biografia a ciò che sappiamo dell’autore? E in che modo arricchisce la nostra conoscenza della sua opera?
Le rispondo con un esempio: nell’opera di Kafka compaiono molti episodi di segregazione, emarginazione, persecuzione. È come un’ossessione e può apparire strano. Se chi legge sa, però, che Kafka era ebreo, allora, le cose cambiano. La segregazione era per lui un’esperienza esistenziale. È per questo che ho indagato sulla possibilità che Kafka avesse assistito a atti di violenza nei confronti della popolazione ebraica di Praga. E questo è accaduto, effettivamente, proprio nelle immediate vicinanze della sua abitazione. La sua stessa famiglia dovette rinchiudersi in casa per evitare le violenze. Anche i suoi amici avevano avuto le stesse esperienze. Sapere queste cose aiuta a focalizzare certi aspetti dell’opera in modo più preciso. Prendiamo ad esempio Il castello. Il suo tema è quello di una società che si contrappone a un individuo. L’individuo vorrebbe entrare a far parte della collettività, ma la collettività lo esclude perché è un estraneo, uno straniero. Allora si avvia un processo dialettico, il singolo vede che la collettività lo respinge, è intollerante, e comincia a chiedersi se sia veramente auspicabile entrare a farne parte, mentre nella società del castello qualcuno comincia a farsi delle domande proprio perché è arrivato quello straniero. Una donna gli dice addirittura: vieni, espatriamo, andiamocene via. Da dove trae Kafka una simile sensibilità per queste situazioni? Credo che la coscienza del suo essere ebreo e la dialettica fra assimilazione e rifiuto, chiariscano proprio questo genere di cose.
Pensa che esista una specifica forma contemporanea della biografia? Che cosa distingue la sua storia della vita di Kafka da quelle che l’hanno preceduta?
Le biografie realmente buone sono molto più raffinate di quelle risalenti, magari, a cinquanta o cento anni fa. All’inizio del secolo scorso Stefan Zweig poteva pubblicare una biografia l’anno, oggi, dopo Sartre, sarebbe impossibile per chiunque. Dopo la sua biografia di Flaubert e il libro che l’ha preparata, la Critica della ragione dialettica, le cose non possono più essere le stesse. Proviamo a considerare la biografia al contrario: non come vita di un uomo bensì come biografia del tempo. Se scriviamo un libro su un’epoca o su un periodo storico possiamo disegnare la storia della mentalità, la storia politica, la storia economica, la storia militare. Ma se scriviamo di una persona bisogna arrivare a una sintesi: dobbiamo scrivere di mentalità in quanto la psiche collettiva di quella data epoca corrisponde alla mentalità di quel singolo individuo, devo conoscere la sociologia di quella data epoca per capire in quale ambiente della società si collochi e devo sapere qualcosa di psicologia se non di psicoanalisi. Insomma la biografia è una forma in cui tutte queste conoscenze si sovrappongono; e questo è fantastico: non c’è altra forma di scrittura che consenta questa sintesi. È uno sforzo notevole che richiede molte conoscenze diverse; per questo ci ho messo tanto a scrivere la biografia di Kafka. Ma quando funziona è meraviglioso.
Insomma, è un modo di scrivere l’epica di un’età della storia e di leggere un’epoca attraverso la lente di un’esistenza individuale?
Epica di un’età della storia è un’ottima definizione.
Goethe sosteneva che la biografia di un uomo sta tutta nelle sue opere e nei fatti della sua vita. Condivide questa visione delle cose?
No, direi di no. Quando si cominciano a raccontare i soli fatti della vita di qualcuno si notano schemi ripetitivi. Kafka, ad esempio, reagisce sempre nel medesimo modo all’autorità nella scuola, all’autorità in famiglia e all’autorità nel posto di lavoro. Si vede, in altre parole, come il suo modo di comportarsi, di entrare in relazione con gli altri segua sempre una modalità difensiva. Tuttavia, l’attenzione a questi aspetti porta già un passo oltre il limite dei compiti del biografo e delinea gli estremi di un’interpretazione. Certo, anche questo ho tentato di fare: mostrare degli schemi che si ripetono e che danno forma alla personalità di Kafka. Ad esempio, se descrivo il modo in cui Kafka affronta una situazione, in cui sono in ballo i rapporti di forza, il lettore deve avere l’impressione di avere già incontrato questa stessa situazione, di sapere già come Kafka reagirà. In questo modo posso esimermi dal definire le sue qualità. Questo, però va al di là di ciò che Goethe intendeva.
In ogni caso è una risposta alla domanda intorno al modo in cui la sua biografia racconta la vita di Kafka. Non è un’opera in cui il lettore sia chiamato a giudicare, ma a comprendere.
Sì, e penso che questo funzioni con Kafka, ma non con chiunque. Ci sono figure interessanti e altre che non lo sono. La microstoria può arrivare, secondo me, solo fino a un certo punto. Quando capiamo in che modo certe opere di genio prendono forma, capiamo anche quali limiti stiamo considerando. Credo che parlando di Kafka tematizziamo i limiti del rapporto dell’uomo con il linguaggio. Non è mai esistito un artista della lingua più grande di lui. È un formidabile inventore di metafore. Possiede un incredibile talento per il linguaggio e una specie di sguardo analitico che gli permette di afferrare una situazione in un secondo, quasi passandola ai raggi X. Questa duplice dote lo distingue da chiunque altro. E per questo ci interessa. D’altra parte non credo che il biografo debba spingersi fino a diventare un interprete dell’opera. Le faccio un esempio che ci riporta al modo in cui Kafka crea le sue metafore: come si sa abbondano nella sua opera gli animali, non solo lo scarafaggio della Metamorfosi, ma anche scimmie, sciacalli, cani, topi e così via. Tutti questi animali sono osservatori della vita degli uomini. Da dove viene questo tema? È la metafora di una condizione che Kafka stesso vive; in famiglia e altrove è un osservatore e ha dato forma a questa esperienza nelle sue figure di animali. È un’interpretazione questa? Direi che più che altro ne è l’inizio. Ma la biografia non può spingersi più lontano di così, per un biografo è già abbastanza.

Nessun commento: