mercoledì 1 marzo 2017

Il professor Golpe Democratico ha scritto un nuovo capolavoro della letteratura universale

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Alberto Asor Rosa: Amori sospesi, Einaudi, pagg. 336, euro 20


Quando una storia d’amore si ferma all’incompiutezza 
Un ragazzo di borgata, un grigio professore di greco, un’anziana signora I nuovi racconti di Alberto Asor Rosa sui rapporti lasciati in sospeso che diventano il sintomo e il simbolo di un’esistenza non autentica

BENEDETTA TOBAGI Rep 28 2 2017
«Ill tatto e la ragione l l l l tatto e la ragione impongono di tacerne / come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita», diceva dell’amore felice la poetessa Wislawa Szymborska, ironizzando sugli scettici e gli invidiosi. Ma come riuscire, in effetti, a cogliere la natura profonda dell’amore tra due esseri umani? Forse i contorni di questa realtà immensa e insieme elusiva si possono tracciare più facilmente a partire dai vuoti, che dalla sua pienezza, ed è questa la via battuta da Alberto Asor Rosa nella sua nuova prova letteraria. I dieci racconti della raccolta Amori sospesi (Einaudi) esplorano altrettanti modi in cui l’eros si incaglia nell’incompiutezza. Bando alla tragica infelicità di tolstoiana memoria: il più delle volte questo non si traduce in strazio o tragedia, e proprio quest’assenza di dramma ha qualcosa di terribile. Ricorda la profezia T.S. Eliot: il mondo che finisce «non in uno schianto, ma con un piagnisteo».
Un ginnasiale di famiglia piccolo- borghese, un timido ragazzo di borgata che diventa commesso in una boutique del centro, un camionista tedesco sulla trentina, un grigio professore di greco al liceo, una promessa mancata del diritto civile, un neopensionato colpito da demenza senile… i personaggi di Amori sospesi sono persone qualunque, protagonisti loro malgrado. Affiora, soprattutto nelle storie ambientate nei primi decenni del dopoguerra, una questione che una volta si sarebbe definita “di classe”: il desiderio è un lusso che non tutti si possono permettere, e la maggior parte delle esistenze, in tempi non lontani, si consumava in una quotidianità il cui orizzonte naturale era il sacrificio; ma è altro il denominatore comune più profondo. La dimensione sospesa dell’amore, mostrano i racconti di Asor Rosa, è tutt’uno con un’esistenza inautentica, incompiuta. Smaschera il segreto di un’umanità che non sa se stessa e spesso non ha parole per dirsi (qualcuno, infatti, prova a cercarle nelle pagine sgualcite dei vecchi tascabili economici di letteratura popolare), assuefatta a uno stato di anestesia permanente, finché la scossa violenta di una qualche forma d’innamoramento non apre un varco nelle loro vite, imbozzolate nei gusci rassicuranti della normalità e dell’abitudine. Abitudine che nei matrimoni narrati nella raccolta si fa piacevole e persino affettuosa, ma non sembra essere nient’altro che una tendina ricamata tirata sul vuoto. Vuoto che emerge come un brivido quando, ai margini della routine quotidiana, si libera uno spazio per il pensiero «che non ha né motivazione né scopo»: così è per Hans Dietrich che, guidando per giorni, ne ha accumulata «una riserva pressoché sconfinata, di cui purtroppo non aveva mai saputo bene che fare» o all’avvocato Emilio, insonne e sgomento nel grigiore indefinito che precede l’aurora. E laddove alla tragedia si arriva — uno degli amanti si ucciderà, in poche righe quasi sottovoce — l’autore sfugge ai luoghi comuni del mito dell’amour passion, fatale e mortifero (si veda il saggio Il mito dell’amore fatale della psicanalista Enrichetta Buchli): non la perdita di una ragazza uccide, ma lo spalancarsi del vuoto che il protagonista aveva cercato di anestetizzare e occultare attraverso lei, in un rapporto che, non a caso, si irrigidisce in una sorta di performance.
L’innamoramento provoca un’epifania sulla verità del vivere. Non a caso, al principio della raccolta, l’adolescente Enrico, appena travolto dalla prima “cotta”, sperimenta un corto-circuito tra vita e filosofia (studiando nientemeno che la prova dell’esistenza di Dio di Anselmo d’Aosta!) che lo rende di fatto un inconsapevole fenomenologo in erba. Ma i personaggi — come gran parte delle persone — hanno paura di vivere fino in fondo. Sono presi dal panico, quando le onde della vita vera lambiscono loro i piedi. Il varco è una crepa che mette a rischio le vecchie strutture dell’esistenza, rigide, ma così rassicuranti. Allora tanti amori restano sospesi perché manca il coraggio di sceglierli, abbandonando unioni che sono piuttosto delle stampelle. È il messaggio lanciato dall’unica protagonista femminile, Adele, che, rimasta vedova, seppur vecchia e raggrinzita, ha un anelito di vita: «Chissà se ora, e sia pure per un tempo infinitamente breve, non mi riesca di essere sola, e da sola quello che sono, o magari avrei voluto essere».
Lo sguardo di Asor Rosa è lucido, ma si posa su questi antieroi pavidi e fragili senza giudicarli, con delicatezza. Tenerezza, persino. Li ritrae perché possiamo riconoscerci in loro, affratellati dall’insicurezza, dal conformismo dettato dalla paura, dal bisogno di essere accettati: chi non si è sentito almeno una volta come Enrico quando pensa «non ridere, ti prego» mentre si dichiara alla donna che ama? L’intimità di coppia fa paura perché è lo spazio dove torniamo a essere nudi e inermi come bambini (tema sviscerato da un altro saggio prezioso, L’amore può durare? dello psicanalista Stephen Mitchell): non a caso, nel breve racconto d’apertura e nel cuore del libro, affiorano ricordi di separazione e ricongiungimento con la madre.
L’incantesimo dello sguardo è un Leitmotiv della raccolta. Sono occhi, o meglio, sguardi — aperti, luminosi — ad accendere la fiamma nel cuore dei personaggi. Sguardi che danno loro la sensazione di esistere, di essere visti, riconosciuti. E l’abbandono amoroso è, infine, poter sprofondare, indifesi, l’uno negli occhi dell’altro. Una comunione più profonda persino di quella fisica, capace di trasfigurare anche il sesso: il tesoro che attende chi vince la paura di correre il rischio dell’intimità.
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Amplessi inappagati in una brillante galleria dei personaggi di Asor Rosa 
Storie di uomini votati alla mediocrità, colti da Asor Rosa in fasi eccezionali delle loro vite: "Amori sospesi", da Einaudi 
Fabrizio Scrivano Manifesto Alias Domenica 26.3.2017, 19:38 
L’amore è lotta. L’amore è scommessa. L’amore è completamento. L’amore è eternità. L’amore è abbandono. L’amore è oblio. L’amore è desiderio. L’amore è dedizione. L’amore è sacrificio. L’amore è sesso. L’amore è felicità. L’amore è ricerca. L’amore è possesso. L’amore è cura. L’amore è riproduzione. L’amore è intensità del presente. Si è scelta la definizione più convincente e appagante? Bene! Si raccolgano tutti questi luoghi comuni sull’amore e si ripongano in qualche vasetto per la conserva. Torneranno utili dopo. Ma quando? 
È ciò che ancora si chiedono, vivi o morti che siano, i personaggi degli Amori sospesi (Einaudi, pp. 336, € 20,00), l’ultima sorprendente raccolta di racconti di Alberto Asor Rosa. Si è soliti dividere gli amori tra fortunati e sfortunati, cioè tra storie liete e tragiche. Si è anche abituati ad amori opachi e trasandati, per i quali la fine non conta. Ma in questo caso si può quasi avere l’intuizione di trovarsi di fronte a una nuova galleria di casi, a un’inusitata serie tematica di amori che, in un modo o nell’altro, restano intrinsecamente inconclusi o inconcludenti. A volte inappagati, a volte inappaganti. 
C’è lo studioso che si annichilisce durante un amplesso. Il commesso che, a distanza di decenni, rincontra l’antica cliente che gli fece girare la testa, ora imbolsita, spoglia di ogni avvenenza e comunque eternamente indifferente. Lo scolaro che, dopo tanti sforzi interiori per vincere la timidezza, cade vittima di un dannato trasferimento familiare della fanciulla desiderata. Il professore mai dardeggiato da Cupido, che solo troppo tardi scopre l’amore in una sua giovane allieva. L’assicuratore che repentinamente, già anziano, torna bambino per riacciuffare l’amore materno. Il camionista che perde la giovane amante nel momento in cui la possiede completamente. La nonna che, finalmente vedova, si riappropria del ricordo represso di un innamoramento fulminante e senza seguito. Il vecchio solitario e misterioso che rifiuta la ragazza che a lui si offre. L’avvocato vittima della sua incapacità di amare. 
Come si vede è una insolita galleria di personaggi in sospensione emotiva, colti in un tratto eccezionale della vita (eccezionalità che spesso scorre parallela alle loro vite più concrete e realizzate) e travolti dal fascino che solo le cose irrisolte riescono a comunicare e a donare. A sostenere l’apnea, le vane attese, e forse anche i fallimenti di ciascuno c’è l’occhio benevolo del narratore. Che certo non risparmia di sottolineare l’irrefrenabile attitudine alla mediocrità dei suoi personaggi, catturati dall’umorismo ma anche involontariamente comici. 
Goffi e impacciati, quasi sempre, divorati da paure ancestrali che da soli non riescono a far emergere, schiacciati dal loro destino, sembrano portatori di un realismo sommesso, sembrano attori di banalità esistenziali da cui il senso comune spesso si difende semplicemente ignorandole. Li vediamo precipitare in una così sconfinata solitudine che essere testimoni delle loro avventure quasi è una missione di soccorso. Una certa crudezza dello sguardo non sta nei toni.
La scrittura scivola via, puntuale, varia nel lessico, piacevolmente allusiva, spesso in dialogo aperto con il lettore, mai lasciato solo né provocato, e gli aspetti più irritanti delle azioni maldestre dei personaggi rimangono come ovattati da un affetto discreto. La crudezza sta invece nella sostanza tragicomica di ciascuna figura. Sta nella domanda che infine affiora alle labbra: possibile mai che nessuno si sottragga al ridicolo dell’amore che trascina a un grado irreversibile di solitudine? Nessuno lo sa con certezza.

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