sabato 11 marzo 2017

Il romanzo di Sofja Tolstaja

Romanza senza paroleSofja Tolstaja: Romanza senza parole, La Tartaruga

Risvolto
Romanza senza parole è la seconda opera narrativa di Sof’ja Tolstaja, scritta dopo il grande successo dell’Amore colpevole che le aveva permesso di uscire dall’ombra del suo illustre marito. Lo scritto è rimasto a lungo sepolto in un archivio di Mosca e solo nel 2010, in occasione del centenario della morte di Lev Tolstoj, è stato pubblicato in lingua tedesca; fu la stessa Tolstaja a chiedere che il romanzo uscisse postumo per evitare di inasprire la sua lunga e insanabile crisi matrimoniale. E soprattutto i tolstoiani non lo avrebbero di certo gradito.

La storia parla di passione, di senso del dovere e del potere dirompente della musica nella vita di Saša. Con la morte della madre, la giovane donna sprofonda in una grave depressione, mentre il marito Pëtr, funzionario di un’assicurazione, uomo semplice e interessato solo alle piante del suo giardino, non è in grado di confortarla e di rompere il muro di silenzio creatosi nella coppia.
È invece l’incontro con Ivan Il’ič , pianista e musicista di talento, a sconvolgere la vita di Saša: lo ascolta suonare le “Romanze senza parole” di Mendelssohn e prova un’inattesa felicità e una innaturale voglia di vivere.
Attraverso Saša, Sof’ja Tolstaja narra in realtà la propria storia: le crescenti incomprensioni con il marito, l’insensibilità da lui dimostrata di fronte alla tragica morte del loro figlio più piccolo che l’aveva portata alla disperazione e al rifiuto del mondo. E come Saša, Sof’ja trova conforto nella musica di un pianista e compositore. E la stessa musica della gelosia suona, come in un gioco di specchi, in quel grande romanzo che è Sonata a Kreutzer.
In “Romanza senza parole” le ansie di Sofja moglie di Lev Madame Tolstoj si prende la rivincita 
MELANIA MAZZUCCO Rep 11/3/2017
La storia del matrimonio di Sofja Andreevna Bers e Lev Nikolaevic Tolstoj sembra la dimostrazione del teorema di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Incipit noto a molti, al contrario del romanzo, sempre meno letto. Ed è un peccato, perché la familiarità coi capolavori tolstojani permette di apprezzare meglio
un’opera come Romanza senza parole di Sofja Tolstaja, appena pubblicata dalla Tartaruga.
Il testo originale russo è rimasto inedito, per volontà dell’autrice e dei curatori del Museo Tolstoj, ed è noto solo nella traduzione tedesca, su cui si basa quella italiana di Tiziana Elsa Prina. È l’ultimo episodio di un duello letterario che Sofja ingaggia con Lev fin dal loro primo incontro, nell’agosto del 1862. Tolstoj, trentaquattrenne, era già l’acclamato autore di Infanzia e dei Racconti di Sebastopoli; Sofja, una diciottenne ignara della vita, buona lettrice (ammirava i libri di lui) e con vaghe aspirazioni artistiche. Aveva infatti composto un racconto, che gli sottopose. Tolstoj le disse di avergli dato solo una rapida scorsa, ma invece scrisse nel suo diario: «Quale forza di verità, e di semplicità!». Un mese dopo, erano marito e moglie.
Sembra l’inizio di una comunione perfetta. È la fine: perché, per ricambiare la sincerità e mettersi a nudo davanti alla sposa, Tolstoj le fa leggere i propri diari. Sofja vi scopre uno sconosciuto, irresistibilmente attratto dall’amore carnale cui lei, rovinata dall’educazione sessuofobica che torturava le donne dell’Ottocento, guarda con ribrezzo. Quella lettura la disinganna e insinua in lei un’inguaribile gelosia. Sedici gravidanze e tredici parti fanno di Sofja una madre appagata, ma una moglie disperatamente infelice. Intanto, tra un figlio e l’altro, il promettente scrittore diventa il re della letteratura russa, e poi mondiale. Per quasi trent’anni, impegnata a crescere i bambini (di cui il marito non si occupa), Sofja si accontenta del ruolo che lui le assegna: assistente di un grande scrittore, paziente copista (trascrive sette volte Guerra e Pace).
E musa passiva: in Anna Karenina, nella storia di Levin e Kitty si compiace di ritrovare quella del loro matrimonio (con episodi ripresi dalla loro vita fino ai particolari più intimi). Ma a poco a poco la certezza di essere per lui «un oggetto fastidioso, quando non gli sono necessaria per il suo piacere», la mancanza di libertà, la noia, la crescente emarginazione dalla vita più vera del consorte la logorano. Annota l’angoscia, le pulsioni suicide, i litigi, i tradimenti e i sospetti nei Diari che, come lui, tiene scrupolosamente per anni (La Tartaruga, 1978).
Il duello fra i due si rinnova in occasione della Sonata a Kreutzer.
Feroce cronaca di un uxoricidio e insieme pamphlet contro il matrimonio che Tolstoj scrive nel 1889, e che Sofja (e i loro contemporanei) leggono come un attacco contro di lei. Tolstaja reagisce scrivendo un romanzo a specchio di quello del marito, Amore colpevole (La Tartaruga, 2009). Come nella realtà, anche nel romanzo la sposa diciottenne resta folgorata dalla scoperta che il marito è interessato solo al sesso, incapace di comprendere la purezza dei sentimenti di lei per un artista. Che non rimane una chimera fantastica, perché intanto Sofja incontra davvero “l’artista” — il pianista Sergej Ivanovic Taneev — e se ne innamora. Confessando l’infatuazione al marito. Questa storia autobiografica racconta anche Romanza senza parole.
Anche qui c’è una moglie incompresa, che legge Seneca e Nietzsche in cerca di consolazione. D’estate, durante la villeggiatura in una dacia fuori Mosca, ascolta il vicino, pianista e compositore, suonare la Romanza in Sol maggiore di Mendelssohn. La musica sublime le schiude un universo di emozioni e rapimenti. E innesca un amore puro, folle e non ricambiato, cui la protagonista capitola e si abbandona, fino alle estreme conseguenze.
Il romanzo è lieve come la melodia che gli dà il nome, la scrittura elementare, e però tutti i personaggi sono tratteggiati con sicurezza (nessuno è un cliché). Gli episodi attingono al vissuto dell’autrice (per esempio l’incontro con la zingara e la confessione al monastero di Sergiev Posad), ma questa conduce la trama con un senso del ritmo molto appropriato al leitmotiv musicale del romanzo. E, soprattutto, inventa un finale problematico (un rifiuto del mondo che, come in Risveglio di Kate Chopin, non è solo annientamento di sé).
Ora il finale della vita di Tolstoj è noto (sulla fuga ad Astapovo sono stati scritti libri e girati film), quello di Tolstaja molto meno. Negli ultimi anni di matrimonio combatte una battaglia senza quartiere per impadronirsi dei Diari del marito. Perché è consapevole di aver vissuto accanto a un genio, e che quelle pagine la consegnano alla posterità come una avida Santippe, sorda agli ideali mistici del marito. Quella battaglia Sofja la perde: non riuscirà a far cancellare che qualche paragrafo. Apparirà effettivamente come la Nemica di Tolstoj — un’antagonista degna dell’Autodifesa di un folle di Strindberg. Non sappiamo quando Tolstaja abbia composto la Romanza senza parole. Forse durante quella lotta disperata, o dopo la sconfitta. Per dare un’ultima versione della storia, offrire un’altra immagine di sé e riscattare la propria esistenza. La giovane moglie del romanzo si rinchiude volontariamente in manicomio. La contessa Sofja invece, pur diagnosticata paranoica e isterica, lotta fino all’ultimo respiro. Cercando di riprendersi l’arma della scrittura che, prima di essere requisita da Tolstoj, era stata anche sua. In un passo del Diario, nel 1898, aveva scritto: «Perché non ci sono donne geniali? Non ci sono, fra le donne, né scrittori, né pittori, né compositori di musica. Infatti tutta la passione, tutte le energie della donna vengono spese per la famiglia, per l’amore, per il marito, e soprattutto per i figli. Tutte le altre capacità si atrofizzano, non si sviluppano, rimangono in embrione. Quando finisce il periodo in cui vengono al mondo ed educati, allora si risvegliano le esigenze artistiche, ma ormai è tardi, la donna non può sviluppare niente in se stessa».
Tolstaja però ci prova. La durezza di questo duello, che va oltre la storia di una coppia per diventare la storia di tutti gli uomini e le donne del loro tempo (e un po’ anche del nostro), è la filigrana che sostanzia ogni pagina del romanzo e motiva la riscoperta della voce dell’autrice. Lucida e, nella sua flebile imperfezione, perfino necessaria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


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