mercoledì 29 marzo 2017

La mostra sui robot a Londra



La mostruosa (e umana) abilità dei robotAridea Fezzi Price >Giornale - Dom, 26/03/2017

La guerra dei robotElon Musk contro Google e Facebook, Stephen Hawkins contro il mondo nelle mani degli automi. L'intelligenza artificiale divide i guru del futuro: in difesa (anche) del proprio


L’invasione dei robot in Usa: tra 15 anni sostituiranno quasi il 40% dei lavoratori Nello studio di Pwc i rischi dell’automazione anche in Europa e Asia Paolo Mastrolilli Stampa 27 3 2017
Nel giro di quindici anni, il 38% dei posti di lavoro disponibili oggi negli Stati Uniti potrebbero essere presi dai robot. E il fenomeno riguarda anche l’Europa e l’Asia, visto che in Germania l’automazione è avviata ad eliminare il 35% dei posti, in Gran Bretagna il 30%, e in Giappone il 21%. Sono i dati contenuti in uno studio pubblicato venerdì scorso dalla PricewaterhouseCoopers, che aiuta a capire perché il fondatore della Microsoft Bill Gates abbia suggerito di tassare i robot che portano via il lavoro agli esseri umani.
La ricerca è basata sulle stime correnti riguardo la velocità e l’estensione delle capacità che l’automazione e l’intelligenza artificiale riusciranno a sviluppare nei prossimi anni. Siccome il ritmo, la direzione, e le regole di questo progresso tecnologico restano incerte, gli autori dell’analisi avvisano che le loro previsioni non sono scolpite nella pietra. Partendo dagli elementi a disposizione, però, i numero sono questi: grosso modo un terzo dei posti di lavoro disponibili oggi nelle società industriali più avanzate è destinato a sparire, entro l’inizio degli Anni Trenta. Quindi in 15 anni.
La differenza tra i vari Paesi, cioè il 38% degli Stati Uniti contro il 35% della Germania, il 30% della Gran Bretagna e il 21% del Giappone, si spiega soprattutto con il livello di sviluppo e di istruzione. I lavori più a rischio, infatti, sono quelli che richiedono un livello inferiore di studio per essere svolti, e in America ce ne sono più che in Europa e Asia. Ad esempio l’automazione nel settore finanziario degli Usa è più probabile di quello britannico, perché gli operatori di Londra lavorano su scala globale e quindi devono essere più preparati, mentre quelli di New York si concentrano sul mercato locale e hanno bisogno di meno conoscenze. In sostanza il rischio, o l’opportunità offerta dell’avvento dei robot, è più alta dove ci sono più mansioni poco specialistiche.
Secondo lo studio di PricewaterhouseCoopers, i settori dove l’avvento dell’automazione sarà più massiccio sono quelli dell’ospitalità, i servizi alimentari, i trasporti e lo stoccaggio. Gli autisti dei camion dovrebbero essere tra i primi a prendere il lavoro, quando lo sviluppo della tecnologia della guida senza pilota sarà perfezionata, perché i suoi costi saranno più sostenibili e convenienti nel campo dei grandi trasferimenti di merci, che sarebbero più sicuri perché avvengono su percorsi più facili da gestire nelle autostrade.
Non tutti però condividono queste previsioni. Il segretario al Tesoro americano Mnuchin, ad esempio, ha detto che l’avvento dei robot «è così lontano nel tempo da non essere neppure nel mio radar. Parliamo di 50, o anche 100 anni». Comunque, quando avverrà, «l’automazione riguarderà i lavori che pagano meno. Quindi dobbiamo prepararci investendo nell’istruzione e l’addestramento degli americani», in modo che siano pronti ad occuparsi delle mansioni che i robot non sapranno svolgere.
Altri limiti potrebbero venire dai problemi nello sviluppo della tecnologia, o dalle regole imposte dalla politica proprio per proteggere gli esseri umani, o comunque attutire l’impatto della transizione. Pur tenendo conto di tutti questi dubbi, però, la strada sembra segnata. Mano a mano che l’intelligenza artificiale e l’automazione progrediranno, diventerà inevitabile sfruttare i suoi vantaggi, così come quando vennero create le automobili divenne inevitabile la fine della carrozze. Il problema è come prepararsi a questo passaggio, e fare in modo che porti benefici agli uomini invece che danni, liberandoli dai lavori che non vogliono fare e preparandoli per quelli più interessanti e utili.
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Industria, scuole e ospedali Qui i droidi trovano più spazio Nei servizi gli assistenti virtuali per aiutare i clienti Fabio Sindici Stampa 27 3 2017
Negli ultimi anni un nuovo valore ha cominciato a farsi notare nelle statistiche socio-economiche dei Paesi industrializzati: la densità robotica. Si tratta del rapporto tra la popolazione di umani e quella dei robot, sia nella società, sia in determinati settori industriali e occupazionali. La presenza di sistemici robotici, da quelli più semplici agli esemplari più sofisticati, oggi riguarda campi molto diversi: l’industria manifatturiera e il settore scolastico, il campo dell’intrattenimento e i servizi medico-ospedalieri (dal droide amichevole Pepper impiegato negli ospedali belgi alle protesi robotizzate in via di sperimentazione all’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa). La popolazione degli automi è variegata: dai robot di uso domestico, come l’ormai classico Roomba o l’umanoide R1, progettato dall’Istituto di Tecnologia di Genova e la cui commercializzazione è prevista nel 2017, agli assistenti virtuali utilizzati da banche e linee aeree per gestire i rapporti con il pubblico, come la Nina di Nuance, posta al front desk virtuale dalla svedese Swedbank. Alexa, l’assistente virtuale di Amazon, sarà presto in grado di riconoscere le sfumature della voce quando si fa un acquisto online.
Il robot più comune resta però il classico «operaio» industriale impiegato per assemblare automobili e inscatolare alimenti. Il 2015 è stato un anno picco nella vendita dei sistemi robotici industriali nel mondo, con oltre 253 mila unità. La Cina è stato il mercato più forte, con una crescita del 27%, anche se la densità robotica nella Repubblica Popolare è ancora bassa. L’Italia, secondo le stime dell’Executive World Robotics è al secondo posto in Europa, dopo la Germania, e al settimo nel mondo. L’Europa è al primo posto per densità robotica, con 92 unità ogni diecimila abitanti; gli Usa sono a 86 e l’Asia a 57, con grandi concentrazioni in Giappone e Corea del Sud.
La grande spinta alla domanda di robot industriali finora è arrivata dall’industria automobilistica, ma negli ultimi anni si sono profilati nuovi protagonisti: l’industria elettronica, poi le produzioni plastiche e dei metalli. Il prossimo triennio per l’Executive World Robotics, sarà critico. Si prevede una crescita esponenziale. L’industria 4.0 si baserà su un’integrazione sempre maggiore tra automatismi, realtà virtuale e hardware. Con un incremento nella collaborazione tra umani e robot. Questi diventeranno comuni anche nelle pmi. In Cina verrà installato il 40% dei sistemi robotici manifatturieri del globo. In Cina, la Foxconn, che produce componenti per smartphone e tablet, ha rimpiazzato 60 mila lavoratori umani con altrettanti robot e aspira a creare una fabbrica totalmente automatizzata. L’Europa è al passo. L’Adidas in Germania ha pronto uno stabilimento per produrre scarpe con i robot. Sarà una nuova economia? Soprattutto, sarà una nuova società? Secondo Richard Yonck, direttore esecutivo di Intelligent Future Consulting e autore Heart of the Machine (il cuore della macchina), «sono in sviluppo computer e software emozionali per recepire le nostre emozioni di comportarsi di conseguenza». Se il prossimo decennio vedrà una nuova divisione del lavoro, forse nasceranno nuove professioni anche per gli umani. Come lo psicologo specializzato nei rapporti tra uomini e robot. Sembra una battuta, ma il campo di studi già esiste: Nicole Kraemer, professoressa di psicologia all’Università tedesca di Duisburg Essen da anni conduce esperimenti sul comportamento di esseri umani a confronto con i robot «virtuali».
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lavoro, come sfidare i robot Pietro Paganini  Stapa 27 3 2017
Il lavoro è la sfida più grande che ci aspetta. Dalle prossime politiche per il lavoro dipende il benessere delle future generazioni così come il loro grado di libertà. Ne sono finalmente consapevoli i 27 che sabato hanno firmato la Dichiarazione di Roma auspicando «un’Europa sociale (…) che lotti contro la disoccupazione»; ne è molto preoccupato anche Papa Francesco ad ascoltarne le prediche. Nè gli uni né l’altro però, sembrano avere compreso appieno le dinamiche con cui il mercato del lavoro sta evolvendo. Entrambi aspirano a modelli predefiniti che appartengono al passato e che purtroppo non possono risolvere i problemi sollevati dalle trasformazioni in atto. Nemmeno il Presidente Trump, che pur può vantare un’economia più vibrante, sembra aver colto appieno il fenomeno. I dati poi che ci giungono periodicamente non sempre ci sono d’aiuto ma rischiano di confonderci. Secondo uno studio privato (PwC) il 38% dei lavori Usa potrebbe essere sostituito dalle macchine entro il 2030 (il 35% in Germania e il 30% in Inghilterra). Altre ricerche stimano addirittura che 4 lavoratori su 10 lasceranno il posto alle macchine entro il 2022. A questi numeri dobbiamo aggiungere che chi entra oggi nel mercato del lavoro dovrà cambiare tra le 5 e le 7 professioni (Wef) mentre il 40% dei lavoratori americani lavoreranno in proprio entro il 2020. Le prospettive dell’automazione in Italia sono ancora deboli, al di là ovviamente della retorica (di cui siamo maestri) sull’Industria 4.0. Sono altri i numeri che siamo soliti commentare, e gli ultimi sono arrivati ieri: gli under 30 che lavorano nella Pubblica amministrazione sono ridotti al 2,7% (6,8 gli under 35%). Con un tasso di disoccupazione che oscilla intorno al 40%, i «giovani» italiani si rendono indipendenti a quarant’anni.
Sebbene alcuni dei dati che circolano sul futuro del lavoro possono sembrare spropositati, ci troviamo sicuramente di fronte ad un paradosso. I Paesi Ocse che più rapidamente stanno automatizzando i processi produttivi hanno un tasso di disoccupazione molto basso. Al contrario, i Paesi con un tasso di disoccupazione alto - e un basso livello di occupazione - sono quelli in cui l’automazione dei processi produttivi è ancora molto lenta, come l’Italia. Esattamente l’opposto di quanto si temeva. La produttività resta ancora bassa ovunque invece, addirittura stagnante in Italia. Così non crescono i salari, vedi gli Stati Uniti, generando un legittimo malcontento tra i cittadini. Le cause però non sono da ritrovare nell’automazione. In Italia i salari non crescono perchè si produce poco, i giovani non sono stimolati ad entrare nel mercato del lavoro, e quando lo sono si presentano impreparati. Si deve capire come creare più posti e non come proteggere quelli che ci sono. Così negli Usa dove tuttavia, il problema sembra almeno per il momento, essere un altro. Con l’arrivo dei robot le imprese non licenziano immediatamente ma tendono a riallocare i dipendenti al loro interno. E quando l’uomo lascia il posto alla macchina è disposto, per non restare senza uno stipendio, a prendere posizioni che richiedono meno competenze, producono di meno e danno salari più bassi. Ecco perchè la disoccupazione Usa resta ai minimi. Si impoverisce il reddito però e quindi in prospettiva potrebbero tornare a crollare i consumi. Così come potrebbero svilirsi le competenze, e potrebbero di conseguenza diminuire, anche se non è detto, gli investimenti produttivi. C’è una terza via, più auspicabile: una volta ceduto il lavoro ai robot, ci riqualifichiamo per creare altre professioni che a loro volta si estingueranno obbligandoci a riformarci e crearne di nuove. Questa soluzione è la più auspicabile, ma richiede tempi molto lunghi e genererebbe situazioni di in-out dal mercato del lavoro che necessitano di un nuovo modello di welfare. In questo contesto prende forma l’idea di reddito di cittadinanza su cui persino i liberali più ostili all’ipotesi di reddito fisso, stanno ormai riflettendo.
Ci sarebbe un ulteriore scenario su cui concentraci, non così folle nè forse troppo remoto: il giorno in cui faranno tutto le macchine e i nostri nipoti non saranno obbligati a crearsi un lavoro. Meglio cominciare a pensarci.  BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Una norma sui robot per non farci cogliere impreparati 
Paolo Gallina* Stampa 28 3 2017
Ieri è stata presentata alla Camera una mozione affinché il governo intraprenda azioni che portino a «uno sviluppo sostenibile della robotica, dell’intelligenza artificiale e della sicurezza informatica».
L’attenzione che viene data all’argomento potrebbe apparire eccessiva, alimentata più da preoccupazioni fantascientifiche che da una concreta necessità di vigilare. In fondo, già negli Anni 60, primordiali robot umanoidi venivano presentati alle principali fiere mondiali, informando il mondo che presto, tempo una ventina d’anni, i robot avrebbero invaso il focolare domestico. Così non è stato. Ora, il copione sembra ripetersi. 
Tuttavia, se confrontiamo i pericoli di un futuro distopico allora preannunciato e la nostra realtà, emergono delle differenze sostanziali. 
Innanzitutto, i robot umanoidi e le intelligenze artificiali sono diventati così evoluti da riuscire a spremere «sentimenti artificiali» dalla mente degli utilizzatori. Il fenomeno è ben noto in ambito scientifico. E viene già sfruttato commercialmente. Il termine «persuasive technology» indica tutte quelle tecnologie, digitali e meccatroniche, studiate per indurre l’utilizzatore a comportarsi in una ben determinata maniera. Ecco quindi che un robot non è solo uno strumento asettico a servizio dell’uomo, ma ha buone chance per diventare un’entità che sta a metà tra l’inanimato e il vivente, in grado di suscitare emozioni artificiali. Personalmente, ritengo che l’evoluzione di un artefatto prodotto dall’uomo, in grado di influenzarne sentimenti, stati d’animo e grado di empatia, debba essere monitorata da vicino, senza preconcetti e inutile allarmismo. Questo al fine di trarre il massimo del beneficio ed evitare qualche «buca di percorso» prodotta da uno sviluppo selvaggio.
Un secondo motivo per cui il ciclo di produzione dei robot e dell’intelligenza artificiale debba essere in qualche modo analizzato con spirito critico riguarda la scomparsa di posti di lavoro. I tecnofili osservano che è insito nel progresso il cambio di professionalità. Oggi i maniscalchi in una grande città si possono contare sulle dita di una mano a differenza degli informatici. Le professionalità emergenti (programmatore, manager, tecnologo) hanno a che fare con capacità elevate di astrazione della mente e tutto ciò rappresenta sicuramente un aspetto positivo del progresso. Tuttavia, ritengo che, rispetto al passato, i ritmi del cambiamento hanno assunto tassi di crescita pericolosamente elevati. Mio padre, che era un meccanico, ha impiegato con efficienza le competenze acquisite da studente fin oltre l’età della pensione. Attualmente, nel settore della robotica e dell’intelligenza artificiale, è sufficiente un quinquennio di mancato aggiornamento per perdere il treno della conoscenza strategica. Perciò il cambiamento di professionalità causato dalla «tecnoautomazione» della nostra esistenza va compensato con formazione adeguata.
Per ultimo, segnalo che la tecnoautomazione può – non è detto e dipende da molti altri fattori – causare un’eccessiva concentrazione di ricchezze.
Per questi motivi, che non esauriscono certo la lista, una riflessione comunitaria e un consequenziale impegno politico sono doverosi.
*Professore di Meccanica applicata alle macchine e di robotica all’Università di Trieste
Con il libro «L’anima delle macchine» (edizioni Dedalo) ha vinto il premio Galileo 2016 per la divulgazione scientifica BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

Se il lavoro va ai robot  Ecco quanto pesano sull’occupazione un automa vale sei operaiTagli ai posti e ai salari nell’industria Però, dalla sanità all’agricoltura, nessuno rinuncia alle macchine intelligentiFEDERICO RAMPINI Rep 30 3 2017
Chiamiamola la beffa del condizionatore d’aria “made in Usa”. La marca è Carrier, filiale della multinazionale United Technologies. Un caso ormai celebre, che Donald Trump addita come un esempio della sua azione efficace a tutela della classe operaia. A novembre, appena eletto presidente (ma non ancora in carica), Trump si occupa dello “scandalo Carrier”: vogliono chiudere una fabbrica di condizionatori a Indianapolis per trasferirla in Messico, delocalizzando a Sud del confine 800 posti di lavoro. Il presidente-eletto fa fuoco e fiamme, chiama il chief executive dell’azienda. Forse interviene la casa madre, United Technologies, che ha grosse commesse per l’esercito e non vuole inimicarsi il neo-presidente. Sta di fatto che Carrier cede alle pressioni, fa dietrofront: la fabbrica resta sul suolo Usa, nello Stato dell’Indiana. Tripudio di Trump che canta vittoria via Twitter: «Ecco come si difende l’occupazione e l’economia nazionale». Passano i mesi e il caso viene dimenticato. Fino a quando il chief executive Greg Hayes rivela ai sindacati che i 16 milioni di investimento nella sede di Indianapolis vanno tutti in robotica, automazione: «Alla fine ci saranno meno posti di prima. Dobbiamo ridurre i costi, per essere competitivi».
La morale è crudele, la vittoria di Trump si trasforma in boomerang, anche se nel frattempo l’attenzione dei media si è spostata altrove. Ma il problema è generale. L’agenzia Reuters diffonde un’indagine della PwC fra i chief executive americani, secondo cui l’80 per cento delle aziende Usa che vogliono tagliare gli organici hanno l’intenzione di sostituire uomini con robot, computer, intelligenza artificiale. Come dire: oggi l’occupazione umana viene minacciata e distrutta più dall’automazione che dalle delocalizzazioni nei paesi emergenti. L’impatto della robotica rappresenta una sfida diretta alle politiche protezioniste di Trump: rischiano di sbagliare bersaglio. Non che le multinazionali Usa abbiano smesso del tutto di trasferire fabbriche e impieghi in Messico o in Cina. Però non è più quello il motore principale dei risparmi sui costi, dei guadagni di efficienza. Se questo è vero, potrebbe deludere anche la riforma fiscale che Trump vuole dal Congresso, sempre in chiave protezionista: con l’introduzione di una “border tax” che penalizzi le importazioni dall’estero. (Per aggirare le regole del Wto ed evitare rappresaglie c’è chi pensa di costruire la “border tax”, o tassa di confine, in modo che assomigli il più possibile all’Iva europea; l’intento protezionista e discriminatorio resterebbe comunque). Magari riuscirà ad incoraggiare davvero una re-industrializzazione degli Stati Uniti. Ma le nuove fabbriche saranno popolate di computer e robot, con un’occupazione umana ridotta ai minimi termini. Si avvera quella battuta da humour nero che da anni ormai circola fra gli esperti di automazione: «La fabbrica del futuro darà lavoro a un uomo e un cane. L’uomo dovrà nutrire il cane. Il cane dovrà tenere l’uomo a distanza dalle macchine».
Una conferma autorevole arriva da una ricerca appena pubblicata da due economisti: Daren Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology e Pascual Restrepo della Boston University. Ne ha dato conto ieri il New York Times, mettendo in evidenza che Acemoglu e Restrepo hanno rovesciato completamente le conclusioni di un loro studio precedente. L’anno scorso avevano pubblicato una previsione molto ottimista, in base alla quale l’automazione industriale distruggerà posti operai dequalificati, ma li sostituirà con nuove mansioni più specializzate e meglio pagate, dai tecnici informatici agli ingegneri. È lo scenario virtuoso su cui sono basati i manuali di economia dai tempi della rivoluzio- ne industriale inglese di fine Settecento: dando torto a quei “luddisti” che distruggevano fisicamente i primi telai meccanici per difendere i posti di lavoro degli operai tessili. La “distruzione creatrice” del capitalismo, ci è stato insegnato, con l’automazione ci porta verso un mondo migliore: meno fatica fisica, più lavoro intellettuale, più benessere.
La prima ricerca Acemoglu-Restrepo però era basata su proiezioni teoriche. Quando i due economisti si sono immersi in uno studio dal vivo, raccogliendo dati sull’economia reale, le conclusioni si sono ribaltate in modo drammatico. Nel settore manifatturiero l’occupazione distrutta dall’automazione supera di gran lunga quella che viene creata. L’industria americana ha introdotto in media un nuovo robot industriale ogni mille operai, tra il 1993 e il 2007. (In Europa l’automazione è ancora più spinta: 1,6 robot ogni mille operai). Ogni robot nuovo che viene installato per ogni mille operai, distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7 per cento il salario. Tra il 1990 e il 2007 l’automazione ha distrutto 670.000 posti. E stiamo parlando solo di fabbriche manifatturiere negli Usa. Ma l’intelligenza artificiale avanza implacabile nella finanza dove elimina bancari, nel settore ospedaliero dove elimina tecnici delle analisi, nelle prenotazioni di aerei o di spettacoli, un giorno forse sarà alla guida di taxi e camion. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Blogger ha detto...

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