domenica 9 aprile 2017

Tradotta la lista della lavandaia di Roberto Bolano

Scorribande poetiche di Roberto Bolaño in un mondo maledetto 
Andrea Bajani Alias Domenica 14.5.2017, 19:23 
Tutta l’opera in prosa di Roberto Bolaño è un monumento alla poesia. Aver riapparentato a fine millennio – e dunque in un’epoca di ormai definitiva marginalizzazione della poesia – poeti e criminali è stata la sua grande intuizione narrativa. Le pagine dei Detective selvaggi, di Stella distante, di Notturno cileno, di 2666, sono messe a ferro a fuoco da giovani poeti che spargono il terrore per le città sudamericane. Si chiamano Arturo Belano, Auxilio Lacouture, Ernesto San Epifanio. 
Lungi dall’essere neutralizzati da un mercato e da una società che non se ne fa niente, i poeti di Bolaño buttano giù le staccionate del riconoscimento sociale. La poesia è un fare, prima di tutto. Anzi, un disfare credenze. Soprattutto, è un fare paura: a chi pensa di usare le parole ogni giorno per mettere il mondo in sicurezza. 
Il poeta – dice Bolaño – prima di tutto cerca lo scontro, fabbrica ordigni verbali; il suo silenzio ticchetta perché farà saltare in aria l’ordine costituito del discorso del potere. In Notturno cileno, il critico Sebastián Urrutia Lacroix vede un giovane poeta fare irruzione in casa sua: «all’improvviso si è presentato alla porta di casa mia e senza la minima provocazione e del tutto inopinatamente mi ha coperto di insulti». Urrutia Lacroix tenta di disinnescare l’ordigno: «Questo sia chiaro. Io non cerco lo scontro. Sono un uomo ragionevole. Sono sempre stato un uomo ragionevole». Ma il poeta sa che la ragionevolezza è la ragione del potere; per questo gli oppone la violenza di uno scontro senza compromessi. 
E però, la vera istituzione che Bolaño ha preso d’assalto è stata quella del romanzo. Ha potuto farlo perché era lui stesso un poeta, il primo a mettere il canone in pericolo ogni giorno. Grazie alle edizioni Sur e a Ilide Carmignani, possiamo ora leggere anche in italiano parte della sua produzione poetica. Tre riunisce le brevi raccolte scritte da Bolaño tra il 1981 e il 1994: Prosa dell’autunno a Girona, I Neochilenos e Una passeggiata nella letteratura. L’autore ne era molto fiero: lo ricorda Andrés Neuman che, nell’acuta prefazione al libro, riporta una sua dichiarazione: «Se mi legassero a una sedia e mi costringessero a leggerlo un’altra volta, non perderei la faccia per la vergogna. A volte arrivo persino a pensare (…) che sia uno dei miei due libri migliori». 
Ora che il quadro dell’opera di Roberto Bolaño comincia a farsi chiaro, salta agli occhi un’evidenza: come narratore, Bolaño è prevalentemente un poeta, come poeta è soprattutto un narratore. Se ha segnato in maniera così decisiva la storia del romanzo contemporaneo, è anche perché ha sottoposto edifici narrativi di dimensioni decisive all’assalto temerario del poeta, di chi non ha niente da perdere. Chi non ha un pubblico non teme di perderlo, non addomestica le parole per piacere. 
È questo che ci dicono i suoi versi, intrisi dell’immaginario selvaggio che già conoscevamo, ma paradossalmente più docili, proprio perché più narrativi. E perciò complementi perfetti della sue prove più importanti. Sono scorribande in un mondo maledetto (rock, anche, soprattutto nei Neochilenos, che erano «pure ispirazione / e niente metodo»); in due casi su tre si tratta di prose brevi e percussive, l’autore che prende la parola per «contemplare le pareti scrostate» e raccontarsi. E raccontare, soprattutto, la sua devozione alla letteratura che, in versi come in prosa, è ciò che – di Bolaño Bolaño – da sempre sbalordisce i lettori, tra fuore e tenerezza.

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