di Vittorio Sabadin La Stampa 25.11.14
Il
25 agosto 1939, sei giorni prima dello scoppio della II Guerra
Mondiale, un eroe dimenticato che si chiamava Jacques Jaujard fece
appendere un cartello all’ingresso del Louvre, avvisando i visitatori
che il museo sarebbe rimasto chiuso per alcuni giorni a causa di lavori
urgenti. Subito dopo avere sbarrato i portoni, decine di uscieri, guide,
impiegati, e professori e studenti dell’Accademia diedero inizio in
segreto alla più grande operazione di salvataggio dei maggiori
capolavori dell’arte, minacciati dal sicuro arrivo dei nazisti e dalle
bombe che presto sarebbero cadute su Parigi. In pochi giorni, 3690
dipinti furono staccati dai muri e imballati in 1862 casse bianche. Le
statue vennero imbottiture prima di essere caricate sui camion. Dal
Louvre partirono 203 veicoli, in 37 convogli diretti verso i castelli
della Loira o anonimi paesi di campagna, lontani dagli obiettivi di
Hitler.
Nessuno aveva ordinato a Jaujard di organizzare questa
operazione. Lo decise da solo, convinto che non c’era più tempo da
perdere. All’epoca era vicedirettore dei Musei nazionali francesi e un
anno prima aveva già aiutato il Prado di Madrid a portare al sicuro in
Svizzera i capolavori messi in pericolo dalla guerra civile. Oggi quasi
nessuno si ricorda di lui e persino il film «Monuments men» di George
Clooney lo ha ignorato, preferendo dare un ruolo più importante a una
delle sue eroiche assistenti, Rose Valland. Finalmente, un documentario
di Jean-Pierre Devillers e Pierre Pochart, «Illustre et inconnu»
(illustre e sconosciuto) ci ricorda che, se possiamo ancora ammirare
migliaia di capolavori, lo dobbiamo al coraggio di un uomo solo,
circondato da persone fidate. La «Gioconda» di Leonardo fu il primo
quadro ad essere portato via. Su ogni cassa era dipinto un cerchio, il
cui colore ne indicava il valore: giallo per le opere di pregio, verde
per le più importanti, rosso per i capolavori. Sulla cassa della «Monna
Lisa» vennero dipinti tre cerchi rossi. La tela andò a Chambord, ma
durante la guerra fu spostata per sicurezza più volte: a Louvigny, poi
all’Abbaye de Loc Dieu, al Museo di Montauban e infine nel magico
castello di Montal, sopra Tolosa.
I dipinti più grandi, come «Le
Nozze di Cana» del Veronese, vennero portati via arrotolati e altri,
come «La zattera della Medusa» di Géricault, caricati sui camion così
com’erano, protetti solo da un lenzuolo. La grande statua della
«Vittoria alata di Samotracia» fu l’ultimo capolavoro a lasciare il
museo, il 1° settembre, nelle ore in cui i tedeschi invadevano la
Polonia.
Jaujard, nel corso della guerra, si prese cura di ogni
opera messa al sicuro. Spostava quadri e statue quando pensava che
fossero in pericolo, procurava stufette per proteggere dall’umidità
quelle più antiche, come lo «Scriba rosso» egizio, un fragile vecchio di
4000 anni. Doveva combattere su due fronti: i nazisti, inferociti per
avere trovato al Louvre solo cornici vuote, e il governo
collaborazionista di Vichy, altrettanto ansioso di recuperare le opere
per regalarle ai nuovi padroni. Ma riuscì a vincere la sua guerra
segreta: nel 1944 tutti i capolavori tornarono a Parigi, senza il minimo
danno.
Jaujard aveva aiutato anche molti collezionisti privati, i
David-Weill, i Jacobson, i Levy e i Bernheim, a mettere in salvo le loro
opere. Verso la fine della guerra la Resistenza gli mandò in aiuto uno
dei suoi migliori elementi, nome in codice «Mozart», nota attrice
francese biondo platino, che aveva recitato con Jean Renoir prima di
passare alla clandestinità. Divennero amanti e guardarono insieme dalla
finestra i nazisti che lasciavano sconfitti Parigi.
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