Insieme in Emilia-Romagna farebbero quasi il 7%. Ma insieme per ora non sono e non è detto che lo saranno in futuro. La sinistra fuori dal Pd, pur in presenza di condizioni politiche favorevoli — i «corpi intermedi» di Cgil e Fiom in piazza da settimane contro il premier — non si è discostata neanche questa volta da numeri risicati: 3,2% Sel e 3,7% l’Altra Emilia-Romagna (una lista Tsipras in scala regionale). Il partito di Vendola, che a Roma è all’opposizione, ha fatto in Emilia una scelta «di governo», appoggiando il neo presidente Bonaccini. Il patto con il Pd è esattamente ciò che l’altra lista rimprovera a Sel. La storia è antica — sinistra di governo o di opposizione — e riproduce, in piccolo, le divisioni ai tempi del governo Prodi. E dire che questa volta il clima, a chi cerca una sinistra fuori dal Pd, era sembrato propizio. Invece, nonostante la doppia offerta, la maggior parte degli elettori ha preferito restare a casa.
di Fabio Martini La Stampa 25.11.14
Il voto degli elettori di Piacenza e di Cosenza, di Crotone e di Rimini dimostra che la formazione centrale del sistema, il Pd, sta cambiando pelle: sta cominciando ad assomigliare sempre di più ad un partito-piglia-tutto, a quel Partito della nazione, che è l’ambizione più o meno inconfessabile di Matteo Renzi. I numeri sono eloquenti: il candidato-governatore del centro-sinistra sfonda in Calabria (61,4%), una regione a forte vocazione governativa e dove la sinistra ha sempre faticato, mentre invece in Emilia-Romagna, tradizionale roccaforte rossa, il Pd mantiene la guida, ma perdendo metà degli elettori che lo avevano votato sei mesi fa. E smarrendo per strada una percentuale importante: il Pd passa in Emilia dal 52,5% delle Europee al 44,5 di ieri.
Dunque, un Pd un po’ piu “sudista” e “di governo” e un po’ meno di sinistra, ma comunque un partito asso-pigliatutto che vince ovunque. Con percentuali (sopra il 40 per cento in Emilia, ma anche in Calabria dove ha presentato tre liste) e con il passo della forza centrale, del Partito della nazione. E per questo partitone quali migliori avversari, sulle due ali, di formazioni identitarie, radicali, improbabili come forze di governo? Il risultato elettorale in Emilia- Romagna, dal punto di vista di Renzi, è ideale. La Lega (19,42%) prende il doppio dei voti di Forza Italia (8,36), eppure il dato meno vistoso ma altrettanto importante è un altro: il candidato governatore del centrodestra, il leghista Alan Fabbri, col 29,85%, ottiene la percentuale più bassa ottenuta in Emilia dallo schieramento anti-sinistra nell’arco di tutta la Seconda Repubblica. Ecco perchè ieri notte Matteo Renzi ha mandato in rete un tweet per certi versi sbalorditivo nella sua trasparenza e sincerità: «Lega asfalta Forza Italia e Grillo». Un compiacimento che è anche una speranza: un centrodestra a trazione leghista è un’assicurazione di lunga vita per Matteo Renzi. Anche perché l’avanzata leghista che in queste ore fa parlare di Salvini come di un leader in irresistibile ascesa, in termini di valori assoluti vale molto meno e anzi rappresenta un arretramento rispetto alle precedenti Regionali: nel 2010 il Carroccio fu votato da 288.601 emilian-romagnoli che domenica sono diventati 233.439. In altre parole la predicazione di Salvini ha avuto l’effetto di motivare gli elettori potenziali. Ma neanche tutti.
Naturalmente il voto in Emilia-Romagna e in Calabria ha subito dato la stura a dinamiche interne ai partiti (Forza Italia, Cinque Stelle) che a medio termine potrebbero complicare i progetti di Renzi e del “suo” Partito della nazione. Anche se il tarlo più insidioso emerso da questa tornata elettorale riguarda la progressiva “proporzionalizzazione” del voto: una dinamica destinata a rendere meno scontato l’approdo della riforma elettorale che Renzi ha ritagliato sulla misura di un partito del 40 per cento. Attorno al quale - ecco l’ulteriore novità di questa tornata elettorale - sono oramai scomparse le forze medie (quelle tra il 10 e il 25%), mentre sta fiorendo una miriade di partiti e partitini sotto il 15%, nessuno dei quali sarà interessato ad assecondare il progetto renziano.
Ma nel voto di domenica ci sono altri dati destinati ad avere ripercussioni nei prossimi mesi: la disaffezione che ha colpito il Pd nella “sua” Emilia si è espressa in parte nell’astensione e in parte anche nel voto a due liste di sinistra radicale che sembravano destinate ad una progressiva eclissi: Sel e la Lista Tsipras, pur separate, hanno raggranellato il 6,94% (rispetto al 4,1%delle Europee), una base elettorale per chi la volesse mettere a frutto a Roma. Nell’ottica renziana di un Partito della nazione che dal centro(sinistra) domina il sistema e ammansisce le ali riottose, aiuta anche il ridimensionamento del Cinque Stelle che confermano, aggravandola, una tendenza già nota: laddove manca il richiamo di Beppe Grillo, gli elettori si rifugiano nell’astensione.
La Fiom contro, i pensionati delusi
L’Emilia rossa a caccia dei «disertori» Il partito scosso dal crollo dei votanti. L’autocritica di Bonaccini
di Francesco Alberti e Marco Imarisio Corriere 25.11.14
BOLOGNA La tempesta perfetta continua sul ballatoio del circolo Arci Benassi. «Certo che non ho votato, dopo quegli scandali la Regione possono anche chiuderla». «Anche io mi sono rifiutato, quel Renzi e il suo Jobs act o come si chiama sono roba di destra».
I due pensionati si chiamano Luciano e Dino, ma i nomi sono interscambiabili con quelli degli altri cento che stanno giocando a carte nella sala all’interno della sezione Pd più grande di Bologna, una palazzina enorme con vista sulle luci che illuminano la strada per San Lazzaro di Savena.
Alle pareti di un posto che rappresenta soprattutto un’idea di partito e di sinistra che ti accompagna per tutta la vita non c’è il consueto album di famiglia, ma solo poche e ben selezionate foto. C’è un Romano Prodi ancora baldo e sorridente, c’è il sorriso sotto i baffoni di Renzo Imbeni, il sindaco galantuomo diventato simbolo della via emiliana al comunismo nei tempi moderni. E soprattutto c’è un incontro con annessa stretta di mano tra don Giuseppe Dossetti e il partigiano Giuseppe Dozza, gli uomini che ispirarono la politica emiliana delle due Chiese. Tu chiamalo se vuoi, consociativismo, declinato attraverso la delega ai famosi corpi intermedi, della quale questa Regione è indiscusso regno.
Nella piazza Zanti di Cavriago oltre a quella del Pd ci sono altre 16 sedi di associazioni, sindacati, cooperative, comitati. Il paese più rosso dell’Emilia, famoso per il busto di Lenin donato nel 1920 dal partito comunista sovietico, è rimasto a casa. Su 8.000 abitanti sono andati a votare solo in 2.600, quattro punti sotto la già disastrosa media regionale. Stefano Corradi, segretario del Pd locale, non si stupisce. «Se predichi l’abolizione dei corpi intermedi, perché questi dovrebbero votarti?».
Nel 1970 alle prime Regionali nella storia dell’Emilia Romagna votò il 96,6 per cento degli aventi diritto. La caduta del muro e il cambiamento di nome del Pci non ebbero influenza sul rito della democrazia partecipata: nel 1990 votò un bulgaro 92,9%.
In questa Regione la Cgil conta 800.000 iscritti, la differenza tra il successo di massa e la vittoria in solitudine. Vincenzo Colla, il segretario regionale, ha votato con poca convinzione. «Non si può negare che il governo ha un problema con il mondo del lavoro. E liquidare tutto con un due a zero e palla al centro è un modo debole di commentare l’accaduto».
Ieri mattina Bruno Papignani, il leader regionale Fiom teorico della diserzione elettorale, aveva la voce impastata di soddisfazione mista alla paura di chi ha fatto bingo e al tempo stesso l’ha combinata grossa. «Renzi è venuto qui a mostrare i muscoli contro i deboli, a recitare la sua litania liberista-gaullista, e adesso dovrebbe meditare: ha perso».
In una terra che ha ancora una concezione sentimentale ed etica della politica, i falsi rimborsi dei consiglieri regionali e altre vicende non proprio edificanti di amministrazione locale hanno fatto danni peggio della grandine. Nella Brescello che fu di Guareschi e oggi è in odore di ‘ndrangheta, con un sindaco che finge di non vedere un problema sotto gli occhi di tutti, è andato alle urne appena il 20,80 per cento.
Sarà anche vero, come disse Silvio Berlusconi, che «questi comunisti» voterebbero anche un gatto se glielo chiedesse il partito, ma a queste elezioni si è arrivati con un presidente condannato e dimissionario, Vasco Errani, l’inchiesta sulle spese pazze, dodici consiglieri regionali indagati ma ricandidati, e come ciliegina sulla torta le primarie più assurde dell’epoca moderna, frutto del compromesso tra le imposizioni giunte da Roma e i tentennamenti del nuovo presidente. «Ho sbagliato anch’io» ammette Bonaccini, che ieri non aveva esattamente la faccia del vincitore «Commisi un errore a sottovalutare la rapidità delle decisioni che dovevamo prendere data l’emergenza che si era creata».
L’Emilia Romagna è sempre stata invisa a Roma ma non è un posto da prendere sottogamba. Le fibrillazioni del mondo prodiano, con Sandra Zampa a sostenere che Bonaccini «è stato lasciato solo» e che qualcuno avrebbe potuto fare un pensiero sull’utilizzo dell’ex presidente del Consiglio, e il professore che usa una frase sibillina, «come ti fai il letto, così dormi», lascia intendere un cambiamento di verso che potrebbe non piacere a Renzi.
L’Ulivo comunque sta crescendo bene. L’alberello piantato nel cortile del bar Ciccio, all’indomani del patto che siglava la nascita dell’alleanza poi vittoriosa alle Politiche del '96, è sempre al suo posto nonostante le intemperie. Fausto, fratello del celebre Ciccio, esce dal locale della sinistra pura e dura a due passi dalla casa di Dozza. «Ho votato solo per rispetto dei nostri padri morti per darci il diritto di farlo. Mio figlio che è giovane invece non c’è andato. E io sono due giorni che non gli parlo».
L’ex premier cercherà di rallentare i tempi per giocarsi tutto nella partita per il Quirinale
di Francesco Verderami Corriere 25.11.14
Il quadro politico, già in veloce cambiamento prima delle elezioni regionali, è fortemente mutato dopo il voto in Emilia e Calabria del 23 novembre. Renzi ha ragione a cantare vittoria (ha vinto nelle due regioni e in tutte quelle in cui s’è votato finora), e a distribuire a tutti le colpe dell’astensione, mai così alta: perché non è vero, come si sente dire, che se la gente non va a votare in qualche modo perdono tutti. Allo stesso modo il premier non potrà ignorare le conseguenze determinate dai risultati, parziali quanto si vuole, delle urne.
Il principale sconfitto è Berlusconi. Per quanto impedito dagli obblighi della sentenza della Cassazione, l’ex-Cavaliere in questa campagna elettorale è apparso palesemente svogliato. Non s’è fatto vedere né a Bologna né a Reggio Calabria, pur trovando il tempo per la presentazione del libro della Biancofiore e per la selezione dei giovani di Villa Germetto, dalla quale, tuttavia, non è ancora spuntato il “Renzi di destra”. Continuare con la strategia del “patto del Nazareno” sarà sempre più difficile per l’ex-premier, spinto dai suoi a una svolta verso l’opposizione dura che si inaugurerà con il prossimo “No-tax-day”. Ma anche trovare un’intesa con Salvini, il nuovo uomo forte della destra e il secondo vincitore nelle urne, non è affatto a portata di mano.
In una cornice come questa, l’approvazione delle riforme, dal Jobs Act alla legge elettorale, diventa più complicata. Anche perché la minoranza interna del Pd considera la forte astensione registrata in Emilia come il prodotto della rottura del governo con i sindacati e il mondo del lavoro: gli elettori non sono andati a votare, dicono gli avversari di Renzi, per dare un segnale e perché non avevano alternative. Ma se le avessero avute, le avrebbero certamente imboccate. In altre parole, dentro l’area dell’astensione esiste una sinistra radicale che domani, in caso di elezioni, potrebbe organizzarsi e presentarsi con proprie liste. Anche di questo il premier dovrà tener conto, specie se vorrà puntare egualmente all’approvazione delle riforme solo con l’appoggio del suo partito e della sua maggioranza: all’interno della quale, non va trascurato, il risultato di Ncd è stato deludente.
Resta da dire di Grillo: il flop del Movimento 5 stelle è stato disastroso e l’assenza del leader dalla campagna elettorale ostentata. Ma si sbaglierebbe a dare per conclusa, o avviata verso la fine, la parabola dell’ex-comico. Che in realtà, intuendo le insidie di un campo di gara a lui sfavorevole, con la sua mancata partecipazione ha voluto far capire a militanti e a dissidenti che il presente e il futuro di M5s dipende ancora tutto da lui.
di Stefano Folli Repubblica 25.11.14
Il voto di due sole Regioni ha terremotato la scena politica e costringe Renzi a correre
SI È capito il giorno dopo quanto il risultato dell’Emilia Romagna abbia cambiato lo scenario politico. L’agenda della vigilia, fatta di lente trattative intorno alle riforme in attesa che il patto del Nazareno offrisse il miracolo di qualche frutto concreto, è stravolta. Forse non poteva essere altrimenti. Il Pd è uscito dalle urne vincitore ma devastato. Quei 700mila voti persi sono un drammatico allarme. Obbligano Renzi a guardare cosa sta succedendo nella base del partito di cui è segretario e a correre ai ripari. Quanto a Berlusconi, l’altro contraente del patto, è il grande sconfitto del voto insieme a Beppe Grillo.
Per ore il presidente del Consiglio ha enfatizzato la conquista dei due «governatori » a Bologna e a Reggio Calabria e ha definito «fatto secondario» la valanga dell’astensione. Voleva rassicurare se stesso e i suoi. Ma in cuor suo Renzi ha sempre saputo che le conseguenze del voto non sono positive: al contrario, sono destabilizzanti. Escludono, in ogni caso, che il «partito di Renzi» possa accettare il «tran tran» di riforme sempre annunciate e mai realizzate. Non è nella psicologia del personaggio e nel suo interesse politico. Del resto, la fuga dalle urne a Bologna anticipa una trappola parlamentare: quella che scatterà a Montecitorio il giorno in cui si comincerà a votare per il nuovo capo dello Stato, se Renzi arriverà a quella scadenza senza intese politiche credibili e senza strumenti per obbligare alla resa i più riottosi del suo partito.
Quindi lo scenario è cambiato. È in corso uno sforzo del premier per verificare quanto Berlusconi sia in grado di controllare i suoi parlamentari e quanto abbia ancora voglia di essere fedele al patto. Su quest’ultimo punto, ci sono pochi dubbi: Berlusconi intende rimanere alleato di Renzi perché lì e non altrove è il suo interesse. Ma non è detto che ci riesca, almeno non nel modo determinato che Renzi considera oggi indispensabile. Il voto in Emilia Romagna ha dato il senso a molti parlamentari di Forza Italia che la partita è finita, che l’era di Arcore è conclusa, che il domani probabilmente appartiene a Salvini. Se non siamo al rompete le righe nel centrodestra, poco ci manca.
Renzi si muove sul palcoscenico di questo singolare “day after” con l’ansia di arrivare presto a un risultato. Che oggi può essere solo la riforma della legge elettorale secondo lo schema tracciato nell’ultimo incontro con Berlusconi. Ma sono pochi quelli convinti che il centrodestra nel suo complesso abbia voglia di impegnarsi in tal senso. Il ragionamento è semplice: legge elettorale vuol dire elezioni anticipate a breve; Forza Italia è quasi azzerata, quindi non ha interesse a correre alle urne; ergo — si ragiona — perché dobbiamo fornire i nostri voti per consentire a Renzi di metterci un cappio intorno al collo?
Al netto della spavalderia, il presidente del Consiglio sa di dover giocare una partita delicata. Può convincersi che le riforme si possono fare con il sostegno della sua maggioranza, più qualche transfuga «grillino» o altro. Eppure la riforma elettorale è una legge di sistema che difficilmente può vedere la luce a colpi di maggioranza. Specie quando la situazione all’interno del Pd — sempre a seguito dell’Emilia Romagna — è tutt’altro che serena. L’astensione ben oltre il 60 per cento ha creato un «buco nero» che è pericoloso irridere o minimizzare come episodio secondario o danno collaterale. C’è un pezzo di storia della sinistra italiana in quello sciopero del voto. E la sfida di Renzi con il suo «partito della Nazione» consiste nel non perdere consensi a sinistra prima di aver conquistato in modo stabile i voti moderati di una parte del centrodestra. Per ora l’obiettivo resta lontano. Commettere un errore nel dopo-Emilia Romagna significa pregiudicarlo per sempre.
Il patto del Nazareno ora rischia di saltare
Renzi: “Avanti anche soli alla palude dico no” Dopo le elezioni regionali Berlusconi non garantisce la tenuta Contatti con il premier. Ritorna l’ipotesi del voto anticipatodi Claudio Tito Repubblica 25.11.14
ROMA«Io mi sono stancato di trattare. Di farlo con tutti. Così diventa una palude». Ci può essere già una prima vittima, al momento invisibile e non dichiarata ufficialmente, di questo terremoto elettorale che ha avuto il suo epicentro in Emilia Romagna. È il patto del Nazareno. L’accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi sulle riforme. Sull’Italicum e sull’abolizione del Senato. Nessuno lo dice apertamente, ma le sue fondamenta rischiano di sbriciolarsi. La sostanziale implosione di Forza Italia sta infatti mettendo all’angolo la sostanza e la tempistica di quell’accordo. La disaffezione mostrata dalla tradizionale base del consenso Pd non aiuta certo a puntellare un edificio che già scricchiolava. Aprendo così uno scenario che in questa fase sembrava accantonato: le elezioni anticipate.
Il premier lo ha capito e ha iniziato a adottare le precauzioni del caso. Lo ha fatto nel volo che lo riportava da Vienna e poi dal suo studio a Palazzo Chigi. Inviando allo stato maggiore forzista una serie di messaggi piuttosto netti: «Avanti con voi o senza di voi. Di certo non accetto la palude». Ha parlato con Denis Verdini e con Gianni Letta. Li ha quasi minacciati: «Noi andiamo avanti anche senza di voi, non stiamo dietro alle fobie di Brunetta. La riforma elettorale sta in piedi anche senza di voi».
Ma il punto è proprio questo. È che la potenziale palude non può più essere prosciugata dal Cavaliere. Forza Italia ha più che dimezzato i voti in Emilia Romagna e anche in Calabria. Soprattutto nella regione rossa è stata doppiata dalla Lega di Salvini. Il Carroccio si sta trasformando nel “motore” del centrodestra e tra i forzisti è scattato il panico. Il partito è “balcanizzato”. Si è formata una corrente maggioritaria che punta esplicitamente a cancellare la leadership dell’ex premier. I gruppi parlamentari stanno assumendo sempre più una struttura “anarchica”: tutti vanno in ordine sparso. Berlusconi e i suoi luogotenenti non sono allora in grado di fornire alcuna garanzia sulle prossime scadenze parlamentari. Tanto da dover riformulare a Palazzo Chigi la richiesta già avanzata due settimane fa: «Serve un po’ di tempo». Oggi riuniscono l’ufficio di presidenza di Forza Italia per provare a correre ai ripari. Ma tutto appare più friabile.
Del resto è proprio la dote del «tempo» che il presidente del consiglio a questo punto ha esaurito. Renzi rivendica il risultato di questa tornata amministrativa. Parla di due a zero, di vittoria. Ma sa che sotto il velo del successo da parte dei “suoi” governatori, si è accumulata una “polvere politica” difficile da spazzare. Anche il Pd ha perso nel giro di sei mesi oltre il 50% dei voti in termini assoluti andando ad ingrossare le file dell’astensionismo. Il capo del governo tutto può fare tranne che concedere un’altra dilazione. Anzi, deve serrare. Presentare ai suoi militanti un saldo concreto anche in vista - come minimo - della successiva tornata amministrativa: quella primaverile con ben sette regioni. «La legge elettorale subito».
Berlusconi, in realtà, vorrebbe rispettare il patto. È combattuto tra il “cerchio magico” e gli amici di sempre come Letta, Confalonieri e Doris. Il Cavaliere, però, non è più il «sole che illumina » come si definiva lui stesso. È una stella cadente cui pochi nei suoi gruppi parlamentari credono ancora. Anzi, quasi tutti gli rimproverano l’«appiattimento » sul governo a guida Pd. Insomma, un vero e proprio corto circuito che sta minando le basi di questa legisla- tura già nata zoppa.
Nel suo ufficio a Palazzo Chigi il segretario democratico ha iniziato a mettere in campo le contromisure. Vuole il sì all’Italicum entro dicembre o al massimo a gennaio. Teme più di ogni altra cosa il pericolo di subire la metamorfosi della lumaca: movimenti lenti nel terreno melmoso delle estenuanti e infinite negoziazioni. Ma senza i forzisti con chi può accelerare il passo? Nel pallottoliere del presidenza del consiglio già vengono associati alla maggioranza governativa una ventina tra ex grillini e grillini in via d’uscita. Anche la Lega di Salvini? «No, sarebbe un errore tattico rincorrerlo adesso. La legge elettorale funziona, loro devono decidere cosa fare. Noi andiamo dritto. Il Pd non è mai stato così forte e governiamo ovunque».
Eppure il quadro è meno limpido di quanto lo voglia descrivere il premier. Perché i voti in Parlamento dei berlusconiani non sono così facilmente sostituibili sulle riforme. E la probabile prossima elezione del presidente della Repubblica offre a tutti i suoi avversari una formidabile arma di ricatto. Anche dentro il suo partito, dove il fronte della minoranza bersaniana ha ripreso fiato proprio dopo il “caso” Emilia. «Le elezioni - ripete però Renzi - servono a indicare chi governa e non solo per contare quanti votano». E rispondendo proprio a Pierluigi Bersani ha un moto di stizza: «Di fronte a qualche Solone del giorno dopo che solleva il tema dell’affluenza alle urne in maniera strumentale, è il caso di ricordare che da febbraio a oggi il Pd ha riportato a casa quattro regioni. Non possiamo aspettare l’analisi del voto interessata di quelli che non hanno mai vinto ».
In questi giorni, però, l’esecutivo dovrà affrontare un altro test: il Jobs act. «Alla fine - osserva però il capo del governo su oltre trecento deputati oggi (ieri ndr.) hanno votato contro l’abolizione dell’articolo 18 solo in 17». Come a dire che il fronte interno non è così preoccupante.
Ma lo diventerà quando si voterà a scrutinio segreto sul successore di Napolitano. E allora una legislatura tenuta in vita dall’ossigeno del patto sulle riforme, potrebbe improvvisamente rimanere senza fiato e precipitare nelle urne. Non è un caso che il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ieri dicesse con una punta di malcelata soddisfazione: «Per noi Salvini è l’avversario ideale. Se lui è contento, lo siamo anche noi. E se domani ci fossero le elezioni politiche, ci basterebbe un’affluenza del 75% per arrivare al 50% dei seggi». E non può essere una semplice coincidenza che nei giorni scorsi il ministro delle riforme, Maria Elena Boschi, dicesse senza troppi giri di parole che si può tornare al voto «con due sistemi diversi»: l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato. Anche dopo questo novembre è difficile mettere ancora in calendario il via libera alle riforme costituzionali: senza il sì dei forzisti, nessuno può pensare di condurre in porto l’abolizione di palazzo Madama. E le chance che tutto rotoli verso le elezioni anticipate stanno progressivamente aumentando. Con un grande ostacolo di mezzo però: le dimissioni di Napolitano e la scelta del nuovo capo dello Stato.
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