Risvolto
La trilogia Sfere, opera maggiore di Peter Sloterdijk, propone
una storia filosofica delle culture umane attraverso una figura, la
sfera, che rappresenta il cuore del progetto di razionalizzazione
dell’immagine del mondo e dell’uomo nella filosofia classica. Le sfere
al centro del progetto indicano più di semplici figure geometriche. La
capacità di creare forme sferiche implica sin dalle origini della
civiltà umana la possibilità di accedere a costruzioni di senso capaci
di orientare l’intera esperienza dell’uomo, nella dimensione
dell’intimità e in quella definita dagli orizzonti della civilizzazione.
In tale prospettiva, Sfere esprime il tentativo di definire
una visione della storia umana e della condizione contemporanea a
partire da una teoria dello spazio animato. Il primo volume, Bolle,
elabora una filosofia dell’intimità, contrapponendo all’immagine
autosufficiente dell’individuo il concetto di diade originaria. Si
presenta, in questo modo, come un esperimento “microsferologico”, teso a
decifrare i piccoli mondi del vincolo di coppia o della partecipazione
simbiotica, ovvero a disegnare figure di animazione che, pur non potendo
avere forma sferica in termini geometrici, sono assimilate a sfere
metaforiche, cioè appunto a bolle.
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una storia filosofica delle culture umane attraverso una figura, la
sfera, che rappresenta il cuore del progetto di razionalizzazione
dell’immagine del mondo e dell’uomo nella filosofia classica. Le sfere
al centro del progetto indicano più di semplici figure geometriche. La
capacità di creare forme sferiche implica sin dalle origini della
civiltà umana la possibilità di accedere a costruzioni di senso capaci
di orientare l’intera esperienza dell’uomo, nella dimensione
dell’intimità e in quella definita dagli orizzonti della civilizzazione.
In tale prospettiva, Sfere esprime il tentativo di definire
una visione della storia umana e della condizione contemporanea a
partire da una teoria dello spazio animato. Il primo volume, Bolle,
elabora una filosofia dell’intimità, contrapponendo all’immagine
autosufficiente dell’individuo il concetto di diade originaria. Si
presenta, in questo modo, come un esperimento “microsferologico”, teso a
decifrare i piccoli mondi del vincolo di coppia o della partecipazione
simbiotica, ovvero a disegnare figure di animazione che, pur non potendo
avere forma sferica in termini geometrici, sono assimilate a sfere
metaforiche, cioè appunto a bolle.
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La trilogia Sfere, opera maggiore di Peter Sloterdijk, propone
una storia filosofica delle culture umane attraverso una figura, la
sfera, che rappresenta il cuore del progetto di razionalizzazione
dell’immagine del mondo e dell’uomo nella filosofia classica. Le sfere
al centro del progetto indicano più di semplici figure geometriche. La
capacità di creare forme sferiche implica sin dalle origini della
civiltà umana la possibilità di accedere a costruzioni di senso capaci
di orientare l’intera esperienza dell’uomo, nella dimensione
dell’intimità e in quella definita dagli orizzonti della civilizzazione.
In tale prospettiva, Sfere esprime il tentativo di definire
una visione della storia umana e della condizione contemporanea a
partire da una teoria dello spazio animato. Il primo volume, Bolle,
elabora una filosofia dell’intimità, contrapponendo all’immagine
autosufficiente dell’individuo il concetto di diade originaria. Si
presenta, in questo modo, come un esperimento “microsferologico”, teso a
decifrare i piccoli mondi del vincolo di coppia o della partecipazione
simbiotica, ovvero a disegnare figure di animazione che, pur non potendo
avere forma sferica in termini geometrici, sono assimilate a sfere
metaforiche, cioè appunto a bolle.
Venerdì, 3 ottobre 2014 Affari Italiani
di Antonio Gnoli Repubblica 4.11.14
PETER Sloterdijk è un personaggio insolito. Metamorfico. Lo conobbi una decina di anni fa. Era agli esordi di una popolarità che nel tempo sarebbe cresciuta. L’incontro avvenne nel contesto del bellissimo festival di cinema che Enrico Ghezzi organizzava a Procida. Sloterdijk si aggirava spesso solo. Timido e intimidente. Presentò un documentario su un volo spaziale. Di quelle imprese che si affrontavano negli anni Settanta.
PETER Sloterdijk è un personaggio insolito. Metamorfico. Lo conobbi una decina di anni fa. Era agli esordi di una popolarità che nel tempo sarebbe cresciuta. L’incontro avvenne nel contesto del bellissimo festival di cinema che Enrico Ghezzi organizzava a Procida. Sloterdijk si aggirava spesso solo. Timido e intimidente. Presentò un documentario su un volo spaziale. Di quelle imprese che si affrontavano negli anni Settanta.
Mi sembrò singolare che un filosofo invece di parlarci di
Platone, Aristotele o Kant ci intrattenesse sulle foto della Nasa e
sulla stazione spaziale Mir, vista fantasiosamente come una sfera. Quei
voli — commentò Sloterdijk — dimostravano come la tecnica era diventata
un’entità “trascendente”. Superava, una volta per tutte, i confini che
la Terra con la sua conformità rotondeggiante si era da sempre data. Il
volo spaziale aveva inoltre sciolto quel nesso gerarchico tra alto e
basso di cui la metafisica era stata per lungo tempo garante assoluta.
Ho
ritrovato qualche spunto di quella storia nelle parti conclusive di
Sfere che esce ora nelle edizioni di Raffaello Cortina in due
ponderosissimi volumi (con una intensa introduzione di Bruno Accarino e
la cura ottima di Gianluca Bonaiuti). Sempre sul punto di esplodere, per
eccesso di immaginazione e di stravaganza, il libro si presenta come
una straordinaria nave dei folli. Del resto, la navigazione ha un posto
notevole nella riflessione di Sloterdijk. Il quale — sulla falsariga del
suo illustre predecessore, Oswald Spengler — prova a riscrivere la
storia del mondo occidentale attraverso il nascere e morire delle
civiltà delle sfere.
Perché, ci si potrebbe chiedere, Sloterdijk
privilegia proprio questa forma geometrica? Nelle sfere, come pure nella
trasformazione in globi, in bolle, e in schiuma (l’ultima sostanza
caotica che contraddistingue, a quanto pare, la nostra contemporaneità),
il filosofo tedesco simboleggia il riprodursi di certi ambienti vitali
che fin dall’antichità (si pensi alla casa, al villaggio, ma anche al
ventre materno) hanno immunizzato la vita sociale dell’uomo. Ciò che
Sloterdijk ci prospetta è una originalissima storia della
globalizzazione, di cui conosciamo i recenti effetti, ignorandone
l’origine, le scansioni, gli sviluppi nel corso del tempo. La prima
globalizzazione, ci avverte Sloterdijk, il mondo antico la realizzò nel
controllo che la trascendenza e il mito seppero operare sulle forme
sociali. La polis greca fu la prima vera bolla democratica. Il cui
spazio politico contrastò quella “scienza del soffio” cui perfino Dio
non si sottrasse, almeno da quando decise di animare due esseri che da
perfette sfere divennero bolle precarie. Una “catastrofe sferologica”,
osserva Sloterdijk, designò la cacciata dal paradiso.
La prima grande
globalizzazione, dunque, è un evento che accade sulla scena teologica
della creazione del mondo e nella testa di alcuni filosofi, le cui
qualità speculative servono a controllare e domare l’impetuosità del
reale. Le sfere sono lo spazio ideale che regola l’andamento del mondo,
le sue pulsioni, le sue inopportune fragilità. Le sfere, in altre
parole, sono un campo di forze circoscritto in grado di proteggere
l’uomo da se stesso e dagli altri. Quello spazio, tutto interno, ci dice
Sloterdijk, disegnò, a un certo punto, un “cerchio magico”.
L’espressione oggi carica di una stanca ovvietà politica, nell’epoca
premoderna, diede alla legge dell’intersoggettività — ossia ai rapporti
fra gli uomini — la forma dell’incantamento. Perché contro ogni
previsione illuministica Sloterdijk vede nell’uomo un essere
irrazionale, esposto alla trance, al sonnambulismo, alla possessione. E
quando la fascinazione era la regola tra gli uomini, il disincanto
rappresentava l’eccezione.
Con l’affermazione del moderno il
disincanto da eccezione diventerà il sentimento prevalente. L’uomo non
si aspetta più niente che non sia prodotto dalla sua scienza e dalla
tecnica. Sloterdijk fa coincidere questo processo di esteriorizzazione
con le grandi avventure oceaniche che interesseranno l’Europa a cavallo
tra il Quattrocento e il Cinquecento. Le traversate, in nome delle
scoperte e del commercio, daranno vita alla seconda grande
globalizzazione. Grazie alla quale “non sono più i metafisici, bensì i
geografi e i navigatori ad avere il compito di disegnare la nuova
immagine del mondo”. A costoro verrà affidata la pratica
anticontemplativa di ridurre i rischi che ogni grande navigazione,
soprattutto transoceanica, presenta. Alle società di assicurazione
spetterà il ruolo che un tempo ricoprivano le religioni. La sola
metafisica che viene adottata è quella del denaro. E sebbene nel mondo
tutto si diversifica e cambia, continuerà a vivere un Dio la cui moneta
liturgica saprà tenere insieme anche le cose più diverse.
Nell’età
del moderno tutto tende a proiettarsi verso un esterno sconfinato dove
possono nascere nuove e provvisorie sfere. Le sole durature, ma oggi
agonizzanti, sono gli Stati nazione che proprio in quel periodo fanno la
loro comparsa. Per Sloterdijk anche nello spazio post-metafisico della
modernità la sfera conserva il compito di proteg- gere l’uomo,
ricondurlo a una sorta di idillio materno, in quel ventre dove la
nascita ha avuto luogo al riparo da tutto.
Sfere è un libro strano,
esuberante, immerso in una specie di liquido barocco. Un libro che
rimpiange l’uscita definitiva dalle antiche sfere, dalle antiche case.
Il mondo si è ormai trasformato in un’incredibile avventura termica.
Fuori incombe e si propaga il freddo raggelante che la modernità con il
suo illuminismo ha creato e combattuto con il calore artificiale. «Cosa
abbiamo fatto liberando questa terra dal suo sole?» si è chiesto
Nietzsche. La tecnica nei suoi processi emancipatori, con le sue potenti
accelerazioni novecentesche, è il tentativo di soffocare nella comodità
l’interrogativo posto da Nietzsche.
La seconda parte di Sfere si
conclude con un capitolo intitolato Air conditioning . L’Occidente, nei
suoi sbalzi di temperatura, negli stravolgimenti climatici, non può più
fare a meno delle tecniche del freddo e del caldo. «La tradizione di
tutti i climi estinti pesa come un incubo sugli stati d’animo dei
viventi», osserva minaccioso Sloterdijk. La sferologia di cui egli è
inventore e interprete qui trova un punto di contatto con l’ecologia:
con le scelte dalle quali dipenderà la salvezza del pianeta. Bisognerà
rinunciare ad alcuni privilegi del passato. Siamo, quasi
inavvertitamente, passati da un’epoca di grandi azioni a un’epoca di
grandi temi.
Vista dal di fuori, da quelle foto satellitari che tanti
anni fa il nostro commentava, ci si apre a un nuovo interrogativo di
salvezza. Non c’è nulla nella tecnica che non sia già contenuto nella
metafisica. Ma se quest’ultima ha fallito come immaginare che l’altra
possa farcela? Come poter pensare che l’”aria condizionata” sarà un
fattore di salvezza per la razza umana e non la sua definitiva condanna?
Sloterdijk, critica della ragion sferica
Dalla madre allo Stato: l’uomo ha bisogno di “bolle” per trovare rassicurazione e proteggersi dai pericoli
Diego Fusaro Tuttolibri 29 11 2014
Peter Sloterdijk è uno di quei filosofi che sanno parlare al grande pubblico, oltrepassando il divario tra pensiero e vita a cui troppo spesso la divisione accademica dei saperi condanna la filosofia. Leggere Sloterdijk significa avvicinarsi alla realtà e non allontanarsene, contrariamente a quanto avviene con la lettura di molti altri suoi colleghi. È questa l’impressione che si ricava anche dal ponderoso studio
Sfere (vol. I, Bolle, e vol. II, Globi), apparso per i tipi di Raffaello Cortina, egregiamente curato da Gianluca Bonaiuti e con un brillante saggio introduttivo di Bruno Accarino.
Alla base dell’opera vi è l’assunto – già di Cassirer – secondo cui l’uomo è un «animale simbolico». Fin dagli esordi della storia l’uomo crea forme sferiche, e intorno alla sfericità elabora costruzioni di senso mediante le quali rapportarsi al reale. Ciò vale tanto per la dimensione individuale quanto per quella collettiva, legata al processo di civilizzazione. Le «sfere», le «bolle», i «globi» si pongono come i contenitori mediante i quali l’uomo (inteso sia come individuo empirico, sia come genere) pensa se stesso nel mondo, sempre alla ricerca di un «involucro» che – dal ventre materno allo Stato moderno – lo protegga e lo metta al sicuro rispetto ai pericoli provenienti dall’esterno: «Le sfere sono creazioni di spazi dotati di un effetto immunosistemico per creature estatiche su cui lavora l’esterno».
Il primo volume, Bolle, si occupa dell’intimità, proiettando il tema sferiologico nello spazio minimo dell’io individuale. Dal canto suo, il secondo volume, Globi, riprende il tema, declinandolo nel macrospazio della metafisica della sfera nell’ambito della filosofia europea classica. Custodendo impressa nella memoria l’esperienza originaria del ventre materno, l’uomo procede, lungo il tragitto della sua avventura storica, alla ricerca di una sicurezza e di una protezione analoghe a quelle legate a quell’esperienza, fino all’odierna frattura insanabile costituita dalla mondializzazione.
Sfere pare muoversi entro il medesimo orizzonte di senso tracciato nell’opera a cui è legato il successo di Sloterdijk, la Critica della ragion cinica. L’opera del 1983 delineava come cifra della condizione postmetafisica l’abbandono del «fare» in favore del «lasciar essere», con annessa rinuncia a ogni progetto trasformativo e a ogni possibile perseguimento di ulteriorità nobilitanti rispetto a un mondo riconosciuto come intrasformabile. Ciò si determinava, in concreto, nell’opera del 1983 come passaggio da una «ragion pratica», non arresa alle logiche dell’esistente, alla «ragion cinica» del disincantamento.
In Sfere, il dominio della dimensione del «lasciar essere» si presenta con uguale intensità, sia pure diversamente declinato: Sloterdijk adombra come nel mondo moderno abbiano preso il sopravvento l’assoluta esteriorità e l’estraneità sulla familiarità e sulla vicinanza. L’interiorità è stata sconfitta, con annesso trionfo di quello spaesamento generalizzato in cui pare compendiarsi, in fondo, il senso della cosiddetta globalizzazione. Quest’ultima trasfigura la realtà tutta in un’unica immensa sfera che, anziché produrre stabilità e protezione dall’esterno, genera spaesamento e perdita di senso, rendendo impossibile la stessa dialettica sferiologica tra interno ed esterno. Tutto è proiettato nella dimensione della mera esteriorità.
Ne segue che, nel tempo del «mondo dentro il capitale», gli uomini non possono più costruire alcunché a partire dalla propria intimità e debbono di necessità fare i conti con il «principio estraneità», ossia con il fatto che sono l’esterno e l’estraneo a dettare legge. Il tempo dell’odierno sradicamento planetario è massimamente distante rispetto all’esperienza originaria del ventre materno. Alla più che lecita domanda «che fare?», Sfere prospetta una risposta che è pienamente coerente con la ragion cinica: non si dà oggi alcuna possibilità, per Sloterdijk, di imboccare una strada sicura che, come quelle di Hegel e Marx, ci riconduca a casa dopo il transito per le oscure regioni dell’estraneità, e che ci permetta di reinstaurare «la sicurezza immaginaria delle sfere, divenuta ora impossibile».
La ragion cinica al centro di Sfere finisce, così, per riproporre un modulo particolarmente in voga nel nostro tempo, la critica spietata delle contraddizioni del cosmo tecnico-capitalistico e, insieme, il riconoscimento dell’intrasformabilità del pur deplorato ordine del mondo. A emergere in primo piano è il «principio realtà», con la sua coazione all’adattamento: «Il mondo non va né interpretato né cambiato: esso va sopportato», ci ricordava la Critica della ragion cinica.
Non è nelle soluzioni che deve essere rintracciata la parte più convincente di Sfere né, in generale, della riflessione di Sloterdijk: la si trova, invece, nella sua capacità di esplorare controcorrente la storia occidentale e i sistemi di pensiero, oltre che – avrebbe detto Benjamin – nella sua valenza di fecondo «segnalatore d’incendio». Sfere fa emergere con grande limpidezza di profilo e con una capacità diagnostica rara, nell’odierno tempo dell’idiotismo specialistico, le contraddizioni dell’oggi: delinea con incredibile precisione la mappa del presente, lasciandoci il compito di pensare una via di fuga rispetto alle sue miserie.
Peter Sloterdijk è uno di quei filosofi che sanno parlare al grande pubblico, oltrepassando il divario tra pensiero e vita a cui troppo spesso la divisione accademica dei saperi condanna la filosofia. Leggere Sloterdijk significa avvicinarsi alla realtà e non allontanarsene, contrariamente a quanto avviene con la lettura di molti altri suoi colleghi. È questa l’impressione che si ricava anche dal ponderoso studio
Sfere
(vol. I,
Bolle
, e vol. II,
Globi
), apparso per i tipi di Raffaello Cortina, egregiamente curato da Gianluca Bonaiuti e con un brillante saggio introduttivo di Bruno Accarino.
Alla base dell’opera vi è l’assunto – già di Cassirer – secondo cui l’uomo è un «animale simbolico». Fin dagli esordi della storia l’uomo crea forme sferiche, e intorno alla sfericità elabora costruzioni di senso mediante le quali rapportarsi al reale. Ciò vale tanto per la dimensione individuale quanto per quella collettiva, legata al processo di civilizzazione. Le «sfere», le «bolle», i «globi» si pongono come i contenitori mediante i quali l’uomo (inteso sia come individuo empirico, sia come genere) pensa se stesso nel mondo, sempre alla ricerca di un «involucro» che – dal ventre materno allo Stato moderno – lo protegga e lo metta al sicuro rispetto ai pericoli provenienti dall’esterno: «Le sfere sono creazioni di spazi dotati di un effetto immunosistemico per creature estatiche su cui lavora l’esterno».
Il primo volume, Bolle, si occupa dell’intimità, proiettando il tema sferiologico nello spazio minimo dell’io individuale. Dal canto suo, il secondo volume, Globi, riprende il tema, declinandolo nel macrospazio della metafisica della sfera nell’ambito della filosofia europea classica. Custodendo impressa nella memoria l’esperienza originaria del ventre materno, l’uomo procede, lungo il tragitto della sua avventura storica, alla ricerca di una sicurezza e di una protezione analoghe a quelle legate a quell’esperienza, fino all’odierna frattura insanabile costituita dalla mondializzazione.
Sfere pare muoversi entro il medesimo orizzonte di senso tracciato nell’opera a cui è legato il successo di Sloterdijk, la Critica della ragion cinica. L’opera del 1983 delineava come cifra della condizione postmetafisica l’abbandono del «fare» in favore del «lasciar essere», con annessa rinuncia a ogni progetto trasformativo e a ogni possibile perseguimento di ulteriorità nobilitanti rispetto a un mondo riconosciuto come intrasformabile. Ciò si determinava, in concreto, nell’opera del 1983 come passaggio da una «ragion pratica», non arresa alle logiche dell’esistente, alla «ragion cinica» del disincantamento.
In Sfere, il dominio della dimensione del «lasciar essere» si presenta con uguale intensità, sia pure diversamente declinato: Sloterdijk adombra come nel mondo moderno abbiano preso il sopravvento l’assoluta esteriorità e l’estraneità sulla familiarità e sulla vicinanza. L’interiorità è stata sconfitta, con annesso trionfo di quello spaesamento generalizzato in cui pare compendiarsi, in fondo, il senso della cosiddetta globalizzazione. Quest’ultima trasfigura la realtà tutta in un’unica immensa sfera che, anziché produrre stabilità e protezione dall’esterno, genera spaesamento e perdita di senso, rendendo impossibile la stessa dialettica sferiologica tra interno ed esterno. Tutto è proiettato nella dimensione della mera esteriorità.
Ne segue che, nel tempo del «mondo dentro il capitale», gli uomini non possono più costruire alcunché a partire dalla propria intimità e debbono di necessità fare i conti con il «principio estraneità», ossia con il fatto che sono l’esterno e l’estraneo a dettare legge. Il tempo dell’odierno sradicamento planetario è massimamente distante rispetto all’esperienza originaria del ventre materno. Alla più che lecita domanda «che fare?», Sfere prospetta una risposta che è pienamente coerente con la ragion cinica: non si dà oggi alcuna possibilità, per Sloterdijk, di imboccare una strada sicura che, come quelle di Hegel e Marx, ci riconduca a casa dopo il transito per le oscure regioni dell’estraneità, e che ci permetta di reinstaurare «la sicurezza immaginaria delle sfere, divenuta ora impossibile».
La ragion cinica al centro di Sfere finisce, così, per riproporre un modulo particolarmente in voga nel nostro tempo, la critica spietata delle contraddizioni del cosmo tecnico-capitalistico e, insieme, il riconoscimento dell’intrasformabilità del pur deplorato ordine del mondo. A emergere in primo piano è il «principio realtà», con la sua coazione all’adattamento: «Il mondo non va né interpretato né cambiato: esso va sopportato», ci ricordava la Critica della ragion cinica.
Non è nelle soluzioni che deve essere rintracciata la parte più convincente di Sfere né, in generale, della riflessione di Sloterdijk: la si trova, invece, nella sua capacità di esplorare controcorrente la storia occidentale e i sistemi di pensiero, oltre che – avrebbe detto Benjamin – nella sua valenza di fecondo «segnalatore d’incendio». Sfere fa emergere con grande limpidezza di profilo e con una capacità diagnostica rara, nell’odierno tempo dell’idiotismo specialistico, le contraddizioni dell’oggi: delinea con incredibile precisione la mappa del presente, lasciandoci il compito di pensare una via di fuga rispetto alle sue miserie.
La mappa che rotola
«Nessun animale crea una sfera», solo l’uomo. Nel De Ludo Globi,
terminato nel 1463, anno che ne precede la morte, Nicolo Cusano
mette in scena un dialogo su un gioco – così afferma — «scoperto da
poco e da tutti compreso».
Non è un gioco qualsiasi, tutt’altro: è ludus globi, il gioco della
palla o della sfera. Disegnati a terra, nove cerchi concentrici
delimitano il campo su un piano circolare. Al centro, la figura di
Cristo. La palla, lanciata dai partecipanti al gioco, si muoverà —
così Giovanni, figlio del duca di Baviera, uno dei dialoganti che
Cusano mette in scena nell’operetta filosofica — «come dalla tenebra
alla luce», percorrendo i nove cerchi. Dove si fermerà la sfera? In
quello esterno, che è segno di caos e imperfezione? O nel secondo
cerchio, che è quello della virtù elementare? O nel terzo, che
delimita la virtù minerale, a cui seguono quello della virtù
vegetativa, della virtù sensibile, della virtù immaginativa,
della virtù razionale? O, invece, arriverà al cerchio della virtù
dell’intelletto – il più vicino al centro della perfezione e al
contempo il più distante dal caos esterno? Ogni corona circolare ha
un punteggio e il punteggio per la vittoria è fissato da Cusano
nel numero trentaquattro.
Una palla segna la circostanza e sussume il rischio di fallire ma, nella complessa riflessione di Cusano, è proprio in questo scarto accidentato, in questa inevitabile perdita di controllo del giocatore sul gioco stesso e sulle circostanze che qualcosa accade e il gioco si compie. Non è un caso che la palla sia detta, nel latino di Cusano, globus, sfera. Globus è la sfera rimanda alla speculazione sull’ultima sfera dell’universo, mossa da un moto perpetuo dove la sfera stessa rappresenta il centro. Ma la palla del gioco del cardinale Cusano non è perfettamente sferica. È imperfetta, segna in tal modo una traiettoria inevitabilmente eccentrica: da un lato, infatti, è concava. Dall’altro, convessa. La si direbbe una mezza sfera — ma la perfezione non attiene agli umani se non come aspirazione — che imprime al movimento un andamento a spirale e, nell’incedere elicoidale consegna il rapporto tra infinito e finito, ossia tra l’irraggiungibile centro del gioco e i cerchi che vi si avvicinano, a quell’accadere inintenzionale che Cusano chiama non a caso fortuna.
Ordine improvvisato
La natura non fa salti, ma una sfera imperfetta sì e nel mondo intermedio, tra l’esterno e il centro, il tragitto dall’imperfetto al perfetto è frastagliato di rischi di matrice ontologica, prima ancora che fisica. Scrive Cusano che, questo, «è un gioco che tutti giocano volentieri, perché offre un divertimento prolungato dovuto al procedere diverso e mai sicuro della palla, in quanto mai accade che la palla proceda in modo sicuro secondo l’ordine che ci siamo proposti». La matrice speculativa del gioco e del rischio di questo «mai sicuro» è tipicamente umana. Nessun animale «crea una sfera», sostiene infatti Cusano. Ma se nessun animale può creare una sfera, commenta Peter Sloterdijk, nel secondo tomo delle sue Sfere, da poco riedite da Cortina, «men che meno è in grado di giocare e prendere la mira con una sfera». Per il filosofo tedesco la globalizzazione — che chiama anche «sferopoiesi» — avanza come la sfera lanciata sul piano dai giocatori immaginati da Cusano. La sferopoiesi, per il filosofo tedesco, lungi dall’essere un evento segnato dall’epoca e, come tale, consegnato alla fase terminale del XX secolo, è piuttosto «l’avvenimento fondante del pensiero europeo, che da 2500 anni non smette di provocare sconvolgimenti nelle condizioni di vita e di pensiero». La globalizzazione, come nel coup de dés di Mallarmé gettato in mare aperto («ogni pensiero emette un lancio di dadi»), con il lancio della palla di Cusano, su cui Sloterdjik ampiamente si sofferma, è una apertura in cui si insinua il pensiero.
Come fra il concavo e il convesso della semisfera di Cusano si produce un attrito, nella sfericità del monso questo attrito talvolta coincide col pensiero stesso, come più volte ribadito da quel Max Bense a più riprese citato da Sloterdijk, che ne legge un importante proclama giovanile alla stregua di un appello all’«etica intellettuale della globalizzazione».
«Capisce la globalizzazione», osserva l’autore, «solo chi si apre all’idea che la figura del pensiero della sfera è una questione seria dal punto di vista ontologico e, quindi, anche tecnico e politico. Pensare significa: giocare un ruolo nella storia di questa serissima questione. Questa storia seria è la storia dell’essere». Qui, per Sloterdijk, essere non è in rapporto a un tempo qualsiasi o al tempo esistenziale per la morte o in vista della morte. È «il tempo che ci vuole per comprendere che cosa sia lo spazio: la sfera più reale di ogni altra cosa».
Con l’irruzione nella vita dell’uomo di ciò che i greci chiamavano sphaira e i latini globus, termina per Sloterdijk il tempo della confusione e delle storie disperse in filamenti di tempo. L’uomo che pensa è già nella post-storia. La complessa e magmatica operazione di Sloterdijk che a partire dal 1998 ha preso corpo nella trilogia di Sphären (Bolle risale al 1998, Globi al 1999 e Schiume al 2004) si configura come una lunga teoria sferocentrica che ha al proprio cuore un puctum dolens non così pacifico e non così certo: la condizione per cui lo spazio ha (o avrebbe) assorbito il tempo. In questo senso, Sloterdijk legge l’intera storia della civiltà occidentale attraverso stadi di un complessivo processo di globalizzazione che, oggi, è giunto a uno stadio o condizione terminale: lo stadio del denaro, dove in luogo di caravelle e navi lanciate su mari alla ricerca di terre incognite abbiamo il movimento del denaro lanciato sulla superficie del globo terracqueo.
Tra cosmo e terra
Gli uomini, come «animali che creano e abitano la sfera» sono da tempo immemore chiamati alla sfida della «geometrizzazione dello smisurato». Per questo, anche dinanzi alle sfide di uno smisurato che (apparentemente?) deforma ogni geometrizzazione, la sfida, annota Sloterdijk resta quella di «cogliere il proprio spazio esprimendolo nel concetto».
Delle tre forme specifiche della globalizzazione individuate da Sloterdijk, la prima è quella della fisica antica, «l’illuminismo cosmologico dei pensatori greci», che racchiude il cosmo in una sfera o in una molteplicità di sfere. Si pensi, qui, all’immagine del celebre mosaico di Torre Annunziata, risalente al I secolo a. C. che ritrae sette sapienti in un consesso filosofico attorno alla sfera, là dove, attraverso contemplazione e pensiero, culto e discorso –ed è una delle rarissime volte in cui questa fusione avverrà in forme felici — si fondono l’uno con l’altro, senza ostacolarsi a vicenda. La seconda, coincide con la crisi della prima e sfocia nella globalizzazione terrestre del XVI secolo, che Sloterdijk legge anche come crisi del modello aristotelico-platonico e con la crisi di cui, in qualche modo, proprio il De Ludo Globi di Cusano si fa lucido anticipatore. L’età moderna legge così il mondo attraverso la mappa. Ma, mentre rilegge il mondo, lo riconfigura attraverso dinamiche espansive di scoperta, conquista e potenza che danno luogo a una «grande narrazione» che si concretizza nella passio per le Storie universali.
La terza manifestazione del processo di globalizzazione si rende evidente ai nostri giorni, dove la circumnavigazione del globo, da sempre affiancata dalla circolazione del denaro, si trova scalzata dal denaro stesso nelle sue forme di flusso immateriali e dall’ipercircolazione delle immagini. Flussi di denaro e di capitale sovrastano i luoghi, li comprimono. La sfera è vuota, la perfezione non è più localizzata al centro, ma – eventualmente – fuori dal tutto.
Dall’Uranos o Kosmos contemplato, come matrice di piena bellezza, dei geometri e dei filosofi antichi si passa alla globalizzazione in Età Moderna che unifica la terra, attraverso la nuova percorribilità dei mari. Questa seconda globalizzazione sarebbe «cosa da cartografi» e «avventura per marinai», divenendo in seguito materia di preoccupata attenzione per economisti, climatologi o «altri esperti in questioni accidentate e confuse».
Sono loro, non più i metafisici a dover ridisegnare il profilo del mondo. Si arriva così all’inizio di quella che, a torto, considereremmo la «vera» globalizzazione, ma ne costituisce casomai l’epifenomeno: la globalizzazione elettronica avviatasi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Qui non sono più uomini, ma segni e segnali a solcare il mondo. Il requiem suona, ma non per i media, bensì per il messaggio. La terra vista dallo spazio concretizza nella dura evidenza del reale ciò che già Colombo aveva intuito: «nel rotondo spazio terrestre tutti i punti hanno lo stesso valore». Ed è qui che, secondo Sloterdijk, il pensiero spaziale della Modernità subisce una radicale e irreversibile neutralizzazione. Improvvisamente si comprendono le parole di Heidegger: «il tratto fondamentale del mondo moderno è la conquista del mondo risolto in immagine». Dove il termine immagine significa «configurazione della produzione rappresentante».
Ciò che alla fine del XX secolo veniva ancora magnificato o mitizzato e, oggi, viene sempre più screditato anche da magnificatori e mitizzatori dell’altro ieri sotto il nome di «globalizzazione», nella lettura di Sloterdijk non rappresenta affatto una novità. Casomai è «momento tardivo e confuso di eventi la cui vera dimensione diverrà visibile quando si comprenderà l’epoca moderna, in tutte le sue conseguenze, come passaggio dalla meditativa speculazione sulla sfera alla prasi del suo rilevamento. (…) Che cosa significhi davvero globalizzazione terrestre si rende evidente se in essa si riconosce la storia di un’alienazione spaziopolitica che sembra irrinunciabile per chi vince, insopportabile per chi perde e inevitabile per entrambi».
Il centro è irragiungibile
La sfera, che per i greci era simbolo saturo, oggi è segno di un tempo vuoto. Nell’aprile del 1777, rivolgendosi alle generazioni future, un giovane Goethe evocò una doppia pienezza disegnando facendo erigere per il giardino della sua casa, a Weimar, un «Altare alla buona fortuna». Una sfera in pietra in equilibrio su un cubo – questo l’altare di Goethe — sembra racchiudere, tra due simboli di totalità, un enigma in costante apertura. Se Cusano poteva ancora scrivere: «ho tracciato nel centro del campo il circolo nel cui centro è il seggio del re, ed il suo regno è il regno della vita», che ne sarà — si chiede Sloterdijk con Goethe — della sfera in un’epoca senza re? Che cosa ne sarà dei re in un’epoca senza sfera? Su questa alienazione spazio-politica il discorso si fa ulteriormente complesso. Nella sua avanzata, infatti, la globalizzazione ha fatto saltare strato per strato tutti gli involucri in cui la vita si è rinchiusa in funzione autoprotettiva. La globalizzazione terrestre — segnata dal ritorno a quello che, dopo la prima circumnavigazione, nel 1522, verrà guardato come il «Vecchio Mondo» — ha fatto esplodere l’esterno in ogni punto, dando luogo in età moderna a quella che Sloterdijk chiama «catastrofe delle ontologie locali»: villaggi, città protette da alte mura, intere regioni divengono punti sulla superficie della sfera, da «paesaggi locali» si trasformano in transiti di sconfinati traffici di capitale «che qui compie i passaggi della sua quintuplice metamorfosi in merce, denaro, testo, immagine e notorietà». Dalla sfera speculativa dei filosofi greci, «forma di protezione all’interno», si passa, nel moderno, a un globo che non offre più protezione né riparo. La sfera è abitabile solo à l’extérieur.
Non vi è altro che l’aperto, nessun Weltinneraum, nessuno spazio interno del mondo. Solo un fuori. Quel fuori di cui già i giocatori di Cusano facevano esperienza, praticando l’irraggiungibile centro della sfera.
Una palla segna la circostanza e sussume il rischio di fallire ma, nella complessa riflessione di Cusano, è proprio in questo scarto accidentato, in questa inevitabile perdita di controllo del giocatore sul gioco stesso e sulle circostanze che qualcosa accade e il gioco si compie. Non è un caso che la palla sia detta, nel latino di Cusano, globus, sfera. Globus è la sfera rimanda alla speculazione sull’ultima sfera dell’universo, mossa da un moto perpetuo dove la sfera stessa rappresenta il centro. Ma la palla del gioco del cardinale Cusano non è perfettamente sferica. È imperfetta, segna in tal modo una traiettoria inevitabilmente eccentrica: da un lato, infatti, è concava. Dall’altro, convessa. La si direbbe una mezza sfera — ma la perfezione non attiene agli umani se non come aspirazione — che imprime al movimento un andamento a spirale e, nell’incedere elicoidale consegna il rapporto tra infinito e finito, ossia tra l’irraggiungibile centro del gioco e i cerchi che vi si avvicinano, a quell’accadere inintenzionale che Cusano chiama non a caso fortuna.
Ordine improvvisato
La natura non fa salti, ma una sfera imperfetta sì e nel mondo intermedio, tra l’esterno e il centro, il tragitto dall’imperfetto al perfetto è frastagliato di rischi di matrice ontologica, prima ancora che fisica. Scrive Cusano che, questo, «è un gioco che tutti giocano volentieri, perché offre un divertimento prolungato dovuto al procedere diverso e mai sicuro della palla, in quanto mai accade che la palla proceda in modo sicuro secondo l’ordine che ci siamo proposti». La matrice speculativa del gioco e del rischio di questo «mai sicuro» è tipicamente umana. Nessun animale «crea una sfera», sostiene infatti Cusano. Ma se nessun animale può creare una sfera, commenta Peter Sloterdijk, nel secondo tomo delle sue Sfere, da poco riedite da Cortina, «men che meno è in grado di giocare e prendere la mira con una sfera». Per il filosofo tedesco la globalizzazione — che chiama anche «sferopoiesi» — avanza come la sfera lanciata sul piano dai giocatori immaginati da Cusano. La sferopoiesi, per il filosofo tedesco, lungi dall’essere un evento segnato dall’epoca e, come tale, consegnato alla fase terminale del XX secolo, è piuttosto «l’avvenimento fondante del pensiero europeo, che da 2500 anni non smette di provocare sconvolgimenti nelle condizioni di vita e di pensiero». La globalizzazione, come nel coup de dés di Mallarmé gettato in mare aperto («ogni pensiero emette un lancio di dadi»), con il lancio della palla di Cusano, su cui Sloterdjik ampiamente si sofferma, è una apertura in cui si insinua il pensiero.
Come fra il concavo e il convesso della semisfera di Cusano si produce un attrito, nella sfericità del monso questo attrito talvolta coincide col pensiero stesso, come più volte ribadito da quel Max Bense a più riprese citato da Sloterdijk, che ne legge un importante proclama giovanile alla stregua di un appello all’«etica intellettuale della globalizzazione».
«Capisce la globalizzazione», osserva l’autore, «solo chi si apre all’idea che la figura del pensiero della sfera è una questione seria dal punto di vista ontologico e, quindi, anche tecnico e politico. Pensare significa: giocare un ruolo nella storia di questa serissima questione. Questa storia seria è la storia dell’essere». Qui, per Sloterdijk, essere non è in rapporto a un tempo qualsiasi o al tempo esistenziale per la morte o in vista della morte. È «il tempo che ci vuole per comprendere che cosa sia lo spazio: la sfera più reale di ogni altra cosa».
Con l’irruzione nella vita dell’uomo di ciò che i greci chiamavano sphaira e i latini globus, termina per Sloterdijk il tempo della confusione e delle storie disperse in filamenti di tempo. L’uomo che pensa è già nella post-storia. La complessa e magmatica operazione di Sloterdijk che a partire dal 1998 ha preso corpo nella trilogia di Sphären (Bolle risale al 1998, Globi al 1999 e Schiume al 2004) si configura come una lunga teoria sferocentrica che ha al proprio cuore un puctum dolens non così pacifico e non così certo: la condizione per cui lo spazio ha (o avrebbe) assorbito il tempo. In questo senso, Sloterdijk legge l’intera storia della civiltà occidentale attraverso stadi di un complessivo processo di globalizzazione che, oggi, è giunto a uno stadio o condizione terminale: lo stadio del denaro, dove in luogo di caravelle e navi lanciate su mari alla ricerca di terre incognite abbiamo il movimento del denaro lanciato sulla superficie del globo terracqueo.
Tra cosmo e terra
Gli uomini, come «animali che creano e abitano la sfera» sono da tempo immemore chiamati alla sfida della «geometrizzazione dello smisurato». Per questo, anche dinanzi alle sfide di uno smisurato che (apparentemente?) deforma ogni geometrizzazione, la sfida, annota Sloterdijk resta quella di «cogliere il proprio spazio esprimendolo nel concetto».
Delle tre forme specifiche della globalizzazione individuate da Sloterdijk, la prima è quella della fisica antica, «l’illuminismo cosmologico dei pensatori greci», che racchiude il cosmo in una sfera o in una molteplicità di sfere. Si pensi, qui, all’immagine del celebre mosaico di Torre Annunziata, risalente al I secolo a. C. che ritrae sette sapienti in un consesso filosofico attorno alla sfera, là dove, attraverso contemplazione e pensiero, culto e discorso –ed è una delle rarissime volte in cui questa fusione avverrà in forme felici — si fondono l’uno con l’altro, senza ostacolarsi a vicenda. La seconda, coincide con la crisi della prima e sfocia nella globalizzazione terrestre del XVI secolo, che Sloterdijk legge anche come crisi del modello aristotelico-platonico e con la crisi di cui, in qualche modo, proprio il De Ludo Globi di Cusano si fa lucido anticipatore. L’età moderna legge così il mondo attraverso la mappa. Ma, mentre rilegge il mondo, lo riconfigura attraverso dinamiche espansive di scoperta, conquista e potenza che danno luogo a una «grande narrazione» che si concretizza nella passio per le Storie universali.
La terza manifestazione del processo di globalizzazione si rende evidente ai nostri giorni, dove la circumnavigazione del globo, da sempre affiancata dalla circolazione del denaro, si trova scalzata dal denaro stesso nelle sue forme di flusso immateriali e dall’ipercircolazione delle immagini. Flussi di denaro e di capitale sovrastano i luoghi, li comprimono. La sfera è vuota, la perfezione non è più localizzata al centro, ma – eventualmente – fuori dal tutto.
Dall’Uranos o Kosmos contemplato, come matrice di piena bellezza, dei geometri e dei filosofi antichi si passa alla globalizzazione in Età Moderna che unifica la terra, attraverso la nuova percorribilità dei mari. Questa seconda globalizzazione sarebbe «cosa da cartografi» e «avventura per marinai», divenendo in seguito materia di preoccupata attenzione per economisti, climatologi o «altri esperti in questioni accidentate e confuse».
Sono loro, non più i metafisici a dover ridisegnare il profilo del mondo. Si arriva così all’inizio di quella che, a torto, considereremmo la «vera» globalizzazione, ma ne costituisce casomai l’epifenomeno: la globalizzazione elettronica avviatasi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Qui non sono più uomini, ma segni e segnali a solcare il mondo. Il requiem suona, ma non per i media, bensì per il messaggio. La terra vista dallo spazio concretizza nella dura evidenza del reale ciò che già Colombo aveva intuito: «nel rotondo spazio terrestre tutti i punti hanno lo stesso valore». Ed è qui che, secondo Sloterdijk, il pensiero spaziale della Modernità subisce una radicale e irreversibile neutralizzazione. Improvvisamente si comprendono le parole di Heidegger: «il tratto fondamentale del mondo moderno è la conquista del mondo risolto in immagine». Dove il termine immagine significa «configurazione della produzione rappresentante».
Ciò che alla fine del XX secolo veniva ancora magnificato o mitizzato e, oggi, viene sempre più screditato anche da magnificatori e mitizzatori dell’altro ieri sotto il nome di «globalizzazione», nella lettura di Sloterdijk non rappresenta affatto una novità. Casomai è «momento tardivo e confuso di eventi la cui vera dimensione diverrà visibile quando si comprenderà l’epoca moderna, in tutte le sue conseguenze, come passaggio dalla meditativa speculazione sulla sfera alla prasi del suo rilevamento. (…) Che cosa significhi davvero globalizzazione terrestre si rende evidente se in essa si riconosce la storia di un’alienazione spaziopolitica che sembra irrinunciabile per chi vince, insopportabile per chi perde e inevitabile per entrambi».
Il centro è irragiungibile
La sfera, che per i greci era simbolo saturo, oggi è segno di un tempo vuoto. Nell’aprile del 1777, rivolgendosi alle generazioni future, un giovane Goethe evocò una doppia pienezza disegnando facendo erigere per il giardino della sua casa, a Weimar, un «Altare alla buona fortuna». Una sfera in pietra in equilibrio su un cubo – questo l’altare di Goethe — sembra racchiudere, tra due simboli di totalità, un enigma in costante apertura. Se Cusano poteva ancora scrivere: «ho tracciato nel centro del campo il circolo nel cui centro è il seggio del re, ed il suo regno è il regno della vita», che ne sarà — si chiede Sloterdijk con Goethe — della sfera in un’epoca senza re? Che cosa ne sarà dei re in un’epoca senza sfera? Su questa alienazione spazio-politica il discorso si fa ulteriormente complesso. Nella sua avanzata, infatti, la globalizzazione ha fatto saltare strato per strato tutti gli involucri in cui la vita si è rinchiusa in funzione autoprotettiva. La globalizzazione terrestre — segnata dal ritorno a quello che, dopo la prima circumnavigazione, nel 1522, verrà guardato come il «Vecchio Mondo» — ha fatto esplodere l’esterno in ogni punto, dando luogo in età moderna a quella che Sloterdijk chiama «catastrofe delle ontologie locali»: villaggi, città protette da alte mura, intere regioni divengono punti sulla superficie della sfera, da «paesaggi locali» si trasformano in transiti di sconfinati traffici di capitale «che qui compie i passaggi della sua quintuplice metamorfosi in merce, denaro, testo, immagine e notorietà». Dalla sfera speculativa dei filosofi greci, «forma di protezione all’interno», si passa, nel moderno, a un globo che non offre più protezione né riparo. La sfera è abitabile solo à l’extérieur.
Non vi è altro che l’aperto, nessun Weltinneraum, nessuno spazio interno del mondo. Solo un fuori. Quel fuori di cui già i giocatori di Cusano facevano esperienza, praticando l’irraggiungibile centro della sfera.
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