Risvolto
Camminare tra le architetture; attraversare in velocità il paesaggio, volare sulla città possono essere non solo esperienze dirette, ma anche, attraverso lo sguardo colto di chi si muove con agilità attraverso il tempo, divenire momenti sostanziali per la comprensione dell'epoca attuale, in cui le molte dimensioni dell'architettura vengono esplorate e messe in crisi. Con una sequenza di visioni tanto inaspettate quanto ricercate, sullo spunto di eventi innestati dal progresso tecnologico, l'autore ci accompagna con sapienza e ironia in una rilettura dei cambiamenti nella percezione del mondo moderno. L'intuizione dei luoghi vissuti con la lentezza della passeggiata a piedi, il movimento e la teatralità della scala, l'irruzione del ferro e della velocità del treno nella tranquilla vita borghese, così come la scoperta del paesaggio aereo e del suo inevitabile impatto sull'immagine della nuova architettura ci sono svelati dall'autore attraverso un suggestivo uso delle immagini, dallo schizzo di dettaglio all'inquadratura fotografica, lasciandoci ad ogni saggio quelle curiosità che stimolano il nostro vivere quotidiano. Gubler, cronista per la "Casabella" di Vittorio Gregotti dal 1982 al 1995 e autore delle famose cartoline, attraversa ora, con la stessa ironia sottile e appassionata, la storia recente della cultura architettonica e dei suoi maestri per offrire, come scrive Mario Botta nella presentazione, "uno spaccato interpretativo dell'architettura attraverso lo sguardo curioso e disincantato del fruitore."
Camminare tra le architetture; attraversare in velocità il paesaggio, volare sulla città possono essere non solo esperienze dirette, ma anche, attraverso lo sguardo colto di chi si muove con agilità attraverso il tempo, divenire momenti sostanziali per la comprensione dell'epoca attuale, in cui le molte dimensioni dell'architettura vengono esplorate e messe in crisi. Con una sequenza di visioni tanto inaspettate quanto ricercate, sullo spunto di eventi innestati dal progresso tecnologico, l'autore ci accompagna con sapienza e ironia in una rilettura dei cambiamenti nella percezione del mondo moderno. L'intuizione dei luoghi vissuti con la lentezza della passeggiata a piedi, il movimento e la teatralità della scala, l'irruzione del ferro e della velocità del treno nella tranquilla vita borghese, così come la scoperta del paesaggio aereo e del suo inevitabile impatto sull'immagine della nuova architettura ci sono svelati dall'autore attraverso un suggestivo uso delle immagini, dallo schizzo di dettaglio all'inquadratura fotografica, lasciandoci ad ogni saggio quelle curiosità che stimolano il nostro vivere quotidiano. Gubler, cronista per la "Casabella" di Vittorio Gregotti dal 1982 al 1995 e autore delle famose cartoline, attraversa ora, con la stessa ironia sottile e appassionata, la storia recente della cultura architettonica e dei suoi maestri per offrire, come scrive Mario Botta nella presentazione, "uno spaccato interpretativo dell'architettura attraverso lo sguardo curioso e disincantato del fruitore."
Il viaggio? Un’unità di misura per comprendere il territorio
Giovedì 6 Novembre, 2014 CORRIERE DELLA SERA © RIPRODUZIONE RISERVATA
Jacques Gubler è un personaggio del tutto speciale: al suo straordinario percorso da grande storico dell’architettura si connette l’ironia discontinua che è una parte strutturale della meticolosa precisione svizzera come fondamento della bizzarra creatività che la distingue: da Max Frisch a Dürrenmatt, da Harald Szeeman a Le Corbusier, nato non per caso nella regione degli orologiai.
Jacques Gubler è un personaggio del tutto speciale: al suo straordinario percorso da grande storico dell’architettura si connette l’ironia discontinua che è una parte strutturale della meticolosa precisione svizzera come fondamento della bizzarra creatività che la distingue: da Max Frisch a Dürrenmatt, da Harald Szeeman a Le Corbusier, nato non per caso nella regione degli orologiai.
È profittando di questa precisione autoironica che Gubler è stato uno dei più interessanti storici delle specifiche qualità svizzere dei costruttori, ingegneri, architetti e inventori che ne hanno proposto il carattere architettonico insieme, talvolta, alla grandezza. Basta osservare la profondità dei contenuti dei suoi scritti a partire dal suo primo del 1975 su nazionalismo e internazionalismo nell’architettura moderna della Svizzera seguito da quelli su Beauduin, Jean Tchumi, Hannebique, Viollet Le Duc e altri, oltre che nella continuità nel fornire ogni mese, per tredici anni, notizie originali, con i relativi commenti critici, con le «cartoline» pubblicate su «Casabella» e indirizzate alla preziosissima segretaria di direzione Miriam Tosoni.
Il libro pubblicato dall’editore Christian Marinotti dal titolo Motion, Emotions (pp. 188, e 19) raccoglie sette saggi di diverse, ma coerenti, angolature. Gubler non è un architetto e forse proprio per questo la sua indagine utilizza, come egli scrive, una «fenomenologia pragmatica» che guarda e usa come materiale critico connesso al comportamento umano non solo di fronte all’architettura. Utilizza questa «fenomenologia pragmatica» anche come materiale di indagine per i processi delle sue occasioni di progetto come testimonianza di memoria di uno stato della storia sociale, come se l’area che egli indaga per le differenze con le condizioni percettive del presente fosse qualcosa che già apparteneva al nonno, agli antenati riconoscibili direttamente. Niente di meglio che cominciare con la passeggiata e il contatto con il terreno per ricordare i viaggi in Italia del Grand Tour o quelli di Le Corbusier in Grecia e passare poi all’architettura vista dal viaggio in treno con le sue stazioni, poi con l’automobile e infine a ciò che offre lo sguardo dall’aereo, dai fratelli Montgolfier a Ledoux sino alla fotografia aerea, attraverso l’esame di una grande quantità di esperienze possibili, delle loro influenze sui mutamenti dell’architettura, della scoperta di paesaggi di altre culture come Le voyage en Orient .
Vi sono due saggi di questo libro che sono differentemente indipendenti dall’idea di viaggio se non in un senso altamente simbolico. Nel primo vi è la minutissima storia della casa-studio di Viollet le Duc a Losanna, costruita nel 1974 e demolita dopo un secolo, dal nome La Vedette.
Messa a confronto con il rigore teorico degli scritti di Viollet le Duc, Gubler scrive che l’edificio sembra coerente con il libro che ne espone i principi ma poco convincente sul piano qualitativo e indaga se la teoria debba essere o meno «evidente e condivisa prima dell’immagine e del linguaggio», sottraendosi così alle possibilità offerte dall’immaginazione.
Il secondo saggio a cui vorrei fare riferimento è quello dedicato al grande scenografo svizzero Alfons Appia che Gubler considera «un’eccellente critico di architettura», a partire dalla osservazione fatta da Appia sulla contraddizione rappresentata dal teatro progettato a Monaco da Littmann «il cui allestimento distrugge la relazione spaziale tra scena e pubblico» del modello wagneriano a cui vuole riferirsi.
La riflessione di Gubler muove dalla scala come parte dell’edificio, e dopo aver fatto un esame di esempi svizzeri del XIX secolo, connette le proposte scenografiche di Appia con la ricerca pittorica di Albert Trachsel, allievo di Alfonse Gaudet. Per Appia le scale sono «quegli ostacoli destinati a rendere i corpi più corporali» e, da questo punto di vista, lo studio su Appia si riconnette con il tema centrale del libro cioè il percorso come conoscenza concreta dello spazio architettonico, un’idea di architettura che, da Choisy sino a Gropius, sembra elemento essenziale del moderno.
In tutto il libro la densità dei riferimenti, degli episodi, delle connessioni e persino dei pettegolezzi storici che la lettura di questi saggi producono diviene un racconto delle ragioni profonde dell’architettura come prat ica artistica specifica.
Il libro in tutta la sua complicata ricchezza è dedicato ad Enrico Castelnuovo, il grande storico dell’arte torinese, scomparso alcuni mesi fa, che fu il maestro di Gubler.
Ma come Gubler scrive alla fine dell’ultimo saggio, dedicato con affetto alla grandezza poetica dell’avventura architettonica dell’amico Livio Vacchini, «possiamo accettare l’ipotesi secondo la quale il progetto di architettura può contenere razionalmente e ossessivamente una profondità autobiografica? La questione dell’autoritratto è il pretesto che ci riporta al fare e alla difficoltà del fare». E questo vale anche per lo stile degli scritti di Jaques Gubler.
L’architettura a volo d’uccello Saggi. Dallo shock ferroviario fino all'avventura aerostatica, con tappa negli interni delle case degli architetti. Una carrellata tra passato e futuro negli scritti eruditi dello storico svizzero Jacques GublerMaurizio Giufrè, 3.2.2015
Dopo undici anni è stata tradotta dall’editore milanese Christian Marinotti la raccolta di saggi dello storico dell’arte svizzero Jacques Gubler dal titolo Motion, émotion (Infolio édition, Gollion, 2003).
Assistente di Enrico Castelnuovo e docente al Politecnico di Losanna e all’Accademia di Mendrisio, Gubler si è interessato in prevalenza di architettura del XIX e XX secolo indagando con raro scrupolo filologico eventi e personalità del moderno e individuando temi solo in apparenza secondari. Per cogliere il suo tratto distintivo nell’affrontare la storia dell’architettura, potremmo usare le parole che Gramsci rivolse a Benedetto Croce, quando invitava a studiare gli scritti «minori» del filosofo, «le raccolte di articoli, di postille, di piccole memorie, che hanno un maggiore e più evidente legame con la vita». Lo stesso può valere per lo storico svizzero.
Bisogna rileggersi, ad esempio, le sue cartoline indirizzate a Miriam Tosoni, segretaria di redazione di Casabella quando era direttore Vittorio Gregotti (dal 1982 al 1996) per accorgersi che la cifra stilistica della sua narrazione sta nei «frammenti discontinui».
Di «discontinuità» parla anche Mario Botta nell’introduzione al saggio, riconoscendo all’autore quella capacità di intrecciare passioni erudite e curiosità letterarie che provano «una riflessione approfondita sulla disciplina», ma soprattutto sui «valori primordiali ai quali fa riferimento l’opera costruita».
In tempi di vacuo esibizionismo architettonico, potrebbe apparire astratto riflettere «sulla camminata e l’architettura del suolo», stravagante disquisire sul significato dello «choc ferroviario» o dell’«avventura aerostatica», ininfluente, per l’opera di Viollet-le-Duc e di Livio Vacchini, soffermarsi sulle loro case private e perfino superfluo, nell’era delle tecnologie digitali, trattenersi sulla «scenografia della scala» fin de siècle di Adolphe Appia o di Albert Trachsel.
Tuttavia lo storico svizzero ci dimostra il contrario. Con il suo argomentare coinvolgente che può apparire a volte eccentrico, egli ci illustra l’importanza di temi e questioni che solo il «chiacchierio offerto dal ’gran correre’ della globalizzazione» ha estromesso dal panorama corrente lasciando«gli architetti orfani di autentici valori di riferimento» (Botta).
In una carrellata di casi Gubler affronta, ad esempio, l’importanza dell’autopsia architettonica che con schizzi, riprese fotografiche e letture mirate – dai Carnets di le Corbusier ai taccuini di Alvaro Siza – permette di comprendere la natura di un luogo e la misura dello spazio. La «nuova architettura» si avvera sempre secondo l’autore solo dopo «aver percorso e saggiato con la mano e il piede il peso dei materiali e la pasta della città». Anche la visione «in viaggio» dal treno o quella zenitale procurata dal volo aereo converge verso la conoscenza del territorio: la «velocità rinvia alla lucidità» e tutto si fa più nitido e oggettivo con la percezione cinetica e aviatica.
È lungo l’elenco nella storia della modernità architettonica dei riferimenti ai quali rimandano le emozioni (émotions) procurate dal movimento (motion). In alcuni casi queste sono lo choc riferibile alle tragedie del progresso industriale. L’ingresso, ad esempio, del cemento armato per la costruzione delle opere ferroviarie avvenne dopo la catastrofe di Mönchenstein causata dal crollo del ponte sulla Birse che inghiottì il treno della linea Basilea-Delémont.
Altrettanto significative sono, invece, le ricadute in campo militare della riproduzione (grafica e fotografica) dall’alto di aerostati e aerei perché «non occorrerà separare poi troppo drasticamente il distruttore e il costruttore del territorio» prima di addentrarsi nelle numerose prospettive a «volo d’uccello» o assonometriche delle avanguardie.
Gli ultimi capitoli del saggio di Gubler sono dedicati alla «casa dell’architetto»: La Vedette a Losanna di Viollet-le-Duc e la «little big house» a Tenero di Livio Vacchini. In entrambi è spiegato in che modo il progetto di architettura può configurarsi come una specie di autobiografia, in altre parole come si riflette il ritratto dell’architetto nell’opera che ha ideato.
Un argomento ormai defluito nel voyeurismo della casa del famoso designer di turno, ma che al contrario interessa il «genere riflessivo» come a lungo si è manifestato nell’arte e nella letteratura. L’«esercizio dell’autobiografia» è per Gubler un espediente per «razionalizzare le ossessioni» come illustrano le poetiche di Aldo Rossi e Oswald Mathias Ungers: il primo sostenitore dell’«esame critico delle soluzioni proposte da altri» (analogia), il secondo promotore della tesi che «la tematica e il contenuto dell’architettura possono essere soltanto l’architettura stessa» (tautologia).
«Costruendo la propria casa – scrive lo storico svizzero – l’architetto si palesa, si espone, produce un manifesto». Se Viollet-le-Duc con la sua abitazione semplice, anonima e per certi versi «arcaica», esprime un monito severo nei confronti di ogni «manifestazione dell’individualità e dell’immagine», Vacchini con la sua casa — un prisma scatolare in cemento poggiato su un declivio — dichiara il principio etico che «progresso sociale, modernità e sperimentazione tecnica» sono sempre elementi inscindibili.
Le storie narrate da Gubler sono attraversate dal continuo confronto tra sensibilità e intelletto, tra valori ideali e razionalità. Attento conoscitore delle trasformazioni della città a guidarlo è ancora il «principio speranza» di Ernest Bloch che come riporta nel suo sintetico Abecedario a conclusione del suo saggio, non può che collegarsi al progresso tecnico e alla curiosità per la scoperta: considerazioni condivisibili perché l’indagine storica dell’architettura possa ancora offrirci buoni frutti.
L’architettura a volo d’uccello Saggi. Dallo shock ferroviario fino all'avventura aerostatica, con tappa negli interni delle case degli architetti. Una carrellata tra passato e futuro negli scritti eruditi dello storico svizzero Jacques GublerMaurizio Giufrè, 3.2.2015
Dopo undici anni è stata tradotta dall’editore milanese Christian Marinotti la raccolta di saggi dello storico dell’arte svizzero Jacques Gubler dal titolo Motion, émotion (Infolio édition, Gollion, 2003).
Assistente di Enrico Castelnuovo e docente al Politecnico di Losanna e all’Accademia di Mendrisio, Gubler si è interessato in prevalenza di architettura del XIX e XX secolo indagando con raro scrupolo filologico eventi e personalità del moderno e individuando temi solo in apparenza secondari. Per cogliere il suo tratto distintivo nell’affrontare la storia dell’architettura, potremmo usare le parole che Gramsci rivolse a Benedetto Croce, quando invitava a studiare gli scritti «minori» del filosofo, «le raccolte di articoli, di postille, di piccole memorie, che hanno un maggiore e più evidente legame con la vita». Lo stesso può valere per lo storico svizzero.
Bisogna rileggersi, ad esempio, le sue cartoline indirizzate a Miriam Tosoni, segretaria di redazione di Casabella quando era direttore Vittorio Gregotti (dal 1982 al 1996) per accorgersi che la cifra stilistica della sua narrazione sta nei «frammenti discontinui».
Di «discontinuità» parla anche Mario Botta nell’introduzione al saggio, riconoscendo all’autore quella capacità di intrecciare passioni erudite e curiosità letterarie che provano «una riflessione approfondita sulla disciplina», ma soprattutto sui «valori primordiali ai quali fa riferimento l’opera costruita».
In tempi di vacuo esibizionismo architettonico, potrebbe apparire astratto riflettere «sulla camminata e l’architettura del suolo», stravagante disquisire sul significato dello «choc ferroviario» o dell’«avventura aerostatica», ininfluente, per l’opera di Viollet-le-Duc e di Livio Vacchini, soffermarsi sulle loro case private e perfino superfluo, nell’era delle tecnologie digitali, trattenersi sulla «scenografia della scala» fin de siècle di Adolphe Appia o di Albert Trachsel.
Tuttavia lo storico svizzero ci dimostra il contrario. Con il suo argomentare coinvolgente che può apparire a volte eccentrico, egli ci illustra l’importanza di temi e questioni che solo il «chiacchierio offerto dal ’gran correre’ della globalizzazione» ha estromesso dal panorama corrente lasciando«gli architetti orfani di autentici valori di riferimento» (Botta).
In una carrellata di casi Gubler affronta, ad esempio, l’importanza dell’autopsia architettonica che con schizzi, riprese fotografiche e letture mirate – dai Carnets di le Corbusier ai taccuini di Alvaro Siza – permette di comprendere la natura di un luogo e la misura dello spazio. La «nuova architettura» si avvera sempre secondo l’autore solo dopo «aver percorso e saggiato con la mano e il piede il peso dei materiali e la pasta della città». Anche la visione «in viaggio» dal treno o quella zenitale procurata dal volo aereo converge verso la conoscenza del territorio: la «velocità rinvia alla lucidità» e tutto si fa più nitido e oggettivo con la percezione cinetica e aviatica.
È lungo l’elenco nella storia della modernità architettonica dei riferimenti ai quali rimandano le emozioni (émotions) procurate dal movimento (motion). In alcuni casi queste sono lo choc riferibile alle tragedie del progresso industriale. L’ingresso, ad esempio, del cemento armato per la costruzione delle opere ferroviarie avvenne dopo la catastrofe di Mönchenstein causata dal crollo del ponte sulla Birse che inghiottì il treno della linea Basilea-Delémont.
Altrettanto significative sono, invece, le ricadute in campo militare della riproduzione (grafica e fotografica) dall’alto di aerostati e aerei perché «non occorrerà separare poi troppo drasticamente il distruttore e il costruttore del territorio» prima di addentrarsi nelle numerose prospettive a «volo d’uccello» o assonometriche delle avanguardie.
Gli ultimi capitoli del saggio di Gubler sono dedicati alla «casa dell’architetto»: La Vedette a Losanna di Viollet-le-Duc e la «little big house» a Tenero di Livio Vacchini. In entrambi è spiegato in che modo il progetto di architettura può configurarsi come una specie di autobiografia, in altre parole come si riflette il ritratto dell’architetto nell’opera che ha ideato.
Un argomento ormai defluito nel voyeurismo della casa del famoso designer di turno, ma che al contrario interessa il «genere riflessivo» come a lungo si è manifestato nell’arte e nella letteratura. L’«esercizio dell’autobiografia» è per Gubler un espediente per «razionalizzare le ossessioni» come illustrano le poetiche di Aldo Rossi e Oswald Mathias Ungers: il primo sostenitore dell’«esame critico delle soluzioni proposte da altri» (analogia), il secondo promotore della tesi che «la tematica e il contenuto dell’architettura possono essere soltanto l’architettura stessa» (tautologia).
«Costruendo la propria casa – scrive lo storico svizzero – l’architetto si palesa, si espone, produce un manifesto». Se Viollet-le-Duc con la sua abitazione semplice, anonima e per certi versi «arcaica», esprime un monito severo nei confronti di ogni «manifestazione dell’individualità e dell’immagine», Vacchini con la sua casa — un prisma scatolare in cemento poggiato su un declivio — dichiara il principio etico che «progresso sociale, modernità e sperimentazione tecnica» sono sempre elementi inscindibili.
Le storie narrate da Gubler sono attraversate dal continuo confronto tra sensibilità e intelletto, tra valori ideali e razionalità. Attento conoscitore delle trasformazioni della città a guidarlo è ancora il «principio speranza» di Ernest Bloch che come riporta nel suo sintetico Abecedario a conclusione del suo saggio, non può che collegarsi al progresso tecnico e alla curiosità per la scoperta: considerazioni condivisibili perché l’indagine storica dell’architettura possa ancora offrirci buoni frutti.
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