martedì 25 novembre 2014

"Oggi il lavoro è morto e non può quindi più rap­pre­sen­tare la nostra identità": la sinistra che chiede lumi a Freccero merita il tramonto


Non c'è bisogno di ricordarsi ciò che Freccero ha fatto, ciò di cui è responsabile: basta guardare come "comunica" quando lo invitano da qualche parte... [SGA].


La sinistra senza audience 
Tempi presenti. Obiettivo della sinistra è sviluppare un pensiero adeguato al presente. Compito difficile in un ecosistema mediatico dove i talk show reagiscono al declino divenendo megafoni di una facile propaganda

Carlo Freccero, il Manifesto 25.11.2014 

Assi­stiamo oggi a un para­dosso: più il mondo diventa com­plesso e quindi dif­fi­cile da spie­gare, più la comu­ni­ca­zione deve essere sem­plice, ele­men­tare, per otte­nere risul­tato.
La teo­ria della com­ples­sità rap­pre­senta una frat­tura epi­ste­mo­lo­gica rispetto al pre­ce­dente modo di pen­sare che secondo l’utopia illu­mi­ni­sta pro­met­teva a tutti, se dotati di rigore e di volontà, di capire il mondo in cui vive­vano e di matu­rare la mar­xiana coscienza di classe. Sapere aude, Abbi il corag­gio di sapere, è il motto dell’illuminismo. Nella società post­mo­derna ci tro­viamo ad affron­tare un mondo com­plesso, armato solo di un pen­siero che si rico­no­sce debole. Non vale nep­pure la spesa di tentare. 
Cos’è che con­trad­di­stin­gue un pen­siero com­plesso, da un pen­siero solo dif­fi­cile o complicato? 
Non sono un epi­ste­mo­logo e quindi, per sem­pli­fi­care, mi affido alla defi­ni­zione di Wiki­pe­dia: «Com­plesso scende dal verbo latino com­plec­tor, che vuol dire cin­gere, tenere avvinto stret­ta­mente e, in senso meta­fo­rico abbrac­ciare, com­pren­dere, unire tutto in sé, riu­nire in un solo pen­siero e una sola deno­mi­na­zione (…) Dal XVII secolo in poi, una situa­zione, un pro­blema, un sistema è com­plesso se con­sta di molte parti inter­re­late, che influi­scono una sull’altra. Un pro­blema com­pli­cato (da com­plico, pie­gare, arro­to­lare, avvol­gere), invece, è uno che si fatica a risol­vere per­ché con­tiene un gran numero di parti nasco­ste che vanno sco­perte ad una ad una». L’esempio più sem­plice è l’origami, che ci appare tri­di­men­sio­nale e dotato di innu­me­re­voli pie­ghe, ma che può essere ridotto al sem­plice foglio di carta ini­ziale. Que­sto pro­cesso di sem­pli­fi­ca­zione non è attua­bile invece nel caso della com­ples­sità. La com­ples­sità non è ridu­ci­bile alla linea­rità. Un pro­blema è lineare se lo si può scom­porre in una somma di sotto-problemi indi­pen­denti tra loro. Quando, invece, i vari com­po­nenti e/o aspetti di un pro­blema inte­ra­gi­scono gli uni con gli altri così da ren­dere impos­si­bile la loro sepa­ra­zione per risol­vere il pro­blema passo passo e a bloc­chi, allora si parla di non linearità. 
L’operaio per­duto 

La com­ples­sità si pre­sta allo stu­dio degli orga­ni­smi viventi. Ma è ormai evi­dente che riguarda anche gli aspetti della vita asso­cia­tiva come la poli­tica e l’economia. Ed allora diventa sem­pre più dif­fi­cile ela­bo­rare teo­rie con­vin­centi, deco­di­fi­care pro­cessi in corso, assu­mere un ruolo attivo o sem­pli­ce­mente recu­pe­rare quella coscienza che agli albori del socia­li­smo, sem­brava a por­tata di mano. Con l’avvento del capi­ta­li­smo la sini­stra si è assunta il ruolo di spac­chet­tare i pro­blemi com­pli­cati, di ren­dere lineare il rap­porto di pro­du­zione e quindi di sfrut­ta­mento. Lo sce­na­rio era sem­plice: c’era il capi­ta­li­sta che dete­neva i mezzi di pro­du­zione e il pro­le­ta­rio che for­niva il suo lavoro. Ma dato che il valore che andava ad arric­chire il capi­tale era un pro­dotto del valore dell’operaio, era evi­dente sia lo sfrut­ta­mento del lavo­ra­tore che il suo indi­scu­ti­bile valore. 
Come la pie­tra filo­so­fale creava oro, il lavoro creava ric­chezza. Oggi il lavoro è morto. La fine del lavoro è stata decre­tata già molti anni fa da libri come La fine del lavoro di Jeremy Rif­kin o L’orrore eco­no­mico di Viviane Forrester. 
Oggi il lavoro è diven­tato un diritto, qual­cosa che si è perso e che si vor­rebbe recu­pe­rare e non può quindi più rap­pre­sen­tare la nostra identità. 
Il lavo­ra­tore otto­cen­te­sco ha subito nello scorso secolo muta­zioni essen­ziali. Prima è diven­tato con­su­ma­tore. Que­sta meta­mor­fosi è avve­nuta pre­co­ce­mente negli Usa con il for­di­smo. In Ita­lia si afferma con il boom con­su­mi­stico degli anni Ottanta. Per reg­gere la pro­du­zione è neces­sa­ria una domanda. Il lavo­ra­tore diventa con­su­ma­tore dei suoi stessi pro­dotti. Più o meno nello stesso periodo le aziende pro­dut­trici smet­tono di finan­ziarsi con pre­stiti ban­cari per quo­tarsi in borsa. Le azioni fran­tu­mano la pro­prietà, il capi­tale in un pul­vi­scolo di microproprietà. 
Il lavo­ra­tore diventa azio­ni­sta e quindi pro­prie­ta­rio, magari attra­verso il suo fondo pen­sione, di quella stessa fab­brica che dovrebbe sfrut­tarlo. Infine la «wal­mar­tiz­za­zione» del lavoro e dei mer­cati. La glo­ba­liz­za­zione sca­tena la com­pe­ti­zione mon­diale dei pro­dut­tori che, per otte­nere pro­fitti più alti, devono pagare salari più bassi. I salari si ridu­cono insieme alla capa­cità di acqui­sto. Per per­met­tere ai lavo­ra­tori di con­ti­nuare ad acqui­stare biso­gna con­te­nere i prezzi delle merci, ma que­sta diventa una spi­rale al ribasso che non fa che ren­derci sem­pre più poveri. 
Ritor­niamo alla figura del lavo­ra­tore prima delle sue suc­ces­sive evo­lu­zioni: il suo inte­resse era evi­dente, si trat­tava solo di pren­derne coscienza. E favo­rire maieu­ti­ca­mente l’emergere di que­sta coscienza era il ruolo della sinistra. 
Oggi siamo lavo­ra­tori ma anche con­su­ma­tori, ma anche proprietari/azionisti di quelle stesse aziende che ci sfrut­tano come lavo­ra­tori e ci for­ni­scono come con­su­ma­tori, con­sumo a basso prezzo. Quale parte di noi dovrebbe pre­va­lere? E come potremo sem­pli­fi­care il nostro ruolo spac­chet­tando una ad una le iden­tità che ci compongono? 
È un tipico caso di com­ples­sità. Come gestirla a livello poli­tico? Fino ad ora la sini­stra non ha ancora tro­vato una solu­zione. Non a caso, in tutto il mondo e salvo poche zone pro­gres­si­ste, la destra con­ti­nua a pre­va­lere nelle sue due forme di par­tito conservatore/democratico.
Un pro­blema com­plesso non è ridu­ci­bile in modo lineare ad una serie di situa­zioni sem­plici, ma, almeno a livello di pro­pa­ganda, la destra lo fa. Fa appello al nostro io con­su­ma­tore e pro­prie­ta­rio per basto­nare il nostro io lavo­ra­tore ed affos­sare il con­cetto di diritti umani. 


Fram­menti identitari 

Veniamo con­ti­nua­mente isti­gati all’odio con­tro una mol­te­pli­cità di nemici che non sono altro che fram­menti della nostra iden­tità. Il con­su­ma­tore vuol con­su­mare a basso prezzo e se la prende con i sin­da­cati e il costo del lavoro. Il lavo­ra­tore che vuole lavo­rare se la prende con i pri­vi­le­giati che il lavoro ce l’hanno e costi­tui­scono una casta. Ogni diritto si tra­muta in casta e ogni riven­di­ca­zione in un ribasso delle con­di­zioni di vita. Quando poi il cit­ta­dino prende coscienza della com­ples­sità del suo ruolo o dei suoi mol­te­plici ruoli, allora diventa intol­le­rante nei con­fronti di chi è escluso, il rom, l’extracomunitario, il parassita. 
Il mes­sag­gio della destra xeno­foba è sem­plice per­ché tende sem­pre a costruire un nemico fit­ti­zio su cui sca­ri­care la rab­bia e la fru­stra­zione di non capire le ragioni del pro­prio males­sere. Vince, comun­que e sem­pre, il mes­sag­gio più sem­plice, più spac­chet­tato. Pos­siamo defi­nire di destra il mes­sag­gio che incita all’odio e cerca un capro espia­to­rio, pro­gres­si­sta il mes­sag­gio otti­mi­sta alla Renzi, attual­mente vin­cente per­ché inclu­sivo ed otti­mi­sta, ma egual­mente pie­gato al pen­siero unico. 
Oggi Renzi fa il pieno di audience più o meno a tutti i pro­grammi a cui si pre­senta, a testi­mo­nianza del fatto che i cit­ta­dini ten­dono a dele­gare in toto al governo ogni deci­sione, rifiu­tan­dosi di avere un ruolo attivo. E dal mio osser­va­to­rio di curioso della comu­ni­ca­zione, a que­sta stessa pas­si­vità è impu­ta­bile il declino del talk show. Solo poche sta­gioni fa San­toro rac­colse tra­mite una pub­blica sot­to­scri­zione i soldi neces­sari a tenere in vita il suo Ser­vi­zio Pub­blico. Il talk show è figlio di una epoca, il pas­sag­gio dalla Prima alla Seconda Repub­blica a cui tutti i cit­ta­dini sen­ti­vano di potere e dovere par­te­ci­pare. Si parlò allora di spa­zio pub­blico, di agorà vir­tuale che per­met­teva a tutti di dibat­tere ed inte­ra­gire con la cosa pub­blica. I talk si ripro­du­ce­vano e nasce­vano a ritmo acce­le­rato. Oggi affon­dano nell’indifferenza di audien­ces ad un’unica cifra rive­lando la disaf­fe­zione, l’inerzia, di quello che era stato un pub­blico forte ed attivo ed una opi­nione pub­blica informata. 
Rico­struire una comu­ni­ca­zione di sini­stra è sem­pre più dif­fi­cile. Ormai tutta la comu­ni­ca­zione è diretta sull’individuo e i suoi biso­gni. Fa appello a cia­scuno di noi e ci chiama per nome come fa Renzi guar­dan­doci negli occhi: «tu Marco, tu Mar­tina, tu Vin­cenzo…». Si tratta di imma­gi­nare discorsi di por­tata gene­rale, di riva­lu­tare quei diritti dell’uomo che ven­gono per­ce­piti oggi come pri­vi­legi. Oggi la sini­stra appare sem­pre più inca­pace di discorsi com­plessi pro­prio per­ché il mondo è troppo com­plesso per essere ridotto a discorso.

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