venerdì 14 novembre 2014

Renzi è un'occasione d'oro per liberarci della sinistra PD: non facciamocela scappare perché non è detto che questo treno ripassi


Roberto Speranza “Queste modifiche sono una sterzata a sinistra e danno dignità alle Camere”
di Tommaso Ciriaco Repubblica 14.11.14

ROMA «Come negarlo? Sono molto, molto soddisfatto. Queste modifiche imprimono una sterzata verso sinistra e riaffermano la dignità delle Camere». Roberto Speranza molto si è speso per permettere di siglare una tregua interna nel Pd. Il capogruppo la rivendicherà già domani a Milano, riunendo con Pierluigi Bersani “Area riformista”. Non lo ammetterà mai, ma portando a casa il risultato ha anche spiazzato una fetta della sinistra del Pd. «Oggi — rivendica — si è ribadito che il Parlamento non è un passacarte e che l’attività parlamentare va rispettata».
Ma l’accordo nel Pd è chiuso?
«L’intesa di oggi consente il lavoro in commissione e valorizza sensibilità politiche differenti. Così si migliora la delega».
E si evita di porre la fiducia sul testo del Senato. Sarebbe stata una forzatura?
«Quel rischio è sparito, non c’è più».
Magari sarà messa la fiducia sul testo che uscirà dalla commissione della Camera.
«Beh, così è mille volte diverso. Mettere la fiducia sul testo del Senato avrebbe significato bypassare il lavoro parlamentare di Montecitorio. Così invece si valorizza il lavoro della commissione».
Renzi aveva ipotizzato la fiducia sul testo del Senato. Una sconfitta del premier, allora?
«Non lo è. Renzi ha compreso che occorre valorizzare il lavoro e le potenzialità delle Camere. Aveva posto il tema dei tempi, noi glieli garantiamo migliorando il testo. Insomma, non si deve porre la questione in termini di vincitori e sconfitti».
Il nodo politico è, ancora una volta, l’articolo 18. Sarà recepito l’orientamento della direzione del Pd?
«Sì. Il principale punto politico emerso nel dibattito pubblico è quello dell’articolo 18. Si è deciso di riassumere l’ordine del giorno della direzione del partito: così si salva il reintegro per i licenziamenti discriminatori e disciplinari, specificando le diverse fattispecie. Non è un fatto politicamente banale».
Pensa che l’intesa soddisferà tutte le minoranze del Pd?
«Tra i membri della commissione Lavoro la posizione è stata sostanzialmente unitaria, grazie anche allo straordinario impegno del Presidente Damiano».
Già il voto in direzione non fu unanime.
«Il punto non è questo, perché nel Pd il dibattito è sempre complicato visto che il partito è un soggetto plurale. Il tentativo, comunque, è di trovare una sintesi».
Pensa che la Cgil sarà soddisfatta? Il 5 dicembre c’è lo sciopero generale.
«Quando un movimento o persone manifestano, c’è sempre il problema di costruire un ponte tra quelle istanze, l’azione di governo e del Parlamento. Con le modifiche al Jobs act tentiamo di assumere una parte delle inquietudini di quel mondo. Così cerchiamo di superare il muro contro muro. Poi, certo, i partiti fanno i partiti e i sindacati fanno i sindacati».
Il Nuovo centrodestra però minaccia di rompere.
«Non è il tempo di veti, né di aut aut. Si sta insieme dialogando e ragionando. E poi si è aperta una discussione parlamentare, Ncd è presente in commissione Lavoro e potrà far valere la propria voce».
E se invece decidesse di far cadere il governo?
«Sarebbe folle. Non si assumeranno mai questa responsabilità. Faranno prevalere l’interesse del Paese».


E la minoranza Dem si spacca. Bersani e D’Alema avvertono: “Riprendiamoci il partito”
di Giovanna Casadio Repubblica 14.11.14
ROMA «Siamo con tutti e due i piedi nel partito, però la sinistra c’è e si farà sentire per creare un’alternativa a Renzi nel Pd». Pierluigi Bersani fa sentire la sua voce. L’accordo sul jobs act non frena lo scontro interno. Anzi, lo amplifica. Perché l’intesa siglata in extremis da Speranza e Damiano ha avuto un unico effetto: spaccare in tre la minoranza interna. Con i “trattativisti” decisi a rispettare il patto, i civatiani pronti a non votare nemmeno la fiducia e gli altri che oscillano tra il sì alla fiducia e il no agli articolo più acuminati.
Renzi, insomma, sembra incunearsi nelle difficoltà dell’opposizione. Ma la risposta potrebbe già esserci al convengo della prossima settimana a Milano di Area riformista. E qualcuno inizia già a parlare di un “tandem” destinato a riformarsi: quello tra Bersani e D’Alema. Di certo tra gli “antirenziani” serpeggia il dubbio che, alla fine, su Jobs Act e articolo 18 i cambiamenti siano assai meno di quelli sperati. Soprattutto temono di arrivare “disarmati” allo sciopero generale della Cgil del 5 dicembre. Sospetti che solo i “trattativisti” - da Speranza a Orfini e Damiano - non coltivano: «Al premier abbiamo fatto cambiare idea».
Certo le tre minoranze in questa fase cercano tutte di cogliere il massimo dall’emendamento promesso dal governo. «È comunque - dicono - un punto messo a segno, perché il premier- segretario ha dovuto prendere atto che non poteva blindare il Jobs Act uscito dal Senato» e ha quindi aperto alle modifiche. Eppure la tripartizione rischia di evidenziarsi presto con una spaccatura manifesta.
Pippo Civati ad esempio conia l’hashtag “passodopopassoindietro”. E poi avverte: «Non vorrei che fosse uno specchietto per le allodole...». Non lo convincono le deduzioni di Speranza e Damiano: «Le proteste del Nuovo centrodestra sono un buon indicatore che si va ormai nella direzione giusta». Ma Cuperlo e Fassina nicchiano: «Guardiamo al merito: l’articolo 18 non deve essere toccato affatto, al massimo un “tagliando” e il reintegro deve valere anche per i licenziamenti illegittimi in aziende in crisi». E a corroborare la posizione c’è la pistola fumante degli emendamenti elencati da Fassina, su cui domenica si comincia già a votare in commissione Lavoro.
Il governo ha fretta, la sinistra dem non ne ha per nulla. La minoranza si gioca nei prossimi giorni il tutto per tutto. Domani a Milano, dunque, nella riunione della corrente “Area riformista”, Bersani chiamerà alla riscossa la sinistra. Nessuna scissione, ma la scalata al partito sì. Non a caso è stato invitato a Milano anche Nicola Zingaretti, il “governatore” del Lazio indicato sempre dai sondaggi come l’anti Renzi possibile.
E forse non è un caso che mercoledì scorso nella riunione della minoranza proprio Massimo D’Alema abbia chiarito che la “ditta” non si molla: «La battaglia si conduce dentro il Pd ma basta con un partito che vuole parlare solo al potere italiano». Nel frattempo Renzi si è assicurato un “sì”, più o meno convinto almeno sulla fiducia. Il Jobs Act tornerà quindi al Senato. «Renzi si è rimangiato la rottura dentro il Pd», osserva Davide Zoggia. Nessuno ha voglia nelle file dem di esasperare i toni per ora. Damiano, il presidente della commissione lavoro, che ha condotto appunto la trattativa con il ministro Poletti, con Filippo Taddei, responsabile Economia del Pd, con il vice segretario Lorenzo Guerini e con Renzi stesso, è convinto che il risultato sia buono. «Non c’è solo l’articolo 18», continua a ripetere, indicando i cambiamenti sulle questioni del demansionamento, dei voucher, dei controlli a distanza ma non più sulle prestazioni lavorative. In cambio la sinistra dem ha dovuto ingoiare l’accelerazione: il Jobs Act passa davanti alla legge di Stabilità, proprio quello che la minoranza non avrebbe mai voluto. La tregua interna è dunque molto fragile. Civati nel fine settimana parteciperà a un’iniziativa politica con il leader di Sel, Nichi Vendola e con il Tsipras. Ma sarà anche all’appuntamento milanese con Bersani che ha l’ambizione di rinsaldare e unire la sinistra dem. Solo una speranza? Cuperlo e Fassina non ci saranno. «Non vado perché non mi hanno invitato», commenta Cuperlo.

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