Incomprensibile, da qualche tempo. La consueta profondità di analisi inciampa subito nei percorsi politici indicati e praticati [SGA].
Quando Berlinguer annunciava la palude
Quando Berlinguer annunciava la palude
Questione morale . Un ruolo-chiave, in questo disastro, lo ha svolto anche l’ideologia o, meglio, la sedicente liquidazione delle ideologie
Alberto Burgio, il Manifesto 4.12.2014
«I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono talvolta interessi loschi, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello. Non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile: sono piuttosto federazioni di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi e di soffocare in una palude». A quanti sono tornate in mente in queste ore le parole di Enrico Berlinguer nella famosa intervista alla Repubblica del febbraio 1981? Sono trascorsi più di trent’anni e la palude ormai ci sommerge.
«I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono talvolta interessi loschi, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello. Non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile: sono piuttosto federazioni di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi e di soffocare in una palude». A quanti sono tornate in mente in queste ore le parole di Enrico Berlinguer nella famosa intervista alla Repubblica del febbraio 1981? Sono trascorsi più di trent’anni e la palude ormai ci sommerge.
Nel venticinquesimo della morte ci si ricorda finalmente di Leonardo Sciascia. Anche Sciascia lanciò l’allarme. «La palma va a nord», scrisse: marcia alla conquista del paese. Alludeva al modello siciliano d’impasto tra politica e mafia.
Un impasto nel quale dapprincipio la mafia intimidisce e corrompe, poi penetra le istituzioni e si fa Stato. Ripetutamente Sciascia mise in guardia dal rischio che questo modello si generalizzasse. Oggi fingiamo di scoprire che mafia e ‘ndrangheta si sono stabilite a Milano e controllano vasti settori dell’economia nazionale. E guardiamo atterriti al nuovo romanzo criminale della mafia romana, edizione aggiornata di quell’universo orrendo che ruotava intorno alla banda della Magliana, coinvolgendo anche allora mafia, politica e terrorismo neofascista.
In questi trenta-quarant’anni non solo non si è fatto argine contro il malaffare. Lo si è assecondato, lo si è favorito. Gli anni Ottanta dell’«arricchitevi!» di craxiana memoria. Della Milano da bere e del patto scellerato tra Stato e capitale privato che aprì le voragini del debito pubblico e dell’evasione fiscale. Poi venne l’unto di Arcore: la politica usata (con la complicità di gran parte della «sinistra») per salvare le aziende di famiglia; la legalizzazione dei reati finanziari; l’esplosione delle ineguaglianze. E vennero le «riforme istituzionali» che, proprio per iniziativa della sinistra post-comunista, diedero avvio allo stravolgimento maggioritario-presidenzialistico della forma di governo disegnata in Costituzione.
Il presidenzialismo negli enti locali ha reso le istituzioni più fragili e permeabili ai clan anche per effetto di un apparente paradosso. L’accentramento monocratico del comando è andato di pari passo con la disarticolazione dei partiti politici, culminata nella farsa delle primarie aperte. Questo processo ha da un lato azzerato la dimensione partecipativa e la funzione di orientamento culturale svolta in precedenza dai partiti di massa; dall’altro ha promosso una selezione perversa del ceto politico-amministrativo, premiando chi aveva le mani in pasta nel mondo degli affari. Così i partiti – soprattutto i maggiori – si sono ritrovati sempre più spesso alla mercé delle consorterie e delle cupole, secondo un meccanismo analogo a quello che in altri tempi permise a Cosa nostra di comandare nella Palermo di Lima, Ciancimino e Gioia.
Ma un ruolo-chiave, in questo disastro, lo ha svolto anche l’ideologia o, meglio, la sedicente liquidazione delle ideologie: l’avvento di una politica che si pretende post-ideologica, che ha significato in realtà il congedo di gran parte della sinistra italiana dalle lotte del lavoro e da una prospettiva critica nei confronti degli spiriti animali del capitalismo. Non è necessario, certo, essere comunisti per comprendere che moralità e buona politica sono strettamente connesse tra loro nel segno del primato della giustizia e del bene comune. Né in linea di principio aderire senza riserve alle ragioni del capitalismo impedisce di riconoscere l’importanza della questione morale e di essere «onesti», per riprendere un lemma sul quale si è ancora di recente dibattuto. Ma se della moralità e dell’onestà non si ha una concezione povera e astratta, allora si comprende facilmente che entrambe coinvolgono direttamente il modo in cui si giudicano l’ingiustizia sociale e il persistere dei privilegi. Non è un caso che, riflettendo sulla questione morale, Berlinguer in quella stessa intervista parli proprio di questo. Della necessità di difendere «i poveri, gli emarginati, gli svantaggiati» e di metterli davvero in condizione di riscattarsi. Non è un caso che rivendichi le lotte del movimento operaio e dei comunisti, non soltanto contro il fascismo e con gli operai, ma anche al fianco dei disoccupati e dei sottoproletari, delle donne e dei giovani. Né è casuale che insista sulle gravi distorsioni, gli immensi costi sociali, le disparità e gli enormi sprechi generati dal «tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico». Per concluderne che esso – «causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie» – deve essere superato, pena il verificarsi di una catastrofe sociale «di proporzioni impensabili».
Oggi come allora la questione morale investe frontalmente la politica anche per questa via: è una faccia della sua complessiva degenerazione. Non si tratta soltanto di illegalità, ma anche di irresponsabilità di fronte alla devastazione sociale provocata da trenta e passa anni di dominio del mercato, del capitale privato, dell’interesse particolare. Questione morale e irresponsabilità sociale della politica non sono, qui e ora, fenomeni indipendenti tra loro, bensì manifestazioni della stessa patologia.
Corsa di Renzi per l’Italicum
A rischio le ferie dei senatori Il traguardo del 7 gennaio Civati e Fassina potrebbero lasciare
di Maria Teresa Meli Corriere 5.12.14
ROMA Matteo Renzi passa tutta la giornata a Palazzo Chigi, tra telefonate e riunioni ristrette con i fedelissimi. Il commissariamento del Pd romano non ha chiuso definitivamente la questione. Mancano le ultime direttive: «Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio, però non dobbiamo negare che ci sono stati atteggiamenti inquietanti. Ci sono realtà che superano l’immaginazione e non possiamo fare finta di niente».
Ma Renzi è Renzi. E la vicenda romana non lo ferma. Sulla sua scrivania ci sono altri dossier aperti. Primo tra tutti quello della legge elettorale. Il presidente del Consiglio spinge per fare in fretta. Più in fretta di quanto si pensa. La legge dovrebbe essere approvata in Commissione in tempi rapidi, entro il 23 dicembre. Tutti, a Palazzo Madama, sono convinti che la riforma passerà in Aula il 15 gennaio. In realtà, il premier avrebbe dei progetti più ambiziosi, che dimezzerebbero le vacanze dei senatori: «Volendo, potremmo mandarla in porto entro il 7», ha confidato a pochi fedelissimi. Dopodiché, secondo Renzi, il resto del cammino sarebbe una passeggiata: «Alla Camera non abbiamo problemi di numeri».
Tanta fretta mette in allarme quelli che hanno paura delle elezioni anticipate, nonostante Renzi abbia assicurato che una clausola di salvaguardia ci sarà. I ribelli di Forza Italia cercano di convincere Berlusconi che questa accelerazione del premier conferma la sua voglia di andare al voto anticipato. E lo stesso leader di FI è dubbioso in proposito: «Certo, lui può rappresentare un pericolo per la democrazia se va alle elezioni anticipate».
Ma la realtà è un’altra. Renzi è riconoscente a Napolitano per il fatto di aver sottolineato che non sarà certo l’elezione del suo successore a bloccare le riforme. Per questa ragione vuole premere sull’acceleratore. Non intende fare nessuno sgarbo istituzionale al capo dello Stato, non vuole metterlo nelle condizioni di dover decidere di andare via in un momento delicato, in cui la riforma elettorale, a un passo dalla meta, non è ancora chiusa. Basta farla approvare dal Senato e poi, almeno di questo è convinto Renzi, il gioco è fatto.
Certo, bisogna raggiungere questo obiettivo senza lasciare morti e feriti — politicamente, ben si intende — sul campo, perché c’è un’altra partita, ancora più importante,che incombe. Quella del Quirinale. E Renzi intende giocarla di fino. Solo il cammino è più periglioso, perché la questione va trattata in Parlamento. Con Berlusconi, innanzitutto (i contatti tra Palazzo Chigi e via del Plebiscito, tramite i soliti ambasciatori, non si sono mai interrotti). E poi c’è anche la minoranza pd. Nel Partito democratico danno ormai per imminente, se non proprio una scissione, certamente l’uscita di Civati e Fassina . L’approdo successivo è pronto e si chiama Sel. Tutto è già stato più o meno approntato per l’operazione fuoriuscita. Ci sono almeno due tappe che scandiranno l’operazione: il 13 dicembre, a Bologna, Civati ha convocato la sua area, appuntamento cui assisterà e interverrà Vendola, oltre a Fassina. Poco più di un mese dopo, dal 23 al 25 gennaio, sarà Vendola a ospitare i due dissidenti del Pd, questa volta a Milano, alla conferenza «Human factor», una versione contemporanea delle antiche conferenze programmatiche di comunista memoria. Nell’ultima giornata sono previsti gli interventi del duo Civati-Fassina e, a quel che circola negli ambienti della sinistra, dovrebbe arrivare l’annuncio della fuoriuscita del tandem dal Pd e dell’ingresso in Sel (di Civati si dice da tempo che diventerebbe il vice di Vendola).
Se questo è il timing della separazione, ci sono però delle incognite costituite da alcuni passaggi politici importanti che potrebbero non inficiare l’operazione, ma forse ritardarla o cambiarne i percorsi. Come, appunto, l’elezione del nuovo inquilino del Colle, innanzitutto, prevista per la metà di gennaio: lo strappo dei due potrebbe anche prodursi in quell’occasione, se non dovessero apertamente votare il candidato deciso dal vertice del Pd.
Per ora, comunque, Renzi adotta il suo metodo: lasciare che alleati e avversari si scannino tra di loro. E fare il «suo» nome all’ultimo momento. Sarà un politico di lungo corso, sarà un pd, ma non di sinistra (come ha chiesto Berlusconi), sarà un cattolico, sarà un esponente di fronte al quale anche ai prodiani sarà difficile dire di no, assicurano dall’entourage del segretario. Sarà Pierluigi Castagnetti, sussurra qualcuno. Ma senza conferma alcuna.
A rischio le ferie dei senatori Il traguardo del 7 gennaio Civati e Fassina potrebbero lasciare
di Maria Teresa Meli Corriere 5.12.14
ROMA Matteo Renzi passa tutta la giornata a Palazzo Chigi, tra telefonate e riunioni ristrette con i fedelissimi. Il commissariamento del Pd romano non ha chiuso definitivamente la questione. Mancano le ultime direttive: «Non possiamo fare di tutta l’erba un fascio, però non dobbiamo negare che ci sono stati atteggiamenti inquietanti. Ci sono realtà che superano l’immaginazione e non possiamo fare finta di niente».
Ma Renzi è Renzi. E la vicenda romana non lo ferma. Sulla sua scrivania ci sono altri dossier aperti. Primo tra tutti quello della legge elettorale. Il presidente del Consiglio spinge per fare in fretta. Più in fretta di quanto si pensa. La legge dovrebbe essere approvata in Commissione in tempi rapidi, entro il 23 dicembre. Tutti, a Palazzo Madama, sono convinti che la riforma passerà in Aula il 15 gennaio. In realtà, il premier avrebbe dei progetti più ambiziosi, che dimezzerebbero le vacanze dei senatori: «Volendo, potremmo mandarla in porto entro il 7», ha confidato a pochi fedelissimi. Dopodiché, secondo Renzi, il resto del cammino sarebbe una passeggiata: «Alla Camera non abbiamo problemi di numeri».
Tanta fretta mette in allarme quelli che hanno paura delle elezioni anticipate, nonostante Renzi abbia assicurato che una clausola di salvaguardia ci sarà. I ribelli di Forza Italia cercano di convincere Berlusconi che questa accelerazione del premier conferma la sua voglia di andare al voto anticipato. E lo stesso leader di FI è dubbioso in proposito: «Certo, lui può rappresentare un pericolo per la democrazia se va alle elezioni anticipate».
Ma la realtà è un’altra. Renzi è riconoscente a Napolitano per il fatto di aver sottolineato che non sarà certo l’elezione del suo successore a bloccare le riforme. Per questa ragione vuole premere sull’acceleratore. Non intende fare nessuno sgarbo istituzionale al capo dello Stato, non vuole metterlo nelle condizioni di dover decidere di andare via in un momento delicato, in cui la riforma elettorale, a un passo dalla meta, non è ancora chiusa. Basta farla approvare dal Senato e poi, almeno di questo è convinto Renzi, il gioco è fatto.
Certo, bisogna raggiungere questo obiettivo senza lasciare morti e feriti — politicamente, ben si intende — sul campo, perché c’è un’altra partita, ancora più importante,che incombe. Quella del Quirinale. E Renzi intende giocarla di fino. Solo il cammino è più periglioso, perché la questione va trattata in Parlamento. Con Berlusconi, innanzitutto (i contatti tra Palazzo Chigi e via del Plebiscito, tramite i soliti ambasciatori, non si sono mai interrotti). E poi c’è anche la minoranza pd. Nel Partito democratico danno ormai per imminente, se non proprio una scissione, certamente l’uscita di Civati e Fassina . L’approdo successivo è pronto e si chiama Sel. Tutto è già stato più o meno approntato per l’operazione fuoriuscita. Ci sono almeno due tappe che scandiranno l’operazione: il 13 dicembre, a Bologna, Civati ha convocato la sua area, appuntamento cui assisterà e interverrà Vendola, oltre a Fassina. Poco più di un mese dopo, dal 23 al 25 gennaio, sarà Vendola a ospitare i due dissidenti del Pd, questa volta a Milano, alla conferenza «Human factor», una versione contemporanea delle antiche conferenze programmatiche di comunista memoria. Nell’ultima giornata sono previsti gli interventi del duo Civati-Fassina e, a quel che circola negli ambienti della sinistra, dovrebbe arrivare l’annuncio della fuoriuscita del tandem dal Pd e dell’ingresso in Sel (di Civati si dice da tempo che diventerebbe il vice di Vendola).
Se questo è il timing della separazione, ci sono però delle incognite costituite da alcuni passaggi politici importanti che potrebbero non inficiare l’operazione, ma forse ritardarla o cambiarne i percorsi. Come, appunto, l’elezione del nuovo inquilino del Colle, innanzitutto, prevista per la metà di gennaio: lo strappo dei due potrebbe anche prodursi in quell’occasione, se non dovessero apertamente votare il candidato deciso dal vertice del Pd.
Per ora, comunque, Renzi adotta il suo metodo: lasciare che alleati e avversari si scannino tra di loro. E fare il «suo» nome all’ultimo momento. Sarà un politico di lungo corso, sarà un pd, ma non di sinistra (come ha chiesto Berlusconi), sarà un cattolico, sarà un esponente di fronte al quale anche ai prodiani sarà difficile dire di no, assicurano dall’entourage del segretario. Sarà Pierluigi Castagnetti, sussurra qualcuno. Ma senza conferma alcuna.
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