L’ex presidente dell’Uruguay in Liguria sulle tracce degli antenati
“I migranti che arrivano in Europa le fanno un favore: la svecchiano”
di Patrizia Albanese La Stampa 24.5.15
Scorte e lampeggianti? Ma quando mai. Arrivano quasi alla chetichella,
in una giornata uggiosa. Non fosse per l’auto dell’ambasciata, che dal
porto di Genova ieri mattina li ha discretamente portati fin quassù in
Val Fontanabuona, sembrerebbero due turisti normali. Perdipiù con poco
bagaglio. Già perché a José Alberto Mujica Cordano e a sua moglie Lucia
Topolansky - sposata nel 2005 - non serve poi molto. Sebbene lui, figlio
di emigranti liguri, fino al primo marzo fosse l’amatissimo presidente
dell’Uruguay, del quale è tutt’ora senatore, al pari della moglie. Che
non porta manco un gioiello, neppure la fede dopo le nozze. Pure quelle
anomale. In stile col personaggio.
Racconta, Lucia, sua compagna da
quarant’anni: «Non mi ha fatto una dichiarazione, ha fatto un annuncio.
In televisione, un giorno, ha comunicato che si sarebbe sposato. Io
stavo ascoltando in cucina e l’ho saputo così…». Pausa. «Era sicuro che
gli avrei detto sì». Sempre al suo fianco. Carcere compreso. Esperienza,
che «Pepe» ricorda tranquillo perché gli «ha insegnato tanto» spiega
puntandoti addosso gli occhi nerissimi e scintillanti. Sempre con un
diktat: «Essere al servizio degli altri, questo è il significato della
politica».
Servizio alla società
In Italia, veramente, mica tanto… Tra
indagati e corrotti, la politica non appassiona. «Ah, no? È molto
triste. E in cosa crede la gente?- domanda stupefatto - Se non si crede
nel futuro non c’è niente. L’uomo è un animale politico. Diceva
Aristotele, che non può vivere da solo, ma nella società. Tu come
faresti senza penna e taccuino? Ci vuole qualcuno che li faccia. E che
faccia vestiti, auto... Dipendiamo tutti dalla società. La politica è
occuparsi della società e dei diritti». Lei da presidente ogni mese dei
suoi 8.900 euro, ne devolveva 8.100 agli uruguaiani.
Qui non va proprio
così. Sospira: «La gente che ama troppo i soldi non deve entrare in
politica. Che è servizio. È questa la felicità: servire la gente che ha
bisogno. La bara non ha tasche per portarsi via i soldi». Lei e Lucia
non avete mai abitato il palazzo presidenziale. «È un museo» scandisce
mulinando il braccio verso il soffitto in legno dell’Osteria Fonte Bona,
tre camere in tutto - e servizi al piano - dove l’ex presidente ha
prenotato quindici giorni fa: online. E tanto per capire che in questa
vallata è planato un marziano – anzi due – basti dire che il
proprietario, Giovanni Bottino, dopo aver preparato il pranzo «a base di
affettati, ravioli col tocco e vino “tinto”», ha lasciato amabilmente
riposare «Pepe e Lucia». L’ex presidente è sbarcato «in cerca delle
radici», della casa dei nonni materni, dopo una sosta a Muxyka, nei
Paesi Baschi, terra paterna. Un viaggio-regalo, che dopo la Val
Fontanabuona e Genova, porterà la coppia a Roma, dal Papa.
I due
mondi
«Vedrò Francesco il 28. È il secondo incontro, con quest’uomo che
si è spogliato di tutto». Credente? «No – replica divertito sotto i
baffi alla Marquez – Ateo. Per il Cristianesimo la vita è una valle di
lacrime. Non sono d’accordo: è bellissima. E il Paradiso è qua, è questa
vita. Però, la religione aiuta a morire bene. Voglio parlare al Papa di
molte cose. Principalmente della difficoltà d’integrazione tra tutti i
Paesi dell’America Latina». Europa e Italia sono alle prese con i
migranti e la strage dei barconi. «L’Europa diventerà caffelatte. Una
miscela di razze – commenta placido – La soluzione non è combattere, ma
andare in Africa ad aiutarli. L’Europa avrebbe dovuto farlo da tempo.
Quanta ricchezza s’è presa dalle colonie? Poi li ha mollati… Non è
giusto». Abbattere Saddam e Gheddafi? «Un errore enorme. La democrazia
non si esporta con la guerra, né si impone. Gheddafi e Saddam tenevano
una dittatura paternalista. Ma il Paese teneva. Ora è il caos. Si sta
peggio di prima». Come se ne esce? «L’Africa deve farcela da sola. Con
molto dolore, certo.
È molto giovane, è cresciuta molto la sua
popolazione. Chi arriva in Europa le fa un favore: la svecchia. Lavora e
aiuta, lasciandole il plus valore del suo lavoro. L’Ue deve organizzare
gli aiuti e al contempo andare in Africa». Normale. Come la sua vita,
in realtà straordinaria. Senza sfarzo. Continuando «a impastare la
pizza» e coltivando «pomodori, zucchine, fave». Facendo con Lucia «35
bottiglie di conserva, per il sugo di tutto l’anno». Un marziano della
politica in camicia e maglione, con un paio di scarpe le stesse «da tre
anni, perché in Uruguay le fanno bene». Felice della sua vita? «Se
dall’altra parte ci fosse il bancone di un bar, sa cosa direi? Un altro.
Identico a questo».
Pepe Mujica, cent’anni di moltitudine
Pepe Mujica, cent’anni di moltitudine
L'intervista. Abbiamo incontrato a Roma l'ex presidente-tupamaro dell'Uruguay29.5.2015, 12:19
Avrebbe dovuto essere una visita privata: alla ricerca dei suoi
trascorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex
presidente uruguayano José Alberto Mujica Cordano si è riempita
subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di
sole e pioggia di questi ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia
Topolansky. Una coppia inossidabile di dirigenti politici dai
trascorsi guerriglieri, rimasti insieme dai tempi in cui
i Tupamaros ispiravano il cuore dei giovani, nel Novecento delle
grandi speranze.
Il Movimento di liberazione nazionale Tupamaros è stato un’organizzazione di guerriglia urbana di orientamento marxista-leninista che ha agito in Uruguay tra gli anni ’60 e ’70. Fondatori e dirigenti — da Raul Sendic a Mujica, a Topolansky a Mauricio Rosencof — hanno pagato con lunghi anni di carcere, ostaggi del regime militare che ha oppresso il paese a partire dal golpe del 1973, e che ha concluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del moderato Julio Maria Sanguinetti.
A Livorno, Pepe ha ricevuto la cittadinanza onoraria dal sindaco pentastellato Filippo Nogarin: «Perché la sua attività tesa alla promozione e all’affermazione dei principi della democrazia e dello sviluppo economico non è mai stata scissa dall’attenzione verso i più deboli, e per lo stile umile che ha saputo mantenere ricoprendo la massima carica dello stato».
Mujica devolve infatti il 90% del proprio stipendio ai poveri e vive in modo frugale. Lui ha ringraziato la città dicendosi «cittadino del mondo» e ha offerto uno dei suoi discorsi diretti e profondi che arrivano al nocciolo senza affidarsi al gergo.
Lo abbiamo incontrato a Roma, nella residenza dell’ambasciatore dell’Uruguay in Italia, insieme a Lucia Topolansky e a Cristina Guarnieri, della casa editrice Eir, infaticabile organizzatrice dei suoi incontri a Roma.
Che idea si è fatto di questa Europa, dell’Italia, della Spagna in odore di cambiamenti e della Grecia ricattata dai poteri forti?
All’origine vi sono problemi che trascendono le scadenze elettorali. I problemi dell’Europa riflettono le contraddizioni di questo sistema che colpisce i settori più deboli. C’è una crisi della domanda perché la gente continua a consumare una infinità di cose inutili, e al contempo una enorme fetta di mondo pieno di povertà che non abbiamo il coraggio di incorporare: il mondo ricco non ha sufficiente generosità solidale per incorporarla nella civilizzazione. Sprechiamo un’infinità di preziose risorse perché il mondo ricco possa consumare cose inutili o frivole. E invece non diamo acqua, scuole, case ai più poveri. E anzi respingiamo i barconi che arrivano nel Mediterraneo, o magari pensiamo di affondarli, impediamo il passaggio dei migranti messicani alla frontiera nordamericana. Li invitiamo a partecipare a una civilizzazione che poi non gli dà il posto promesso. E’ come se ti dicessero: vedi quanto è bello? Ma non è per tutti.… Allo stesso tempo scateniamo problemi su scala planetaria perché non possiamo governarci: ci governa il mercato. Il mondo è globalizzato ma non ha un governo mondiale all’altezza dell’intelligenza scientifica raggiunta, che consentirebbe un’organizzazione generale e una equa distribuzione delle risorse. Siamo in preda a un caos che sta portando al limite la natura: per via di una eccessiva concentrazione della ricchezza. Ti sembra possibile che un manipolo di bei tomi detenga quel che serve al 40% dell’umanità?
E in che direzione ci si dovrebbe muovere per invertire la tendenza?
Dobbiamo imparare a muoverci per il governo della specie e non solo in base agli interessi dei paesi, dei singoli stati, con la consapevolezza che siamo responsabili di un pianeta, di una barchetta che sta andando alla deriva nell’universo. Bisogna avere chiaro che non governano le persone, ma gli interessi del grande capitale finanziario e i suoi ricatti. Abbiamo un’arma più vicina del Palazzo d’Inverno su cui agire, qualcosa di più vicino e potente: le nostre menti e le nostre coscienze. C’è una rivoluzione possibile nella testa di ognuno per costruire una nuova umanità. Dobbiamo agire perché ognuno sia cosciente che il mercato ci toglie la libertà. Non cambiamo il mondo se non cambiamo noi stessi. Per tanto tempo abbiamo seguito una linea tracciata: abbiamo pensato che bastasse prendere il potere, cambiare i rapporti di proprietà e di distribuzione per cambiare l’umanità. Invece, quel che è successo in Unione sovietica ha dimostrato che le cose sono molto più complicate. Oggi dobbiamo puntare di più sulla cultura. Non dobbiamo agire per comandare ma perché le persone diventino padrone di loro stesse.
L’America latina sta cambiando in fretta, e sulla base di governi socialisti o progressisti che spostano i rapporti di potere a favore delle classi popolari.
… Sta cambiando un poco, ci vuole tempo. Dobbiamo sviluppare intelligenza nella gente, i ritorni indietro sono sempre possibili, l’interventismo esterno è sempre latente. Le basi militari Usa sono sempre attive in America latina. Obama è un presidente prigioniero, ostaggio del complesso militare-industriale. Non gli hanno permesso di fare niente. I nostri amici, negli Stati uniti, purtroppo non si trovano nelle fabbriche, ma nelle università, è così dai tempi del Vietnam. Il meglio degli Sati uniti si trova nel mondo intellettuale, il peggio nelle banche e sui banchi del parlamento, ma non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Lei ha deciso di prendersi alcuni prigionieri di Guantanamo, mentre continua l’avanzata dell’Isis.
Sai com’è, no? Solo chi è stato tanto tempo in carcere come noi può capire… Oggi invece si pensa di risolvere i problemi dell’umanità e i propri costruendo più carceri, chiedendo più carcere e più bombe. Noi, un piccolo paese, abbiamo indicato che si può prendere un’altra strada. A cosa sta portanto la balcanizzazione del mondo? Hai visto come hanno ridotto la Libia: una barbarie. Io non voglio difendere Gheddafi, ma almeno prima c’era uno stato ordinato, ora c’è un disastro… Sono stato negli Stati uniti. C’è gente in carcere da 34 anni senza mai aver versato una goccia di sangue, solo per aver rivendicato l’indipendenza del proprio paese come il portoricano Oscar Lopez. Ma agli Stati uniti interessa di più la libertà di un altro Lopez…
Il golpista venezuelano?
Precisamente…
A proposito di pericoli e di ritorni indietro. Lei ha dichiarato a suo tempo: «Abbiamo bisogno del Mercosur come del pane». Ora, invece, il suo successore, Tabaré Vazquez dice che bisogna «flessibilizzare» il Mercosur. Sta strizzando l’occhio alle alleanze proposte dagli Usa? In diverse occasioni lei non ha lesinato critiche alla nuova gestione.
…Penso di no, che non si saranno ritorni indietro. Il fatto è che oggi il Mercosur è un po’ provato, non avanza, non fa le cose che si era prefisso. Soprattutto, Brasile a Argentina non hanno trovato un’intesa, quindi ora abbiamo il problema di diversificare le relazioni. La presenza della Cina è sempre più forte, da diversi anni questo ha portato risultati positivi, ma dobbiamo fare attenzione, prima parlavamo di dipendenze, di debito, il problema della sovranità va visto da diverse prospettive.
Tutti, in America latina, la vogliono come mediatore dei conflitti: il governo colombiano e la guerriglia marxista, la Bolivia nel contenzioso con il Cile. E lei accetta...
La guerra preme dappertutto, i conflitti facilmente emergono, lo sviluppo delle nuove tecnologie complica lo scenario. Eppure sappiamo di essere interdipendenti, il progresso e la tecnica non possono ipotecare la convivenza, il vivere in consessi umani. Dobbiamo imparare a vivere con le differenze, trovare un altro modo di comunicare, siamo di fronte a un altro mondo in cui gli stati nazione e le forme tradizionali della politica non riescono a dare risposte adeguate. Si sono scatenate forze di cui non troviamo più le briglie, a partire da quelle del capitale finanziario e degli “avvoltoi” che si avventano sulle prede quando cercano la propria sovranità. Però mi fa più paura quel che non succede di quel che succede… Per esempio, c’è molta gioventù disoccupata, che ora si sta rassegnando a vivere col reddito minimo, che si sta addormentando… e non lotta.
Il Movimento di liberazione nazionale Tupamaros è stato un’organizzazione di guerriglia urbana di orientamento marxista-leninista che ha agito in Uruguay tra gli anni ’60 e ’70. Fondatori e dirigenti — da Raul Sendic a Mujica, a Topolansky a Mauricio Rosencof — hanno pagato con lunghi anni di carcere, ostaggi del regime militare che ha oppresso il paese a partire dal golpe del 1973, e che ha concluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del moderato Julio Maria Sanguinetti.
A Livorno, Pepe ha ricevuto la cittadinanza onoraria dal sindaco pentastellato Filippo Nogarin: «Perché la sua attività tesa alla promozione e all’affermazione dei principi della democrazia e dello sviluppo economico non è mai stata scissa dall’attenzione verso i più deboli, e per lo stile umile che ha saputo mantenere ricoprendo la massima carica dello stato».
Mujica devolve infatti il 90% del proprio stipendio ai poveri e vive in modo frugale. Lui ha ringraziato la città dicendosi «cittadino del mondo» e ha offerto uno dei suoi discorsi diretti e profondi che arrivano al nocciolo senza affidarsi al gergo.
Lo abbiamo incontrato a Roma, nella residenza dell’ambasciatore dell’Uruguay in Italia, insieme a Lucia Topolansky e a Cristina Guarnieri, della casa editrice Eir, infaticabile organizzatrice dei suoi incontri a Roma.
Che idea si è fatto di questa Europa, dell’Italia, della Spagna in odore di cambiamenti e della Grecia ricattata dai poteri forti?
All’origine vi sono problemi che trascendono le scadenze elettorali. I problemi dell’Europa riflettono le contraddizioni di questo sistema che colpisce i settori più deboli. C’è una crisi della domanda perché la gente continua a consumare una infinità di cose inutili, e al contempo una enorme fetta di mondo pieno di povertà che non abbiamo il coraggio di incorporare: il mondo ricco non ha sufficiente generosità solidale per incorporarla nella civilizzazione. Sprechiamo un’infinità di preziose risorse perché il mondo ricco possa consumare cose inutili o frivole. E invece non diamo acqua, scuole, case ai più poveri. E anzi respingiamo i barconi che arrivano nel Mediterraneo, o magari pensiamo di affondarli, impediamo il passaggio dei migranti messicani alla frontiera nordamericana. Li invitiamo a partecipare a una civilizzazione che poi non gli dà il posto promesso. E’ come se ti dicessero: vedi quanto è bello? Ma non è per tutti.… Allo stesso tempo scateniamo problemi su scala planetaria perché non possiamo governarci: ci governa il mercato. Il mondo è globalizzato ma non ha un governo mondiale all’altezza dell’intelligenza scientifica raggiunta, che consentirebbe un’organizzazione generale e una equa distribuzione delle risorse. Siamo in preda a un caos che sta portando al limite la natura: per via di una eccessiva concentrazione della ricchezza. Ti sembra possibile che un manipolo di bei tomi detenga quel che serve al 40% dell’umanità?
E in che direzione ci si dovrebbe muovere per invertire la tendenza?
Dobbiamo imparare a muoverci per il governo della specie e non solo in base agli interessi dei paesi, dei singoli stati, con la consapevolezza che siamo responsabili di un pianeta, di una barchetta che sta andando alla deriva nell’universo. Bisogna avere chiaro che non governano le persone, ma gli interessi del grande capitale finanziario e i suoi ricatti. Abbiamo un’arma più vicina del Palazzo d’Inverno su cui agire, qualcosa di più vicino e potente: le nostre menti e le nostre coscienze. C’è una rivoluzione possibile nella testa di ognuno per costruire una nuova umanità. Dobbiamo agire perché ognuno sia cosciente che il mercato ci toglie la libertà. Non cambiamo il mondo se non cambiamo noi stessi. Per tanto tempo abbiamo seguito una linea tracciata: abbiamo pensato che bastasse prendere il potere, cambiare i rapporti di proprietà e di distribuzione per cambiare l’umanità. Invece, quel che è successo in Unione sovietica ha dimostrato che le cose sono molto più complicate. Oggi dobbiamo puntare di più sulla cultura. Non dobbiamo agire per comandare ma perché le persone diventino padrone di loro stesse.
L’America latina sta cambiando in fretta, e sulla base di governi socialisti o progressisti che spostano i rapporti di potere a favore delle classi popolari.
… Sta cambiando un poco, ci vuole tempo. Dobbiamo sviluppare intelligenza nella gente, i ritorni indietro sono sempre possibili, l’interventismo esterno è sempre latente. Le basi militari Usa sono sempre attive in America latina. Obama è un presidente prigioniero, ostaggio del complesso militare-industriale. Non gli hanno permesso di fare niente. I nostri amici, negli Stati uniti, purtroppo non si trovano nelle fabbriche, ma nelle università, è così dai tempi del Vietnam. Il meglio degli Sati uniti si trova nel mondo intellettuale, il peggio nelle banche e sui banchi del parlamento, ma non bisogna fare di ogni erba un fascio.
Lei ha deciso di prendersi alcuni prigionieri di Guantanamo, mentre continua l’avanzata dell’Isis.
Sai com’è, no? Solo chi è stato tanto tempo in carcere come noi può capire… Oggi invece si pensa di risolvere i problemi dell’umanità e i propri costruendo più carceri, chiedendo più carcere e più bombe. Noi, un piccolo paese, abbiamo indicato che si può prendere un’altra strada. A cosa sta portanto la balcanizzazione del mondo? Hai visto come hanno ridotto la Libia: una barbarie. Io non voglio difendere Gheddafi, ma almeno prima c’era uno stato ordinato, ora c’è un disastro… Sono stato negli Stati uniti. C’è gente in carcere da 34 anni senza mai aver versato una goccia di sangue, solo per aver rivendicato l’indipendenza del proprio paese come il portoricano Oscar Lopez. Ma agli Stati uniti interessa di più la libertà di un altro Lopez…
Il golpista venezuelano?
Precisamente…
A proposito di pericoli e di ritorni indietro. Lei ha dichiarato a suo tempo: «Abbiamo bisogno del Mercosur come del pane». Ora, invece, il suo successore, Tabaré Vazquez dice che bisogna «flessibilizzare» il Mercosur. Sta strizzando l’occhio alle alleanze proposte dagli Usa? In diverse occasioni lei non ha lesinato critiche alla nuova gestione.
…Penso di no, che non si saranno ritorni indietro. Il fatto è che oggi il Mercosur è un po’ provato, non avanza, non fa le cose che si era prefisso. Soprattutto, Brasile a Argentina non hanno trovato un’intesa, quindi ora abbiamo il problema di diversificare le relazioni. La presenza della Cina è sempre più forte, da diversi anni questo ha portato risultati positivi, ma dobbiamo fare attenzione, prima parlavamo di dipendenze, di debito, il problema della sovranità va visto da diverse prospettive.
Tutti, in America latina, la vogliono come mediatore dei conflitti: il governo colombiano e la guerriglia marxista, la Bolivia nel contenzioso con il Cile. E lei accetta...
La guerra preme dappertutto, i conflitti facilmente emergono, lo sviluppo delle nuove tecnologie complica lo scenario. Eppure sappiamo di essere interdipendenti, il progresso e la tecnica non possono ipotecare la convivenza, il vivere in consessi umani. Dobbiamo imparare a vivere con le differenze, trovare un altro modo di comunicare, siamo di fronte a un altro mondo in cui gli stati nazione e le forme tradizionali della politica non riescono a dare risposte adeguate. Si sono scatenate forze di cui non troviamo più le briglie, a partire da quelle del capitale finanziario e degli “avvoltoi” che si avventano sulle prede quando cercano la propria sovranità. Però mi fa più paura quel che non succede di quel che succede… Per esempio, c’è molta gioventù disoccupata, che ora si sta rassegnando a vivere col reddito minimo, che si sta addormentando… e non lotta.
Nessun commento:
Posta un commento