"Riga" numero 35: Michel Serres, a cura di Gaspare Polizzi e Mario Porro, Marcos y Marcos, pp. 432, euro 25
Risvolto
Nella sua lunga attività di filosofo, raccolta in circa
sessanta libri, Michel Serres (Agen, 1930) ha attraversato numerose
discipline, spesso lontane fra loro – dalle matematiche alla
letteratura, dalla fisica all’estetica, dal diritto alla storia,
dall’antropologia all’informatica, dalla sociologia alla chimica – per
trarne una visione globale.
Un grande racconto transdisciplinare per affrontare la complessità
contemporanea. Nel 1969 ha avviato un ambizioso progetto di filosofia
della comunicazione sotto il segno augurale di Ermes. Queste ricerche
fanno perno sulla considerazione dell’avvenuta svolta epocale che dal
mondo della produzione e dell’industrialismo (Prometeo) ha condotto a
quello della comunicazione e dei messaggi (Ermes), per disegnare
l’orizzonte di una nuova cultura della comunicazione e dello scambio,
che unisca le scienze, le arti, le leggi e le religioni, in una ‘nuova
alleanza’, e stabilisca un nuovo patto naturale e morale tra uomini e
natura. Nei suoi ultimi scritti (2001-12) Serres ha affrontato i nodi
ontologici, cognitivi ed etici più rilevanti della condizione umana
nella tarda modernità, nel segno della ricognizione di una nuova
‘emergenza’ dell’umano.
Le sezioni del volume, a cura di Gaspare Polizzi e Mario Porro,
seguono il complesso itinerario serresiano, cronologico e tematico,
rendendo conto della sua proposta filosofica. Un libro di filosofia e
insieme un manuale per leggere il contemporaneo.
Nel volume, scritti mai tradotti in italiano di Michel Serres;
interviste e conversazioni con Marco Belpoliti e Mario Porro, Roberto
Berardi, Jean-Paul Enthoven, François Ewald, Jean-Claude Guillebaud,
Bruno Latour, Martin Legros e Sven Ortoli, Pierre Léna, Hans-Ulrich
Obrist, Gaspare Polizzi; interventi di Régis Debray, Alessandro Delcò,
Christiane Frémont, Gianfranco Gabetta, René Girard, Pier Aldo Rovatti;
saggi inediti di Pierpaolo Antonello, Francesco Bellusci, Andrea Sani,
Domenico Scalzo, Viviana Verdesca. Un racconto inedito di Chiara
Valerio; disegni di Paolo Mazzuferi e ritratti fotografici di Basso
Cannarsa.
Un volume su un ‘maestro del pensiero’ – secondo la formula con cui
gli è stato conferito sul finire del 2013 il premio Nonino – che in
Italia non ha ancora ricevuto l’attenzione dovuta.
Jean-Claude Guillebaud Avvenire 30 maggio 2015
Riccardo Venturi - Alfabeta2.it
Fabio Gambaro - R2 Cultura - La Repubblica
Michel Serres, il cacciatore di tracce
Filosofia. Un numero monografico della rivista Riga dedicato a Michel Serres. All’incrocio di saperi diversi per sfuggire al rischio di una scrittura e di un pensiero autocompiaciuti
Marco Dotti il Manifesto 27.5.2015
«Dov’è l’arte?». La domanda risuona con preoccupata insistenza nelle ultime pagine del Chef-d’œuvre inconnu di Honoré de Balzac, pubblicato per la prima volta in rivista nel 1831. L’arte non c’è, forse non c’è mai stata e se c’era è oramai scomparsa, soffocata da una massa di colore informe. Resta la tela, restano il cavalletto, i colori e la cornice. Resta il rumore, sfondo a quelle uniche tracce di forme che probabilmente non appartengono nemmeno più all’orizzonte della pittura o dell’uomo. O meglio: non gli appartengono nella misura in cui sono i suoi stessi significanti a incarnarsi e, al tempo stesso, a sottrarsi, sradicandosi, da un campo di significati che non concede alcuna garanzia ai buoni propositi dell’intenzione.
Che cosa resta, allora? Restano le tracce, ma come tutte le tracce sono destinate a svanire. Resta un passaggio e un rumore di fondo. Ma proprio in questo rumore (noise), forse, risiede il fascino e il problema messo in luce da Balzac.
Édouard Frenhofer, il protagonista del racconto di Balzac, sembra un folle invasato di tecnica alla ricerca del capolavoro assoluto. È proprio così? Così appare la scena, nel momento in cui il «capolavoro» si svela, agli occhi dei due allievi a cui Frenhofer ha acconsentito di mostrare il suo lavoro. Che cosa appare? Quale traccia? Al loro sguardo appare solo una massa informe di colore, ovvero l’abbozzo di un’opera. È quest’opera abortita, sfregiata più che mancata, il «capolavoro»?
Da quel groviglio, però, affiora un particolare: è un piede, magnifico. È La Belle Noiseuse. Scrive Michel Serres che, in questo rapporto con il furore e il rumore, «Balzac dipinge la visione dell’architettura divina all’inverso» E la «forma perfetta, ottimale, vivente, esistente, quasi divina è un piede».
In qualche modo, si potrebbe parlare dell’opera di Michel Serres, nato a Agen nel 1930, instancabile esploratore delle linee di faglia tra discipline – dalla matematica alla fisica, dall’antropologia alla chimica — partendo proprio da qui, da quel Capolavoro sconosciuto a cui ha dedicato uno dei suoi libri tradotti in italiano, Genesi (Il Melangolo, 1988).
Maestro dell’impronta
Bella e scontrosa – tale il significato corrente di noiseuse — è, infatti, la scrittura di Serres che, come il quadro di Frenhofer, non si lascia afferrare e mal tollera i punti di vista. Serres è uno cacciatore di tracce altrui (da Lucrezio a Leibnitz), ma anche uno straordinario produttore di tracce, abbandonate sempre nel campo aperto di una scrittura seducente. Servendoci di uno dei suoi termini chiave, potremmo dire che Serres è un vero maestro dell’ichnologia.
In greco, ichnos significa per l’appunto l’impronta del piede, la traccia. Balzac, scrive Serres, ha visto questa «ichnografia», ha colto «il pozzo dei fenomeni». Ne ha ascoltato la noise che — come rivela l’etimologia dell’antico francese, che scardina il vocabolario corrente per la Belle Noiseuse — vale tanto per il rumore, quanto per il furore. La storia ha poi divaricato i sentieri e se in francese si è conservato il senso fisico dello scontro e dell’indisposizione, l’inglese noise ha assunto il senso del rumore.
Dietro ai due maldestri osservatori, tra cui il giovane Poussin, che tentano invano di sezionarne il segreto piegandosi, mettendosi di lato, cambiando il proprio punto di vista ma finendo per non cogliere nulla, nel suo racconto Balzac colloca la bellezza, incarnata da una modella, anch’essa bella e scontrosa (belle noiseuse), che piange.
Abbiamo dimenticato – scriveva Serres – il singhiozzo di quel pianto, le lacrimae rerum, ovvero la noise originaria. Solo in alto mare, anche nell’alto mare della speculazione e della scrittura, là dove tutto è davvero pericolo (prima di tutto: di fallire, di non far sorgere l’ascolto, ossia pericolo che il rumore vero si tramuti in silenzio) possiamo ancora intendere questo «clamore originario». Eppure, suggerisce Serres, proprio molteplice del nomadismo intellettuale e della metamorfosi, dell’individualità che non si riduce a aggregati, si realizza talvolta il miracolo della production des choses. Cose che sono contemporanee alla propria nascita: nel quadro di Frenhofer questo miracolo, simboleggiato da un piede, è colto nel momento in cui sembra sul punto di nascere o fallire.
Anche Leibnitz, scrive Serres, era tanto profondo da non negare questo rumore del molteplice. Lo armonizzava, ma non lo negava. «Dobbiamo salvare questo termine, noise – conclude Serres – il solo positivo per dire uno stato che non designiamo se non con termini negativi, come il disordine». C’è di che averne paura, ma è precisamente in questo disordine costitutivo che si colloca il «lavoro da fare». Un lavoro che dovrebbe assumersi il rischio – e l’ambizione – di non annegare la semplicità nel semplicismo e la complessità, nello pseudospecialismo più sciocco.
Di questo lavoro, attraverso una meticolosa e preziosissima edizione, rendono ora conto Gaspare Polizzi e Mario Porro, già curatori e traduttori di molte opere dell’autore, che hanno curato l’ultimo numero di Riga (il numero 35), edito da Marcos y Marcos (pp. 432, euro 25), dedicato proprio a Michel Serres. Un lavoro articolato, complesso, ricchissimo di ibridazioni fra testi dello stesso Serres e saggi critici (da Girard a Bruno Latour) che privilegia, pur non tralasciando nulla, i sentieri meno praticati dall’editoria italiana – sedici su una sessantina i suoi libri tradotti -, in sei sezioni che ruotano attorno a concetti e grandi temi, affrontati d questo indomito traghettatore di «nuove alleanze».
Dal suo primo libro, pubblicato in due tomi nel 1968 e dedicato al sistema della matematica in Leibnitz, dalla riflessione sulla comunicazione inscritta sotto il nume tutelare di Hermes – riflessione decisiva e finora poco nota al lettore italiano – dalle riflessioni su Zola, Carpaccio, Verne, fino alle ultime ricognizioni etico-ontologiche sullo statuto cognitivo delle nuove tecnologie nel suo rapporto con l’emergenza dell’umano nella tarda modernità, l’itinerario di Serres mappato dall’antologia curata da Polizzi e Porro si rivela incredibilmente organico, strutturato, coerente. Un itinerario che non servirebbe «mettere in prospettiva» – come avrebbero voluto i maldestri osservatori della Belle Noiseuse – ma nei cui confronti serve mettersi in ascolto.
Il pathos dell’esistenza
La traccia di questa coerenza risalta proprio a dispetto di una scrittura «inventiva e affascinante» che potrebbe trarre in inganno. Eppure, come rimarcano nell’editoriale di «Riga», nell’opera di questo solitario che, per cinquant’anni, lambendo lo strutturalismo, sullo sfondo di amicizie nomadi con Canguilhem, Deleuze, Foucault, Girard, ha coltivato il progetto di saldare rigore scientifico e pietas, si intravede la possibilità di dissolvere il conflitto «tra quanti, abituati alle lettere e all’umano, si dimenticano del mondo e quanti, rivolti ai saperi che diciamo oggettivi ma chiusi nei laboratori, cancellano le emozioni e il pathos dell’esistenza». Gettare ponti, suggerisce Serres, è il compito del pensiero. Non oltre, ma dentro il rumore stesso – la noise – delle cose. Ben più di qualcosa, allora, come già spiegava Balzac, apparirà al lettore che sappia dirsi tale.
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