Risvolto
Poeta vissuto ai margini di tutto, Costantino Kavafis ha saputo cantare come pochi altri la legittimità del sentimento e della passione, le false glorie e le miserie dei potenti, l'inesorabile scorrere del tempo, di quanto nella vita passa e va perso per sempre. E ci ha regalato una poesia ancora oggi di straordinaria attualità, un distillato di musicalità, purezza stilistica ed eccentrica solitudine, che lo innalza tra i piú prestigiosi e originali poeti del Novecento.
Poeta vissuto ai margini di tutto, Costantino Kavafis ha saputo cantare come pochi altri la legittimità del sentimento e della passione, le false glorie e le miserie dei potenti, l'inesorabile scorrere del tempo, di quanto nella vita passa e va perso per sempre. E ci ha regalato una poesia ancora oggi di straordinaria attualità, un distillato di musicalità, purezza stilistica ed eccentrica solitudine, che lo innalza tra i piú prestigiosi e originali poeti del Novecento.
La nuova traduzione di Nicola Crocetti propone, oltre alle 154
poesie del «canone», una selezione dalle Poesie nascoste e dalle
Poesie rifiutate.
Una nuova traduzione Il tempo ritrovato di KavafisTra i poeti più amati al mondo, i suoi versi non sono facili come sembrano: non sono solo bellezza e violenza dell’eros Il desiderio è considerato dallo scrittore greco una parte fondamentale della civiltà, come le guerre o la fine degli imperi
di Nicola Gardini Il Sole Domenica 24.5.15
Kavafis è tra i poeti più popolari del mondo, insieme a Whitman, a Emily Dickinson, a Prévert e a pochissimi altri. Nessun poeta è facile, ma ci sono alcuni che lo sembrano e, dunque, a dispetto perfino di uno svantaggio linguistico di partenza (in questo caso il neogreco), incontrano un favore generale e la loro poesia si diffonde vastamente, diventa mito. Kavafis, tra l’altro, non ha scritto neppure chissà quale gran quantità di versi, e in vita non ha permesso ai suoi componimenti che una circolazione occasionale, dando a se stesso un’esistenza appartata e abitudinaria, ad Alessandria, orizzonte di un eterno tramonto.
Kavafis è tra i poeti più popolari del mondo, insieme a Whitman, a Emily Dickinson, a Prévert e a pochissimi altri. Nessun poeta è facile, ma ci sono alcuni che lo sembrano e, dunque, a dispetto perfino di uno svantaggio linguistico di partenza (in questo caso il neogreco), incontrano un favore generale e la loro poesia si diffonde vastamente, diventa mito. Kavafis, tra l’altro, non ha scritto neppure chissà quale gran quantità di versi, e in vita non ha permesso ai suoi componimenti che una circolazione occasionale, dando a se stesso un’esistenza appartata e abitudinaria, ad Alessandria, orizzonte di un eterno tramonto.
Dove sta l’apparente facilità di Kavafis? Perché piace
tanto? La lingua è semplice, va incontro ai traduttori delle più varie
provenienze, al lettore comune e all’esigente letterato (Yourcenar,
Montale, Auden, Pasolini), e parla di eros: di passione, di nostalgia,
di ricordi… Sa dire molto in poco, va dritto al centro dell’emozione, e
se anche può talvolta toccare la nota del vieto o eccedere
nell’aggettivazione esornativa o nel tautologico, dà sempre
l’impressione di qualcosa d’incontestabile e di vero. Leggi Kavafis e
dici: così è la vita, brama di possesso e rimpianto. E non importa alla
fine che Kavafis parli di ragazzi: quella sofferenza vale per tutti;
l’eros non conosce distinzione di sesso, e non ne conosce neppure di
classe o di età.
Giusto. Questo modo, però, riduce la complessità e
la specificità di Kavafis. Le poesie di Kavafis non esprimono soltanto
la violenza e la bellezza del desiderio, ma pongono il desiderio al
centro della grande storia; considerano il desiderio una parte
fondamentale della civiltà, come le guerre o la fine degli imperi. Per
questo molte hanno un’ambientazione storica, la tarda antichità, epoca
di fini e confusione, non la classicità gessosa di cui ci si
impratichisce a scuola. Il desiderio è una condizione del tempo; è cosa
naturale, istinto insopprimibile, ma è anche motore delle vicende umane,
forza sociale ed economica, che gli storici professionisti non si
prendono la briga di registrare o di osservare. Kavafis scrive una
contro-storia, quasi alla Brecht, senza tuttavia dimenticare i Seleucidi
e i Lagidi e i Pompei e i Cesarioni. Nella sua poesia i nomi celebri,
raccolti direttamente dalle fonti letterarie, si mischiano con quelli
della gente dimenticata; la scena si ripopola e si creano nuovi
affollamenti e mescolanze, e sembra di assistere a una specie di
apocalisse, o a un temps retrouvé, dove il rimosso si reimpone con la
freschezza delle origini, democraticamente, mostrando la ricchezza della
vita e l’uguaglianza profonda di tutti, sovrani e operai.
C’è poi la
storia personale, quella del poeta stesso, la sua vita come parabola
paragonabile a quella di un’antica città… Individui e stati questo hanno
in comune, l’esser destinati a dissolversi. Nel mondo di Kavafis non
c’è spazio per la conservazione. Si perdono averi, amanti, territori,
opere d’arte, figli. Tutto fallisce, tutto va in nulla… Unico compenso e
unica consolazione il ricordo, che la voce del poeta invoca con uno
zelo quasi religioso, prima che l’oblio intervenga anche sulla speranza
del ricordare. Un tale culto della memoria (memoria mentale ma anche
somatica, tattile, sessuale) fa di Kavafis un fratello di Proust e da
solo basta a rendercelo irrinunciabile. La sua omosessualità… Neanche
questa è da scambiare per uno spunto universale. È una condizione ben
precisa. I suoi ragazzi non stanno per ragazze. Incarnano l’infrazione,
un richiamo folle, eccessivo, e proprio perciò necessario. Kavafis canta
una certa identità, quella del maschio che ama il maschio, come pochi
prima di lui hanno fatto, con coraggio e autorevolezza, e anche tale
compito va messo nel conteggio finale dei suoi pregi.
Rileggiamolo,
questo splendido, rivoluzionario poeta, nella nuova traduzione di Nicola
Crocetti, pubblicata da Einaudi. Crocetti, che di poesia neogreca è il
massimo esperto in Italia e forse non solo qui, aveva già curato e
pubblicato per i tipi della sua casa editrice una traduzione di Kavafis
(l’altra grande traduzione, dopo quella di Pontani). Con una capacità di
rinnovamento e una fedeltà davvero ammirevoli torna dopo molti anni sul
già fatto e rilegge, si rilegge, variando e perfezionando e includendo
anche alcune delle poesie escluse dal canone e pagine di prosa. Anche
questo secondo Kavafis crocettiano è un campione di scioltezza:
schietto, morbido, limpido, musicale e metrico quanto basta (perché
neanche l’originale è mai troppo regolare e melodico), qua e là
prosastico, affabile, esatto in ogni parte. Bastino, a darne un’idea,
questi attacchi: «Non li ho trovati più – li ho persi così in fretta… /
quei poetici occhi, il volto / esangue… nella via che imbruniva…».
«Osservando un opale mezzo grigio / mi ricordai di due begli occhi grigi
/ che vidi, sarà vent’anni fa…» Il testo originale a fronte, per chi sa
di neogreco, mostra la felicità delle rese, e la nota introduttiva
dello stesso Crocetti fornisce un’utile e calorosa premessa.
La grande bellezza di Kavafis
La grande bellezza di Kavafis
di Mario Andrea Rigoni Corriere 16 5 2015
Tutti i fili dell’esistenza fisica, intellettuale e immaginativa di Costantino Kavafis, il massimo poeta greco moderno (1863-1933), convergono verso un unico nodo: Alessandria d’Egitto. Essa, oltre che la città dove nacque (da genitori greci di origini costantinopolitane) e dove abitò quasi costantemente (a eccezione dei sette anni trascorsi nell’adolescenza in Inghilterra e di qualche breve soggiorno in varie città europee), rappresenta tutto il suo mondo ideale. D’altra parte l’Alessandria del presente, che Kavafis pur vive e ama come luogo di clandestini amori omosessuali, accende la sua immaginazione e la sua poesia soprattutto per quella diffusa civiltà greca postclassica che ad Alessandria scomparve, con l’avvento dell’Islam, molti secoli prima che non ad Atene o a Costantinopoli.
Kavafis è l’unico esempio di poeta moderno integralmente alessandrino. Dichiarò una volta che, mentre la maggior parte dei poeti sono solo poeti, egli si considerava un poeta storico. Intravediamo in questa affermazione, che può sorprendere, molti possibili significati. Innanzitutto Kavafis è indifferente alla natura sia come oggetto sia come sentimento: nelle sue poesie il paesaggio stesso sopravvive come semplice scorcio urbano, fatto di caffè, strade malfamate e taverne miserabili dove solo la sua fantasia o la sua memoria erotica può rivestire i giovani incontrati di un’aura di divinità antica o di regalità orientale.
È il poeta dell’anti-natura. Da incurabile decadente e da perfetto alessandrino ama l’artificio, che garantisce, a differenza della natura, l’incorruttibilità della bellezza. Nella nuova e felice traduzione dell’opera di Kavafis appena pubblicata da Nicola Crocetti, che è anche la più ampia oggi esistente ( Le poesie , testo greco a fronte, con introduzione e note di Nicola Crocetti, Einaudi), si incontra, tra le Poesie nascoste , un esempio quanto mai eloquente: «Non voglio i narcisi veri – io non amo / le rose né i gigli veri. … Datemi fiori finti – la gloria dello smalto e del metallo / forma che non sfiorisce, non si piega, non si decompone» ( Fiori finti ).
L’orrore della natura e, per conseguenza, del sentimento, contrapposto alla superiore distanza contemplativa tocca l’apice nella cruda arguzia della poesia Salomè , tratta da un brano del Vangelo apocrifo della Nubia. Salomè cerca di vincere la resistenza all’amore di un giovane sofista recando su un vassoio d’oro, come pegno, la testa del Battista. Il filosofo, per scherzo, dice di non volere la testa del Battista, ma quella di Salomè stessa. Mentre lui, immerso nei suoi studi, dimentica il fatto, uno schiavo zelante gli porta la testa recisa dell’innamorata: nauseato, egli ordina di rimuovere quella carne sanguinolenta «e si rimette a leggere Platone».
L’interesse dominante e la vera grandezza di Kavafis trovano la loro fonte nella storia, nella letteratura e nel mito, in un verso di Omero, in un racconto di Plutarco o in una pagina di Gibbon, con una predilezione per gli aneddoti marginali e i personaggi minori, nei quali egli si cala traendone, non di rado con un intento gnomico, riflessioni e suggestioni memorabili attraverso quelle «corrispondenze» baudelairiane che conosceva bene.
Aspettando i barbari , la poesia più nota di Kavafis (tradotta anche da Montale), mescolando lo smarrimento di un impero agonizzante all’inutile attesa di una palingenesi barbarica, simboleggia una condizione storica e spirituale che si ripete nel tempo fino ai nostri stessi giorni. Anche Itaca è allusiva: invita a non perdere di vista la meta, ma senza per questo affrettare il viaggio, senza rinunciare a conoscenze e avventure, perché solo in questo modo si capirà «che cosa vuol dire Itaca».
In molte poesie di Kavafis domina il senso dell’incontrastabile fato e della vanità dei nostri sforzi, simili a quelli dei Troiani, ai quali tuttavia non bisogna rinunciare: si tratti degli eroi delle Termopili, «degni di più grande onore/ se prevedono (e molti lo prevedono)/ che all’ultimo comparirà un Efialte/ e comunque i Persiani passeranno» ( Termopili ) o di Antonio che, assediato da Ottaviano, vede profilarsi la propria totale rovina, eppure dal ricordo dello splendore di Alessandria meritata e perduta deve trarre un’estasi suprema ( Il dio abbandona Antonio ). Ma un lamento cosmico si leva dai nobili e immortali cavalli di Achille che scalpitano e versano lacrime sul corpo di Patroclo «inanimato — estinto —/ormai carne abietta — lo spirito svanito —/ senza più fiato — indifeso — tornato dalla vita al grande Nulla» ( I cavalli di Achille ).
Tutti i fili dell’esistenza fisica, intellettuale e immaginativa di Costantino Kavafis, il massimo poeta greco moderno (1863-1933), convergono verso un unico nodo: Alessandria d’Egitto. Essa, oltre che la città dove nacque (da genitori greci di origini costantinopolitane) e dove abitò quasi costantemente (a eccezione dei sette anni trascorsi nell’adolescenza in Inghilterra e di qualche breve soggiorno in varie città europee), rappresenta tutto il suo mondo ideale. D’altra parte l’Alessandria del presente, che Kavafis pur vive e ama come luogo di clandestini amori omosessuali, accende la sua immaginazione e la sua poesia soprattutto per quella diffusa civiltà greca postclassica che ad Alessandria scomparve, con l’avvento dell’Islam, molti secoli prima che non ad Atene o a Costantinopoli.
Kavafis è l’unico esempio di poeta moderno integralmente alessandrino. Dichiarò una volta che, mentre la maggior parte dei poeti sono solo poeti, egli si considerava un poeta storico. Intravediamo in questa affermazione, che può sorprendere, molti possibili significati. Innanzitutto Kavafis è indifferente alla natura sia come oggetto sia come sentimento: nelle sue poesie il paesaggio stesso sopravvive come semplice scorcio urbano, fatto di caffè, strade malfamate e taverne miserabili dove solo la sua fantasia o la sua memoria erotica può rivestire i giovani incontrati di un’aura di divinità antica o di regalità orientale.
È il poeta dell’anti-natura. Da incurabile decadente e da perfetto alessandrino ama l’artificio, che garantisce, a differenza della natura, l’incorruttibilità della bellezza. Nella nuova e felice traduzione dell’opera di Kavafis appena pubblicata da Nicola Crocetti, che è anche la più ampia oggi esistente ( Le poesie , testo greco a fronte, con introduzione e note di Nicola Crocetti, Einaudi), si incontra, tra le Poesie nascoste , un esempio quanto mai eloquente: «Non voglio i narcisi veri – io non amo / le rose né i gigli veri. … Datemi fiori finti – la gloria dello smalto e del metallo / forma che non sfiorisce, non si piega, non si decompone» ( Fiori finti ).
L’orrore della natura e, per conseguenza, del sentimento, contrapposto alla superiore distanza contemplativa tocca l’apice nella cruda arguzia della poesia Salomè , tratta da un brano del Vangelo apocrifo della Nubia. Salomè cerca di vincere la resistenza all’amore di un giovane sofista recando su un vassoio d’oro, come pegno, la testa del Battista. Il filosofo, per scherzo, dice di non volere la testa del Battista, ma quella di Salomè stessa. Mentre lui, immerso nei suoi studi, dimentica il fatto, uno schiavo zelante gli porta la testa recisa dell’innamorata: nauseato, egli ordina di rimuovere quella carne sanguinolenta «e si rimette a leggere Platone».
L’interesse dominante e la vera grandezza di Kavafis trovano la loro fonte nella storia, nella letteratura e nel mito, in un verso di Omero, in un racconto di Plutarco o in una pagina di Gibbon, con una predilezione per gli aneddoti marginali e i personaggi minori, nei quali egli si cala traendone, non di rado con un intento gnomico, riflessioni e suggestioni memorabili attraverso quelle «corrispondenze» baudelairiane che conosceva bene.
Aspettando i barbari , la poesia più nota di Kavafis (tradotta anche da Montale), mescolando lo smarrimento di un impero agonizzante all’inutile attesa di una palingenesi barbarica, simboleggia una condizione storica e spirituale che si ripete nel tempo fino ai nostri stessi giorni. Anche Itaca è allusiva: invita a non perdere di vista la meta, ma senza per questo affrettare il viaggio, senza rinunciare a conoscenze e avventure, perché solo in questo modo si capirà «che cosa vuol dire Itaca».
In molte poesie di Kavafis domina il senso dell’incontrastabile fato e della vanità dei nostri sforzi, simili a quelli dei Troiani, ai quali tuttavia non bisogna rinunciare: si tratti degli eroi delle Termopili, «degni di più grande onore/ se prevedono (e molti lo prevedono)/ che all’ultimo comparirà un Efialte/ e comunque i Persiani passeranno» ( Termopili ) o di Antonio che, assediato da Ottaviano, vede profilarsi la propria totale rovina, eppure dal ricordo dello splendore di Alessandria meritata e perduta deve trarre un’estasi suprema ( Il dio abbandona Antonio ). Ma un lamento cosmico si leva dai nobili e immortali cavalli di Achille che scalpitano e versano lacrime sul corpo di Patroclo «inanimato — estinto —/ormai carne abietta — lo spirito svanito —/ senza più fiato — indifeso — tornato dalla vita al grande Nulla» ( I cavalli di Achille ).
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