Gyalo Thondup: The noodle maker of Kalimpong, the untold story of my struggle for Tibet, a cura di Anne F. Thurston, Pubblic Affair
Risvolto
Shortly before midnight on March 17, 1959, the Dalai Lama, without his glasses and dressed as an ordinary Tibetan solider, slipped out of his summer residence with only four aides at his side. At that moment, he became the symbolic head of the Tibetan government in exile, and Gyalo Thondup, the only one of the Dalai Lama’s brothers not to don the robes of a Buddhist monk, became the fulcrum for the independence movement.
The Noodle Maker of Kalimpong tells the extraordinary story of the Dalai Lama’s family, the exile of the spiritual leader of Tibetan Buddhism from Tibet, and the enduring political crisis that has seen remote and bleakly beautiful Tibet all but disappear as an independent nation-state.
For the last sixty years, Gyalo Thondup has been at the at the heart of the epic struggle to protect and advance Tibet in the face of unreliable allies, overwhelming odds, and devious rivals, playing an utterly determined and unique role in a Cold War high-altitude superpower rivalry. Here, for the first time, he reveals how he found himself whisked between Chiang Kai-shek, Zhou Enlai, Jawaharlal Nehru, and the CIA, as he tried to secure, on behalf of his brother, the future of Tibet.
Shortly before midnight on March 17, 1959, the Dalai Lama, without his glasses and dressed as an ordinary Tibetan solider, slipped out of his summer residence with only four aides at his side. At that moment, he became the symbolic head of the Tibetan government in exile, and Gyalo Thondup, the only one of the Dalai Lama’s brothers not to don the robes of a Buddhist monk, became the fulcrum for the independence movement.
The Noodle Maker of Kalimpong tells the extraordinary story of the Dalai Lama’s family, the exile of the spiritual leader of Tibetan Buddhism from Tibet, and the enduring political crisis that has seen remote and bleakly beautiful Tibet all but disappear as an independent nation-state.
For the last sixty years, Gyalo Thondup has been at the at the heart of the epic struggle to protect and advance Tibet in the face of unreliable allies, overwhelming odds, and devious rivals, playing an utterly determined and unique role in a Cold War high-altitude superpower rivalry. Here, for the first time, he reveals how he found himself whisked between Chiang Kai-shek, Zhou Enlai, Jawaharlal Nehru, and the CIA, as he tried to secure, on behalf of his brother, the future of Tibet.
Relazioni pericolose a Oriente
Scaffale. Le memorie e i racconti orali del fratello del Dalai Lama Thondup nel libro uscito per Pubblic Affair, «The noodle maker of Kalimpong, the untold story of my struggle for Tibet», a cura di Anne F. Thurston, già autrice di un volume su Mao
Simone Pieranni il Manifesto 17.6.2015, 0:10
Gyalo Thondup è il fratello dell’attuale, il quattordicesimo, Dalai Lama. Anne F. Thurston è una sinologa piuttosto quotata, già autrice di un libro su Mao Zedong, nel quale aveva raccolto le memorie del medico personale del Timoniere. Proprio per questa sua passata esperienza editoriale, come spiega nella prefazione, è toccato a lei sistematizzare anche le memorie e i racconti orali di Thondup; ne è uscito un libro, The noodle maker of Kalimpong, the untold story of my struggle for Tibet (Pubblic Affair, 18 dollari) che racconta la storia di una difficile relazione politica, quella tra Cina e Tibet e la vita quotidiana nella regione cinese, prima, durante e dopo l’arrivo dell’Esercito popolare di Liberazione.
Thurston interviene nel libro anche in postfazione, preziosa guida per chi dubita di alcune delle «visioni della storia» enunciate dal protagonista del volume. Secondo il Wall Street Journal si tratta di «un titolo avvilente, per un libro affascinante». Le vicende di Thondup si mischiano, anzi diventano, quelle del Tibet del Novecento, i suoi rapporti con la Cina, l’India, la Cia, gli Usa e la comunità internazionale, durante quel percorso che ha visto identificare il fratello come il quattordicesimo Dalai Lama (bellissima la parte del volume dedicata ai «metodi» di selezione del Dalai Lama e alle guerre interne ai lama che si scatenano durante la «reggenza») fino alla sua fuga, al riconoscimento internazionale della causa tibetana, al Nobel in un anno particolare, il 1989 e ai tentativi di un suo ritorno a Lhasa.
Il volume si rivela uno straordinario documento storico, di parte naturalmente, ma scritto con grazie e fascino, proprio come suggerisce il Wsj e una brillante capacità di assecondare curiosità e visioni della storia, con uno stile asciutto ma straordinario nel suo procedere. Il volume offre diverse chiavi di lettura, tanto al lettore casuale e poco esperto di storia tibetana e cinese, quanto a quello più inserito in un discorso fatto di visioni storiche differenti, di omissioni o presunzioni. Il racconto del fratello del Dalai Lama, infatti, non è parziale per niente.
In primo luogo perché descrive uno scontro storico tra Cina e Tibet parteggiando apertamente (e ovviamente) per Lhasa, in secondo luogo perché Thondup è stato uno dei protagonisti della recente storia tibetana e nel libro finisce per dare «la sua versione». Talvolta le sue opinioni si scontrano con quelle dell’intellighenzia tibetana, contro la quale Thondup si riserva alcune «vendette» non da poco. La critica della dirigenza tibetana, che di fatto ha gestito cinquant’anni di storia della regione, è l’elemento più clamoroso di tutto il libro e conferma, per certi versi, le letture cinese di alcuni eventi. Il Tibet viene descritto come un luogo soffocato dal potere dei lama, dove solo i monaci studiano e dove il resto della popolazione vive nella fatica, nell’ignoranza e nella totale subalternità psicologica ed economica ai monaci e al Dalai Lama.
Un paese arretrato economicamente e tecnologicamente, completamente chiuso in se stesso, ignorante di tutto quanto accade fuori, perfino nei paesi più vicini e potenti, India e Cina. E proprio questa incapacità – spesso l’autore definisce naïf l’approccio tibetano alla politica e alla geopolitica – renderà complicata la vita di una regione stretta tra interessi ben più grandi.
C’è anche Taiwan del Generalissimo Chaing Kai-Shek, che prova a fare della battaglia tibetana una sorta di piede di porco per riaprire la Cina ai nazionalisti. C’è l’India che utilizza il Tibet per redimere i propri conti in sospeso con la Cina, finendo per ingigantire alcuni problemi, portando ad un conflitto territoriale Delhi e Pechino. E c’è naturalmente la Cina, la cui progressione e passaggio dal maoismo all’economia di mercato, porterà la propria presenza in Tibet a mutare, diventando infine vincente specie a livello internazionale, nonostante la fama che, per un certo periodo, ha potuto godere il Dalai Lama.
Detto che la sinologa che ha contribuito alla stesura della storia si è vista negare il visto da Pechino, secondo l’andazzo che chiunque sia sospettato di vicinanza o amicizia con il Dalai Lama diventa nemico del popolo cinese, il libro in realtà, si pone come una critica sia della Cina sia del Tibet.
Non sembra esente dai tanti torti storici enunciati nel saggio neanche la figura del Dalai Lama la cui distanza dagli affari temporali, in alcuni casi, sembra una scusa scolpita ad arte dal fratello per scaricarlo da responsabilità storiche. Thundop descrive minuziosamente alcuni momenti di frattura tra Cina e Tibet, proprio quando potevano essere messi insieme i cocci di un rapporto ormai deteriorato.
In quei casi, Thundop ondeggia sulle responsabilità del Dalai Lama, così come appare poco credibile la distanza di «Sua Santità» dalle operazioni coperte stabilite dalla Cia. Ed eccoli, gli Stati uniti, altra presenza formidabile e fondamentale nel libro. La Cia addestra la resistenza tibetana, in quel periodo che va dal deteriorarsi dei rapporti tra Cina e Tibet, fino alla fuga in India del Dalai Lama (fuga che per altro è pervasa da incomprensioni anche con l’allora premier indiano Nehru).
La Cia sbaglia tutto, dice Thundop. Addestra ma poi non manda armi, manda armi ma sono vecchie, quando sono nuove, non sono americane, proprio per non dare l’idea di invischiarsi con i tibetani, ovvero con la Cina. E, infine, c’è la lettura degli scontri del 1987 e di quelli a Pechino del 1989, che corrisponde in pieno alle paranoie di Pechino. In questo frangente c’è forse la parte più originale di tutto il libro.
Secondo il fratello del Dalai Lama, tanto i riots in Tibet, quanto quelli cinesi, furono orchestrati da non si sa bene quali potenze straniere. Un pensiero che trova la sua esemplificazione in un dialogo riportato da Thundop. Si tratta di uno scambio di battute con Deng Xiaoping, che stando alle parole di Thundop sembrava davvero desideroso di un ritorno del Dalai Lama in Cina. «Noi siamo tibetani — spiega Thundop a Deng — non odiamo i cinesi. Noi odiamo gli stranieri», chiosa.
La Spoon River dei martiri del Tibet “La vita per la libertà”
Dal 2008 145 persone si sono auto-immolate per denunciare la politica di Pechino
Il Dalai Lama li definisce eroi coraggiosi: giovani o anziani, hanno lasciato lettere piene di dolore
In un cortometraggio le loro ultime parole “Senza la nostra cultura diventiamo la fiamma di una candela”di Giampaolo Visetti Repubblica 23.6.15
PECHINO «La libertà è la via che conduce alla felicità tutti gli esseri viventi. Senza libertà diventiamo la fiamma di una candela al vento. Questo non deve essere il destino di sei milioni di tibetani». Tenzin Kedhup aveva 24 anni. Ex monaco buddhista, era un nomade pastore. Cosparsosi di cherosene, si è dato fuoco assieme ad un amico il 20 giugno di tre anni fa nella regione cinese del Qinghai, parte del Tibet storico. «Lasciati soli non possiamo – ha lasciato scritto – proteggere la religione e la cultura tibetane».
Dal 2008 i tibetani che si sono auto- immolati per denunciare l’occupazione cinese del 1950 e il «genocidio culturale» da parte di Pechino sono stati 145. Sono gli eroi del Paese delle Nevi, considerati «terroristi» dal partito comunista. La poetessa Tsering Woeser, simbolo della lotta non violenta per l’autonomia della regione himalayana, più volte arrestata assieme al marito scrittore Wang Lixiong, è riuscita a raccogliere i testamenti spirituali segreti dei martiri contemporanei di un popolo che il mondo, nel nome degli interessi economici, finge di non vedere. Sono gli ultimi messaggi che decine di giovani, di monache e di monaci, hanno affidato alle famiglie prima di darsi alle fiamme per la libertà e per invocare il ritorno del Dalai Lama a Lhasa. Sono documenti commoventi, eccezionalmente filtrati dalla Cina, costati a Tsering Woeser gli arresti domiciliari a Pechino e raccolti in un libro uscito in Francia e poi rimbalzato nel mondo anche grazie al blog Global Voices. Ora una parte di essi è stata inclusa nel documentario «Sons of Tibet» di Pietro Melegori, realizzato con il sostegno dell’Associazione Italia-Tibet e appena presentato a Roma.
Il film racconta la storia di Lhamo Kyab, pastore di 20 anni, padre di due figlie. Il 12 ottobre del 2012, giorno in cui a Pechino si apriva il congresso del Partito comunista che avrebbe portato al potere il presidente Xi Jinping, si è suicidato con il fuoco davanti al monastero di Bora, nel Gansu. E’ anche grazie a lui che è venuta alla luce la ”Spoon River” del Tibet. «Il mio cuore non riesce più a sopportare il dolore – scrive il monaco Phuntsog di 19 anni – così presto mi lascerò alle spalle questo mondo».
Domenica il Dalai Lama, in esilio a Dharamsala in India dal 1959, ha compiuto 80 anni ricordando di essere «solo un semplice monaco buddista che cerca di fare il proprio meglio dedicando la vita alla ricerca della conoscenza». Proprio il Nobel per la pace che Pechino considera «un nemico» ha definito «eroi coraggiosi» i tibetani che si auto-immolano contro violenze e persecuzioni, pur senza nascondere i suoi dubbi sull’efficacia della protesta estrema. «Come il Buddha ha offerto il suo corpo alla tigre affamata – ha lasciato scritto Sopha Rinpoche – così noi sacrifichiamo la nostra vita per la giustizia, la verità e la libertà». Tra le decine di testamenti politici non mancano i messaggi personali, parole di ragazzi che hanno scelto la morte nella speranza di scuotere la comunità internazionale. «Ai miei genitori a cui devo l’amore più profondo – scrive pochi istanti prima di bruciarsi Nya Drul di 18 anni – al mio caro fratello e a tutta la mia famiglia dico che devo lasciare questo mondo. Il mio augurio che i figli e le figlie del Tibet siano uniti». La leadership di Pechino è oggi in uno stato di massimo allarme per la successione a Tenzin Gyatso, che ha dichiarato che il prossimo Dalai Lama potrebbe reincarnarsi fuori dal Tibet e dalla Cina. La transizione della guida spirituale buddista minaccia di far riesplodere la rivolta a Lhasa, come nel 2008, riaccendendo le spinte secessioniste anche nello Xinjiang, o a Hong Kong, dove la minoranza democratica è riuscita a bocciare la riforma elettorale-truffa imposta dai vertici comunisti. «Il Tibet – hanno scritto su You-Tube Sonam e Choephak, fidanzati ventenni suicidi nel Sichuan – è stato invaso, represso e ingannato dalla Cina. Ci immoliamo per la miseria in cui siamo costretti a vivere a causa della negazione dei diritti umani ». Songye Tsering, una pastora di 24 anni con tre bambini, ha lasciato un biglietto. «Non voglio più vivere così – si legge – noi siamo i figli del Leone delle nevi, la prole dal viso rosso. Per favore, ricordatevi della purezza della neve in montagna». Un commiato, il congedo dalla speranza, ma pure un terribile atto di denuncia: il mondo può oggi ignorarlo, ma per la Cina che s’appresta a dominare il secolo resta una vergogna capace di svuotare ogni potere.
La Spoon River dei martiri del Tibet “La vita per la libertà”
Dal 2008 145 persone si sono auto-immolate per denunciare la politica di Pechino
Il Dalai Lama li definisce eroi coraggiosi: giovani o anziani, hanno lasciato lettere piene di dolore
In un cortometraggio le loro ultime parole “Senza la nostra cultura diventiamo la fiamma di una candela”di Giampaolo Visetti Repubblica 23.6.15
PECHINO «La libertà è la via che conduce alla felicità tutti gli esseri viventi. Senza libertà diventiamo la fiamma di una candela al vento. Questo non deve essere il destino di sei milioni di tibetani». Tenzin Kedhup aveva 24 anni. Ex monaco buddhista, era un nomade pastore. Cosparsosi di cherosene, si è dato fuoco assieme ad un amico il 20 giugno di tre anni fa nella regione cinese del Qinghai, parte del Tibet storico. «Lasciati soli non possiamo – ha lasciato scritto – proteggere la religione e la cultura tibetane».
Dal 2008 i tibetani che si sono auto- immolati per denunciare l’occupazione cinese del 1950 e il «genocidio culturale» da parte di Pechino sono stati 145. Sono gli eroi del Paese delle Nevi, considerati «terroristi» dal partito comunista. La poetessa Tsering Woeser, simbolo della lotta non violenta per l’autonomia della regione himalayana, più volte arrestata assieme al marito scrittore Wang Lixiong, è riuscita a raccogliere i testamenti spirituali segreti dei martiri contemporanei di un popolo che il mondo, nel nome degli interessi economici, finge di non vedere. Sono gli ultimi messaggi che decine di giovani, di monache e di monaci, hanno affidato alle famiglie prima di darsi alle fiamme per la libertà e per invocare il ritorno del Dalai Lama a Lhasa. Sono documenti commoventi, eccezionalmente filtrati dalla Cina, costati a Tsering Woeser gli arresti domiciliari a Pechino e raccolti in un libro uscito in Francia e poi rimbalzato nel mondo anche grazie al blog Global Voices. Ora una parte di essi è stata inclusa nel documentario «Sons of Tibet» di Pietro Melegori, realizzato con il sostegno dell’Associazione Italia-Tibet e appena presentato a Roma.
Il film racconta la storia di Lhamo Kyab, pastore di 20 anni, padre di due figlie. Il 12 ottobre del 2012, giorno in cui a Pechino si apriva il congresso del Partito comunista che avrebbe portato al potere il presidente Xi Jinping, si è suicidato con il fuoco davanti al monastero di Bora, nel Gansu. E’ anche grazie a lui che è venuta alla luce la ”Spoon River” del Tibet. «Il mio cuore non riesce più a sopportare il dolore – scrive il monaco Phuntsog di 19 anni – così presto mi lascerò alle spalle questo mondo».
Domenica il Dalai Lama, in esilio a Dharamsala in India dal 1959, ha compiuto 80 anni ricordando di essere «solo un semplice monaco buddista che cerca di fare il proprio meglio dedicando la vita alla ricerca della conoscenza». Proprio il Nobel per la pace che Pechino considera «un nemico» ha definito «eroi coraggiosi» i tibetani che si auto-immolano contro violenze e persecuzioni, pur senza nascondere i suoi dubbi sull’efficacia della protesta estrema. «Come il Buddha ha offerto il suo corpo alla tigre affamata – ha lasciato scritto Sopha Rinpoche – così noi sacrifichiamo la nostra vita per la giustizia, la verità e la libertà». Tra le decine di testamenti politici non mancano i messaggi personali, parole di ragazzi che hanno scelto la morte nella speranza di scuotere la comunità internazionale. «Ai miei genitori a cui devo l’amore più profondo – scrive pochi istanti prima di bruciarsi Nya Drul di 18 anni – al mio caro fratello e a tutta la mia famiglia dico che devo lasciare questo mondo. Il mio augurio che i figli e le figlie del Tibet siano uniti». La leadership di Pechino è oggi in uno stato di massimo allarme per la successione a Tenzin Gyatso, che ha dichiarato che il prossimo Dalai Lama potrebbe reincarnarsi fuori dal Tibet e dalla Cina. La transizione della guida spirituale buddista minaccia di far riesplodere la rivolta a Lhasa, come nel 2008, riaccendendo le spinte secessioniste anche nello Xinjiang, o a Hong Kong, dove la minoranza democratica è riuscita a bocciare la riforma elettorale-truffa imposta dai vertici comunisti. «Il Tibet – hanno scritto su You-Tube Sonam e Choephak, fidanzati ventenni suicidi nel Sichuan – è stato invaso, represso e ingannato dalla Cina. Ci immoliamo per la miseria in cui siamo costretti a vivere a causa della negazione dei diritti umani ». Songye Tsering, una pastora di 24 anni con tre bambini, ha lasciato un biglietto. «Non voglio più vivere così – si legge – noi siamo i figli del Leone delle nevi, la prole dal viso rosso. Per favore, ricordatevi della purezza della neve in montagna». Un commiato, il congedo dalla speranza, ma pure un terribile atto di denuncia: il mondo può oggi ignorarlo, ma per la Cina che s’appresta a dominare il secolo resta una vergogna capace di svuotare ogni potere.
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