Per fortuna l'estate è alle porte [SGA].
Stasera summit dei ribelli Pd “Bisogna rifare il centrosinistra”
Fischi a tutto il partito dai precari sotto al Nazareno Il bersaniano Stumpo: “Sulla scuola rischiamo di farci male “di Carlo Bertini La Stampa 9.6.15
Fuori per strada, i precari assiepati fischiano a tutti, da Fassina al renziano Gozi, senza distinzioni. Renzi, la Boschi ma anche Bersani e Cuperlo scelgono le entrate laterali del Nazareno per salire in Direzione. Il più pragmatico, Nico Stumpo, uomo macchina dell’era bersaniana, mette in chiaro pure il risvolto parlamentare della questione: «Sulla scuola rischiamo davvero di farci male se non troviamo un accordo».
Ma nelle analisi dei più duri ricorre un punto destinato a sollevare polemiche, cioè il ritorno alle alleanze con la sinistra. «Bisogna ricostruire il centrosinistra», dice Gianni Cuperlo, ma non è il solo a proporlo con l’argomento che non ci si espande più a destra.
Il primo banco di prova
Dunque si riuniranno stasera alla Camera, Speranza e compagni, insieme alla ventina di senatori dissidenti, perché «la prima verifica sarà questa riforma» e allora urge un summit per decidere che fare e capire quanta sostanza ci sia nelle aperture di Renzi. La strategia è presto detta: strappare il più possibile per dimostrare che «la musica cambia, se non cambia continuiamo la battaglia». «Io non ho problemi di numeri. Se vogliamo approvare la riforma della scuola senza modifiche lo facciamo domani, anche a costo di spaccare il Pd. Ma sarebbe un errore politico, è importante discutere nel Pd», dice Renzi. Che però sfida la minoranza, «prendiamoci pure altri 15 giorni e facciamo però un’assemblea in ogni circolo».
Mediazione cercasi
Gotor, colonnello di Bersani al Senato, fissa la linea di confine sulla scuola. Punti qualificanti: tetto ai finanziamenti e ai fondi di redistribuzione per non aumentare le disparità tra territori forti e quelli deboli. Limitare i poteri dei presidi nella valutazione degli insegnanti: «Per evitare conflitti d’interesse e discrezionalità e ridurre i rischi di arbìtri». Posto che anche i «buoni» della minoranza, quella cinquantina che votarono la fiducia all’italicum e che fanno capo a Martina, Amendola, Mauri, Damiano, chiedono modifiche sulla scuola di analogo tenore, è con i «cattivi» che va raggiunta un’intesa sulla scuola, altrimenti non si va lontano.
Complici le intemerate di Salvini che aiutano a rinsaldare le fila del Pd guardando al nemico esterno, Renzi si spende per pacificare. Le legnate sulla disciplina interna lasciano il segno, ma le aperture sulle riforme di più. Si aspettavano tutti che il segretario puntasse a spaccare gli avversari interni. E così è stato, ma sulle regole e la disciplina, Gotor chiede polemico cosa possa fare il premier. «Che fa, i fogli di via? Le lettere di espulsioni? Meglio evitare questioni disciplinari...». No, per la sinistra Pd il punto politico è chiaro: «il problema non è la minoranza parlamentare, puoi pure non ricandidarli, ma così non recuperi elettori», dice D’Attorre. Il punto è che visto che si è fermata l’espansione verso il centrodestra, «bisogna ricostruire il centrosinistra, riunificare quel campo e per farlo bisogna cambiare linea politica su alcuni punti. Perché si è visto che l’elettore di sinistra è indisponibile a votare comunque per chi fa cose che piacciono di più all’altra parte».
Fischi a tutto il partito dai precari sotto al Nazareno Il bersaniano Stumpo: “Sulla scuola rischiamo di farci male “di Carlo Bertini La Stampa 9.6.15
Fuori per strada, i precari assiepati fischiano a tutti, da Fassina al renziano Gozi, senza distinzioni. Renzi, la Boschi ma anche Bersani e Cuperlo scelgono le entrate laterali del Nazareno per salire in Direzione. Il più pragmatico, Nico Stumpo, uomo macchina dell’era bersaniana, mette in chiaro pure il risvolto parlamentare della questione: «Sulla scuola rischiamo davvero di farci male se non troviamo un accordo».
Ma nelle analisi dei più duri ricorre un punto destinato a sollevare polemiche, cioè il ritorno alle alleanze con la sinistra. «Bisogna ricostruire il centrosinistra», dice Gianni Cuperlo, ma non è il solo a proporlo con l’argomento che non ci si espande più a destra.
Il primo banco di prova
Dunque si riuniranno stasera alla Camera, Speranza e compagni, insieme alla ventina di senatori dissidenti, perché «la prima verifica sarà questa riforma» e allora urge un summit per decidere che fare e capire quanta sostanza ci sia nelle aperture di Renzi. La strategia è presto detta: strappare il più possibile per dimostrare che «la musica cambia, se non cambia continuiamo la battaglia». «Io non ho problemi di numeri. Se vogliamo approvare la riforma della scuola senza modifiche lo facciamo domani, anche a costo di spaccare il Pd. Ma sarebbe un errore politico, è importante discutere nel Pd», dice Renzi. Che però sfida la minoranza, «prendiamoci pure altri 15 giorni e facciamo però un’assemblea in ogni circolo».
Mediazione cercasi
Gotor, colonnello di Bersani al Senato, fissa la linea di confine sulla scuola. Punti qualificanti: tetto ai finanziamenti e ai fondi di redistribuzione per non aumentare le disparità tra territori forti e quelli deboli. Limitare i poteri dei presidi nella valutazione degli insegnanti: «Per evitare conflitti d’interesse e discrezionalità e ridurre i rischi di arbìtri». Posto che anche i «buoni» della minoranza, quella cinquantina che votarono la fiducia all’italicum e che fanno capo a Martina, Amendola, Mauri, Damiano, chiedono modifiche sulla scuola di analogo tenore, è con i «cattivi» che va raggiunta un’intesa sulla scuola, altrimenti non si va lontano.
Complici le intemerate di Salvini che aiutano a rinsaldare le fila del Pd guardando al nemico esterno, Renzi si spende per pacificare. Le legnate sulla disciplina interna lasciano il segno, ma le aperture sulle riforme di più. Si aspettavano tutti che il segretario puntasse a spaccare gli avversari interni. E così è stato, ma sulle regole e la disciplina, Gotor chiede polemico cosa possa fare il premier. «Che fa, i fogli di via? Le lettere di espulsioni? Meglio evitare questioni disciplinari...». No, per la sinistra Pd il punto politico è chiaro: «il problema non è la minoranza parlamentare, puoi pure non ricandidarli, ma così non recuperi elettori», dice D’Attorre. Il punto è che visto che si è fermata l’espansione verso il centrodestra, «bisogna ricostruire il centrosinistra, riunificare quel campo e per farlo bisogna cambiare linea politica su alcuni punti. Perché si è visto che l’elettore di sinistra è indisponibile a votare comunque per chi fa cose che piacciono di più all’altra parte».
Gustavo Zagrebelski e Marco Revelli “Il vero nemico? La rassegnazione”
di M. Cal. Repubblica 8.6.15
GENOVA «È UN mondo fuori misura, e non possiamo continuare a starci dentro». Non in questo modo. «Perché la finanza ha fagocitato la politica, trasformandola in un semplice strumento esecutivo». Gustavo Zagrebelsky e Marco Revelli hanno dialogato per un’ora e mezza, molto più del previsto, ma il pubblico che affollava la sala del Maggior Consiglio avrebbe voluto ascoltarli ancora. Tra il giurista e lo storico, incalzati da Marco Damilano, è stato un emozionante inseguirsi di riflessioni. Secondo Zagrebelsky, «il dominio della tecnica associata all’economia ha cancellato l’epoca dei limiti, dei confini, e consacrato il potere». Il Dio finanziario. E la rassegnazione: «Il venir meno dei confini diventa corruzione, dà insignificanza al valore delle cose: la Terra non è più Madre ma un campo di battaglia, continuamente stuprato; gli interessi di pochi prevalgono sul bene comune; la sensibilità che ci portava a scandalizzarci di situazioni subumane e sovrumane, si è persa: viviamo tranquillamente consapevoli che milioni di persone muoiono di fame per colpa di interessi particolari, siamo assuefatti a che un centinaio di “famiglie” monopolizzi tre miliardi di persone».
Revelli ha denunciato lo «spaventoso capitalismo finanziario odierno » figlio della terza rivoluzione industriale: quella informatica. «Si è persa l’orizzontalità di destra-sinistra a scapito della verticalità tra chi sta nell’empireo dei cieli finanziari e chi nell’inferno della terra. Il potere gestionale e decisionale della politica è scomparso». Così si assiste al paradosso di Atene, dove «l’oligarchia europea (non elettiva) decide della Grecia a prescindere da quello che la Grecia ha deciso: e ordina al governo greco di fare male al proprio popolo». E in Italia? “Siamo un caso da studio degli effetti della globalizzazione sulla politica. Il nostro capo del governo è campione di riduzione dei tempi del potere legislativo e di esasperazione dei poteri dell’esecutivo», risponde lo storico. Per Gustavo Zagrebelsky, «le vere dimensioni politiche dell’ordine globale sono nell’empireo: i governi le eseguono e fanno polizia interna, dove per buon governo si intende quello fedele». È un mondo destinato ad implodere, come tutti i grandi imperi: «Perché ha la pretese di imporre l’uniformità», spiega il giurista. «Quando si comincia a dire che degli Stati possono fallire, si è molto lontani dall’idea originale: si pensa agli Stati come a della spa. Viviamo in un tempo in cui le alternative non esistono più, o sono bollate come impossibili».
La «lezione» di economia per la Coalizione di Landini (e Boldrini indica la strada)
di Enrico Marro Corriere 9.6.15
ROMA Se la sinistra a sinistra del Pd era alla ricerca di un programma economico, lo ha trovato nell’undicesimo rapporto sullo Stato sociale, presentato ieri dall’economista della Sapienza, Felice Roberto Pizzuti. Nell’aula 1 della facoltà di Economia e commercio sono intervenuti, tra gli altri, la presidente della Camera, Laura Boldrini, e il leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, reduce dalla due giorni nel vicino auditorium dei Frentani, dove ha cercato di dare una forma politica alla sua «Coalizione sociale». Se ai Frentani la cornice etica è stata dettata dal costituzionalista Stefano Rodotà, nell’aula 1 quella economica l’ha disegnata Pizzuti. Una lettura alternativa della crisi finanziaria, delle sue conseguenze e delle proposte per uscirne, esplicitamente keynesiane e ispirate a Federico Caffè, il grande e indimenticato economista di questa stessa facoltà, declinato in una versione più radicale di quella per esempio cara a Mario Draghi e Ignazio Visco (presidente della Bce e governatore della Banca d’Italia), due fra i suoi allievi di maggior successo.
In platea, tra gli studenti, si riconoscono Stefano Fassina, economista e parlamentare della minoranza pd; Alfonso Gianni, già braccio destro dell’ex leader di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, tra i primi a scoprire Pizzuti; Gian Paolo Patta, da sempre esponente della sinistra Cgil; Valentino Parlato, tra i fondatori del quotidiano il manifesto .
Pizzuti sintetizza i dati del rapporto, un lavoro serio e documentato al servizio di una tesi dichiarata: la difesa del Welfare State come mezzo per arginare le ingiustizie del capitalismo. La spesa sociale pro capite in Italia, dice il professore, è inferiore alla media europea e le persone «a rischio di povertà» o di «esclusione sociale» sono «17,3 milioni — circa 2,6 in più che nel 2010, pari al 29,4% della popolazione». La nostra produzione industriale «si è ridotta di circa un quarto, tornando ai valori di quasi 30 anni fa». Il tutto è avvenuto a spese di lavoratori e pensionati. Che fare? Siamo l’unico Paese, insieme alla Grecia, senza una forma di «reddito minimo garantito», sottolinea Pizzuti. Che propone anche flessibilità in uscita sulle pensioni, più spesa pubblica sull’istruzione, di spingere i fondi di previdenza integrativa a investire di più in Italia anziché all’estero, di coprire i buchi contributivi dei giovani quando non lavorano e di fissare diversi coefficienti di calcolo in base «alle diverse aspettative di vita connesse alle condizioni sociali e di lavoro».
«Il tempo è scaduto, bisogna agire», rilancia Boldrini, sottolineando che «l’assoluta priorità è il sostegno ai redditi più bassi» attraverso forme di reddito minimo di garanzia o con un fisco più progressivo. Quel che è certo, conclude, è che «le politiche economiche nazionali ed europee vanno radicalmente ripensate». Nemmeno il Jobs act va bene, dice infine Landini, «perché come fa a calare la precarietà se hanno aggiunto un contratto dove ti possono licenziare?». E nemmeno sulle pensioni c’è da fidarsi: «Vogliono la flessibilità in uscita solo perché così possono fare un po’ di assunzioni a tutele crescenti». Tocca al presidente dell’Inps, Tito Boeri, richiamare tutti a fare meno accademia e più proposte dettagliate e realistiche. E tocca al sottosegretario alla presidenza, Claudio De Vincenti, difendere gli 80 euro, perché «i consumi cominciano a riprendersi», e il Jobs act, perché «aumentano i contratti a tempo indeterminato». Ma questa è l’altra sinistra. Quella di governo.
di Enrico Marro Corriere 9.6.15
ROMA Se la sinistra a sinistra del Pd era alla ricerca di un programma economico, lo ha trovato nell’undicesimo rapporto sullo Stato sociale, presentato ieri dall’economista della Sapienza, Felice Roberto Pizzuti. Nell’aula 1 della facoltà di Economia e commercio sono intervenuti, tra gli altri, la presidente della Camera, Laura Boldrini, e il leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, reduce dalla due giorni nel vicino auditorium dei Frentani, dove ha cercato di dare una forma politica alla sua «Coalizione sociale». Se ai Frentani la cornice etica è stata dettata dal costituzionalista Stefano Rodotà, nell’aula 1 quella economica l’ha disegnata Pizzuti. Una lettura alternativa della crisi finanziaria, delle sue conseguenze e delle proposte per uscirne, esplicitamente keynesiane e ispirate a Federico Caffè, il grande e indimenticato economista di questa stessa facoltà, declinato in una versione più radicale di quella per esempio cara a Mario Draghi e Ignazio Visco (presidente della Bce e governatore della Banca d’Italia), due fra i suoi allievi di maggior successo.
In platea, tra gli studenti, si riconoscono Stefano Fassina, economista e parlamentare della minoranza pd; Alfonso Gianni, già braccio destro dell’ex leader di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, tra i primi a scoprire Pizzuti; Gian Paolo Patta, da sempre esponente della sinistra Cgil; Valentino Parlato, tra i fondatori del quotidiano il manifesto .
Pizzuti sintetizza i dati del rapporto, un lavoro serio e documentato al servizio di una tesi dichiarata: la difesa del Welfare State come mezzo per arginare le ingiustizie del capitalismo. La spesa sociale pro capite in Italia, dice il professore, è inferiore alla media europea e le persone «a rischio di povertà» o di «esclusione sociale» sono «17,3 milioni — circa 2,6 in più che nel 2010, pari al 29,4% della popolazione». La nostra produzione industriale «si è ridotta di circa un quarto, tornando ai valori di quasi 30 anni fa». Il tutto è avvenuto a spese di lavoratori e pensionati. Che fare? Siamo l’unico Paese, insieme alla Grecia, senza una forma di «reddito minimo garantito», sottolinea Pizzuti. Che propone anche flessibilità in uscita sulle pensioni, più spesa pubblica sull’istruzione, di spingere i fondi di previdenza integrativa a investire di più in Italia anziché all’estero, di coprire i buchi contributivi dei giovani quando non lavorano e di fissare diversi coefficienti di calcolo in base «alle diverse aspettative di vita connesse alle condizioni sociali e di lavoro».
«Il tempo è scaduto, bisogna agire», rilancia Boldrini, sottolineando che «l’assoluta priorità è il sostegno ai redditi più bassi» attraverso forme di reddito minimo di garanzia o con un fisco più progressivo. Quel che è certo, conclude, è che «le politiche economiche nazionali ed europee vanno radicalmente ripensate». Nemmeno il Jobs act va bene, dice infine Landini, «perché come fa a calare la precarietà se hanno aggiunto un contratto dove ti possono licenziare?». E nemmeno sulle pensioni c’è da fidarsi: «Vogliono la flessibilità in uscita solo perché così possono fare un po’ di assunzioni a tutele crescenti». Tocca al presidente dell’Inps, Tito Boeri, richiamare tutti a fare meno accademia e più proposte dettagliate e realistiche. E tocca al sottosegretario alla presidenza, Claudio De Vincenti, difendere gli 80 euro, perché «i consumi cominciano a riprendersi», e il Jobs act, perché «aumentano i contratti a tempo indeterminato». Ma questa è l’altra sinistra. Quella di governo.
Possibile e la coalizione sociale
di Pippo Civati Ciwati.it 5.6.15
Siccome
sono sollecitato da più parti sul punto, risponderò che domani non sarò
a Roma con la coalizione sociale lanciata da Maurizio Landini.
Non
certo per disinteresse o per contrarietà, ma perché rispetto fino in
fondo l'autonomia di soggetti sociali che si vogliono organizzare senza
un particolare riferimento alla politica parlamentare (e
rappresentativa). Confidando in una collaborazione e non in una
sovrapposizione, in uno scambio (virtuoso) e non in una confusione di
ruoli.
Penso che ci siano molte cose che si possano condividere
immediatamente – ad esempio le proposte che riguardano il reddito minimo
e la progressività fiscale, due punti su cui stiamo insistendo da tempo
– e una cultura politica da far maturare: direi ancora meglio una
«consapevolezza» da estendere, da far vivere nel Paese, rispetto alle
politiche economiche e sociali che passano sotto l'insegna del «non ci
sono alternative».
Mi permetto soltanto una domanda a Maurizio e alla
coalizione: riusciamo a promuovere dai nostri diversi punti di vista
una mobilitazione referendaria che tocchi alcuni temi nevralgici della
politica attuale e restituisca sovranità alle cittadine e ai cittadini?
Si tratta della stessa domanda che sto rivolgendo, in questi giorni, agli altri soggetti più dichiaratamente politici.
Sarebbe
straordinario discuterne e far maturare nel Paese sentimenti e ragioni
diversi da quelli che offre attualmente la politica. La domanda c'è: c'è
quella sociale e c'è quella politica. Pensiamoci.
All’assemblea di Coalizione sociale, con oltre 300 associazioni, applausi per Rodotà che ha attaccato Renzi Il leader della Fiom: ci siamo stancati di lavorare e non contare niente. “Facciamo paura, pronti a un altro Primo Maggio”
di Alberto Custodero Repubblica 8.6.15
ROMA «Sull’etica pubblica, il governo Renzi è più sfrontato di quel che
abbiamo visto nel passato». Coalizione sociale, seconda giornata.
Stefano Rodotà va al podio e infiamma la platea, confermando il feeling
con il mondo dei movimenti, mentre Maurizo Landini annuncia una grande
manifestazione di piazza. «Faremo il Primo Maggio d’autunno - avverte il
leader Fiom - perché diventa un elemento di unità del Paese. Ora
facciamo paura, ci batteremo, siamo stufi di non contare. Questo governo
non rappresenta la maggioranza del Paese. Ma non siamo a sinistra del
Pd». Landini non cita Marchionne, il suo nemico storico, ma se la
prende, a sorpresa, con Finmeccanica, i cui «vertici - spiega - hanno
avuto dal governo degli incentivi per alienare Ansaldo trasporti».
Quindi anche lui attacca il premier: «Renzi come Monti e Letta, esegue
diktat della Bce».
«Nostro compito è fare uscire dalla schiavitù decine di migliaia di
lavoratori - spiega poi il giurista - è in discussione la democrazia.
Renzi s’è mosso come se la società non esistesse. Ma ora si è accorto
che la società esiste». «Ridurre “Mafia Capitale” a un problema della
magistratura - dice ancora - è da garantismo da Prima Repubblica ».
Renzi, per Rodotà, anziché «trincerarsi dietro il garantismo, dovrebbe
dare attuazione all’articolo 54 della Costituzione, cacciando chi
disonora le istituzioni. Landini aggiunge: «Renzi si preoccupi di quelli
del Pd che vanno dentro». Ancora Rodotà: «Dobbiamo reinventarci i
diritti. Sbaglia il governo a volere una Consulta che tutela i diritti
solo se non c’è un costo. I risparmi dovuti al dimezzamento degli F35
vadano al mondo del lavoro».
È pienone, al centro Frentani di Roma per la giornata di chiusura della
“Cosa di sinistra” del leader Fiom Maurizio Landini. Trecento le
associazioni che, accanto al mondo sindacale, hanno aderito
all’iniziativa di Landini, dai militanti di Arci, ai centro sociali, ai
movimenti studenteschi come Onda, i militanti di Legambiente, di Action
“sfratti zero”, “Acqua bene comune”. Presenti per la prima volta le
associazioni di lavoratori autonomi come avvocati notai ragionieri a
partita Iva rimasti senza lavoro, in cerca di un approccio col mondo
sindacale. Ha esordito con un «Compagni...» il prete operaio don Peppino
Gambardella, che ha ricordato la solidarietà dei lavoratori della Fiat
di Pomigliano che devolvono le ore di straordinario ai loro colleghi
cassaintegrati. S’è presentato, cappellino e bastone, anche Oreste
Scalzone, fondatore di “Potere operaio”, che, a proposito del premier,
dice: «Alla sua sinistra si è aperta una voragine». Presenti alcuni
politici, Corradino Mineo (minoranza Pd), i senatori ex 5Stelle Fabrizio
Bocchino e Francesco Campanella, l’europarlamentare Curzio Maltese
della Lista Tsipras.
Ha accettato l’invito, ma senza aderire a Coalizione sociale, Libera di
don Ciotti. «Siamo stati invitati - spiega Giuseppe De Marzo - ma di
aderire non se ne parla. Rappresentiamo 1300 associazioni, impossibile
contattarle tutte e metterle d’accordo. A noi interessa lavorare ».
Da Agnoletto a Parlato, poi Scalzone Il ritorno al passato di Landini
Rodotà carica la platea di Coalizione sociale Il leader: paghiamo le tasse e vogliamo contare
di Andrea Garibaldi Corriere 8.6.15
ROMA È una cosa nuova la Coalizione sociale di Maurizio Landini, né di
sinistra, né di centro né di destra — dice lui — e non sarà un partito,
ma una formazione che dovrebbe «fare paura» all’altra parte, vale a dire
al governo Renzi. Ma è, tuttavia, una cosa attraente per personaggi che
hanno avuto un ruolo nella sinistra italiana. Ecco, dunque, nei due
giorni di «costituente» ideata dal segretario dei metalmeccanici Cgil,
apparire il professore urbanista Pancho Pardi, che una notte
dell’inverno 2002 Nanni Moretti promosse futuro leader dell’Ulivo e finì
senatore con Di Pietro. Ecco Valentino Parlato, ottantaquattro anni,
più volte direttore del Manifesto . E Alfonso Gianni, già
sottosegretario per Rifondazione nel secondo governo Prodi. E Andrea
Alzetta, detto Tarzan, per come si arrampicava ad occupare case. Va sul
palco Gigi Malabarba, ammiratore di Trotzkij e del subcomandante Marcos.
C’è la costituzionalista Lorenza Carlassarre, che parla della
Costituzione «buttata a mare» da Renzi e dai suoi. Si siede in prima
fila Corradino Mineo, senatore pd, sostituto in commissione per la sua
opposizione alla riforma del Senato.
Si sono visti, nelle sale del centro congressi Frentani, Vittorio
Agnoletto, portavoce del Genoa Social forum durante il G8 del 2001, e
Franco Piperno e Oreste Scalzone, leader di Potere operaio e imputati
nell’inchiesta 7 aprile. Poi, ci sono i nuovi come Francesco Raparelli,
animatore delle Camere del lavoro autonomo e precario, Michele Curto,
protagonista dell’occupazione della caserma dismessa di via Asti a
Torino e promotore dei Treni della memoria ad Auschwitz, Massimo
Covello, sindacalista nella Calabria assediata dalla ‘ndrangheta. E
anche — tollerato — Marco Cusano, operaio Fiat dei Cobas, licenziato a
Pomigliano d’Arco, avendo inscenato il finto suicidio di Marchionne.
Milleottocento presenze, un quarto sotto i 35 anni, metà lavoratori a
tempo indeterminato, trecento associazioni. Da portare dove? L’impianto
teorico lo fornisce Stefano Rodotà. Primo: ridare rappresentanza al 50
per cento dei non votanti. Secondo: ricostruire l’etica civile, mentre
«il garantismo di Renzi è peloso, ipocrita, dice che non può intervenire
sugli indagati finché la sentenza non è definitiva e dovrebbe invece
affidarsi alla Costituzione («chi ha funzioni pubbliche deve adempierle
con disciplina e onore»). Terzo: interrompere lo sfruttamento nel mondo
del lavoro. Quarto: difendere la democrazia da Renzi, che la vorrebbe
«senza popolo».
La pratica la spiega Landini: «Non vogliamo essere fuorilegge, ma
vogliamo cambiare le leggi che cancellano i diritti delle persone».
Pensa all’abolizione dell’articolo 18, agli sgravi fiscali per chi
finanzia le scuole paritarie, all’attacco in corso alla contrattazione
collettiva. «Renzi è come Monti e Letta, esecutore dei diktat della Bce.
Ci siamo rotti di pagare le tasse e non contare nulla». Quindi,
moltiplicare le iniziative in spazi pubblici non usati e poi ritrovarsi
fra tre mesi «perché anche in autunno possano sbocciare i fiori, un
primo maggio in autunno». Manifestazioni, referendum, si vedrà
Piperno e Scalzone nella platea di Landini
I compagni di strada di Potere operaio che sarebbe meglio perdere
di Maria Teresa Meli Corriere 8.6.15
C’erano anche Franco Piperno e Oreste Scalzone — che, con Toni Negri,
fondarono Potere Operaio — alla convention di Landini. Compagni di
strada che è meglio perdere.
Grazie all’occhio attento di una giovane cronista dell’ Huffington Post ,
che, nonostante l’età, conosce anche i pezzi dell’antiquariato
politico, non è sfuggita la partecipazione alla convention di Maurizio
Landini di Franco Piperno, classe 43, e Oreste Scalzone, classe 47. Un
duo un tempo assai affiatato (ma anche ora i rapporti sono ottimi).
Anzi, per amor di precisione, all’epoca a cui ci si riferisce, Piperno e
Scalzone componevano con Toni Negri un trio. Insieme fondarono Potere
operaio. Insieme, come equilibristi non molto saldi sulle gambe si
inerpicarono su quel filo che divideva le Brigate rosse dai movimenti di
sinistra che non disdegnavano le spranghe, i roghi e le pistole. Poi
c’è stata la galera, la fuga in Francia, ci sono stati i libri, le
dichiarazioni e infine il semi-oblio. Scalzone è tornato a farsi vivo di
recente. Con le lotte di Pomigliano d’Arco, tanto care a Landini.
Piperno è rimasto più defilato. Ma nel 2011 ha scatenato una notevole
polemica, quando, nel decimo anniversario dell’attentato alle Torri
gemelle, ha definito quel gesto un «evento dalla bellezza sublime»,
«compiuto da un pugno di audaci intellettuali». Per quell’atto provava
«ammirazione», per quanto (bontà sua) «non scevra da raccapriccio».
L’altro giorno Renzi — che Landini si è scelto come l’avversario
perfetto — criticava quella sinistra che è convinta che «il passato sia
stata la pagina più bella» ed è invece preoccupata del futuro (il
riferimento alla Coalizione sociale era voluto e non casuale). Ma il
premier è giovane. Aveva solo tre anni quando Piperno nel ‘78 esaltava
la «geometrica potenza dispiegata dalle Brigate rosse a via Fani».
Quella era una brutta pagina del passato. E la sinistra la ricorda come
tale. Insieme ad altre, che a guardarle adesso, un po’ ingiallite e un
po’ sgualcite, incarnate da uomini che cercano un’ennesima nuova vita,
in fondo sempre uguale a se stessa, nella Coalizione sociale, non fanno
paura: diffondono solo un’infinita mestizia. Sono come la pagine di quei
racconti che ti mettono il magone e che preferiresti chiudere di scatto
e non prendere mai più in mano. Chissà se Landini in cuor suo ha dato
peso o no a quelle due presenze. Chissà se ha capito che per averla
vinta sullo «storytelling» renziano è meglio perdere qualche compagno di
strada.
Effetto-astensione nelle regioni rosse così si è svuotato il serbatoio dem
Le elezioni della scorsa settimana hanno mostrato nuovi segnali di
distacco tra il Pd e la sua base elettorale nelle tradizionali
roccaforti della sinistra
di Ilvo Diamanti Repubblica 8.6.15
LE “Italie politiche” non sono più quelle di una volta. L’avevamo già
osservato negli ultimi anni. In seguito all’affermarsi di due nuovi
fenomeni “nazionali”. Il M5S, alle elezioni politiche del 2013, e il Pd
di Renzi, il PdR, alle Europee del 2014. Consultazioni molto diverse,
per significato e regole. Ma in entrambi i casi avevamo assistito al
ridursi delle differenze storiche e territoriali del voto. L’anno
scorso, in particolare, il Pd aveva prevalso in quasi tutte le province
italiane. Comprese quelle, storicamente ostili, del Nord-Est. Compreso
il Lombardo-Veneto, un tempo Demo-Socialista e, in seguito,
Forza-Leghista. Questa volta, però, qualcosa è cambiato di nuovo. In
modo sensibile. Perché la Zona Bianca (dove nella prima Repubblica aveva
dominato la Democrazia Cristiana) è ancora Forza-Leghista. O meglio,
Lega- Forzista. Visto l’exploit della Lega e del governatore uscente,
Luca Zaia. Rieletto, con il sostegno di oltre il 50% dei votanti. Ma la
Zona Rossa, tradizionale regno del Pci e della sinistra post-comunista,
oggi appare meno Rossa. Sempre meno di sinistra. Certo, alle recenti
elezioni, in tutte le “regioni rosse” – Toscana, Umbria, Marche e,
l’anno scorso, Emilia Romagna - si sono affermati i candidati di
Centro-sinistra. Tuttavia, dietro al bilancio misurato con criteri
“maggioritari”, si scorge un paesaggio politico profondamente mutato.
Anzitutto, conviene rammentarlo, la vittoria in Umbria è apparsa,
all’inizio, incerta. E poi, soprattutto, nelle Regioni (un tempo) rosse
dove si è votato nell’ultimo anno, infatti, i candidati del
Centrosinistra hanno perduto 8 punti e mezzo, tra i votanti, rispetto
alle elezioni del 2010. E 1 milione e 200 mila elettori. Mentre
nell’insieme delle Regioni al voto hanno subito un calo molto più
limitato: 3 punti e mezzo. E circa due milioni di voti. A sottolineare
che l’arretramento, nell’ultimo periodo, è avvenuto soprattutto nelle
terre un tempo “amiche”. Attraversate da segni di logoramento,
annunciati, con largo anticipo, dai più attenti osservatori di questo
territorio politico. (In particolare: Carlo Trigilia, Francesco Ramella e
Mario Caciagli. E, in prospettiva diversa, da Antonio Gesualdi.)
D’altra parte, le reti associative e comunitarie, costruite e rafforzate
nei decenni, intorno all’organizzazione di massa del Pci, appaiono
usurate e, talora, lacerate. L’avvento, nel Pd, di Renzi ha prodotto
l’ultimo strappo. Limitato, per un po’, dalla “colla” dell’identità.
Che, come si è detto, ha spinto gli elettori di sinistra a votare per il
Pd “nonostante” Renzi. Come altrove, in particolare nel Nord, ha
indotto gli elettori di Renzi a votare per il PdR “nonostante” il Pd. Ma
oggi e da qualche tempo - questa convergenza di elettorati - sempre più
lontani, fra loro - non funziona più. E Renzi non riesce a intercettare
i diversi flussi del “voto nonostante”. Nelle Zone Rosse di una volta,
in particolare, molti elettori sfogano la loro delusione nel non-voto.
Così, nelle 11 Regioni (a statuto ordinario) che si sono recate alle
urne nell’ultimo anno, il calo della partecipazione elettorale, rispetto
alle elezioni precedenti, appare sensibile: circa 11 punti in meno. Ma
senza paragone con quanto è avvenuto nelle cosiddette Zone Rosse, dove
l’astensione è cresciuta quasi del doppio. Cioè, di quasi 20 punti. In
particolare, di 12-13 punti in Toscana e nelle Marche. E addirittura di
30 in Emilia Romagna, lo scorso novembre. (Quando, peraltro, nell’altra
regione al voto, la Calabria, l’astensione risultò inferiore). Così, se
si esamina l’andamento del voto (non solo) nelle zone rosse rispetto
alle elezioni precedenti, emerge, con una certa chiarezza, come il Pd e
il Centro-sinistra abbiano “tenuto” maggiormente dove la fuga dalle urne
è stata meno ampia. Meno profonda. Mentre alcuni settori del voto di
Centro-sinistra si sono orientati verso il M5S. Insomma: il Pd e il PdR
non sembrano aver trovato integrazione reciproca, al momento del voto,
quest’anno. Le tensioni interne alla base elettorale di Centro-sinistra
si sono tradotte in fratture. Difficili da riassumere e tanto più da
saldare. Così, (come suggeriscono i flussi elettorali stimati
dall’Istituto Cattaneo in alcune importanti città) una parte degli
elettori del Pd, (non solo) nelle Regioni Rosse, ha preferito non
votare, piuttosto che votare per il PdR, il Partito di Renzi. Oppure ha
scelto il M5S. Il voto del “disagio”. Della protesta contro “Roma
capitale”. Intesa, come il Partito e il governo centrale.
I segnali del distacco degli elettori dai loro riferimenti politici
tradizionali, in quest’area, si erano, peraltro, già manifestati, in
modo eclatante, in altre recenti elezioni amministrative. Quando, negli
ultimi anni, erano già cadute alcune roccaforti storiche della Sinistra.
Fra le altre: Livorno, Perugia, Urbino.
Sull’altro versante, nel Centrodestra, è, invece, cresciuta la Lega,
come abbiamo già sottolineato. Il Forza-Leghismo si è trasformato in
Lega-forzismo. Anche nelle zone rosse. Quel “gran pezzo dell’Emilia”,
raffigurato con tanta efficacia da Edmondo Berselli, lo scorso novembre,
attribuì al candidato leghista circa il 30% dei voti. Mentre in
Toscana, Umbria e nelle Marche, la Lega ha superato, largamente, quel
che resta di Fi. D’altra parte, l’insicurezza si è diffusa anche in
queste aree. E il “collezionista delle paure”, come Ezio Mauro ha
definito Matteo Salvini, ha incontrato un seguito crescente. Anche in
quest’isola non più felice.
Così, oggi, la geografia elettorale che ha caratterizzato l’Italia nel
dopoguerra - e fino all’inizio di questo decennio - si conferma in
profondo mutamento. E, in parte, si distingue e distanzia rispetto a
quanto avevamo osservato un anno fa, in occasione delle elezioni
europee. Perché, rispetto ad allora, si osserva il riemergere delle aree
“verde-azzurro”. In particolare dove, un tempo, c’era la zona bianca.
Cioè: in Veneto. Ma, in generale, ritroviamo le radici di Centro-Destra
diffuse in tutto il Nord. Nel Lombardo-Veneto, soprattutto. E, (di
nuovo) anche in Liguria. Mentre le regioni rosse dell’Italia centrale si
sono scolorite. Oggi disegnano e designano, al più, una “zona
rosa-pallido”.
Così, diventa difficile capire e pre-vedere le mappe e le gerarchie
elettorali future del nostro Paese. L’ho già scritto, ma mi sembra,
comunque, utile ripeterlo. Ogni elezione futura, di qualunque tipo,
ormai, è un “salto nel voto”. In un Paese, ogni volta, diverso.
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