Quante volte avete sentito parlare di un "nuovo inizio", negli ultimi due decenni? A Roma, mi dicono, si usa un'espressione colorita per definire chi stenta ad imparare dai propri errori, ma meglio censurarla.
Di questa eventuale macedonia che va da Che Guevara a Madre Teresa - della quale vengono indicati riferimenti internazionali che hanno sì un collegamento formale tra loro ma che sono in realtà molto diversi: la Linke sta discutendo di allearsi con la SPD, mentre Syriza sfonda grazie alla sua intransigenza e Podemos è una cosa ancora diversa - non si capisce nulla se non che è destinata a seguire le orme di Ingroia: non si sa cosa voglia, né dove voglia andare.
E' anti capitalista? E' antiliberista? E' riformista? Orbita attorno al PSE, il partito di Fassina e Civati, come voleva Vendola fino a qualche mese fa?
Io so ad esempio cosa pensa la Lega sull'UE, so cosa pensa Grillo, so cosa pensa il PD, cosa pensa Berlusconi, ma cosa pensa la sinistra non lo so. Con Guido - del quale ho grande stima come studioso ma che, erede di una certa tradizione del Pci romano, è a mio avviso un incorreggibile entusiasta nelle faccende politiche - non sono dunque d'accordo. Ma a questo siamo entrambi abituati e so che lui non ci perderà certamente il sonno. Il puntuale intervento del Minuscolo Zio non fa che rafforzarmi nella mia perplessità.
La frantumazione politica degli ultimi decenni è la conseguenza di una frantumazione sociale ancora più grave. Anzi, c'è da stupirsi della singolare capacità di resistenza della sinistra politica organizzata in Italia: ci sono voluti 20 anni dopo la caduta del Muro per dissolverla. Tanto potente era il patrimonio accumulato nel XX secolo che per due decenni abbiamo vissuto di rendita; ma proprio per questo - proprio perché in Italia c'era il partito comunista più forte d'occidente, come spesso si dice con retorica nostalgica - molto più complicato che altrove sarà ricostruire una sinistra degna di questo nome.
E' anti capitalista? E' antiliberista? E' riformista? Orbita attorno al PSE, il partito di Fassina e Civati, come voleva Vendola fino a qualche mese fa?
Io so ad esempio cosa pensa la Lega sull'UE, so cosa pensa Grillo, so cosa pensa il PD, cosa pensa Berlusconi, ma cosa pensa la sinistra non lo so. Con Guido - del quale ho grande stima come studioso ma che, erede di una certa tradizione del Pci romano, è a mio avviso un incorreggibile entusiasta nelle faccende politiche - non sono dunque d'accordo. Ma a questo siamo entrambi abituati e so che lui non ci perderà certamente il sonno. Il puntuale intervento del Minuscolo Zio non fa che rafforzarmi nella mia perplessità.
La frantumazione politica degli ultimi decenni è la conseguenza di una frantumazione sociale ancora più grave. Anzi, c'è da stupirsi della singolare capacità di resistenza della sinistra politica organizzata in Italia: ci sono voluti 20 anni dopo la caduta del Muro per dissolverla. Tanto potente era il patrimonio accumulato nel XX secolo che per due decenni abbiamo vissuto di rendita; ma proprio per questo - proprio perché in Italia c'era il partito comunista più forte d'occidente, come spesso si dice con retorica nostalgica - molto più complicato che altrove sarà ricostruire una sinistra degna di questo nome.
Nel XIX secolo i partiti socialisti nacquero non per decreto ma al maturare di alcune condizioni oggettive. La preparazione di queste condizioni prevede sì anche un forte impegno soggettivo e volontaristico, ma è un lavoro complicato che ha bisogno di chiarezza e non di scorciatorie organizzativistiche né di inesistenti conigli dal cilindro.
Se l'alternativa è tra questa cosa qua e le 4 o 5 costituenti comuniste - da quella di Sorini a quella di De Silli - siamo a posto. Spero - ma ci credo poco - che Landini sia estraneo a queste cose e che faccia il suo lavoro con calma. L'unica prospettiva della Armata Brancaleone che si profila, invece, è - come mette in evidenza Sorgi nell'articolo che posto più sotto - quella di lucrare rendite di posizione costringendo Renzi a varare un nuovo centrosinistra [SGA]. [SGA].
La carica dei mini-partiti Vince chi fa perdere
di Marcello Sorgi La Stampa 25.6.15
La nascita di una nuova formazione/movimento/partito a sinistra, dopo
l’uscita di Fassina dal Pd, e a destra dopo le scissioni di Alfano e
Fitto da Forza Italia, sollecita una domanda: com’è possibile questa
crescente frantumazione politica nel Parlamento che ha appena approvato
una legge che prevede una competizione tra due sole liste, e non più due
coalizioni? Certo, l’alleanza di Fassina, Cofferati, Civati, Fratoianni
e forse l’intera Sel può ambire a superare il 3 per cento che
rappresenta la soglia minima prevista dall’Italicum per entrare alla
Camera. Ma se l’ambizione è di rappresentare una diversa sinistra di
governo, alternativa a quella di Renzi e del centrosinistra, con
percentuali così basse, ma anche leggermente superiori, non si va molto
lontano. Se invece l’obiettivo era quello di portare fuori dal Pd quel
che rimane della componente post-comunista sconfitta all’ultimo
congresso, Fassina e Civati ci hanno pensato troppo tardi: ormai la
parte più consistente degli ex-Pci, o è passata con Renzi, o si è
collocata in posizione dialogante con lui.
Analogo discorso riguarda il centrodestra. L’ipotesi, che accomuna
Alfano e Fitto, di intercettare i voti berlusconiani man mano che la
crisi politica dell’ex-Cav. diventa irreversibile, teoricamente
ragionevole, s’è rivelata impraticabile da quando a destra è comparso il
ciclone Salvini; e soprattutto da quando è diventato chiaro che con la
metà della gente che non va più a votare, le elezioni le vince chi
riesce a mobilitare meglio i propri elettori, come appunto ha fatto
l’altro Matteo, attirando dalla sua parte anche un buon numero di voti
ex-Forza Italia.Malgrado ciò, chi fonda un partitino, oggi, ha diversi possibili sbocchi: primo, porre le premesse per la sconfitta del partito da cui è uscito (è il modello Liguria, inaugurato da Cofferati e Civati, ma replicato in Puglia da Fitto e Alfano); secondo, sperare in un nuovo cambiamento della legge elettorale, che riapra la strada al confronto, non tra liste, ma tra coalizioni (all’interno delle quali è possibile negoziare la propria presenza, a fronte di qualche garanzia programmatica, e del timore dei partiti maggiori di perdere le elezioni anche per pochi voti); terzo, alla peggio, sfruttando lo stesso timore, trattare per entrare in una “lista-contenitore” (copyright Berlusconi), riservandosi di fondare successivamente un proprio gruppo in Parlamento. Delle tre ipotesi, la prima, alla prova dei fatti, risulta la più sperimentata. Con buona pace del bipolarismo che le Camere hanno tentato di rimettere in piedi votando l’Italicum.
Cofferati, Civati, Fassina….
Minuscolo Zio, 24 giugno, 2015
A sinistra del Pd un nuovo inizio
Coalizione in movimento. Soggetto plurale, saldamente collegato all’Europa di Syriza, Linke e Podemos. Con una «tavola dei valori» sui temi fondamentali, ma soprattutto una «fusione a caldo» delle diverse anime. Con un orizzonte che non sia elettorale
Guido Liguori il Manifesto 25.06.2015
Sembra si sia finalmente giunti alla sia pur faticosa gestazione di un nuovo soggetto unitario della sinistra. È un tema ineludibile, non più rinviabile. Le recenti elezioni regionali hanno infatti visto due vincitori: nell’area di centrodestra la Lega, nell’area di centrosinistra il non voto.
È ragionevole pensare che il Pd renziano sia imbrigliato in contraddizioni destinate a durare, vista la linea politica del premier e il suo blocco sociale di riferimento. Oggi le paga soprattutto in termini di astensionismo, poiché le forze che si muovono alla sua sinistra non sono state ancora in grado di rendersi visibili al paese. Che non è fatto – chiariamolo una volta per tutte – di militanti capaci di spaccare il capello in quattro, o di avidi lettori di giornali e social network, ma di persone «in carne e ossa», più che mai alle prese con problemi materiali notevoli e con alle spalle un deserto pluridecennale in termini di cultura politica, che ha tolto loro la possibilità di leggere la realtà mediante occhiali in grado di fondere interessi, passioni, progetti.
La sinistra a sinistra del Pd fino a ora non cresce. E come potrebbe? Appare da anni divisa e rissosa, piena di personalismi. In ogni elezione si presenta in ordine sparso (addirittura, nelle ultime elezioni, in alcune regioni in alleanza e in altre in alternativa al Pd), con sigle sempre differenti, localmente con nomi diversi, riconoscibili solo per un piccolo gruppo di militanti «irriducibili». Ma ciò che può avere un senso per i militanti, non lo ha automaticamente a livello elettorale, a livello di grandi numeri. Qui, ci piaccia o no, valgono altre leggi: più semplici, solo in apparenza più facili, forse più rozze.
Che fare? Provo a elencare qualche snodo decisivo, al centro della discussione tra le forze che stanno adoperandosi per questo parto più arduo del previsto.
In primo luogo, occorrerebbe a mio avviso varare al più presto un nuovo soggetto articolato e plurale, con un nome e un simbolo che non cambino ogni sei mesi, che parlino a tutti e tutte, identificabili chiaramente come «di sinistra». Non deve essere solo un cartello elettorale, che di fronte al primo insuccesso si sfascia. Deve essere una forma politica nuova in cui ci sia spazio per individui singoli (che non fanno parte di nessun soggetto collettivo) e partiti politici, associazioni e giornali, riviste e centri culturali. In questo quadro, il ruolo dei partiti già esistenti è a mio avviso essenziale. La soluzione migliore mi pare quella della doppia tessera, poiché è importante partire superando perplessità e mal di pancia dei militanti e dei dirigenti delle formazioni politicheesistenti, che (forse non a torto) avrebbero qualche remora nel lasciare il noto, molto imperfetto, per lo sconosciuto, per quanto potenzialmente migliore.
Per non ricadere nelle vecchie, fallimentari e paralizzanti logiche federative, però, ci si deve basare su un principio democratico chiaro: una testa, un voto. Deve essere una formazione saldamente collegata al Partito della Sinistra Europea, ovvero a Syriza, ma anche alla Linke e al Pcf e a Izquierda Unida: forze anche molto diverse, che però hanno capito che bisogna cercare di lottare insieme, e su scala europea, contro il neoliberismo e per un’altra Europa, e che per questo fanno parte del Gue (a cui afferisce, non va dimenticato, anche Podemos).
In secondo luogo, a questa nuova formazione politica si aderisce in base al programma. Anzi, ai due programmi. Un «programma fondamentale», o una «tavola dei valori», se si preferisce, soprattutto rivolto ai potenziali militanti, che dica che tipo di società e di convivenza umana si ritiene auspicabile (o necessaria) nel lungo periodo: un decalogo di principi chiari e distinti su questioni fondamentali quali, ad esempio, la scelta della priorità del bene pubblico, delle libertà (anche sui temi eticamente sensibili), della espansione della democrazia, della pluralità delle forme economiche, del rispetto ambientale, ecc.
E un «programma di governo» semplice e chiaro, rivolto in primo luogo agli elettori: pochi punti che tutte e tutti possano intendere e che non siano una fiera demagogica, un libro dei sogni, ma qualcosa che si potrebbe realizzare in pochi anni, anche nel campo della produzione e distribuzione del reddito. Qualcosa di avvertito come fattibile per i più, insomma. Con un respiro di governo, anche se si parte dall’1%, perché bisogna sempre pensare in grande e in modo non subalterno. Il che vuol dire nutrire delle ambizioni e non proporsi l’obiettivo di «cambiare il Pd». Dunque fuori dal Pd e senza il Pd, anche in prospettiva, che ci sia o non ci sia Renzi. E non nell’alveo del «socialismo europeo»», da anni fautore di politiche neoliberiste appena più umanitarie di quelle della Merkel.
In terzo luogo, a partire dalle forze attualmente già in campo, è auspicabile che si formino gruppi dirigenti giovani e plurali, soprattutto a livello nazionale, che aprano una fase di crescita collettiva. Basta coi settarismi, le preclusioni, i leaderismi, i veti. Non si deve «rottamare» nessuno, ma è indispensabile parlare pure ai più giovani, che non solo noi, ma quasi tutta la politica intercetta solo in minima parte. Un ricambio anche generazionale si impone, fermo restando che anche chi è anziano è chiamato a dare – in questo momento decisivo – il massimo di ciò che può dare.
Vi è senza dubbio un problema di riconoscibilità mediatica, ma non vi può essere né il ricorso al «caro leader» di turno, né l’affidamento a una ristretta élite, sia pure di estrema sinistra. Il nuovo gruppo dirigente deve aprire una fase di coinvolgimento e crescita di gruppi dirigenti locali che non siano fatti col bilancino: bisogna iniziare una «fusione a caldo» fra le varie anime di questo nuovo soggetto politico. Occorre uno scatto di antisettarismo, una scelta di collegialità.
Da ultimo, la cosa più importante: il nostro orizzonte non deve essere la sconfitta di Renzi o le prossime elezioni. Bisogna vivere e crescere nella società proponendo un diverso modello di sviluppo, azioni concrete per il lavoro, per il reddito, per i giovani, per il welfare, per i più deboli, per i diritti. Bisogna riconoscere che le classi e la lotta di classe ancora esistono, ma anche saper vedere le forme nuove in cui oggi vivono e le altre questioni con cui si intersecano e che concorrono concretamente a fare la felicità degli individui. Le elezioni andranno bene se si lavorerà prima, nei quartieri, nelle fabbriche, nelle scuole, nella sanità, tra i giovani disoccupati, nelle lotte. E anche se si elaborerà una piattaforma culturale che cerchi di dire davvero cosa deve essere la «terza fase della lotta per il socialismo» o «il socialismo del XXI secolo» di cui si parla da alcuni lustri. La sfida egemonica sarà lunga, lunghissima, ma da qui occorre partire.
Dall’ascesa di Matteo all’incubo di un partito dove non ci si parla più
Oggi molti restano dentro, ma in attesa rassegnata Forse è meglio riconoscere che bisogna dirsi addiodi Federico Geremicca La Stampa 25.6.15
Cofferati a gennaio, Pastorino a marzo, Civati a maggio, Fassina e Gregori a giugno... Magari non è un’emorragia - come quella dalle urne delle regionali - ma il rubinetto del Pd comincia a perder acqua.
Goccia a goccia, mese dietro mese... Gli ultimi due ad andarsene sono stati la Gregori - giovane deputata di Tivoli - e Stefano Fassina, uno che dal 4 gennaio dell’anno scorso, diciamoci la verità, non era altro che un morto che camminava: politicamente parlando, s’intende.
Il famoso «Fassina chi?», sussurrato da Matteo Renzi ai giornalisti proprio in quel giorno d’inizio anno, determinò le immediate dimissioni da viceministro con Letta del più eretico dei bocconiani: era un’avvisaglia. Restò nel Pd - anzi, ci è rimasto ancora diciotto mesi - ma fu chiaro a tutti che la sua corsa (Renzi imperante) era finita lì. Stagioni di tormenti politici, le uscite di altri «compagni di strada» e l’indifferenza del premier-segretario ad ogni richiesta di cambiar rotta, alla fine hanno convinto Fassina che l’ora era suonata. Era suonata già molto prima, in verità: ma questo nulla toglie alla rilevanza del gesto. E aggiunge qualcosa, anzi, al travaglio che deve averlo accompagnato.
E’ un peccato per chi continua a credere che i partiti e le loro discussioni interne ancora abbiano un senso. Ed è anche una perdita, in realtà: perché non erano in pochi a immaginare che il duello perfetto per le future primarie del Congresso che verrà poteva essere proprio quello tra il «destro» Renzi e il radicalissimo Fassina. Andrà in un altro modo, e vedremo come. Ma per i tanti inquieti che affollano la minoranza Pd, il segnale è chiaro e forte: se molla perfino un dirigente che un anno e mezzo fa era viceministro e prima sedeva in segreteria con Bersani, quale altra strada è percorribile al di là dell’abbandono?
Quando si parla, si scrive o si ragiona intorno a ipotetiche scissioni nel Pd, la reazione dei «lealisti» e dei possibili scissionisti è servita in fotocopia: «Fesserie, va tutto bene, restiamo nella stessa casa». Poco importa che la casa, intanto, perda intonaco, mostri crepe e rischi di andare alla malora. L’importante è resistere un minuto in più dell’avversario. Ed è per questo, in fondo, che quando invece qualcuno molla - oggi Fassina, ieri gli altri - l’atto è accolto quasi come una diserzione, un vulnus all’illusione che sia cosa buona e giusta restare comunque assieme: a qualunque costo e qualunque cosa accada.
Lo confermano, a ben vedere, persino le reazioni all’uscita dal partito di Stefano Fassina, che oggi è accompagnato alla porta con blande solidarietà (Bersani: «Oggi il Pd è più povero»), accuse di codardìa (Guerini: «Abdica alla sfida del cambiamento») e perfino di alto tradimento (Orfini: «E’ stato viceministro sostenuto da Berlusconi, perché se ne va ora?»). Uno che va via, infatti, rovina l’antica e rassicurante favola: «E’ solo dialettica, il Pd è un partito unito». E invece è dall’indigerita ascesa di Matteo Renzi che il Pd non è più unito: e a questo punto, riconoscerlo e trarne qualche conseguenza, potrebbe esser meglio che continuare a far finta di niente.
Perché intendiamoci: il Partito democratico può gestire i suoi affari interni come crede, fingere unità mentre affila i coltelli e simulare - quando riesce - un comune sentire che non esiste più. Se non fosse che il Pd è il maggior partito di governo, amministra Regioni e città e rischia - anzi ha già rischiato - di sentirsi rivolgere la contestazione che solitamente veniva rivolta alla vecchia e litigiosissima Dc: non potete scaricare le vostre divisioni sulle istituzioni, paralizzandole.
In effetti, è paralizzata Roma: e non solo per gli affari di Mafia Capitale, ma per il solito - preesistente e perdurante - duello tra amici e nemici di Renzi. E’ paralizzata la Campania: dove litigi e divisioni hanno reso imbattibile la candidatura di De Luca alle primarie e alla presidenza, col corollario di guai che poi ha generato. Ed è di fatto annientata la possibilità che Renzi apra a confronti e modifiche vere su questo o quel passaggio delicato, visto che la fiducia reciproca è a livelli tali da trasformare un ipotetico dialogo in un campo zeppo di trappole e di tagliole.
Il Partito democratico, dunque, può gestire fino a un certo punto i suoi affari interni come crede: oltre quel punto, infatti, pagherà - perché lo avrà fatto pagare al Paese - un prezzo che rischia d’esser alto. Saggezza e realismo consiglierebbero scelte conseguenti e chiare, da parte d’un fronte e dell’altro. Chiare come la decisione degli «scissionisti» - Cofferati, Civati, Fassina e altri - di riunirsi sabato 4 luglio per aprire la via a un nuovo soggetto politico. E chiarezza per chiarezza, si immagina che fissare il «battesimo» della creatura proprio nel giorno dell’americanissimo e capitalissimo «Independence Day», sia stato solo un caso. A meno che, naturalmente, anche loro non abbiano una indipendenza da festeggiare...
Cofferati a gennaio, Pastorino a marzo, Civati a maggio, Fassina e Gregori a giugno... Magari non è un’emorragia - come quella dalle urne delle regionali - ma il rubinetto del Pd comincia a perder acqua.
Goccia a goccia, mese dietro mese... Gli ultimi due ad andarsene sono stati la Gregori - giovane deputata di Tivoli - e Stefano Fassina, uno che dal 4 gennaio dell’anno scorso, diciamoci la verità, non era altro che un morto che camminava: politicamente parlando, s’intende.
Il famoso «Fassina chi?», sussurrato da Matteo Renzi ai giornalisti proprio in quel giorno d’inizio anno, determinò le immediate dimissioni da viceministro con Letta del più eretico dei bocconiani: era un’avvisaglia. Restò nel Pd - anzi, ci è rimasto ancora diciotto mesi - ma fu chiaro a tutti che la sua corsa (Renzi imperante) era finita lì. Stagioni di tormenti politici, le uscite di altri «compagni di strada» e l’indifferenza del premier-segretario ad ogni richiesta di cambiar rotta, alla fine hanno convinto Fassina che l’ora era suonata. Era suonata già molto prima, in verità: ma questo nulla toglie alla rilevanza del gesto. E aggiunge qualcosa, anzi, al travaglio che deve averlo accompagnato.
E’ un peccato per chi continua a credere che i partiti e le loro discussioni interne ancora abbiano un senso. Ed è anche una perdita, in realtà: perché non erano in pochi a immaginare che il duello perfetto per le future primarie del Congresso che verrà poteva essere proprio quello tra il «destro» Renzi e il radicalissimo Fassina. Andrà in un altro modo, e vedremo come. Ma per i tanti inquieti che affollano la minoranza Pd, il segnale è chiaro e forte: se molla perfino un dirigente che un anno e mezzo fa era viceministro e prima sedeva in segreteria con Bersani, quale altra strada è percorribile al di là dell’abbandono?
Quando si parla, si scrive o si ragiona intorno a ipotetiche scissioni nel Pd, la reazione dei «lealisti» e dei possibili scissionisti è servita in fotocopia: «Fesserie, va tutto bene, restiamo nella stessa casa». Poco importa che la casa, intanto, perda intonaco, mostri crepe e rischi di andare alla malora. L’importante è resistere un minuto in più dell’avversario. Ed è per questo, in fondo, che quando invece qualcuno molla - oggi Fassina, ieri gli altri - l’atto è accolto quasi come una diserzione, un vulnus all’illusione che sia cosa buona e giusta restare comunque assieme: a qualunque costo e qualunque cosa accada.
Lo confermano, a ben vedere, persino le reazioni all’uscita dal partito di Stefano Fassina, che oggi è accompagnato alla porta con blande solidarietà (Bersani: «Oggi il Pd è più povero»), accuse di codardìa (Guerini: «Abdica alla sfida del cambiamento») e perfino di alto tradimento (Orfini: «E’ stato viceministro sostenuto da Berlusconi, perché se ne va ora?»). Uno che va via, infatti, rovina l’antica e rassicurante favola: «E’ solo dialettica, il Pd è un partito unito». E invece è dall’indigerita ascesa di Matteo Renzi che il Pd non è più unito: e a questo punto, riconoscerlo e trarne qualche conseguenza, potrebbe esser meglio che continuare a far finta di niente.
Perché intendiamoci: il Partito democratico può gestire i suoi affari interni come crede, fingere unità mentre affila i coltelli e simulare - quando riesce - un comune sentire che non esiste più. Se non fosse che il Pd è il maggior partito di governo, amministra Regioni e città e rischia - anzi ha già rischiato - di sentirsi rivolgere la contestazione che solitamente veniva rivolta alla vecchia e litigiosissima Dc: non potete scaricare le vostre divisioni sulle istituzioni, paralizzandole.
In effetti, è paralizzata Roma: e non solo per gli affari di Mafia Capitale, ma per il solito - preesistente e perdurante - duello tra amici e nemici di Renzi. E’ paralizzata la Campania: dove litigi e divisioni hanno reso imbattibile la candidatura di De Luca alle primarie e alla presidenza, col corollario di guai che poi ha generato. Ed è di fatto annientata la possibilità che Renzi apra a confronti e modifiche vere su questo o quel passaggio delicato, visto che la fiducia reciproca è a livelli tali da trasformare un ipotetico dialogo in un campo zeppo di trappole e di tagliole.
Il Partito democratico, dunque, può gestire fino a un certo punto i suoi affari interni come crede: oltre quel punto, infatti, pagherà - perché lo avrà fatto pagare al Paese - un prezzo che rischia d’esser alto. Saggezza e realismo consiglierebbero scelte conseguenti e chiare, da parte d’un fronte e dell’altro. Chiare come la decisione degli «scissionisti» - Cofferati, Civati, Fassina e altri - di riunirsi sabato 4 luglio per aprire la via a un nuovo soggetto politico. E chiarezza per chiarezza, si immagina che fissare il «battesimo» della creatura proprio nel giorno dell’americanissimo e capitalissimo «Independence Day», sia stato solo un caso. A meno che, naturalmente, anche loro non abbiano una indipendenza da festeggiare...
Fassina se n’è ghiuto e solo l’ha lasciato
di Antonio Padellaro il Fatto 25.6.15
“Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato!”: così Togliatti canzonava su Rinascita (con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia) quando, negli anni 50, il grande intellettuale lasciò il Pci dopo una dura polemica sull’illiberalità del comunismo. Dal sostanziale silenzio con cui è stata accolta ai piani alti del Pd l’uscita di Stefano Fassina, pensiamo che lo stato d’animo di Renzi non sia dissimile da quello di una soddisfatta indifferenza, anche se lui non è Togliatti così come Fassina non è Vittorini. Del resto, se n’erano già ghiuti anche Cofferati e Civati senza che il partito renziano battesse ciglio, e si può capire visto che la corrente dei rompiscatole sottraeva visibilità al leader supremo. “Casi personali”, liquidano la cosa al Nazareno, eppure a furia di abbandoni nel Pd sta emergendo qualcosa che ha l’aria di una pulizia etnica del ceppo Ds. Della vecchia Ditta, chi ancora non ha sbattuto la porta ha vita grama: o si dedica all’imbottigliamento dei vini (D’Alema) o si cuoce nell’irrilevanza (Bersani e Cuperlo) o cerca di mimetizzarsi come le sogliole sui fondali (Fassino e Veltroni) o fonda correnti pontiere sperando nella clemenza di Matteo (Speranza, Martina, Damiano). Quando andò via Civati, i renziani si chiesero quanti elettori lo avrebbero seguito (così come Stalin chiedeva quante divisioni avesse il Papa). Non rendendosi conto che i voti in fuga da Renzi appartengono principalmente a quel popolo di sinistra, radicato nelle regioni “rosse” (e magari con tessera Cgil) che non si riconosce più nel nuovo partito democristiano. Di cui invece fa parte Enrico Letta che infatti non si dimette, ma aspetta paziente sulla riva del fiume.
di Antonio Padellaro il Fatto 25.6.15
“Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato!”: così Togliatti canzonava su Rinascita (con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia) quando, negli anni 50, il grande intellettuale lasciò il Pci dopo una dura polemica sull’illiberalità del comunismo. Dal sostanziale silenzio con cui è stata accolta ai piani alti del Pd l’uscita di Stefano Fassina, pensiamo che lo stato d’animo di Renzi non sia dissimile da quello di una soddisfatta indifferenza, anche se lui non è Togliatti così come Fassina non è Vittorini. Del resto, se n’erano già ghiuti anche Cofferati e Civati senza che il partito renziano battesse ciglio, e si può capire visto che la corrente dei rompiscatole sottraeva visibilità al leader supremo. “Casi personali”, liquidano la cosa al Nazareno, eppure a furia di abbandoni nel Pd sta emergendo qualcosa che ha l’aria di una pulizia etnica del ceppo Ds. Della vecchia Ditta, chi ancora non ha sbattuto la porta ha vita grama: o si dedica all’imbottigliamento dei vini (D’Alema) o si cuoce nell’irrilevanza (Bersani e Cuperlo) o cerca di mimetizzarsi come le sogliole sui fondali (Fassino e Veltroni) o fonda correnti pontiere sperando nella clemenza di Matteo (Speranza, Martina, Damiano). Quando andò via Civati, i renziani si chiesero quanti elettori lo avrebbero seguito (così come Stalin chiedeva quante divisioni avesse il Papa). Non rendendosi conto che i voti in fuga da Renzi appartengono principalmente a quel popolo di sinistra, radicato nelle regioni “rosse” (e magari con tessera Cgil) che non si riconosce più nel nuovo partito democristiano. Di cui invece fa parte Enrico Letta che infatti non si dimette, ma aspetta paziente sulla riva del fiume.
Fassina: “Addio Pd dei banchieri. Me ne vado, e non sarò il solo”
Il deputato conferma l’addio: «Ho detto addio in periferia perché lì sono le miei radici». Apre a Civati, Cofferati e agli altri delusi dem: «Dal 4 luglio nuovo percorso politico» Bersani: inutile fare spallucce, il partito è più poverodi Francesco Maesano La Stampa 25.6.15
Martedì sera l’addio, nella periferia romana, durante un intervento al circolo Pd di Centocelle. Poi ieri mattina una parziale marcia indietro e qualche ora in più di riflessione. Alla fine Stefano Fassina ha convocato una conferenza stampa nel primo pomeriggio e tutti hanno capito che se ne stava andando dal partito. E con lui ha lasciato anche la deputata Monica Gregori. Alcuni, come Pier Luigi Bersani, erano stati avvisati: «Il Pd è più povero, non si facciano spallucce», ha commentato l’ex segretario.
L’ex viceministro dell’economia se ne va sulla scuola, in polemica con la decisione del governo di mettere la fiducia sulla riforma, ma chiarisce che quello è «solo l’ultimo episodio di una vicenda che non abbiamo condiviso. Dal Jobs Act alla revisione del senato fino all’Italicum, che configura un indebolimento delle garanzie democratiche». Per Fassina il Pd «si sta riposizionando in termini di cultura politica. C’è ormai una subalternità italiana all’ordine tedesco dell’eurozona. Il Pd è sempre più attento alla finanza internazionale, a uomini che dilagano in tutte le amministrazioni pubbliche», chiaro riferimento alla nomina di Claudio Costamagna, ex Goldman Sachs, alla Cassa depositi e prestiti.
Poi il futuro. «L’appuntamento è per il 4 luglio – ha annunciato Fassina – al teatro Palladio con Civati, Pastorino e Cofferati per avviare un percorso politico su territori». Un percorso che incrocerà le strade con Sel, il cui stato maggiore ieri era in sala stampa ad ascoltare le parole di Fassina. Alla notizia dell’addio il vicesegretario Pd Guerini si è detto «personalmente dispiaciuto», prima di aggiungere una stilettata contro i progetti politici a sinistra del Pd: «Mi sembrano avventure velleitarie cui guardiamo con rispetto ma che non condividiamo».
Vero è che quel cantiere della sinistra in eterno lavorio sembra aver trovato un’accelerazione proprio dopo l’approvazione della legge elettorale. Non tanto per lo sbarramento basso, è il 3 per cento, previsto dall’Italicum. Quanto per l’opportunità di risultare determinanti al momento di un eventuale ballottaggio tra la lista del Pd e una tra le due forze di opposizione che, ad oggi, le contenderebbero la vittoria: l’ipotetica sigla unitaria del centrodestra e il M5S.
Al solo pensiero Pippo Civati gongola e traccia il perimetro della nuova creatura: «Diciamolo subito: l’obiettivo è il 10 per cento. Chi ha un’idea migliore della mia per raggiungerlo la porti. Altrimenti mi tengo la mia». E la sua idea prevede una «struttura completamente innovativa, che piaccia alle persone prima che ai dirigenti politici. Il problema non è capire se Civati, Fassina e Vendola sono d’accordo. Il problema è capire se ci seguono gli elettori. Penso a un partito grande, partecipato, che faccia iniziativa politica, non solo convegni». E Landini, da sempre indicato come un possibile leader di uno schieramento di sinistra? «Ha un progetto parallelo al nostro, che non si sovrappone. È un interlocutore da sempre, non vedo perché debba smettere di esserlo ora».
Il deputato conferma l’addio: «Ho detto addio in periferia perché lì sono le miei radici». Apre a Civati, Cofferati e agli altri delusi dem: «Dal 4 luglio nuovo percorso politico» Bersani: inutile fare spallucce, il partito è più poverodi Francesco Maesano La Stampa 25.6.15
Martedì sera l’addio, nella periferia romana, durante un intervento al circolo Pd di Centocelle. Poi ieri mattina una parziale marcia indietro e qualche ora in più di riflessione. Alla fine Stefano Fassina ha convocato una conferenza stampa nel primo pomeriggio e tutti hanno capito che se ne stava andando dal partito. E con lui ha lasciato anche la deputata Monica Gregori. Alcuni, come Pier Luigi Bersani, erano stati avvisati: «Il Pd è più povero, non si facciano spallucce», ha commentato l’ex segretario.
L’ex viceministro dell’economia se ne va sulla scuola, in polemica con la decisione del governo di mettere la fiducia sulla riforma, ma chiarisce che quello è «solo l’ultimo episodio di una vicenda che non abbiamo condiviso. Dal Jobs Act alla revisione del senato fino all’Italicum, che configura un indebolimento delle garanzie democratiche». Per Fassina il Pd «si sta riposizionando in termini di cultura politica. C’è ormai una subalternità italiana all’ordine tedesco dell’eurozona. Il Pd è sempre più attento alla finanza internazionale, a uomini che dilagano in tutte le amministrazioni pubbliche», chiaro riferimento alla nomina di Claudio Costamagna, ex Goldman Sachs, alla Cassa depositi e prestiti.
Poi il futuro. «L’appuntamento è per il 4 luglio – ha annunciato Fassina – al teatro Palladio con Civati, Pastorino e Cofferati per avviare un percorso politico su territori». Un percorso che incrocerà le strade con Sel, il cui stato maggiore ieri era in sala stampa ad ascoltare le parole di Fassina. Alla notizia dell’addio il vicesegretario Pd Guerini si è detto «personalmente dispiaciuto», prima di aggiungere una stilettata contro i progetti politici a sinistra del Pd: «Mi sembrano avventure velleitarie cui guardiamo con rispetto ma che non condividiamo».
Vero è che quel cantiere della sinistra in eterno lavorio sembra aver trovato un’accelerazione proprio dopo l’approvazione della legge elettorale. Non tanto per lo sbarramento basso, è il 3 per cento, previsto dall’Italicum. Quanto per l’opportunità di risultare determinanti al momento di un eventuale ballottaggio tra la lista del Pd e una tra le due forze di opposizione che, ad oggi, le contenderebbero la vittoria: l’ipotetica sigla unitaria del centrodestra e il M5S.
Al solo pensiero Pippo Civati gongola e traccia il perimetro della nuova creatura: «Diciamolo subito: l’obiettivo è il 10 per cento. Chi ha un’idea migliore della mia per raggiungerlo la porti. Altrimenti mi tengo la mia». E la sua idea prevede una «struttura completamente innovativa, che piaccia alle persone prima che ai dirigenti politici. Il problema non è capire se Civati, Fassina e Vendola sono d’accordo. Il problema è capire se ci seguono gli elettori. Penso a un partito grande, partecipato, che faccia iniziativa politica, non solo convegni». E Landini, da sempre indicato come un possibile leader di uno schieramento di sinistra? «Ha un progetto parallelo al nostro, che non si sovrappone. È un interlocutore da sempre, non vedo perché debba smettere di esserlo ora».
Stefano Fassina: “Il Pd ormai è pieno di banchieri la vera sinistra oggi è Papa Francesco”
intervista di Goffredo De Marchis Repubblica 25.6.15
ROMA. Stefano Fassina spiega che il «problema è il Pd» e la colpa di Renzi è quella di «esserne l’interprete estremo». È «l’impianto culturale del Partito democratico » che non funziona perché nasce sulla base della democrazia plebiscitaria «che poi diventa l’Italicum» e intorno al «liberismo presente già al Lingotto, dove non a caso c’era Pietro Ichino, l’autore, assieme a Sacconi, del Jobs Act».
In fondo il problema non è nemmeno il Pd «ma il socialismo europeo, una forza sostanzialmente inutile, un club irrilevante dove il leader del partito socialista più antico d’Europa, Sigmar Gabriel, mette in discussione la possibilità di presentare alle prossime elezioni un candidato alternativo alla Merkel. Più irrilevanti di così». Adesso, per l’ex viceministro, i punti di riferimento mondiali sono Syriza e Podemos ma prima ancora Papa Francesco che «solleva una critica al capitalismo estranea da decenni alla sinistra. E che lascia quasi senza parole».
Nell’addio quanto c’entra il duello con Renzi? Si ricorderà la battuta “Fassina chi”.
«Zero. Non è una questione di battute, è questione di scelte fatte e che hanno pesato. La riforma del lavoro ha tolto qualche residua tutela a milioni di lavoratori senza dare nulla ai precari. L’intervento sulla scuola incide sulla libertà di insegnamento e sulle condizioni lavorative di migliaia di persone».
Dopo il 41 per cento delle Europee lei disse a Repubblica: «Renzi è un leader, mi ero sbagliato». Cosa è successo dopo?
«Ho riconosciuto quel successo, ho sperato che nascesse una leadership in grado di ascoltare diversi punti di vista. Invece è successo che Renzi ha interpretato quel voto come una forma di autosufficienza, come un’investitura totale. Con i guai che ne sono seguiti».
Lo considera un usurpatore della Ditta?
«Assolutamente no. Anzi, è l’interprete fedele ed estremo del Pd che fu costruito al Lingotto. Bersani purtroppo è stata solo una parentesi. Il Pd ha nel suo statuto una cultura plebiscitaria che poi si riflette nelle sue azioni. Persino sulla scuola abbiamo assunto l’ispirazione dell’uomo solo al comando, il preside, che disciplina gli insegnanti sfaticati».
Secondo lei Bersani resta nel Pd solo perché ne è stato il segretario?
«Con Bersani e con altri c’è la condivisione dell’analisi sullo strappo che si è prodotto con una parte significativa del nostro mondo attraverso le scelte del governo. Ma no, non resta solo perché è l’ex segretario. Ci ho parlato, lui crede ci sia lo spazio per una funzione nel Pd. Sa però che per me è importante fare fino in fondo quello che sento».
Lei dice che nel Pd si vede soprattutto l’establishment, la finanza internazionale. Oltre a Marchionne, a chi si riferisce: a Serra, a Costamagna?
«Nel momento in cui Cassa depositi e Prestiti deve espandere il suo intervento sull’economia reale, il governo nomina un professionista di prima qualità, ma che è espressione della finanza internazionale. C’è un’enorme contraddizione e vedo uno spostamento dell’asse verso interessi forti, quelli del big business industriale e finanziario. Costamagna non è l’unico. Si mettono grandi banchieri d’affari ovunque».
Tipo?
«Ce n’è uno stuolo a Palazzo Chigi, tutti consiglieri del premier ».
Bersani dice: «Se vado via dal Pd, mi rifugio in Vaticano».
Solo uno scherzo?
«L’esortazione Evangelii Gaudium e l’enciclica Laudato Sii contengono una critica radicale al capitalismo che la sinistra non è in grado di esprimere da almeno tre decenni. Consideriamo il riformismo un adattamento passivo alla situazione data, senza nessuna ambizione di correzione di rotta che rimetta la persona al centro. È la politica della Merkel e prima di lei di Schroeder, tanto celebrato a sinistra ».
Sembra quasi dire che Renzi c’entra poco o nulla.
«Il processo non è recente. Il punto è: vogliamo invertirlo o rimaniamo subalterni al dominio tedesco sull’eurozona rappresentando interessi forti e sacrificando in cambio quelli diffusi della gente? Il Pd è quello dei cittadini o di Marchionne e delle banche d’affari internazionali? ».
Civati: la sinistra Possibile vale almeno il 10% dei voti
“Con noi, assieme a Fassina e Cofferati, anche tanti giovani. Non rottamiamo le persone, ma le idee del Novecento”intervista di Francesca Schianchi La Stampa 26.6.15
Un appuntamento con gli altri big fuoriusciti dal Pd, Fassina e Cofferati, il 4 luglio. E un altro, organizzato dalla sua associazione, «Possibile», il 17-19 luglio a Firenze, condiviso da altri movimenti: «Un’occasione per essere tutti insieme e cominciare a costruire un solo soggetto politico», spiega l’ex dem Pippo Civati.
In che tempi?
«Rispetteremo tempi e modi di tutti: fino a ieri l’altro Fassina ancora stava nel Pd, e non so se la fiducia sulla scuola porterà a un’altra diaspora in Senato… L’importante è che protagonisti siano gli elettori e non i ceti politici».
Un buon proposito già sentito altre volte.
«Vogliamo dare vita a un programma di governo che nasca dalla mobilitazione delle persone, dalla discussione più ampia possibile, non un soggetto che sia una sommatoria di sigle».
L’ennesima sinistra del secolo scorso?
«Ma no, c’è bisogno di ragionare - in termini nuovi e senza nostalgia - di politica, di sviluppo, di ricerca. Dobbiamo proporre cose che non esistono ancora, mettere in campo ricette economico-sociali che sappiano includere. Il fatto è che la parola innovazione è la più fraintesa del dizionario italiano».
Cosa intende dire?
«C’è chi ha pensato che la sinistra dovesse essere destra per essere innovativa. Il motivo per cui molti si sono allontanati dal Pd è che ha proposto soluzioni che avevamo già scartato perché erano quelle di Berlusconi».
Facile dire soluzioni nuove, difficile realizzarle: una sinistra moderna cosa fa per prima cosa?
«Io metterei in campo una forma di reddito minimo sull’esempio del Trentino, togliendo gli 80 euro a chi sta bene, come la moglie del parlamentare che può farne a meno».
E sullo spinoso tema dell’immigrazione, cosa farebbe?
«Sulla questione dei campi rom, insieme ai Radicali di Roma, ho proposto di spendere i 24 milioni l’anno che già vengono spesi per individuare percorsi di inclusione e legalità. Non dobbiamo negarci i problemi: Salvini ne parla in modo strumentale e inaccettabile, noi dobbiamo affrontarli con proposte serie e misurate».
Fassina sembra voler tornare alla sinistra di prima del Lingotto: lei non è d’accordo, o sbaglio?
«Ognuno porta il proprio bagaglio e il proprio punto di partenza. Ma il problema non è cosa abbiamo fatto prima, ma cosa faremo da oggi in poi».
E sull’idea – sempre di Fassina - che la vera sinistra la interpreta papa Francesco, concorda?
«La vera sinistra è laica. Solo quando ha scelto la laicità come elemento fondamentale, allora può citare l’enciclica del Papa».
Anche lei vuole rottamare una vecchia idea di sinistra?
«Non ho mai amato il termine rottamazione, ma il concetto è che dobbiamo fare un ragionamento libero, non tanto dalle persone, ma dagli schemi del passato».
Infatti vuole includere anche chi, come Cofferati, non è un volto nuovo della sinistra…
«Domenica alla riunione di Possibile c’erano duemila persone, di età media più bassa della mia: e allora certo che ci può stare anche chi è più anziano ed esperto. La questione è generazionale in termini politici, su come si rappresenta il mondo di oggi. Perché lo si vede anche sulle unioni civili: noi continuiamo a fare quel che altri hanno fatto dieci anni fa».
Non siete un po’ troppi leader per questo soggetto politico?
«E’ un problema che non mi sto ponendo: il leader lo farà chi meglio saprà interpretare la sfida che abbiamo davanti».
Che spazio avete secondo lei?
«Secondo me, il potenziale è del 10%. Dopodiché, certo, bisogna saperlo rappresentare».
Non un’impresa velleitaria come qualcuno insinua, allora…
«Velleitario è chi ha sbaraccato il centrosinistra, non chi cerca di gestire le conseguenze. E poi sa cosa le dico?».
Cosa?
«Anche di Grillo si disse che era velleitario. Si disse “vada alle elezioni e vedremo come andrà”. Visto come è andata, speriamo lo dicano anche a noi...».
intervista di Goffredo De Marchis Repubblica 25.6.15
ROMA. Stefano Fassina spiega che il «problema è il Pd» e la colpa di Renzi è quella di «esserne l’interprete estremo». È «l’impianto culturale del Partito democratico » che non funziona perché nasce sulla base della democrazia plebiscitaria «che poi diventa l’Italicum» e intorno al «liberismo presente già al Lingotto, dove non a caso c’era Pietro Ichino, l’autore, assieme a Sacconi, del Jobs Act».
In fondo il problema non è nemmeno il Pd «ma il socialismo europeo, una forza sostanzialmente inutile, un club irrilevante dove il leader del partito socialista più antico d’Europa, Sigmar Gabriel, mette in discussione la possibilità di presentare alle prossime elezioni un candidato alternativo alla Merkel. Più irrilevanti di così». Adesso, per l’ex viceministro, i punti di riferimento mondiali sono Syriza e Podemos ma prima ancora Papa Francesco che «solleva una critica al capitalismo estranea da decenni alla sinistra. E che lascia quasi senza parole».
Nell’addio quanto c’entra il duello con Renzi? Si ricorderà la battuta “Fassina chi”.
«Zero. Non è una questione di battute, è questione di scelte fatte e che hanno pesato. La riforma del lavoro ha tolto qualche residua tutela a milioni di lavoratori senza dare nulla ai precari. L’intervento sulla scuola incide sulla libertà di insegnamento e sulle condizioni lavorative di migliaia di persone».
Dopo il 41 per cento delle Europee lei disse a Repubblica: «Renzi è un leader, mi ero sbagliato». Cosa è successo dopo?
«Ho riconosciuto quel successo, ho sperato che nascesse una leadership in grado di ascoltare diversi punti di vista. Invece è successo che Renzi ha interpretato quel voto come una forma di autosufficienza, come un’investitura totale. Con i guai che ne sono seguiti».
Lo considera un usurpatore della Ditta?
«Assolutamente no. Anzi, è l’interprete fedele ed estremo del Pd che fu costruito al Lingotto. Bersani purtroppo è stata solo una parentesi. Il Pd ha nel suo statuto una cultura plebiscitaria che poi si riflette nelle sue azioni. Persino sulla scuola abbiamo assunto l’ispirazione dell’uomo solo al comando, il preside, che disciplina gli insegnanti sfaticati».
Secondo lei Bersani resta nel Pd solo perché ne è stato il segretario?
«Con Bersani e con altri c’è la condivisione dell’analisi sullo strappo che si è prodotto con una parte significativa del nostro mondo attraverso le scelte del governo. Ma no, non resta solo perché è l’ex segretario. Ci ho parlato, lui crede ci sia lo spazio per una funzione nel Pd. Sa però che per me è importante fare fino in fondo quello che sento».
Lei dice che nel Pd si vede soprattutto l’establishment, la finanza internazionale. Oltre a Marchionne, a chi si riferisce: a Serra, a Costamagna?
«Nel momento in cui Cassa depositi e Prestiti deve espandere il suo intervento sull’economia reale, il governo nomina un professionista di prima qualità, ma che è espressione della finanza internazionale. C’è un’enorme contraddizione e vedo uno spostamento dell’asse verso interessi forti, quelli del big business industriale e finanziario. Costamagna non è l’unico. Si mettono grandi banchieri d’affari ovunque».
Tipo?
«Ce n’è uno stuolo a Palazzo Chigi, tutti consiglieri del premier ».
Bersani dice: «Se vado via dal Pd, mi rifugio in Vaticano».
Solo uno scherzo?
«L’esortazione Evangelii Gaudium e l’enciclica Laudato Sii contengono una critica radicale al capitalismo che la sinistra non è in grado di esprimere da almeno tre decenni. Consideriamo il riformismo un adattamento passivo alla situazione data, senza nessuna ambizione di correzione di rotta che rimetta la persona al centro. È la politica della Merkel e prima di lei di Schroeder, tanto celebrato a sinistra ».
Sembra quasi dire che Renzi c’entra poco o nulla.
«Il processo non è recente. Il punto è: vogliamo invertirlo o rimaniamo subalterni al dominio tedesco sull’eurozona rappresentando interessi forti e sacrificando in cambio quelli diffusi della gente? Il Pd è quello dei cittadini o di Marchionne e delle banche d’affari internazionali? ».
Civati: la sinistra Possibile vale almeno il 10% dei voti
“Con noi, assieme a Fassina e Cofferati, anche tanti giovani. Non rottamiamo le persone, ma le idee del Novecento”intervista di Francesca Schianchi La Stampa 26.6.15
Un appuntamento con gli altri big fuoriusciti dal Pd, Fassina e Cofferati, il 4 luglio. E un altro, organizzato dalla sua associazione, «Possibile», il 17-19 luglio a Firenze, condiviso da altri movimenti: «Un’occasione per essere tutti insieme e cominciare a costruire un solo soggetto politico», spiega l’ex dem Pippo Civati.
In che tempi?
«Rispetteremo tempi e modi di tutti: fino a ieri l’altro Fassina ancora stava nel Pd, e non so se la fiducia sulla scuola porterà a un’altra diaspora in Senato… L’importante è che protagonisti siano gli elettori e non i ceti politici».
Un buon proposito già sentito altre volte.
«Vogliamo dare vita a un programma di governo che nasca dalla mobilitazione delle persone, dalla discussione più ampia possibile, non un soggetto che sia una sommatoria di sigle».
L’ennesima sinistra del secolo scorso?
«Ma no, c’è bisogno di ragionare - in termini nuovi e senza nostalgia - di politica, di sviluppo, di ricerca. Dobbiamo proporre cose che non esistono ancora, mettere in campo ricette economico-sociali che sappiano includere. Il fatto è che la parola innovazione è la più fraintesa del dizionario italiano».
Cosa intende dire?
«C’è chi ha pensato che la sinistra dovesse essere destra per essere innovativa. Il motivo per cui molti si sono allontanati dal Pd è che ha proposto soluzioni che avevamo già scartato perché erano quelle di Berlusconi».
Facile dire soluzioni nuove, difficile realizzarle: una sinistra moderna cosa fa per prima cosa?
«Io metterei in campo una forma di reddito minimo sull’esempio del Trentino, togliendo gli 80 euro a chi sta bene, come la moglie del parlamentare che può farne a meno».
E sullo spinoso tema dell’immigrazione, cosa farebbe?
«Sulla questione dei campi rom, insieme ai Radicali di Roma, ho proposto di spendere i 24 milioni l’anno che già vengono spesi per individuare percorsi di inclusione e legalità. Non dobbiamo negarci i problemi: Salvini ne parla in modo strumentale e inaccettabile, noi dobbiamo affrontarli con proposte serie e misurate».
Fassina sembra voler tornare alla sinistra di prima del Lingotto: lei non è d’accordo, o sbaglio?
«Ognuno porta il proprio bagaglio e il proprio punto di partenza. Ma il problema non è cosa abbiamo fatto prima, ma cosa faremo da oggi in poi».
E sull’idea – sempre di Fassina - che la vera sinistra la interpreta papa Francesco, concorda?
«La vera sinistra è laica. Solo quando ha scelto la laicità come elemento fondamentale, allora può citare l’enciclica del Papa».
Anche lei vuole rottamare una vecchia idea di sinistra?
«Non ho mai amato il termine rottamazione, ma il concetto è che dobbiamo fare un ragionamento libero, non tanto dalle persone, ma dagli schemi del passato».
Infatti vuole includere anche chi, come Cofferati, non è un volto nuovo della sinistra…
«Domenica alla riunione di Possibile c’erano duemila persone, di età media più bassa della mia: e allora certo che ci può stare anche chi è più anziano ed esperto. La questione è generazionale in termini politici, su come si rappresenta il mondo di oggi. Perché lo si vede anche sulle unioni civili: noi continuiamo a fare quel che altri hanno fatto dieci anni fa».
Non siete un po’ troppi leader per questo soggetto politico?
«E’ un problema che non mi sto ponendo: il leader lo farà chi meglio saprà interpretare la sfida che abbiamo davanti».
Che spazio avete secondo lei?
«Secondo me, il potenziale è del 10%. Dopodiché, certo, bisogna saperlo rappresentare».
Non un’impresa velleitaria come qualcuno insinua, allora…
«Velleitario è chi ha sbaraccato il centrosinistra, non chi cerca di gestire le conseguenze. E poi sa cosa le dico?».
Cosa?
«Anche di Grillo si disse che era velleitario. Si disse “vada alle elezioni e vedremo come andrà”. Visto come è andata, speriamo lo dicano anche a noi...».

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