Risvolto
Vietato pensare al futuro. Viviamo questo strano momento, disperante e inquietante, in cui niente sembra possibile. Il perché non è un mistero, e non attiene all’eternità del capitalismo, ma al fatto che a quest’ultimo non si oppongono ancora sufficienti forze contrarie. Il capitalismo continua a dispiegare la propria logica implacabile, nonostante dimostri ogni giorno l’evidente incapacità a fornire la benché minima soluzione alle crisi e alle catastrofi che induce. Sembra anzi estendere la propria presa sulla società man mano che si dispiegano tutte le sue conseguenze. Burocrazie pubbliche, partiti della «democrazia rappresentativa», esperti, sono sempre più rinchiusi in prigioni teoriche e dispositivi pratici dai quali non riescono a uscire. Il crollo di quella che era stata, fin dalla metà del XIX secolo, l’alternativa socialista, e che aveva contribuito a contenere o a correggere alcuni degli effetti più distruttivi del capitalismo, accresce la sensazione che un’effettiva azione politica sia impossibile o impotente. Collasso dello Stato comunista, mutazione neoliberista di quel che non merita nemmeno più il nome di «social-democrazia», deriva sovranista di buona parte della sinistra occidentale, indebolimento del lavoro salariato organizzato, crescita dell’odio xenofobo e del nazionalismo: elementi che inducono a chiederci se ancora vi siano forze sociali, modelli alternativi, modalità organizzative e concetti che possano lasciar sperare in un aldilà del capitalismo.
Questo libro intende identificare nel principio politico del comune il senso dei movimenti, delle lotte e dei discorsi che un po’ ovunque nel mondo, in questi ultimi anni, si sono opposti alla razionalità neoliberista. Le battaglie per la «democrazia reale», il «movimento delle piazze», le nuove «primavere» dei popoli, le lotte studentesche contro l’università capitalista, le mobilitazioni per il controllo popolare della distribuzione idrica non sono affatto eventi caotici e aleatori, esplosioni accidentali e passeggere, jacqueries disperse e prive di scopo. Queste lotte politiche rispondono alla razionalità politica del comune, sono ricerche collettive di nuove forme di democrazia.
Tutto è comune, anche DioRoberto Ciccarelli alfabeta2
Benicomunismo I nuovi diritti che crescono tra Stato e privato
di Roberto Esposito Repubblica 1.6.15
«AVVISO ai non comunisti: tutto è comune, perfino Dio». Questo
sfolgorante aforisma di Baudelaire campeggia come esergo all’inizio
dell’ampia ricerca che Pierre Dardot e Christian Laval hanno dedicato
alla questione dei beni comuni con il titolo Del comune o della
Rivoluzione nel X-XI secolo ( DeriveApprodi, a cura di A. Ciervo, L.
Coccoli e F. Zappino, con una introduzione di Stefano Rodotà). Sul tema
da qualche tempo fioriscono saggi filosofici, economici, giuridici —
l’ultimo dei quali di Ugo Mattei, col vigoroso titolo Il benicomunismo e
i suoi nemici , appena pubblicato da Einaudi. A motivare questa
improvvisa ondata di interesse per l’argomento — che ha portato qualche
anno fa alla istituzione della Commissione Rodotà e alla promozione del
referendum sulla sottrazione dell’acqua al profitto privato — è la
difficoltà crescente di immaginare modelli alternativi al regime
neoliberista che si è imposto in tutte le democrazie occidentali.
Rifiuto della politica, riduzione del lavoro salariato, crescita della
xenofobia, individualismo antisociale, irrilevanza dei movimenti
antagonistici sembrano chiudere qualsiasi spazio di opposizione al
sistema vigente, cui pure vanno addebitati la crisi in corso e un
vertiginoso incremento delle disuguaglianze. È questa condizione di
stallo, avvertita sottopelle da tutta la sinistra europea sul piano
della pratica e delle idee, a determinare la necessità di mettere in
campo nuovi paradigmi, come appunto quello dei beni comuni. Nella
tenaglia tra beni di proprietà privata e beni dello Stato, la categoria
del “comune” apre uno spazio di pensiero a partire dal principio
dell’inalienabilità di risorse destinate all’uso condiviso dell’intera
cittadinanza. Naturalmente la teoria in questione non pretende di
abolire il mercato, ma cerca di limitarne l’estensione, ponendo precisi
vincoli sia all’esercizio della privatizzazione che a quello della
statalizzazione di beni e servizi di pubblica utilità.
Tuttavia, all’interno di tale prospettiva, si sono presto delineati
alcuni elementi di debolezza. Già la progressiva iscrizione nella
rubrica dei beni comuni di entità difficilmente comparabili come il
territorio, l’ambiente, la salute, il sapere, il lavoro ha cominciato a
suscitare qualche perplessità: se qualsiasi cosa, in ultima analisi, è
comune, la categoria sbiadisce fino a dissolversi. A ciò si aggiunge
l’impressione, in particolare in alcune genealogie, che si ipotizzi una
sorta di regressione ad un universo premoderno, non ancora governato dal
dispositivo proprietario e dunque protettivo di ambiti condivisi. È una
tesi che non regge né sul piano storico né su quello teoretico.
Il saggio di Dardot e Laval si pone subito su un’altra lunghezza d’onda.
Non solo la tassonomia del comune in esso delineata non ha alcuna
tonalità nostalgica, ma anziché guardare alle spalle, raccoglie la sfida
della società liberale sul suo stesso terreno — quello del governo del
corpo e della mente degli uomini. Ma rovesciando i rapporti di forza tra
appropriazione individuale e uso comune. Per gli autori non si tratta
di attivare una sorta di contropotere antagonistico all’attuale regime,
ma di giocare alla sua altezza, disponendo diversamente le carte a
disposizione.
A cominciare dal diritto. Contro la prospettiva marxista che ne fa una
sovrastruttura ideologica al servizio dello Stato sovrano, esso va
utilizzato nel suo doppio versante di rafforzamento del potere, ma anche
di contrasto ai suoi abusi. Se adoperato in tutta la sua potenza
costituente, anche in funzione critica rispetto ai poteri costituiti, il
diritto può aprire dei varchi collettivi nella struttura proprietaria
del mercato e dello Stato, favorendo la costituzione di spazi liberi
dalla loro invadenza. In questo senso più che di restaurare beni
naturali perduti, si tratta di attivare una prassi rivolta
all’autogoverno dei soggetti. Le risorse sono appropriabili, o meno, non
in ragione della loro pretesa naturalità, ma di una decisione isti-
tuente nata dall’agire di concerto degli uomini, come si sarebbe
espressa Hannah Arendt.
A tal fine non basta l’impegno, pure necessario, sul piano della
mobilitazione politica — per esempio ridando vita alla ispirazione
mutualistica-associativa che la tradizione marxista fin dall’inizio ha
soffocato. Bisogna rivedere una serie di presupposti infondati che
ancora galleggiano sul vuoto di idee. Ad esempio quello che collega
l’origine dei beni comuni al processo di secolarizzazione. Se ciò vale
rispetto ai beni ecclesiastici ancora sottratti all’uso pubblico, non
tiene conto di un elemento decisivo che connette il pubblico non alla
sfera della laicità, ma a quella della religione. In un testo pubblicato
da Quodlibet col titolo Il valore delle cose , a cura di Michele Spanò e
con un saggio di Giorgio Agamben, il grande storico del diritto romano,
recentemente scomparso, Yan Thomas riconduce la genesi della cose
destinate al libero uso di tutti i cittadini non solo all’ambito del
pubblico, ma anche a quello del sacro. I primi beni comuni, nell’antica
Roma, erano proprio quelli riservati alla città e agli dei — e per
questo sottratti alla proprietà individuale a favore dell’intera
cittadinanza. In tal senso si può paradossalmente sostenere che sia
stata proprio la religione che, rendendo alcuni beni e alcuni luoghi
indisponibili all’appropriazione, ha liberato gli altri alla possibilità
di essere posseduti e scambiati.
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