Risvolto
Migranti e territori è una collettanea di ricerche condotte da docenti universitari, italiani e stranieri, ricercatori, giornalisti, funzionari pubblici e qualificati rappresentanti del Terzo Settore, che, con rigore metodologico e chiarezza espositiva, analizzano alcuni aspetti di particolare rilievo e attualità delle migrazioni contemporanee. Si tratta di indagini e ricerche aventi ad oggetto temi di grande complessità come il lavoro, i diritti, l’identità, i servizi sociali, l’accoglienza, le diaspore. Ampia è pertanto l’articolazione delle relative indagini: dal saggio sulle considerazioni degli italiani sulle famiglie immigrate al modello mediterraneo di immigrazione; dalla diaspora palestinese e bangladese all’analisi sulla politica della mobilità e il confine militare-umanitario nel Mediterraneo; dalla Primavera Araba in Giordania alla storia del bracciantato italiano e dei braccianti migranti di oggi, con focus sullo stato di alcuni lavoratori indiani in provincia di Latina; dalle condizioni di migliaia di profughi nelle carceri libiche alla residenzialità dei braccianti immigrati nel Mezzogiorno; dall’analisi sempre attuale sui rom all’assistenza sanitaria prevista dallo Stato italiano per tutti gli immigrati, sino al dramma dei profughi eritrei. Un lavoro di ricerca utile per comprendere meglio le migrazioni oggi, considerate una delle maggiori protagoniste del processo di formazione dell’attuale sistema mondiale, e riconoscere diritti e giustizia a quanti vivono condizioni di emarginazione, fragilità sociale e sfruttamento.
Migranti e territori è una collettanea di ricerche condotte da docenti universitari, italiani e stranieri, ricercatori, giornalisti, funzionari pubblici e qualificati rappresentanti del Terzo Settore, che, con rigore metodologico e chiarezza espositiva, analizzano alcuni aspetti di particolare rilievo e attualità delle migrazioni contemporanee. Si tratta di indagini e ricerche aventi ad oggetto temi di grande complessità come il lavoro, i diritti, l’identità, i servizi sociali, l’accoglienza, le diaspore. Ampia è pertanto l’articolazione delle relative indagini: dal saggio sulle considerazioni degli italiani sulle famiglie immigrate al modello mediterraneo di immigrazione; dalla diaspora palestinese e bangladese all’analisi sulla politica della mobilità e il confine militare-umanitario nel Mediterraneo; dalla Primavera Araba in Giordania alla storia del bracciantato italiano e dei braccianti migranti di oggi, con focus sullo stato di alcuni lavoratori indiani in provincia di Latina; dalle condizioni di migliaia di profughi nelle carceri libiche alla residenzialità dei braccianti immigrati nel Mezzogiorno; dall’analisi sempre attuale sui rom all’assistenza sanitaria prevista dallo Stato italiano per tutti gli immigrati, sino al dramma dei profughi eritrei. Un lavoro di ricerca utile per comprendere meglio le migrazioni oggi, considerate una delle maggiori protagoniste del processo di formazione dell’attuale sistema mondiale, e riconoscere diritti e giustizia a quanti vivono condizioni di emarginazione, fragilità sociale e sfruttamento.
Il vocabolario dei viaggiatori per lavoro Angelo Mastrandrea 12.6.2015, 0:01
Agli «indispensabili immigranti», per dirla con il grande storico francese Fernand Braudel, alla loro relazione con i luoghi di arrivo e a tutto ciò che ne consegue (in termini di neocolonialismo interno, di cosa comporti il governo militare-umanitario delle frontiere, della costruzione di una nuova idea di cittadinanza, della sovversione degli ordinamenti giuridici o, per dirla con il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos, dell’«uso emancipativo del diritto») è dedicato Migranti e territori (a cura di Marco Omizzolo e Pina Sodano, Ediesse, pp. 492, euro 20), una raccolta di sedici saggi la cui eterogeneità aiuta a comprendere a tutto tondo come si sta modificando la società che abbiamo intorno.
A cominciare dal primo, di Maurizio Ambrosini, che dà conto di una ricerca sulla percezione delle famiglie immigrate nello sguardo degli italiani, molto utile non solo per sondare gli umori profondi dei nostri concittadini (che si dividono tra chi pensa che i ricongiungimenti familiari siano «un fenomeno da contrastrare» per ragioni culturali, chi ritiene invece che essi siano «una via d’integrazione» e chi viceversa crede che la chiusura nell’ambiente familiare provochi separazione dal resto della società), ma altresì per venire a conoscenza del fatto che ad avere paura degli immigrati sono di regola persone che vivono in piccoli centri, con bassa cultura e istruzione, anziani, spesso dipendenti dalla televisione e soprattutto che non hanno mai avuto a che fare con migranti. Nelle città e tra le persone di livello culturale medio-alto le cose invece cambiano radicalmente.
La questione migranti può essere affrontata da diversi punti di vista: c’è il governo dell’immigrazione a partire dalle frontiere dove origina la condizione del clandestino e c’è la questione del lavoro e dei diritti, fino ad arrivare al potenziale di scardinamento del sistema che un fenomeno così epocale porta implicitamente con sé. È quest’ultimo aspetto a essere indagato da Federico Oliveri, che utilizza la nozione di «atti di cittadinanza» teorizzata dal sociologo anglo-turco Engin Isin per giungere alla creazione di un nuovo status giuridico, che si forma in quella forma di resistenza alla globalizzazione che è la migrazione (in questo senso, torna alla mente perfino il Giustino Fortunato che definisce l’emigrazione a cavallo tra Otto e Novecento come una «rivoluzione silenziosa» dei meridionali nei confronti di aristocratici e latifondisti), nel conflitto violento con i dispositivi di controllo alle frontiere e nelle lotte sociali di questo nuovo «proletariato meticcio».
Il parallelo tra passato (l’emigrazione italiana) e presente (l’immigrazione verso il Belpaese) torna pure nel saggio di Marco Omizzolo, che mette a confronto la condizione dei sikh dell’agro pontino con quella dei braccianti (ed emigranti) italiani d’inizio secolo. Anche qui, di fronte alle scene dei caporali che reclutano manodopera a bassissimo costo, vale la pena ricordare le parole di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, autori di una delle prime inchieste sulla condizione contadina nell’Italia post-unitaria. «La mattina prima dell’alba si vede riunita in una piazza di ogni città una folla di uomini e ragazzi, ciascuno munito di una zappa: è quello il mercato del lavoro, e son quelli tutti lavoranti, che aspettano chi venga a locare le loro braccia per la giornata o per la settimana», scrissero nel 1876 di ritorno dalla Sicilia. Un secolo e mezzo dopo, nel sud Italia il mercato del lavoro non è cambiato. Sono diversi solo i lavoratori.
La tela logorata della solidarietà
La lacerazione è già in atto e lo dimostra la campagna della Lega Alcuni sindaci di sinistra subiscono questo tipo di pressionedi Stefano Folli Repubblica 12.6.15
LE FOTO di centinaia di immigrati accampati nelle stazioni di Milano Centrale e di Roma Tiburtina, così come le notizie di casi di scabbia individuati fra i clandestini, accrescono ansia e inquietudine nell’opinione pubblica. Non potrebbe essere altrimenti. Ed è ovvio che a questo pensa il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, quando afferma: «Attenti, non alimentate la paura perché è una cattiva consigliera. Le questioni vanno risolte con la disponibilità di tutti». Ma è proprio la disponibilità la merce più rara.
IN ALTRI tempi si sarebbe invocata la solidarietà nazionale, forse l’unico percorso politico plausibile in casi del genere. Oggi non ci pensa nessuno, salvo Bagnasco.
Intanto il problema resta privo di soluzioni a breve termine. Gestire gli arrivi, distribuire le persone nelle varie regioni italiane secondo criteri predefiniti, ottenere maggiore solidarietà dall’Europa: sono obiettivi quasi proibitivi e nel vuoto si avverte una crescente lacerazione del tessuto civile del Paese. Si dice che lo scandalo del malaffare a Roma sia senza precedenti, perché mai si era immaginato che la capitale d’Italia potesse correre il rischio di essere commissariata per infiltrazioni mafiose. Ma anche il dramma dei migranti, nelle sue attuali proporzioni, non ha precedenti. I centri di accoglienza sono per lo più saturi, attrezzarne di nuovi è difficile, la rete del ministero dell’Interno — ossia le prefetture — è tesa fino allo spasimo. Cosa accadrà se dovessero prendere forma i peggiori scenari, ossia l’arrivo via mare di altre decine di migliaia di migranti, qualcuno adombra addirittura due o trecentomila?
La lacerazione è già in atto perché la Lega ha trasformato l’immigrazione nel grande tema dell’estate. Non c’è niente di estemporaneo nella campagna martellante con cui Salvini e soprattutto Maroni, il presidente della Lombardia, battono sul tasto dell’inadeguatezza del governo. Si capisce l’intento politico: raccogliere il massimo del consenso in una miniera che sembra inesauribile proprio perché non ci sono esiti positivi alle viste; e affermare in tal modo una sorta di egemonia su quel che resta di Forza Italia. Difatti il partito berlusconiano non sembra in grado di contrastare il protagonismo leghista, al massimo riesce ad accodarsi alla crociata.
Si diceva di Maroni. Da lui è venuta nelle ultime ore una proposta assai poco realizzabile, almeno a breve termine: una forza Onu in grado di attrezzare campi rifugio per i profughi sul territorio nordafricano, così da regolare a monte il flusso delle partenze ed evitare gli arrivi massicci sulle coste siciliane. È una mossa che serve solo a mettere in difficoltà Renzi, ma è concepita con una certa abilità perché va incontro al malessere del Nord. “Che restino a casa loro”, “Rispediamoli a casa loro” sono frasi tipiche in cui si riconoscono gli elettori leghisti, ma anche tanti che leghisti non sono e nemmeno di destra.
Quanti sono i sindaci di sinistra che, sotto la pressione pubblica, condividono la linea di Maroni e Zaia? Senza dubbio numerosi. Del resto, basta leggere cosa ha detto sull’immigrazione il candidato del Pd a Venezia, Casson, mentre si prepara al ballottaggio («abbiamo già dato, ora basta»). E Casson viene dalla sinistra del partito, non è certo un renziano. Quanto a Cacciari, uno che conosce bene gli umori del Nord, ha definito «chiacchiere ideologiche» le posizioni ambigue del Pd e dello stesso premier.
Il sentiero è stretto. Da un lato, la pressione leghista; dall’altro la linea dell’accoglienza sostenuta da circoli che hanno una certa presa nel mondo del centrosinistra, ma soprattutto nell’Italia meridionale; il Nord va in tutt’altra direzione. In mezzo, la Chiesa che invita alla riconciliazione.
Ma come? Renzi deve riprendere a tessere una tela assai logorata. La risposta a tutti gli interrogativi è in Europa, ma prima bisogna trovare il modo di farsi ascoltare.
La tela logorata della solidarietà
La lacerazione è già in atto e lo dimostra la campagna della Lega Alcuni sindaci di sinistra subiscono questo tipo di pressionedi Stefano Folli Repubblica 12.6.15
LE FOTO di centinaia di immigrati accampati nelle stazioni di Milano Centrale e di Roma Tiburtina, così come le notizie di casi di scabbia individuati fra i clandestini, accrescono ansia e inquietudine nell’opinione pubblica. Non potrebbe essere altrimenti. Ed è ovvio che a questo pensa il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, quando afferma: «Attenti, non alimentate la paura perché è una cattiva consigliera. Le questioni vanno risolte con la disponibilità di tutti». Ma è proprio la disponibilità la merce più rara.
IN ALTRI tempi si sarebbe invocata la solidarietà nazionale, forse l’unico percorso politico plausibile in casi del genere. Oggi non ci pensa nessuno, salvo Bagnasco.
Intanto il problema resta privo di soluzioni a breve termine. Gestire gli arrivi, distribuire le persone nelle varie regioni italiane secondo criteri predefiniti, ottenere maggiore solidarietà dall’Europa: sono obiettivi quasi proibitivi e nel vuoto si avverte una crescente lacerazione del tessuto civile del Paese. Si dice che lo scandalo del malaffare a Roma sia senza precedenti, perché mai si era immaginato che la capitale d’Italia potesse correre il rischio di essere commissariata per infiltrazioni mafiose. Ma anche il dramma dei migranti, nelle sue attuali proporzioni, non ha precedenti. I centri di accoglienza sono per lo più saturi, attrezzarne di nuovi è difficile, la rete del ministero dell’Interno — ossia le prefetture — è tesa fino allo spasimo. Cosa accadrà se dovessero prendere forma i peggiori scenari, ossia l’arrivo via mare di altre decine di migliaia di migranti, qualcuno adombra addirittura due o trecentomila?
La lacerazione è già in atto perché la Lega ha trasformato l’immigrazione nel grande tema dell’estate. Non c’è niente di estemporaneo nella campagna martellante con cui Salvini e soprattutto Maroni, il presidente della Lombardia, battono sul tasto dell’inadeguatezza del governo. Si capisce l’intento politico: raccogliere il massimo del consenso in una miniera che sembra inesauribile proprio perché non ci sono esiti positivi alle viste; e affermare in tal modo una sorta di egemonia su quel che resta di Forza Italia. Difatti il partito berlusconiano non sembra in grado di contrastare il protagonismo leghista, al massimo riesce ad accodarsi alla crociata.
Si diceva di Maroni. Da lui è venuta nelle ultime ore una proposta assai poco realizzabile, almeno a breve termine: una forza Onu in grado di attrezzare campi rifugio per i profughi sul territorio nordafricano, così da regolare a monte il flusso delle partenze ed evitare gli arrivi massicci sulle coste siciliane. È una mossa che serve solo a mettere in difficoltà Renzi, ma è concepita con una certa abilità perché va incontro al malessere del Nord. “Che restino a casa loro”, “Rispediamoli a casa loro” sono frasi tipiche in cui si riconoscono gli elettori leghisti, ma anche tanti che leghisti non sono e nemmeno di destra.
Quanti sono i sindaci di sinistra che, sotto la pressione pubblica, condividono la linea di Maroni e Zaia? Senza dubbio numerosi. Del resto, basta leggere cosa ha detto sull’immigrazione il candidato del Pd a Venezia, Casson, mentre si prepara al ballottaggio («abbiamo già dato, ora basta»). E Casson viene dalla sinistra del partito, non è certo un renziano. Quanto a Cacciari, uno che conosce bene gli umori del Nord, ha definito «chiacchiere ideologiche» le posizioni ambigue del Pd e dello stesso premier.
Il sentiero è stretto. Da un lato, la pressione leghista; dall’altro la linea dell’accoglienza sostenuta da circoli che hanno una certa presa nel mondo del centrosinistra, ma soprattutto nell’Italia meridionale; il Nord va in tutt’altra direzione. In mezzo, la Chiesa che invita alla riconciliazione.
Ma come? Renzi deve riprendere a tessere una tela assai logorata. La risposta a tutti gli interrogativi è in Europa, ma prima bisogna trovare il modo di farsi ascoltare.
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