Da più parti viene giustamente
deplorata la fastidiosa attitudine, diffusasi a tutti i livelli della
comunicazione, di canzonare gli avversari umiliandoli come gufi,
rosiconi & sfigati; presentando di contro se stessi come baciati
dalla fortuna e accarezzati dalla vita.
In apparenza sintomo di
decadenza del linguaggio, della crisi dei valori solidaristici e del
confronto politico, questo brutto modo di fare è in realtà antico come
il mondo e quanto la natura conflittuale dell'essere sociale. E per
quanto riguarda il periodo che ci sta più vicino ha una precisa
genealogia.
Si tratta di un tipico argomento retorico di
distinzione, che individua il fondamento del legame sociale nell'invidia
e nel conflitto tra l'individuo benriuscito e quello invidioso (gli
individui sono l'unica sostanza qui riconosciuta). E che faceva parte in
primo luogo dell'armamentario dialettico dell'aristocrazia, la quale ne
ha fatto un uso intensivo durante la crisi dell'Ancien Régime, di
fronte ai crescenti e mal compresi fenomeni di malcontento sociale.
Nel corso del XIX secolo è poi fatto proprio anche dalla borghesia in
ascesa: inevitabilmente volgarizzato come tutto ciò che la borghesia
tocca, esso diventa il vanto dell'individuo proprietario e segue da
vicino la complicata ma progressiva compenetrazione di queste due classi
in un nuovo blocco sociale. Presente in Tocqueville come in Constant,
lungo questa linea il tema arriverà nel XX secolo sino a Popper, Hayek e
a numerosi altri interpreti del liberalismo. I quali non si sono mai
stancati di ripetere quanto il socialismo sia fondato sull'invidia
sociale e sul desiderio di vedere l'altro ridotto allo stesso livello di
disagio merdoso nel quale noi stessi siamo. Se un uomo non riesce ad
avere successo e rimane un fallito, del resto, in questa visione del
mondo è unicamente colpa sua e non ha alcun diritto di lamentarsi.
Questo tema, ahinoi, ha però avuto enorme fortuna per vie traverse anche a sinistra.
Trasfigurato da Nietzsche nel momento in cui questi - come ha spiegato
Norbert Elias - estremizzava il codice guerriero della tradizione
aristocratica nella sua versione borghese degradata, esso ha assunto le
forme della morale del ressentiment, ovvero del gregge, cui l'aquila ben
riuscita, colui che secondo la Genealogia della morale è di per sé
buono in quanto ben nato o ben fatto, deve contrapporre l'immoralismo
dello Uebermensch.
Nella lettura di Deleuze, diventa poi il tema
della contrapposizione tra forze attive e forze meramente reattive, ma
anche della trasgressione di contro all'etica hegeliana del lavoro, e
passa da qui nella cultura liquida postmoderna della sinistra
tardonovecentesca. E infine in quella dei nostri giorni, dove diventa
sinonimo dell'esser - improbabilmente - sempre belli e fighi di fronte
ai cessi sfigati che non sanno godersi la vita, siano essi le zecche
nella loro globalità per il ceto medio televisivo che sogna di essere
Briatore, la sinistra PD per i renziani (con qualche fondamento di
verità, va detto) o i nostalgici comunisti per i fan di Vendola, ecc.
ecc.
Il materialismo storico ha consentito da tempo alle forme di
coscienza delle classi subalterne e degli intellettuali ad esse legati
(?) di oltrepassare l'atteggiamento meramente reattivo. Tuttavia, la
sinistra aperitiva di oggi non dovrebbe mai dimenticare una cosa: nella
società divisa in classi è inevitabile che proprio nell'invidia, come
appunto Nietzsche aveva ben capito, risieda una delle radici del
conflitto politico-sociale. Non sarà mai possibile pertanto affrontare
l'invidia come fenomeno politico senza tematizzare anzitutto questo
conflitto [SGA].
Renzi e l'egemonia culturale
La Stampa 29 9 2015
Sedotti dall’arroganza di Renzi
Renzi e l'egemonia culturale
La Stampa 29 9 2015
Sedotti dall’arroganza di Renzi
La musica di Renzi. Le
ultime villanie del premier dicono qualcosa di nuovo su noi tutti: che
ci stiamo assuefacendo a una volgarità e una violenza che dovrebbero
destare allarme e forse scandalizzareAlberto Burgio manifesto 27.09.2015
In effetti la rozzezza dell’attacco non è una novità. Come non lo
è il fatto che il governo opti decisamente per la parte datoriale,
degradando i lavoratori a fannulloni e i sindacati a gravame
parassitario che si provvederà finalmente a ridimensionare.
È una cifra di questo governo un thatcherismo plebeo che liscia il
pelo agli umori più retrivi di cui trabocca la società scomposta
dalla crisi. Sempre daccapo il «capo del governo» si ripropone come
vendicatore delle buone ragioni, che guarda caso non sono mai quelle
di chi lavora. E si rivolge, complice la grancassa mediatica, a una
platea indistinta al cui cospetto agitare ogni volta il nuovo capro
espiatorio.
Sin qui nulla di nuovo dunque. Nuova è invece, in parte, l’ennesima caduta espressiva. Un lessico che si fa sempre più greve, prossimo allo squadrismo verbale di un novello Farinacci. Così ci si esprime, forse, al Bar Sport quando si è alzato troppo il gomito. Se si guida il governo di una democrazia costituzionale non ci si dovrebbe lasciare andare al manganello.
«La musica è cambiata», «tiro dritto» e «me ne frego». Senza dimenticare i beneamati «gufi». Quest’uomo fu qualche mese fa liquidato come un cafoncello dal direttore del più paludato quotidiano italiano. Quest’ultimo dovette poi prontamente sloggiare dal suo ufficio, a dimostrazione che il personaggio non è uno sprovveduto. Sin qui gli scontri decisivi li ha vinti, e non sarebbe superfluo capire sino in fondo perché. Ma la cafoneria resta tutta. E si accompagna alla scelta consapevole di selezionare un uditorio di facinorosi, di frustrati, di smaniosi di vincere con qualsiasi mezzo — magari vendendosi e svendendosi nelle aule parlamentari.
Secondo un’idea della società che celebra gli spiriti animali e ripudia i vincoli arcaici della giustizia, dell’equità, della solidarietà.
Di fatto il tono si fa sempre più arrogante, autoritario, ducesco. Gli altri debbono, lui decide. Ne sa qualcosa il presidente del Senato, trattato in questi giorni come quantità trascurabile. E qualcosa dovrebbe saperne anche il presidente della Repubblica, che evidentemente ha altro a cui pensare, visto che non ha fatto una piega — un silenzio fragoroso — quando Renzi ha minacciato di chiudere il Senato e trasformarne la sede in un museo — per fortuna non più in «un bivacco di manipoli». E forse proprio qui sta il punto, ciò che non permette di liberarsi di questo fastidioso rumore di fondo.
Questa ennesima villania non aggiunge granché a quanto sapevamo già dell’inquilino di palazzo Chigi, del suo profilo, del suo, diciamo, stile. Dice invece qualcosa di nuovo e d’importante su noi tutti, che ci stiamo assuefacendo, che ci disinteressiamo, che registriamo e accettiamo come normale amministrazione una volgarità e una violenza che dovrebbero destare allarme e forse scandalizzare. Tanto più che non si tratta, almeno formalmente, del capo di una destra nerboruta.
Nessuno ha protestato, nessuno ha reagito: men che meno, ovviamente, gli esponenti della «sinistra interna» del Pd, in teoria attenti alla qualità della nostra democrazia e alle ragioni e alla dignità del mondo del lavoro. Queste parole sono scivolate come acqua sul marmo, segno che le si è assunte come del tutto normali, cose giuste dette al momento giusto. In effetti da un certo punto di vista indubbiamente lo sono. Quest’ultima aggressione si armonizza appieno con la «musica» che questo governo suona da quando si è insediato. Ma la forma è sostanza, soprattutto in politica. E il sovrappiù di aggressività e di volgarità che la contraddistingue stupisce non sia stato nemmeno rilevato.
Evidentemente ci va bene essere governati da uno che — al netto delle sue scelte, sempre a favore di chi ha e può più degli altri — non sa aprir bocca senza minacciare insultare sfottere ridicolizzare. Ci va bene la tracotanza, ci piace la supponenza, ci seduce l’arroganza. Apprezziamo la violenza che scambiamo per forza e per autorevolezza. Dovremmo rifletterci un po’ su. Dovremmo fare più attenzione alle parole dette e ascoltate, avere maggiore rispetto per noi stessi. E chiederci finalmente che cosa siamo diventati e rischiamo di diventare seguitando di questo passo.
Sin qui nulla di nuovo dunque. Nuova è invece, in parte, l’ennesima caduta espressiva. Un lessico che si fa sempre più greve, prossimo allo squadrismo verbale di un novello Farinacci. Così ci si esprime, forse, al Bar Sport quando si è alzato troppo il gomito. Se si guida il governo di una democrazia costituzionale non ci si dovrebbe lasciare andare al manganello.
«La musica è cambiata», «tiro dritto» e «me ne frego». Senza dimenticare i beneamati «gufi». Quest’uomo fu qualche mese fa liquidato come un cafoncello dal direttore del più paludato quotidiano italiano. Quest’ultimo dovette poi prontamente sloggiare dal suo ufficio, a dimostrazione che il personaggio non è uno sprovveduto. Sin qui gli scontri decisivi li ha vinti, e non sarebbe superfluo capire sino in fondo perché. Ma la cafoneria resta tutta. E si accompagna alla scelta consapevole di selezionare un uditorio di facinorosi, di frustrati, di smaniosi di vincere con qualsiasi mezzo — magari vendendosi e svendendosi nelle aule parlamentari.
Secondo un’idea della società che celebra gli spiriti animali e ripudia i vincoli arcaici della giustizia, dell’equità, della solidarietà.
Di fatto il tono si fa sempre più arrogante, autoritario, ducesco. Gli altri debbono, lui decide. Ne sa qualcosa il presidente del Senato, trattato in questi giorni come quantità trascurabile. E qualcosa dovrebbe saperne anche il presidente della Repubblica, che evidentemente ha altro a cui pensare, visto che non ha fatto una piega — un silenzio fragoroso — quando Renzi ha minacciato di chiudere il Senato e trasformarne la sede in un museo — per fortuna non più in «un bivacco di manipoli». E forse proprio qui sta il punto, ciò che non permette di liberarsi di questo fastidioso rumore di fondo.
Questa ennesima villania non aggiunge granché a quanto sapevamo già dell’inquilino di palazzo Chigi, del suo profilo, del suo, diciamo, stile. Dice invece qualcosa di nuovo e d’importante su noi tutti, che ci stiamo assuefacendo, che ci disinteressiamo, che registriamo e accettiamo come normale amministrazione una volgarità e una violenza che dovrebbero destare allarme e forse scandalizzare. Tanto più che non si tratta, almeno formalmente, del capo di una destra nerboruta.
Nessuno ha protestato, nessuno ha reagito: men che meno, ovviamente, gli esponenti della «sinistra interna» del Pd, in teoria attenti alla qualità della nostra democrazia e alle ragioni e alla dignità del mondo del lavoro. Queste parole sono scivolate come acqua sul marmo, segno che le si è assunte come del tutto normali, cose giuste dette al momento giusto. In effetti da un certo punto di vista indubbiamente lo sono. Quest’ultima aggressione si armonizza appieno con la «musica» che questo governo suona da quando si è insediato. Ma la forma è sostanza, soprattutto in politica. E il sovrappiù di aggressività e di volgarità che la contraddistingue stupisce non sia stato nemmeno rilevato.
Evidentemente ci va bene essere governati da uno che — al netto delle sue scelte, sempre a favore di chi ha e può più degli altri — non sa aprir bocca senza minacciare insultare sfottere ridicolizzare. Ci va bene la tracotanza, ci piace la supponenza, ci seduce l’arroganza. Apprezziamo la violenza che scambiamo per forza e per autorevolezza. Dovremmo rifletterci un po’ su. Dovremmo fare più attenzione alle parole dette e ascoltate, avere maggiore rispetto per noi stessi. E chiederci finalmente che cosa siamo diventati e rischiamo di diventare seguitando di questo passo.
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