
Una rassegna di articoli che, soprattutto da sinistra e tranne alcune eccezioni, stentano a fare i conti con la realtà e si rifugiano nella dimensione dell'utopia e dell'eresia.
E' normale e giusto che sia così, oggi. Meno normale e giusto è che sia così tutti i giorni, anzitutto per rispetto verso il suo pensiero politico e la sua figura storica [SGA].
E’ morto Pietro Ingrao
Sergio Cararo Contropiano
La morte di Ingrao: tra stucchevole iconografia e problemi irrisolti
Martedì, 29 Settembre 2015 08:30 Michele Franco Contropiano
NON VOGLIAMO MORIRE INGRAIANISergio Cararo Editoriale di Radio Città Aperta 12 Maggio 2004
Le dichiarazioni su Cuba rilasciate da Pietro Ingrao al Corriere della Sera, dichiarazioni piuttosto banali, hanno dissipato in poche battute le parole per cui avevamo guardato con rispetto a Pietro Ingrao lo scorso anno. Commentando l’invasione dell’Iraq, Ingrao aveva detto che “la resistenza contro l’occupazione è la prima condizione per la pace”. Parole chiare, una volta tanto, che avevano avuto una funzione pedagogica positiva verso le migliaia di giovani che si stavano battendo in tutta Italia contro una guerra illegale e coloniale. Ma le cose dette su Cuba al Corriere della Sera nella cornice di un congresso – quello del Partito della Sinistra Europea – che gli aveva dedicato una vera ovazione, ci hanno restituito l’Ingrao di sempre. Non una parola sulla minaccia ormai reale di un’aggressione statunitense contro Cuba ma banalità sulle spiagge e i bagnini di Stato a Cuba, banalità che dovrebbero portarci a dire di non doverci più opporre alla privatizzazione dei litorali come invece fanno giustamente tanti compagni della sinistra nelle varie amministrazioni locali.
Pietro Ingrao è tornato così ad essere un “leader morale” della sinistra verso cui molti hanno sempre mostrato una indulgenza mal riposta e superiore alla qualità del personaggio. Lo fecero i fondatori del Manifesto, abbandonati da Ingrao quando il PCI decise la loro espulsione. Lo fecero migliaia di militanti della sinistra del PCI, che vedevano in lui una opposizione al compromesso storico che non si è mai manifestata come tale. Lo ha fatto per anni il quotidiano Il Manifesto, che lo ha intervistato ossessivamente e sistematicamente per anni anche quando Ingrao non aveva nulla di importante da dire al popolo della sinistra. Lo hanno fatto i militanti che diedero vita a Rifondazione Comunista mentre Ingrao rimaneva dentro il PDS scaturito dalla svolta della Bolognina e dall’ultimo congresso del PCI.
Ma c’è un altro fattore che ci porta a dire pubblicamente che noi, militanti nomadi o semplici attivisti di una sinistra antagonista che si rivendica ancora come tale, “non vogliamo morire ingraiani”. E’ la coincidenza quasi ossessiva con cui giornali e opinionisti ci dicono che, ogni svolta liquidazionista del nostro patrimonio storico e politico viene benedetta da “padri nobili della sinistra” come Pietro Ingrao e Vittorio Foa, due personalità agite strumentalmente come “vecchi innovatori” contro giovani conservatori. Quali sono i risultati positivi per la sinistra italiana che Ingrao o Foa possono rivendicare come propri? A ben guardare non ce n’è uno che abbia retto alla realtà dei fatti né ai grandi cambiamenti invocati come “madri di tutte le svolte”.
La nostra storia, dentro la sinistra italiana, è storia diversa da quella di Pietro Ingrao e con la sua non si è mai incontrata. Forse per questo ha retto al tempo, alla crisi della sinistra e al politicismo dominante. Il patrimonio storico del movimento operaio continuiamo a sentirlo ancora come nostro e guardiamo ai fallimenti delle suggestioni dell’iconoclastia di sinistra non solo con distacco ma con la pretesa di costruire ad essa ipotesi alternative. Se qualcuno volesse appiopparci come padri storici Pietro Ingrao e Vittorio Foa dichiariamo apertamente di volerci considerare volentieri orfani. La nostra è un’altra storia, un altro approccio, un’altra prospettiva nella lotta per la trasformazione sociale, una prospettiva che affonda le radici nella storia del movimento di classe in Italia e nel mondo, Cuba inclusa. E’ in questa prospettiva che non abbiamo mollato e non intendiamo mollare sul piano della lotta politica, sindacale, culturale anticapitalista ed è in questa prospettiva che ci auguriamo di poter vedere e costruire presto una sinistra in Italia e in Europa che non abbia voglia di “morire ingraiana”.
Il comunista irriducibile sempre a sinistra della realtàStaliniano finché Stalin visse, fu un compagno senza mai dubbi. Diresse "l'Unità", presiedette la Camera, non voleva cambiare il PciMario Cervi - Il Giornale Lun, 28/09/2015
E’ morto Pietro Ingrao
Sergio Cararo Contropiano
La morte di Ingrao: tra stucchevole iconografia e problemi irrisolti
Martedì, 29 Settembre 2015 08:30 Michele Franco Contropiano
NON VOGLIAMO MORIRE INGRAIANISergio Cararo Editoriale di Radio Città Aperta 12 Maggio 2004
Le dichiarazioni su Cuba rilasciate da Pietro Ingrao al Corriere della Sera, dichiarazioni piuttosto banali, hanno dissipato in poche battute le parole per cui avevamo guardato con rispetto a Pietro Ingrao lo scorso anno. Commentando l’invasione dell’Iraq, Ingrao aveva detto che “la resistenza contro l’occupazione è la prima condizione per la pace”. Parole chiare, una volta tanto, che avevano avuto una funzione pedagogica positiva verso le migliaia di giovani che si stavano battendo in tutta Italia contro una guerra illegale e coloniale. Ma le cose dette su Cuba al Corriere della Sera nella cornice di un congresso – quello del Partito della Sinistra Europea – che gli aveva dedicato una vera ovazione, ci hanno restituito l’Ingrao di sempre. Non una parola sulla minaccia ormai reale di un’aggressione statunitense contro Cuba ma banalità sulle spiagge e i bagnini di Stato a Cuba, banalità che dovrebbero portarci a dire di non doverci più opporre alla privatizzazione dei litorali come invece fanno giustamente tanti compagni della sinistra nelle varie amministrazioni locali.
Pietro Ingrao è tornato così ad essere un “leader morale” della sinistra verso cui molti hanno sempre mostrato una indulgenza mal riposta e superiore alla qualità del personaggio. Lo fecero i fondatori del Manifesto, abbandonati da Ingrao quando il PCI decise la loro espulsione. Lo fecero migliaia di militanti della sinistra del PCI, che vedevano in lui una opposizione al compromesso storico che non si è mai manifestata come tale. Lo ha fatto per anni il quotidiano Il Manifesto, che lo ha intervistato ossessivamente e sistematicamente per anni anche quando Ingrao non aveva nulla di importante da dire al popolo della sinistra. Lo hanno fatto i militanti che diedero vita a Rifondazione Comunista mentre Ingrao rimaneva dentro il PDS scaturito dalla svolta della Bolognina e dall’ultimo congresso del PCI.
Ma c’è un altro fattore che ci porta a dire pubblicamente che noi, militanti nomadi o semplici attivisti di una sinistra antagonista che si rivendica ancora come tale, “non vogliamo morire ingraiani”. E’ la coincidenza quasi ossessiva con cui giornali e opinionisti ci dicono che, ogni svolta liquidazionista del nostro patrimonio storico e politico viene benedetta da “padri nobili della sinistra” come Pietro Ingrao e Vittorio Foa, due personalità agite strumentalmente come “vecchi innovatori” contro giovani conservatori. Quali sono i risultati positivi per la sinistra italiana che Ingrao o Foa possono rivendicare come propri? A ben guardare non ce n’è uno che abbia retto alla realtà dei fatti né ai grandi cambiamenti invocati come “madri di tutte le svolte”.
La nostra storia, dentro la sinistra italiana, è storia diversa da quella di Pietro Ingrao e con la sua non si è mai incontrata. Forse per questo ha retto al tempo, alla crisi della sinistra e al politicismo dominante. Il patrimonio storico del movimento operaio continuiamo a sentirlo ancora come nostro e guardiamo ai fallimenti delle suggestioni dell’iconoclastia di sinistra non solo con distacco ma con la pretesa di costruire ad essa ipotesi alternative. Se qualcuno volesse appiopparci come padri storici Pietro Ingrao e Vittorio Foa dichiariamo apertamente di volerci considerare volentieri orfani. La nostra è un’altra storia, un altro approccio, un’altra prospettiva nella lotta per la trasformazione sociale, una prospettiva che affonda le radici nella storia del movimento di classe in Italia e nel mondo, Cuba inclusa. E’ in questa prospettiva che non abbiamo mollato e non intendiamo mollare sul piano della lotta politica, sindacale, culturale anticapitalista ed è in questa prospettiva che ci auguriamo di poter vedere e costruire presto una sinistra in Italia e in Europa che non abbia voglia di “morire ingraiana”.
Il comunista irriducibile sempre a sinistra della realtàStaliniano finché Stalin visse, fu un compagno senza mai dubbi. Diresse "l'Unità", presiedette la Camera, non voleva cambiare il PciMario Cervi - Il Giornale Lun, 28/09/2015
LA FEDELTÀ AL PRINCIPIO SPERANZA
MASSIMO CACCIARI Repubblica
Gli storici, meglio e più di compagni e colleghi, potranno aiutare a comprendere il ruolo civile e culturale svolto da Ingrao nel nostro Paese, ruolo che trascende di gran lunga l’importanza della sua figura politica e istituzionale. Io che lo conobbi prima come dirigente impegnato in una battaglia decisiva dentro il suo partito e poi come presidente della Camera durante anni tragici — e che da allora più da lui mi allontanavo per tanti aspetti nelle idee e nelle scelte e più lo stimavo e più l’ho sentito umanamente prossimo — vorrei ricordarlo con un’espressione sola: “Ingrao o della fedeltà”. Le personalità di grande formato hanno una parte da coprire, possono interpretarla diversamente, ma rimane quella. Il loro posto assume il carattere di un destino, spesso drammatico, ma è quello che devono tenere. Come si continua a restare in una lingua, in una nazione, in una cultura, nonostante tutto. Ingrao non si è mai arreso alla moda. Ciò può anche portare a errori: è possibile prender per mode anche aspetti di grandi, complessive trasformazioni. Ma l’essenziale è certo non illudersi che la vana moda sia chissà quale novitas , caratteristica principe della stupidità. Il “destino”’ che Ingrao sentiva in sé era quello di rappresentare il “principio speranza”, irriducibile alla prassi delle “modificazioni” permanenti, nella sinistra italiana. In questo senso Ingrao ha lottato per riformare questo Paese senza essere un riformista. Non si costruiscono “ismi” con le riforme, pena il fissare la prassi riformista come un limite ideologicamente insuperabile. Contro tale dogmatismo Ingrao, anche il poeta Ingrao, ha sempre combattuto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Gli storici, meglio e più di compagni e colleghi, potranno aiutare a comprendere il ruolo civile e culturale svolto da Ingrao nel nostro Paese, ruolo che trascende di gran lunga l’importanza della sua figura politica e istituzionale. Io che lo conobbi prima come dirigente impegnato in una battaglia decisiva dentro il suo partito e poi come presidente della Camera durante anni tragici — e che da allora più da lui mi allontanavo per tanti aspetti nelle idee e nelle scelte e più lo stimavo e più l’ho sentito umanamente prossimo — vorrei ricordarlo con un’espressione sola: “Ingrao o della fedeltà”. Le personalità di grande formato hanno una parte da coprire, possono interpretarla diversamente, ma rimane quella. Il loro posto assume il carattere di un destino, spesso drammatico, ma è quello che devono tenere. Come si continua a restare in una lingua, in una nazione, in una cultura, nonostante tutto. Ingrao non si è mai arreso alla moda. Ciò può anche portare a errori: è possibile prender per mode anche aspetti di grandi, complessive trasformazioni. Ma l’essenziale è certo non illudersi che la vana moda sia chissà quale novitas , caratteristica principe della stupidità. Il “destino”’ che Ingrao sentiva in sé era quello di rappresentare il “principio speranza”, irriducibile alla prassi delle “modificazioni” permanenti, nella sinistra italiana. In questo senso Ingrao ha lottato per riformare questo Paese senza essere un riformista. Non si costruiscono “ismi” con le riforme, pena il fissare la prassi riformista come un limite ideologicamente insuperabile. Contro tale dogmatismo Ingrao, anche il poeta Ingrao, ha sempre combattuto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Rossana Rossanda “Per proteggere il partito rinunciò a cambiare la storia”
GIOVANNA CASADIO ROMA Repubblica
«Quando ha compiuto i cento anni la scorsa primavera, Pietro Ingrao è stato celebrato come un grande italiano punto e basta. Ma Pietro ci teneva a essere definito un comunista, e io è così che lo voglio ricordare…» Rossana Rossanda, raggiunta nella sua casa di Parigi dalla notizia della morte di Ingrao, ripensa alla sinistra alle sue spalle, a quel lungo tratto di storia fatto di conflitti e condivisioni. La cofondatrice del manifesto fa di Ingrao un ritratto commosso e inedito.
Rossanda, quale sentimento prova? E un’epoca che si chiude…
«Quando ha compiuto i cento anni la scorsa primavera, Pietro Ingrao è stato celebrato come un grande italiano punto e basta. Ma Pietro ci teneva a essere definito un comunista, e io è così che lo voglio ricordare…» Rossana Rossanda, raggiunta nella sua casa di Parigi dalla notizia della morte di Ingrao, ripensa alla sinistra alle sue spalle, a quel lungo tratto di storia fatto di conflitti e condivisioni. La cofondatrice del manifesto fa di Ingrao un ritratto commosso e inedito.
Rossanda, quale sentimento prova? E un’epoca che si chiude…
«Assolutamente sì, è un’epoca che con lui finisce ».
Cosa di Ingrao in questo momento vuole ricordare?
«Il suo modo di porsi delle domande, gli interrogativi. Talvolta anche esagerati. Talvolta lo hanno bloccato nelle scelte».
Ingrao disse poi di essersi pentito di avere votato per l’espulsione dal Pci di voi del gruppo del “manifesto”. Ammise che gli era mancata “l’immaginazione e il coraggio” per seguirvi?
«Affermò che si trovò solo nelle battaglia e che noi l’avevamo abbandonato. Non andò così».
Lei gli rimproverò di non essere stato abbastanza determinato?
«Si. Penso che sarebbe stata un’altra strada per il movimento comunista italiano se lui avesse attaccato il partito di Occhetto di cui non condivise la svolta. Non che il coraggio gli mancasse ma a prevalere fu la volontà di proteggere il partito, che per lui non era solo il gruppo dirigente ma qualche milione di persone che si sentivano rappresentate. Davvero tutta la storia di Rifondazione comunista sarebbe stata diversa e forse a sinistra dell’allora Pci ci sarebbe stata un voce più forte di quella di Garavini e di Bertinotti. Ma Pietro non lo volle fare».
Cosa era il comunismo per Ingrao?
«Cosa fosse nei suoi pensieri non lo so. Dello sviluppo dell’Urss, della Cina e di Cuba non abbiamo mai parlato, né lui ha scritto nulla. Però va fatta un’osservazione: la storia del comunismo reale di questi paesi non l’ha fatta lui come non l’ha fatta nessuno di noi. Se la storia è andata come è andata, chiunque di noi oggi può dire “forse ho sbagliato anche a tentare”. A Pietro non è venuto mai questo dubbio, di avere cioè sbagliato anche a tentare».
Della parola comunismo voleva preservare il valore evocativo?
«Non credo, piuttosto ritengo che lui pensasse che fosse il solo modo di uscire da una crisi molto grave della società contemporanea».
Una cosa che vale anche per lei?
«Per me sì. Ciascuno alla domanda risponde diversamente. Oggi la gran parte dei movimenti di base vengono da tradizioni diverse».
Quale episodio le piace ricordare di Ingrao?
«Ingrao era il punto di riferimento di una grossa sinistra interna nel Pci negli anni Sessanta. Era un fronte molto più vasto di quanto non fossimo noi “eretici” del manifesto , ogni volta che prendeva la parola era sommerso dagli applausi. Fu così anche nel congresso in cui tutta la direzione del Pci lo isolò. Fu messo rispettosamente ma completamente da parte. Mi piacerebbe sapere se Berlinguer, quando capitò a lui in seguito di trovarsi solo, non si sia chiesto se aveva fatto un errore grave ad allontanare Ingrao. Perché Ingrao non era un estremista, ma un uomo politico molto moderno, un riformista determinato, uno che avrebbe fatto ordine nel partito non camminando sui cadaveri».
Ma di Ingrao a lei cosa piaceva?
«Il bisogno di capire al di là delle formule».
Cosa vuol dire oggi essere di sinistra?
«Ma cos’è la sinistra? La bussola dell’uguaglianza non c’è quasi nessuno che ce l’abbia. Non c’è più una differenza tra una posizione di centrodestra e una di centrosinistra, Renzi ne è un esempio folgorante ».
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La grande eresia
di Guido Crainz Repubblica 28.9.15
È STATO un alto testimone del Novecento, Pietro Ingrao, e al tempo stesso della storia del comunismo italiano nelle speranze e nei drammi di un secolo. Un alto testimone, anche, di contraddizioni brucianti. In Volevo la luna ha raccontato benissimo una parte del suo percorso.
DAGLI ANNI giovanili, dall’adesione all’antifascismo e al Pci sino ai mesi terribili del rapimento di Moro, che visse come primo presidente comunista della Camera. Un percorso scandito dalla Resistenza, dalle speranze dell’immediato dopoguerra e poi dalla sconfitta elettorale delle sinistre nel 1948. Sino alla presa d’atto di una sconfitta ancor più grande, ed era il 1956: con le illusioni alimentate dal XX Congresso del partito comunista sovietico, prima, e poi con il trauma dell’invasione dell’Ungheria. L’ «indimenticabile 1956», fu lui a coniare quella definizione: una citazione di un vecchio film sovietico, ha ricordato (quasi una “richiesta d’aiuto” alla sua passione per il cinema nel momento più terribile). Iniziò da lì il vero dramma del comunismo italiano, iniziò nel momento in cui quella “rivelazione” non fu compresa per quel che era. Per le menzogne che lacerava, per le tragedie su cui gettava fasci di luce cruda. Ingrao l’ha vissuto per intero, quel dramma. In qualche modo ne è stato prigioniero, forse, ma ha vissuto la contraddizione con quel rigore intellettuale, quella coerenza morale, quell’ansia intellettuale che sono il suo segno distintivo più forte.
Iniziava a trasformarsi profondamente l’Italia, in quel declinare degli anni Cinquanta, e Ingrao fu fra i primi a dire all’interno del Pci che «l’arretratezza italiana» su cui il partito ancora insisteva stava diventando un ricordo del passato. Ed era quindi necessario misurarsi con la nuova «modernità» del Paese (con il neocapitalismo, per usare i termini di allora), con i nuovi squilibri che induceva ma anche con le sue potenzialità. Scompariva davvero la vecchia Italia, allora. Iniziava la fuga dalle campagne di quei braccianti e di quei mezzadri che avevano largamente aderito al “partito nuovo” togliattiano, la stessa classe operaia si trasformava profondamente ed erano messi in discussione gli orizzonti culturali su cui si era formata larga parte della classe dirigente della Repubblica.
La grande eresia di Pietro Ingrao fu quella di dire che non si poteva comprendere e trasformare quel mondo con il centralismo (anti)democratico vigente nel partito. Fu il tema che portò sino alla tribuna dell’XI congresso del Pci, nel 1966, nonostante i durissimi attacchi che aveva ricevuto all’interno del gruppo dirigente e sapendo bene che avrebbe pagato di persona. Fu sconfitto, e quella sconfitta lo segnò in profondità. Se non si comprende cos’ha significato essere “comunisti italiani” non si comprende neppure perché accettò poco più tardi l’espulsione del gruppo, cresciuto alla sua scuola, che aveva fondato il manifesto (Natoli, Rossanda, Pintor, Magri, Castellina e altri ancora). Un grande errore, ha riconosciuto poi, ma del tutto inscritto in una più lunga storia.
Ha risposto a quei nodi con una riflessione mai abbandonata sul rapporto fra socialismo e democrazia: sul rapporto fra “masse e potere”, per citare il titolo di un suo libro, sulle forme di democrazia partecipata e su altro ancora. Restando fedele al suo essere “comunista italiano” anche quando il comunismo internazionale e il Pci scomparvero insieme. Figlio del secolo, di nuovo: di quel secolo. Con quel rigore intellettuale e con quelle passioni intellettuali, dal cinema alla poesia, che lo hanno accompagnato fino all’ultimo.
di Guido Crainz Repubblica 28.9.15
È STATO un alto testimone del Novecento, Pietro Ingrao, e al tempo stesso della storia del comunismo italiano nelle speranze e nei drammi di un secolo. Un alto testimone, anche, di contraddizioni brucianti. In Volevo la luna ha raccontato benissimo una parte del suo percorso.
DAGLI ANNI giovanili, dall’adesione all’antifascismo e al Pci sino ai mesi terribili del rapimento di Moro, che visse come primo presidente comunista della Camera. Un percorso scandito dalla Resistenza, dalle speranze dell’immediato dopoguerra e poi dalla sconfitta elettorale delle sinistre nel 1948. Sino alla presa d’atto di una sconfitta ancor più grande, ed era il 1956: con le illusioni alimentate dal XX Congresso del partito comunista sovietico, prima, e poi con il trauma dell’invasione dell’Ungheria. L’ «indimenticabile 1956», fu lui a coniare quella definizione: una citazione di un vecchio film sovietico, ha ricordato (quasi una “richiesta d’aiuto” alla sua passione per il cinema nel momento più terribile). Iniziò da lì il vero dramma del comunismo italiano, iniziò nel momento in cui quella “rivelazione” non fu compresa per quel che era. Per le menzogne che lacerava, per le tragedie su cui gettava fasci di luce cruda. Ingrao l’ha vissuto per intero, quel dramma. In qualche modo ne è stato prigioniero, forse, ma ha vissuto la contraddizione con quel rigore intellettuale, quella coerenza morale, quell’ansia intellettuale che sono il suo segno distintivo più forte.
Iniziava a trasformarsi profondamente l’Italia, in quel declinare degli anni Cinquanta, e Ingrao fu fra i primi a dire all’interno del Pci che «l’arretratezza italiana» su cui il partito ancora insisteva stava diventando un ricordo del passato. Ed era quindi necessario misurarsi con la nuova «modernità» del Paese (con il neocapitalismo, per usare i termini di allora), con i nuovi squilibri che induceva ma anche con le sue potenzialità. Scompariva davvero la vecchia Italia, allora. Iniziava la fuga dalle campagne di quei braccianti e di quei mezzadri che avevano largamente aderito al “partito nuovo” togliattiano, la stessa classe operaia si trasformava profondamente ed erano messi in discussione gli orizzonti culturali su cui si era formata larga parte della classe dirigente della Repubblica.
La grande eresia di Pietro Ingrao fu quella di dire che non si poteva comprendere e trasformare quel mondo con il centralismo (anti)democratico vigente nel partito. Fu il tema che portò sino alla tribuna dell’XI congresso del Pci, nel 1966, nonostante i durissimi attacchi che aveva ricevuto all’interno del gruppo dirigente e sapendo bene che avrebbe pagato di persona. Fu sconfitto, e quella sconfitta lo segnò in profondità. Se non si comprende cos’ha significato essere “comunisti italiani” non si comprende neppure perché accettò poco più tardi l’espulsione del gruppo, cresciuto alla sua scuola, che aveva fondato il manifesto (Natoli, Rossanda, Pintor, Magri, Castellina e altri ancora). Un grande errore, ha riconosciuto poi, ma del tutto inscritto in una più lunga storia.
Ha risposto a quei nodi con una riflessione mai abbandonata sul rapporto fra socialismo e democrazia: sul rapporto fra “masse e potere”, per citare il titolo di un suo libro, sulle forme di democrazia partecipata e su altro ancora. Restando fedele al suo essere “comunista italiano” anche quando il comunismo internazionale e il Pci scomparvero insieme. Figlio del secolo, di nuovo: di quel secolo. Con quel rigore intellettuale e con quelle passioni intellettuali, dal cinema alla poesia, che lo hanno accompagnato fino all’ultimo.
Pietro Ingrao, il comunista che voleva la luna
Morto a 100 anni. Una vita di battaglie dure e difficili, dentro e fuori del partito. Ma il mondo che sognava non è mai arrivato: “C’è poco da fare, siamo stati sconfitti”di Riccardo Barenghi La Stampa 28.9.15
È morto nel sonno, ieri pomeriggio verso le quattro e mezzo, nella sua casa del quartiere Italia, a Roma. Pietro Ingrao aveva compiuto 100 anni il 30 marzo. Ieri mattina ha avuto ancora la forza di fare colazione, ma da diversi mesi la sua vita scorreva in una sorta di letargo.
Le figlie e il figlio Guido (nome da partigiano di Pietro) si sono precipitati nell’appartamento del padre, e così gli innumerevoli nipoti e bisnipoti. Telefonate, messaggi, parenti, amici, leader politici, compagni di partito e di politica. E le istituzioni, a cominciare dalla presidente della Camera Laura Boldrini: si tratta anche di organizzare i funerali, l’ultimo saluto a uno storico dirigente del Pci e della sinistra comunista, nonché a sua volta presidente dell’assemblea di Montecitorio dal 1976 al 1979.
Tribuna dalla quale seguì minuto per minuto il drammatico rapimento di Aldo Moro sfociato nel suo assassinio.
Un’ora dopo la morte, Ingrao è steso sul letto: dimagrito ma non trasfigurato, nessuna malattia l’aveva colpito. Ha potuto lasciare la vita così, senza accorgersene.
Errori e orrori
Quasi cent’anni prima, quando era un bambino, Ingrao una sera d’estate aveva rifiutato di fare la pipì nel vasino. I genitori insistono ma niente, lui non cede. Alla fine il padre gli promette un regalo. Pietro accetta, fa la sua pipì, guarda il padre e gli fa: «Voglio la luna». Ma nessuno può dargliela, lui si arrabbia e sbotta: «E io rivoglio la piscia mia». L’episodio è una metafora della sua vita: la luna era la rivoluzione, il comunismo. O meglio un mondo che, attraverso il comunismo, sarebbe diventato più giusto, migliore.
Quel mondo non è mai arrivato, il comunismo è fallito, lo stesso Ingrao ne ha visti e denunciati gli errori e gli orrori (non sempre nel tempo giusto, come lui stesso ammetterà), la luna è rimasta lì dove è sempre stata. E adesso anche lui esce di scena dopo aver raggiunto il secolo di vita.
Un secolo, appunto, quel Novecento che, come lui stesso ha detto e scritto tante volte, è stato il periodo che ha visto i cambiamenti, i terremoti sociali e politici più importanti della storia. Dalla Rivoluzione russa al fascismo, dal nazismo alla Resistenza, dai lunghi anni di scontro con la Dc al crollo del Muro di Berlino e alla morte del Pci, fino alle guerre moderne, cominciate con quella del Golfo nel ‘91 e non ancora finite. Una lotta dopo l’altra, col partito ma anche dentro al partito. Lotte dure, difficili da vincere, e infatti lui nelle tante interviste o conversazioni fatte nel corso del tempo ha sempre enfatizzato con amarezza il risultato ottenuto: «C’è poco da fare, siamo stati sconfitti. È inutile nascondersi la realtà, per quando dura e difficile possa essere». E c’è un’altra metafora che sintetizza perfettamente il concetto, una sua poesia di poche parole: «Pensammo una torre / Scavammo nella polvere».
Tuttavia Ingrao la sua vita non l’avrebbe voluta indietro come la pipì. Se avesse potuto tornare indietro, avrebbe rifatto quello che ha fatto, quella «scelta di vita» - come la chiamò il suo compagno-avversario Amendola - Ingrao non l’ha mai messa in discussione, non si è mai pentito di essere stato comunista. Orgoglioso, a volte entusiasta di questa sua militanza così lunga e profonda. Ma spesso critico, autocritico, perfino sofferente di fronte ai grandi e drammatici fatti che hanno segnato la storia della sua «fede».
Cinema e poesia
Una storia talmente lunga e ricca che è difficile anche cominciarla. Negli anni Trenta era appassionato di cinema e di poesia, la politica non la considerava la sua missione. La scossa è arrivata con la guerra di Spagna, è a quel punto che Ingrao si schiera e parte per la sua avventura comunista. Seguirà la Resistenza, la clandestinità, la Liberazione, la direzione dell’Unità, il rapporto strettissimo ma anche conflittuale con Palmiro Togliatti, il suo famoso editoriale intitolato «Da una parte della barricata» in cui appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria, editoriale di cui non ha mai smesso di pentirsi. E qui va ricordato un altro episodio: dopo aver scritto quell’articolo, rispettando la disciplina di partito, Ingrao andò a trovare proprio il leader del Pci per comunicargli il suo sgomento per quell’invasione. Togliatti gli rispose secco: «Oggi io ho bevuto un bicchiere di vino in più». Non voleva dire che aveva brindato ai carri armati, probabilmente, ma l’interpretazione autentica di quel bicchiere nessuno l’ha mai saputa dare.
Ed è dopo la morte di Togliatti che comincia la storia di Ingrao leader della minoranza del partito. La sua battaglia per la democrazia interna, la critica al comunismo reale, quello sovietico, sfociano nel congresso del 1966, l’XI, dove Ingrao e i suoi (quelli che qualche anno dopo fecero nascere il Manifesto e per questo furono radiati dal Pci con il voto favorevole del loro stesso maestro: altro episodio di cui Ingrao si è sempre autocriticato ferocemente) vennero duramente sconfitti: «Cari compagni, mentirei se vi dicessi che mi avete convinto», pronunciò dalla tribuna.
Una frase storica perché metteva in piazza, per la prima volta nella storia del Pci, il dissenso. Viene applaudito a lungo, una standing ovation si direbbe oggi, ma è un omaggio che non cambia i rapporti di forza. Vincono Longo, Amendola, Pajetta, Alicata, Napolitano col quale seguirono parecchi scontri politici. Qualche anno dopo saranno loro a eleggere Enrico Berlinguer segretario del Pci. I due, Berlinguer e Ingrao, avranno sempre un rapporto leale, ma difficilmente riusciranno a trovare punti profondi di convergenza politica.
La scoperta di Internet
Il resto è storia recente, lo strappo di Occhetto, l’opposizione del vecchio leader della sinistra (che all’epoca aveva «solo» 75 anni), la sua uscita solitaria dal Pds, la sempre più accentuata ritrosia a occuparsi della politica politicante (negli anni Ottanta si era appassionato dei video musicali, la sua curiosità per le novità era notevole, tanto che ultimamente aveva addirittura aperto un sito Internet).
Pensava molto alla guerra come paradigma del mondo moderno. Era nato durante la Grande guerra, aveva vissuto da giovane la «terribile» Seconda guerra mondiale, aveva combattuto per il Vietnam, si era schierato contro tutte le guerre «americane» degli ultimi venticinque anni. È morto senza riuscire a trovare la pace, e nemmeno la luna.
Morto a 100 anni. Una vita di battaglie dure e difficili, dentro e fuori del partito. Ma il mondo che sognava non è mai arrivato: “C’è poco da fare, siamo stati sconfitti”di Riccardo Barenghi La Stampa 28.9.15
È morto nel sonno, ieri pomeriggio verso le quattro e mezzo, nella sua casa del quartiere Italia, a Roma. Pietro Ingrao aveva compiuto 100 anni il 30 marzo. Ieri mattina ha avuto ancora la forza di fare colazione, ma da diversi mesi la sua vita scorreva in una sorta di letargo.
Le figlie e il figlio Guido (nome da partigiano di Pietro) si sono precipitati nell’appartamento del padre, e così gli innumerevoli nipoti e bisnipoti. Telefonate, messaggi, parenti, amici, leader politici, compagni di partito e di politica. E le istituzioni, a cominciare dalla presidente della Camera Laura Boldrini: si tratta anche di organizzare i funerali, l’ultimo saluto a uno storico dirigente del Pci e della sinistra comunista, nonché a sua volta presidente dell’assemblea di Montecitorio dal 1976 al 1979.
Tribuna dalla quale seguì minuto per minuto il drammatico rapimento di Aldo Moro sfociato nel suo assassinio.
Un’ora dopo la morte, Ingrao è steso sul letto: dimagrito ma non trasfigurato, nessuna malattia l’aveva colpito. Ha potuto lasciare la vita così, senza accorgersene.
Errori e orrori
Quasi cent’anni prima, quando era un bambino, Ingrao una sera d’estate aveva rifiutato di fare la pipì nel vasino. I genitori insistono ma niente, lui non cede. Alla fine il padre gli promette un regalo. Pietro accetta, fa la sua pipì, guarda il padre e gli fa: «Voglio la luna». Ma nessuno può dargliela, lui si arrabbia e sbotta: «E io rivoglio la piscia mia». L’episodio è una metafora della sua vita: la luna era la rivoluzione, il comunismo. O meglio un mondo che, attraverso il comunismo, sarebbe diventato più giusto, migliore.
Quel mondo non è mai arrivato, il comunismo è fallito, lo stesso Ingrao ne ha visti e denunciati gli errori e gli orrori (non sempre nel tempo giusto, come lui stesso ammetterà), la luna è rimasta lì dove è sempre stata. E adesso anche lui esce di scena dopo aver raggiunto il secolo di vita.
Un secolo, appunto, quel Novecento che, come lui stesso ha detto e scritto tante volte, è stato il periodo che ha visto i cambiamenti, i terremoti sociali e politici più importanti della storia. Dalla Rivoluzione russa al fascismo, dal nazismo alla Resistenza, dai lunghi anni di scontro con la Dc al crollo del Muro di Berlino e alla morte del Pci, fino alle guerre moderne, cominciate con quella del Golfo nel ‘91 e non ancora finite. Una lotta dopo l’altra, col partito ma anche dentro al partito. Lotte dure, difficili da vincere, e infatti lui nelle tante interviste o conversazioni fatte nel corso del tempo ha sempre enfatizzato con amarezza il risultato ottenuto: «C’è poco da fare, siamo stati sconfitti. È inutile nascondersi la realtà, per quando dura e difficile possa essere». E c’è un’altra metafora che sintetizza perfettamente il concetto, una sua poesia di poche parole: «Pensammo una torre / Scavammo nella polvere».
Tuttavia Ingrao la sua vita non l’avrebbe voluta indietro come la pipì. Se avesse potuto tornare indietro, avrebbe rifatto quello che ha fatto, quella «scelta di vita» - come la chiamò il suo compagno-avversario Amendola - Ingrao non l’ha mai messa in discussione, non si è mai pentito di essere stato comunista. Orgoglioso, a volte entusiasta di questa sua militanza così lunga e profonda. Ma spesso critico, autocritico, perfino sofferente di fronte ai grandi e drammatici fatti che hanno segnato la storia della sua «fede».
Cinema e poesia
Una storia talmente lunga e ricca che è difficile anche cominciarla. Negli anni Trenta era appassionato di cinema e di poesia, la politica non la considerava la sua missione. La scossa è arrivata con la guerra di Spagna, è a quel punto che Ingrao si schiera e parte per la sua avventura comunista. Seguirà la Resistenza, la clandestinità, la Liberazione, la direzione dell’Unità, il rapporto strettissimo ma anche conflittuale con Palmiro Togliatti, il suo famoso editoriale intitolato «Da una parte della barricata» in cui appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria, editoriale di cui non ha mai smesso di pentirsi. E qui va ricordato un altro episodio: dopo aver scritto quell’articolo, rispettando la disciplina di partito, Ingrao andò a trovare proprio il leader del Pci per comunicargli il suo sgomento per quell’invasione. Togliatti gli rispose secco: «Oggi io ho bevuto un bicchiere di vino in più». Non voleva dire che aveva brindato ai carri armati, probabilmente, ma l’interpretazione autentica di quel bicchiere nessuno l’ha mai saputa dare.
Ed è dopo la morte di Togliatti che comincia la storia di Ingrao leader della minoranza del partito. La sua battaglia per la democrazia interna, la critica al comunismo reale, quello sovietico, sfociano nel congresso del 1966, l’XI, dove Ingrao e i suoi (quelli che qualche anno dopo fecero nascere il Manifesto e per questo furono radiati dal Pci con il voto favorevole del loro stesso maestro: altro episodio di cui Ingrao si è sempre autocriticato ferocemente) vennero duramente sconfitti: «Cari compagni, mentirei se vi dicessi che mi avete convinto», pronunciò dalla tribuna.
Una frase storica perché metteva in piazza, per la prima volta nella storia del Pci, il dissenso. Viene applaudito a lungo, una standing ovation si direbbe oggi, ma è un omaggio che non cambia i rapporti di forza. Vincono Longo, Amendola, Pajetta, Alicata, Napolitano col quale seguirono parecchi scontri politici. Qualche anno dopo saranno loro a eleggere Enrico Berlinguer segretario del Pci. I due, Berlinguer e Ingrao, avranno sempre un rapporto leale, ma difficilmente riusciranno a trovare punti profondi di convergenza politica.
La scoperta di Internet
Il resto è storia recente, lo strappo di Occhetto, l’opposizione del vecchio leader della sinistra (che all’epoca aveva «solo» 75 anni), la sua uscita solitaria dal Pds, la sempre più accentuata ritrosia a occuparsi della politica politicante (negli anni Ottanta si era appassionato dei video musicali, la sua curiosità per le novità era notevole, tanto che ultimamente aveva addirittura aperto un sito Internet).
Pensava molto alla guerra come paradigma del mondo moderno. Era nato durante la Grande guerra, aveva vissuto da giovane la «terribile» Seconda guerra mondiale, aveva combattuto per il Vietnam, si era schierato contro tutte le guerre «americane» degli ultimi venticinque anni. È morto senza riuscire a trovare la pace, e nemmeno la luna.
Il comunista che amava il dubbio e voleva la luna
di Paolo Franchi Corriere 28.9.15
Se ne è andato a cent’anni un pezzo, e che pezzo, non solo della storia del Pci e della sinistra, ma anche e soprattutto, se l’espressione nell’Italia dei novissimi ha ancora un senso, della storia repubblicana. Perché Pietro Ingrao, nato nel 1915, nel Novecento italiano, e pure nel primo scorcio del Terzo Millennio, si è tuffato, o si è sentito buttato dentro, nel 1936, con la guerra di Spagna .
Poi Pietro Ingrao ha nuotato senza risparmio di sé finché ha avuto un minimo di energie per farlo. Nel Pci, finché c’è stato il Pci. Ma, prima e dopo, guardando oltre i confini del suo partito. Ai movimenti, sì, senza lasciarsi rinchiudere, se non da compagni e avversari avvezzi all’uso e all’abuso della banalità come strumento di lotta e di aggressione politica, nel movimentismo. Ma pure, eccome, alle istituzioni, allo Stato, a interlocutori molto lontani da lui, che a torto o a ragione gli sembravano interessati a tessere le fila di un discorso di cambiamento e di riforma. La cosa potrà sembrare strana o insensata a giovani politici di successo che si fanno un vanto di non avere passato e di non coltivare memoria. E però nel 1969 — lo stesso anno dell’autunno caldo che visse come un inveramento forse insperato delle sue posizioni sconfitte all’undicesimo congresso del Pci, lo stesso anno in cui i suoi compagni più cari, quelli del «manifesto», venivano radiati dal partito — fu lui, Ingrao, il primo interlocutore di Ciriaco De Mita non sul compromesso storico, che non convinse mai nessuno dei due, ma sulle riforme istituzionali che avrebbero potuto sbloccare la democrazia italiana. Più tardi, lasciata nel 1979, la presidenza della Camera, fu ancora lui ad avviare, con il Centro per la riforma dello Stato, il primo confronto di merito con le socialdemocrazie europee in tempi in cui, per i comunisti, socialdemocrazia era una parolaccia. E nella seconda metà degli anni Ottanta fu sempre lui il più radicale fautore del monocameralismo.
Tutto questo solo per ricordare che stiamo parlando di una personalità complessa, molto più complessa, del cliché dell’acchiappanuvole consegnatoci da tanti suoi ex compagni del vecchio gruppo dirigente comunista. Ingrao fu amato, amatissimo, dalla sua gente: il che, tocca dire, capita raramente agli intellettuali inclini all’astrattezza. Indimenticabile, per chi la ha vissuta, resta l’ovazione che gli riservò, correva l’anno 1966, la platea dell’undicesimo congresso del Pci, quello della sua sconfitta e del suo isolamento, mentre la presidenza dei vincitori lo guardava gelida: chissà quanto e come sarebbe cambiata la storia italiana, non solo quella del Pci e della sinistra, se il diritto a non essere d’accordo rivendicato da Ingrao non fosse stato liquidato come la più inammissibile delle eresie .
Ma tornano pure alla mente le parole con cui Ettore Scola spiegò perché volle collocare una scena chiave del suo film «Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca» all’interno di un comizio di Ingrao a piazza San Giovanni. Perché, disse, tra i dirigenti comunisti lo sentivo il più vicino al dramma della povera gente: probabilmente oggi molti salirebbero in cattedra a spiegarci che si trattava, né più né meno, di populismo, dimenticando, o fingendo di dimenticare, che una sinistra senza popolo semplicemente non esiste.
Forse questo ha qualcosa, o molto, da spartire, con l’espressione, all’apparenza ermetica, cui Ingrao fece ricorso per spiegare, sul finire del 1989, la sua opposizione alla svolta di Achille Occhetto. Che, secondo lui, non solo cancellava un orizzonte ideale senza il quale il partito, comunque denominato, avrebbe perso la sua stessa ragion d’essere, ma tagliava seccamente un «grumo di vissuto», una storia collettiva fatta anche di un’infinità di microstorie: liquidava cioè quella capacità di stabilire un nesso tra passato, presente e futuro senza il quale (Matteo Renzi andava ancora a scuola) l’agire politico si snoda istante dopo istante, annuncio dopo annuncio, improvvisazione dopo improvvisazione. Forse sbagliava Ingrao, e così radicalmente da ritrovarsi per un tratto alleato, proprio lui, di quelle componenti più conservatrici del Pci che per una vita lo avevano contrastato, considerandolo una specie di matto in casa. Ma la sua preoccupazione, come dimostrano le tristi sorti del postcomunismo italiano, e più in generale quelle della Seconda Repubblica, non era infondata, e in ogni caso non era spiegabile solo come un rigurgito di passatismo.
Si ritrasse, allora, Ingrao, dalla milizia politica quotidiana. Non dalla politica, però, dentro il cui gorgo stava da più di cinquant’anni, e che continuava a rappresentare il fulcro della sua esistenza, anche quando poetava — ed è stato un poeta vero, non un dilettante della domenica — o si occupava di cinema, l’altra grande passione (memorabili le pagine su Charlie Chaplin, e non solo) della sua vita. Continuò a provare quella capacità di indignarsi senza la quale, pensava, l’impegno politico non ha senso, ma non diventò mai un indignato in servizio permanente effettivo: «Indignarsi non basta». Riguardò molto criticamente il passato. Ma restò comunista, come può esserlo un eterno sconfitto che, per provarsi a cogliere il senso di una storia e di una vita, ha scritto, in una delle sue poesie più dolenti: «Pensammo una torre/ scavammo nella polvere». Forse è anche per questo che tante generazioni di giovani, non solo nel Pci, gli hanno voluto bene, o almeno lo hanno rispettato e lo rispettano, sul serio. Di sicuro è anche per questo che a molti giovani di tanti anni fa, che diventando adulti e poi anziani hanno seguito percorsi così diversi dal suo, il centenario Ingrao mancherà moltissimo.
di Paolo Franchi Corriere 28.9.15
Se ne è andato a cent’anni un pezzo, e che pezzo, non solo della storia del Pci e della sinistra, ma anche e soprattutto, se l’espressione nell’Italia dei novissimi ha ancora un senso, della storia repubblicana. Perché Pietro Ingrao, nato nel 1915, nel Novecento italiano, e pure nel primo scorcio del Terzo Millennio, si è tuffato, o si è sentito buttato dentro, nel 1936, con la guerra di Spagna .
Poi Pietro Ingrao ha nuotato senza risparmio di sé finché ha avuto un minimo di energie per farlo. Nel Pci, finché c’è stato il Pci. Ma, prima e dopo, guardando oltre i confini del suo partito. Ai movimenti, sì, senza lasciarsi rinchiudere, se non da compagni e avversari avvezzi all’uso e all’abuso della banalità come strumento di lotta e di aggressione politica, nel movimentismo. Ma pure, eccome, alle istituzioni, allo Stato, a interlocutori molto lontani da lui, che a torto o a ragione gli sembravano interessati a tessere le fila di un discorso di cambiamento e di riforma. La cosa potrà sembrare strana o insensata a giovani politici di successo che si fanno un vanto di non avere passato e di non coltivare memoria. E però nel 1969 — lo stesso anno dell’autunno caldo che visse come un inveramento forse insperato delle sue posizioni sconfitte all’undicesimo congresso del Pci, lo stesso anno in cui i suoi compagni più cari, quelli del «manifesto», venivano radiati dal partito — fu lui, Ingrao, il primo interlocutore di Ciriaco De Mita non sul compromesso storico, che non convinse mai nessuno dei due, ma sulle riforme istituzionali che avrebbero potuto sbloccare la democrazia italiana. Più tardi, lasciata nel 1979, la presidenza della Camera, fu ancora lui ad avviare, con il Centro per la riforma dello Stato, il primo confronto di merito con le socialdemocrazie europee in tempi in cui, per i comunisti, socialdemocrazia era una parolaccia. E nella seconda metà degli anni Ottanta fu sempre lui il più radicale fautore del monocameralismo.
Tutto questo solo per ricordare che stiamo parlando di una personalità complessa, molto più complessa, del cliché dell’acchiappanuvole consegnatoci da tanti suoi ex compagni del vecchio gruppo dirigente comunista. Ingrao fu amato, amatissimo, dalla sua gente: il che, tocca dire, capita raramente agli intellettuali inclini all’astrattezza. Indimenticabile, per chi la ha vissuta, resta l’ovazione che gli riservò, correva l’anno 1966, la platea dell’undicesimo congresso del Pci, quello della sua sconfitta e del suo isolamento, mentre la presidenza dei vincitori lo guardava gelida: chissà quanto e come sarebbe cambiata la storia italiana, non solo quella del Pci e della sinistra, se il diritto a non essere d’accordo rivendicato da Ingrao non fosse stato liquidato come la più inammissibile delle eresie .
Ma tornano pure alla mente le parole con cui Ettore Scola spiegò perché volle collocare una scena chiave del suo film «Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca» all’interno di un comizio di Ingrao a piazza San Giovanni. Perché, disse, tra i dirigenti comunisti lo sentivo il più vicino al dramma della povera gente: probabilmente oggi molti salirebbero in cattedra a spiegarci che si trattava, né più né meno, di populismo, dimenticando, o fingendo di dimenticare, che una sinistra senza popolo semplicemente non esiste.
Forse questo ha qualcosa, o molto, da spartire, con l’espressione, all’apparenza ermetica, cui Ingrao fece ricorso per spiegare, sul finire del 1989, la sua opposizione alla svolta di Achille Occhetto. Che, secondo lui, non solo cancellava un orizzonte ideale senza il quale il partito, comunque denominato, avrebbe perso la sua stessa ragion d’essere, ma tagliava seccamente un «grumo di vissuto», una storia collettiva fatta anche di un’infinità di microstorie: liquidava cioè quella capacità di stabilire un nesso tra passato, presente e futuro senza il quale (Matteo Renzi andava ancora a scuola) l’agire politico si snoda istante dopo istante, annuncio dopo annuncio, improvvisazione dopo improvvisazione. Forse sbagliava Ingrao, e così radicalmente da ritrovarsi per un tratto alleato, proprio lui, di quelle componenti più conservatrici del Pci che per una vita lo avevano contrastato, considerandolo una specie di matto in casa. Ma la sua preoccupazione, come dimostrano le tristi sorti del postcomunismo italiano, e più in generale quelle della Seconda Repubblica, non era infondata, e in ogni caso non era spiegabile solo come un rigurgito di passatismo.
Si ritrasse, allora, Ingrao, dalla milizia politica quotidiana. Non dalla politica, però, dentro il cui gorgo stava da più di cinquant’anni, e che continuava a rappresentare il fulcro della sua esistenza, anche quando poetava — ed è stato un poeta vero, non un dilettante della domenica — o si occupava di cinema, l’altra grande passione (memorabili le pagine su Charlie Chaplin, e non solo) della sua vita. Continuò a provare quella capacità di indignarsi senza la quale, pensava, l’impegno politico non ha senso, ma non diventò mai un indignato in servizio permanente effettivo: «Indignarsi non basta». Riguardò molto criticamente il passato. Ma restò comunista, come può esserlo un eterno sconfitto che, per provarsi a cogliere il senso di una storia e di una vita, ha scritto, in una delle sue poesie più dolenti: «Pensammo una torre/ scavammo nella polvere». Forse è anche per questo che tante generazioni di giovani, non solo nel Pci, gli hanno voluto bene, o almeno lo hanno rispettato e lo rispettano, sul serio. Di sicuro è anche per questo che a molti giovani di tanti anni fa, che diventando adulti e poi anziani hanno seguito percorsi così diversi dal suo, il centenario Ingrao mancherà moltissimo.
Il ricordo «Quei mocassini in dono per dirgli: cammina con noi»
Castellina: votò per l’espulsione del gruppo del Manifesto, ma l’affetto non si è mai incrinatodi Giovanna Cavalli Corriere 28.9.15
ROMA «No, uno come lui non ci sarà più. Era un combattente, un leader. Però non ha mai pensato che rappresentare la maggioranza significasse avere sempre e comunque ragione. Pietro possedeva una dote umana rara: sapeva e amava ascoltare i pareri degli altri. Ti domandava sempre: ma tu come la vedi, tu che faresti?».
Luciana Castellina, 86 anni, ex deputata ed ex ingraiana, scrittrice, cofondatrice de il Manifesto risponde da Barcellona («Siamo qui in una fabbrica dismessa a seguire le elezioni catalane, oh, aspetti che devo tirare su una bambina che è scivolata correndo, ha un anno e mezzo: è la nipotina di Enrico Berlinguer»).
Una volta, una importante, siete stati quasi nemici. Nel 1969 il comitato centrale del Pci propose la sua radiazione, con il gruppo de il Manifesto: Natoli, Rossanda, Pintor, Magri. E Ingrao votò per il sì.
«Fu una rottura importante. Ce ne andammo. Pietro era convinto che bisognasse restare “nel gorgo”, non isolarsi dal grosso del popolo».
Avrebbe dovuto seguirvi?
«Impensabile, sarebbe stato un gesto troppo forte, noi invece eravamo giovani e con meno responsabilità».
Gli portò rancore per quell’esilio dal partito?
«Rancore mai. Ci furono momenti di freddezza, di tensione. Qualche anno più duro, poi un po’ alla volta ci siamo riavvicinati. L’amicizia, vera, non si è mai interrotta».
Vi siete ritrovati nella battaglia contro lo scioglimento del Pci. Riuniti dalla celebre Mozione 2 .
«Nel frattempo, dopo 15 anni, fallita la politica del compromesso storico, Berlinguer ci aveva invitato a rientrare. Perdemmo, si sa. Abbiamo poi condiviso le battaglie del movimento pacifista. Newsweek scrisse che eravamo la terza potenza mondiale. Forse non era vero e comunque non bastò».
Se va indietro nel tempo se lo ricorda quando.. .
«Quando io e Alfredo Reichlin ci sposammo e lui ci fece da testimone. Era il 1953, al Comune di Roma, officiava Aldo Natoli, ho ancora le foto. Pietro ci regalò un disegno di Guttuso, raffigurava una capra. Ce l’ha Alfredo da qualche parte».
Lei, per i suoi 50 anni, gli fece un presente particolare.
«Lui era molto sobrio nel vestire, portava solo scarpe con i lacci. Io e Sandro Curzi gli comprammo un paio di mocassini, non li aveva mai portati. Con un biglietto: “Cammina coi tempi, cammina con noi”».
E ne fu contento?
«Se li è messi tanto».
A marzo ne compì 100 e lei gli ha dedicato un lungo ricordo su « il manifesto» .
«Ci siamo visti fino a pochi mesi fa. Si parlava di politica. Era molto polemico con il Pd, con quello sguardo più lungo che hanno le persone anziane. Il suo dispiacere era che si fosse dispersa la grande forza del vecchio Pci».
Il nuovo che è avanzato non gli piaceva?
«No. Gli ingraiani erano i rinnovatori, ma questo è solo la reinvenzione della Dc».
Castellina: votò per l’espulsione del gruppo del Manifesto, ma l’affetto non si è mai incrinatodi Giovanna Cavalli Corriere 28.9.15
ROMA «No, uno come lui non ci sarà più. Era un combattente, un leader. Però non ha mai pensato che rappresentare la maggioranza significasse avere sempre e comunque ragione. Pietro possedeva una dote umana rara: sapeva e amava ascoltare i pareri degli altri. Ti domandava sempre: ma tu come la vedi, tu che faresti?».
Luciana Castellina, 86 anni, ex deputata ed ex ingraiana, scrittrice, cofondatrice de il Manifesto risponde da Barcellona («Siamo qui in una fabbrica dismessa a seguire le elezioni catalane, oh, aspetti che devo tirare su una bambina che è scivolata correndo, ha un anno e mezzo: è la nipotina di Enrico Berlinguer»).
Una volta, una importante, siete stati quasi nemici. Nel 1969 il comitato centrale del Pci propose la sua radiazione, con il gruppo de il Manifesto: Natoli, Rossanda, Pintor, Magri. E Ingrao votò per il sì.
«Fu una rottura importante. Ce ne andammo. Pietro era convinto che bisognasse restare “nel gorgo”, non isolarsi dal grosso del popolo».
Avrebbe dovuto seguirvi?
«Impensabile, sarebbe stato un gesto troppo forte, noi invece eravamo giovani e con meno responsabilità».
Gli portò rancore per quell’esilio dal partito?
«Rancore mai. Ci furono momenti di freddezza, di tensione. Qualche anno più duro, poi un po’ alla volta ci siamo riavvicinati. L’amicizia, vera, non si è mai interrotta».
Vi siete ritrovati nella battaglia contro lo scioglimento del Pci. Riuniti dalla celebre Mozione 2 .
«Nel frattempo, dopo 15 anni, fallita la politica del compromesso storico, Berlinguer ci aveva invitato a rientrare. Perdemmo, si sa. Abbiamo poi condiviso le battaglie del movimento pacifista. Newsweek scrisse che eravamo la terza potenza mondiale. Forse non era vero e comunque non bastò».
Se va indietro nel tempo se lo ricorda quando.. .
«Quando io e Alfredo Reichlin ci sposammo e lui ci fece da testimone. Era il 1953, al Comune di Roma, officiava Aldo Natoli, ho ancora le foto. Pietro ci regalò un disegno di Guttuso, raffigurava una capra. Ce l’ha Alfredo da qualche parte».
Lei, per i suoi 50 anni, gli fece un presente particolare.
«Lui era molto sobrio nel vestire, portava solo scarpe con i lacci. Io e Sandro Curzi gli comprammo un paio di mocassini, non li aveva mai portati. Con un biglietto: “Cammina coi tempi, cammina con noi”».
E ne fu contento?
«Se li è messi tanto».
A marzo ne compì 100 e lei gli ha dedicato un lungo ricordo su « il manifesto» .
«Ci siamo visti fino a pochi mesi fa. Si parlava di politica. Era molto polemico con il Pd, con quello sguardo più lungo che hanno le persone anziane. Il suo dispiacere era che si fosse dispersa la grande forza del vecchio Pci».
Il nuovo che è avanzato non gli piaceva?
«No. Gli ingraiani erano i rinnovatori, ma questo è solo la reinvenzione della Dc».
Addio Pietro Ingrao grande giovane vecchio del comunismo
Eretico, coscienza critica della sinistra, partigiano. Fu padre della Repubblica e presidente della Camera. Criticò la svolta della Bolognina. Aveva compiuto cento anni
FILIPPO CECCARELLI Repubblica 28 9 2015
«E ora lente/ si riempiono, si nutrono/ della pioggia,/ figlie della solitudine:/ assenti al mondo,/ mutilate spoglie/ fuggite al loro tempo». Così comincia una poesia che Pietro Ingrao ha intitolato Statue , e anche per questo si ha qualche remora a fargli un monumento annaffiando questo straordinario personaggio di retorica e solennità.Dodici anni orsono, d’altra parte, alla bella età di 88, in mancanza di taxi Ingrao salì per la prima volta in motorino e si fece condurre per tempo a Montecitorio, dove l’ex presidente della Camera, che pure avrebbe diritto a una macchina con autista, doveva presentare un libro. A 89 anni, vinta ogni residua diffidenza per la “lingua dell’impero”, riscoprì i Beatles.
«E ora lente/ si riempiono, si nutrono/ della pioggia,/ figlie della solitudine:/ assenti al mondo,/ mutilate spoglie/ fuggite al loro tempo». Così comincia una poesia che Pietro Ingrao ha intitolato Statue , e anche per questo si ha qualche remora a fargli un monumento annaffiando questo straordinario personaggio di retorica e solennità.Dodici anni orsono, d’altra parte, alla bella età di 88, in mancanza di taxi Ingrao salì per la prima volta in motorino e si fece condurre per tempo a Montecitorio, dove l’ex presidente della Camera, che pure avrebbe diritto a una macchina con autista, doveva presentare un libro. A 89 anni, vinta ogni residua diffidenza per la “lingua dell’impero”, riscoprì i Beatles.
Un giorno, con lieto scandalo, confidò che rimpiangeva Scelba. E dire che nel 1960 a Porta San Paolo la Celere, altrimenti detta “la Scelbere”, gli aveva spaccato la testa a manganellate, ma l’indomani era già di nuovo in piazza bendato come una mummia. Quando ai tempi del Vietnam arrestarono sua figlia, all’autorità di Ps che gliene dava comunicazione ruggì: “Buon sangue non mente!”
Che personaggio! Nei penultimi anni della sua vita centenaria, quando con ambigua formula si può dire che era ormai fuori dalla politica attiva, in realtà seguitò più di tanti a farla scrivendo del mare celeste di Sperlonga, ispirandosi alla quotidianità della sua colf filippina, immedesimandosi nel Bobo di Staino, girando per eremi e chiese a parlare di Gesù; e una volta, senza malizia, fece intendere di preferire a D’Alema la tabaccaia tettona di Amarcord, per la quale compose un delizioso epicedio.
Ma la sua vera e grande virtù è che egli fece tutto questo e molto altro ancora senza mai perderne in dignità. Sembra impossibile al giorno d’oggi, ma in Pietro Ingrao il candore coincideva con l’autenticità. Ed è questo in fondo che lo fa unico e grande; e per questo si ha qualche ritegno a bloccarlo su uno o sull’altro dei suoi cliché: l’Amleto Comunista lucido e dubbioso; il Ragionatore Instancabile che rafforzava i concetti con la mano a pigna, “c’è un punto” mormorava, “un punto...”; oppure il Patriarca di Lenola, nipote di un garibaldino di ruvida scorza contadina; o magari l’Eretico, l’Eterno Perdente, quando perdere non era senza conseguenze.
Figura politica d’altri tempi. Onestà assoluta. Mai un lamento. Ostinazione senza rigidità. Ingrao perseguì l’utopia dell’ideale, ma prima di tanti dovette riconoscere negli sguardi dei “compagni” lo sfinimento di una politica povera e debole. Come pure la coscienza che il linguaggio non aveva più «la capacità di definire le cose che ci stanno intorno». Eppure ancora oggi suscita ammirazione per quel suo comunismo a tal punto privo di burocratismi e ottusità da apparire quasi libertario. Del destino di quel nome — “comunismo” — Ingrao parlò in modo emozionante nel comitato centrale sulla svolta di Occhetto, nel novembre 1989: «Non un lamento di reduci, ma un grumo di vissuto».
Così forse alla fine è la sua esistenza a evocare qualcosa che supera il suo stesso tempo e assomiglia molto alla poesia, in senso alto, profetico. E viene in mente l’Ingrao che provava «non so se una stretta o uno stupore » dinanzi alla guerra, «quella sfilata di flotte in tv, quelle sagome scure sfreccianti in cielo». Oppure l’Ingrao che prima di ogni altro vide, più che la scissione, la “dissoluzione” del suo vecchio partito; e che mentre tutto veniva giù, «sapete, compagni — gli disse — mi sarebbe piaciuto andare in convento, ma invece ho scelto di rimanere nella metropoli, dove siamo tanti, di tanti luoghi e di tanti colori, e la libertà si costruisce qui dentro».
Poeta d’altra parte lo fu sul serio. Vinse i Littoriali nel 1934 con dei versi sulla bonifica delle paludi pontine. Ha continuato a scriverne fino a vent’anni fa, ma rifiutò il premio di Ciarrapico qualche centinaio di milioni. Ebbe serie sbandate in politica internazionale, Mao, Castro, perfino Khomeini, eppure nessuno ha mai potuto accusarlo di stalinismo.
Certo a volte l’entusiasmo del poeta era travolto dalla complicazione del teorico, e allora, per dire: «La mediazione prismatica che frantuma il rapporto col reale in un seguito di rifrazioni susseguentesi circolarmente senza cogliere mai un centro», frasi da inserto satirico dell’ Unità , e infatti, per quanto autentica, questa la si è presa da lì. Twitter era lontano, ma l’ingraismo, si scherzava, «ha i ragni in testa». Eppure il cuore popolare del Pci, dai fonditori lombardi ai gasisti bolognesi, dagli edili della capitale ai braccianti delle Calabrie, ha sempre adorato il vecchio Pietro; così come non c’è avversario, da Almirante a Berlusconi passando per Dossetti, Moro, Fanfani e De Mita, che gli abbia mancato di rispetto.
La sua biografia rimane come minimo ammirevole. Era entrato nella “cospirazione”, come diceva lui, molto giovane, a Roma, in contatto col gruppo di Amendola, Lombardo Radice, Giolitti, Bufalini, Natoli, Alicata, Trombadori. Tessera del Pci nel 1940. Organizzazione clandestina in Calabria, ricercato nei boschi della Sila. Giornalista, nel 1943 a Milano, primo comizio a Porta Venezia con un microfono rubato da Elio Vittorini. Prima caporedattore e poi per dieci anni direttore dell’ Unità . Quindi protagonista, insieme con Amendola, del rinnovamento del Pci a spese della vecchia guardia. Di lì in poi punto di riferimento della sinistra del partito, sia pure all’interno di una dinamica governata da Togliatti.
È dopo la morte del Migliore che nacquero i primi sospetti di eresia e frazionismo. Sono dispute oggi abbastanza incomprensibili che investono teoria e pratica, diritto al dissenso e giudizio sul centrosinistra. Ma soprattutto l’accusa è che ci fossero gli ingraiani: Reichlin, Rossanda, Pintor, Trentin, il giovane Bassolino, Occhetto e l’intera Fgci, già messa sotto tutela. La resa dei conti all’XI congresso (1966). La destra di Amendola e Alicata ebbe la meglio, donde la diaspora dei seguaci. Ormai sconfitto, resta celebre l’esordio del suo discorso al congresso: «Non sarei sincero, compagni, se dicessi che sono rimasto persuaso». Breve periodo di solitudine e poi la presidenza del gruppo alla Camera, brillante intesa con il suo collega Andreotti. Al culmine dei trionfi di Berlinguer, nel 1976 Ingrao fu il primo comunista a ottenere un posto di rilievo nelle istituzioni. Stimato e imparziale, il nuovo presidente della Camera teorizzò quella “centralità del Parlamento” che si configura come il suo apporto al nuovo clima e alla linea del compromesso storico.
Alla fine della solidarietà nazionale senza polemiche rifiutò di continuare, ponendosi al crocevia fra dissenso e impegno, esilio e studio. Nel 1980 il ritorno in segreteria al fianco del Berlinguer della “diversità”. In realtà, da allora è difficile collocare Ingrao nella movimentata geometria del Pci di Natta e poi di Occhetto, cui prima concede e poi ritira la fiducia dopo la Bolognina e il cambio di nome. Con qualche approssimazione si può dire che riuscì tuttavia a rimanere sopra la nascita del Pds, le peripezie di Rifondazione, per rincorrere quel che di nuovo andava affermandosi. La nebulosa del sociale, la costellazione della democrazia, la lotta delle donne, il pacifismo, l’ecologia, la necessità di antidoti al formarsi di «conglomerati oligarchici a base finanziaria proiettati nel campo del sapere». Straordinaria figura di giovane-vecchio e vecchio-giovane alla ricerca di una cultura all’altezza dei tempi. Ma senza mai rinunciare a quella grazia inconfondibile di umanità che ancora si disvela in una delle sue ultime poesie, L’alta febbre del fare , che dice: «Per gli incolori/ che non hanno canto/ neppure il grido,/ per chi solo transita/ senza nemmeno raccontare il suo respiro,/ per i dispersi nelle tane, nei meandri/ dove non c’è segno, né nido,/ per gli oscurati dal sole altrui,/ per la polvere/ di cui non si può mai dire la storia,/ per i non nati mai/ perché non furono riconosciuti,/ per gli inni che nessuno canta/ essendo solo desiderio spento,/ per le grandi solitudini che si affollano/ i sentieri persi/ gli occhi chiusi/ i reclusi nelle carceri d’ombra/ per gli innominati,/ i semplici deserti:/ fiume senza bandiere senza sponde/ eppure eterno fiume dell’esistere”. Eppure. E bisognava ascoltarlo mentre la leggeva lui, con quella faccia, con quella voce. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il paesaggio che annuncia l’altrove del comunismo
La Storia di Pietro. Nel suoi libri il ritorno nei luoghi dell’infanzia che lo hanno poi visto incamminarsi verso la maturità. Terre aspre, ma anche spazi dove il passato si apre a un desiderato futuro di libertà e uguaglianza
Alberto Olivetti 31.3.2015, 0:27 Aggiornato 23.5.2015, 16:07
La descrizione del paesaggio che introduce l’autobiografia Volevo la luna di Pietro Ingrao è condotta nel rispetto delle regole della periegesi antica ove si profilano i contorni d’un territorio percorrendolo secondo i tragitti che vi hanno tracciato gli accadimenti intercorsi nel tempo, eventi conservati in una memoria tanto tenace da conferire ai luoghi un loro riconoscibile senso.
Pagina improntata, non per caso, al tempo imperfetto a denotare una dimensione che permane costante e dura intatta tra presente e passato. Credo sia opportuno tenere in particolare conto questa viva congiunzione tra inalterato e mutante che il ricorso all’imperfetto consente di restituire nella scansione di un non compiuto che si attesta come un per sempre.
È probabile che in Ingrao un ammaestramento alla natura e ai luoghi sia stato precoce ed abbia alimentato la sua educazione al paesaggio. Sta di fatto che, in una raccolta di conversazioni con Ingrao che Maria Luisa Boccia e chi scrive ha raccolto con il proposito di pubblicarla sotto il titolo Verso la Grotta di Tiberio, Ingrao ricorda: «Mia madre, Celeste Notarjanni, conservava, tra altre carte di famiglia e scritti, il celebrato Viaggio per l’Ausonia. Rammento d’aver letto, ragazzo, quelle pagine dove Francesco Antonio Notarjanni descrive, agli inizi dell’Ottocento, i luoghi e i paesi che si stendono fra il Liri, i Volsci e il mare e rintraccia negli scrittori classici, nei reperti e nelle iscrizioni, la vicenda degli antichi Ausoni».
La ricostruzione storica, attestata nel culto dei monumenti, sancisce l’identità d’un luogo. Quando è in grado di restituirgli un nome, la nomina, evocandola dall’oblio secolare e, col nome, ne consegna al presente l’antica grandezza. Notarjanni, si avvale nei suoi scritti sulla formiana regio, del passato remoto e del presente. Ingrao ricorre all’imperfetto. Perché?
Chiediamoci: che significa paesaggio?
Una domanda tanto esigente solleva molte questioni. Per impostare una riflessione mi avvalgo della Pala della Annunciazione, con i santi Onorato e Mauro di Cristoforo Scacco, realizzata dall’artista padovano nel 1499 per la chiesa cattedrale di San Pietro a Fondi.
Nel comparto di sinistra della venerata tavola si contempla Sant’Onorato. Sostiene in palmo di mano il Castello baronale di Fondi. Ne riconosciamo la invitta torre cilindrica del maschio, eretto da pochi anni, quando Cristoforo lo raffigura. Ed ecco, il santo protettore lo eleva nello splendore dell’alto dei cieli, lo preserva nel tempo imperituro della gloria. Così la salma di Onorato aveva preservato Fondi dal contagio di morte che incrudeliva, nell’anno mille duecento quindici di nostra salvezza. Ora custodisce, intatto ed intangibile, il monumento eponimo della città. Una volta per sempre.
Simultaneamente, qui, davanti a noi, nel castone d’un altro comparto della Pala, portando noi lo sguardo tra le aeree quinte formate dai due corpi angelici, di là del pavimento della stanza di Maria, scorgiamo netti il Castello e il contiguo Palazzo Caetani, delineati da Cristoforo sur le motif, immersi nella dimensione dell’ora quotidiana, presente e viva. Ne sentiamo il suono. Ci giunge con le voci dei tre uomini appiedati — il primo qualche passo avanti — e del quarto, a cavallo, che, oltrepassato l’arco gettato a collegare Palazzo e Castello — sotto il quale altri due vediamo indugiare — procedono ora lungo il muro donde verdeggiano al sole le fronde primaverili di delicate piante, nel venticinquesimo giorno di marzo, a Fondi, poca gente in strada.
Il dipinto di Cristoforo Scacco crea un «paesaggio», combinando eternità e quotidianità lo produce, lo colloca di fronte a noi e lo affida alla nostra recezione. Si attesta come paesaggio inducendo lo stato d’animo che alterna effimero ed eterno.
Verifichiamo nelle coordinate della Pala dell’Annunciazione il tempo immutabile della gloria e il tempo transeunte dell’esistenza nostra accolti nello spazio della nostra riconoscibile dimora.
Paesaggio si converte in dimora. Il luogo natale anima una identità interiore partecipata con altri in termini tali, corrispondenti tanto, da connotare una condivisa appartenenza.
Nella pala di Cristoforo Scacco, l’annuncio del Verbo che si fa carne fiorisce in Gloria. Sovrasta per un verso e per un verso risiede, si accampa. Quell’accadimento epocale innalza al cielo il Castello nelle mani di sant’Onorato e si appoggia, tocca terra nel Castello di Fondi e nel Palazzo Caetani, lungo il recinto del giardino chiuso, abbiam visto. Effimero e permanente.
«La durata intrinseca e specifica della città, la sua intensità – ha scritto Rosario Assunto – il tempo che in essa rappresenta se stesso nello spazio, anzi come spazio; la successione che nella città si capovolge in simultaneità. Il tempo della città, la durata della città, la sua successione, è il tempo della storia, la successione e durata della storia. Epoche ed eventi, istituzioni, e credenze, e costumi, e culture successive, che diventano simultanee nella immagine spaziale della città».
Chi sia nato a Fondi, ogni qual volta volga lo sguardo alla torre del Castello, sa di soffermarsi là dove si sono poggiati gli occhi dei suoi per anni e anni, i vivi e i morti: «vive insieme – dice Assunto – il presente e il passato: istanti nei quali l’oggi con le sue cure e i suoi interessi e le sue attese è insieme se stesso e una età remota: quella delle costruzioni che ci attorniano, del tracciato che percorriamo». Mentre trascorre le ingiallite pietre dell’imponente antica fabbrica, quel suo sguardo disegna un’architettura della mente, conduce a un edificio che egli trova costruito dentro sé stesso, lo invita ad attraversare le vaste aule che in ciascuno di noi si aprono secondo una successione di ambienti, una teoria di stanze quali Agostino per primo, forse, ci indusse a visitare: noi, esortati ad aggirarci partecipi nei transiti della nostra memoria.
«Grande – dice Agostino — è questa potenza della memoria. Ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’Oceano, le orbite degli astri dentro di me, nella memoria tanto estesi come se li vedessi fuori di me».
Speculare osservando, «ospitare nella mente», intus in memoria mea, con l’attitudine di chi voglia intendere il mondo in un contatto libero da ragioni strumentali e mosso, invece, da pressanti domande intorno a un suo arduo significato. È questo un sentimento che Ingrao conosce bene, costante in lui nel corso degli anni e più volte accostato in forma dilemmatica alla dimensione operativa e trasformatrice che ha animato il suo impegno politico. Fino a dare un senso di interrogazione e problematicità ai meditati bilanci e alle intense riflessioni che Ingrao ha dedicato alle vicende del comunismo dopo il 1945. In una delle conversazioni, delle quali ho avuto modo di far cenno, Ingrao torna, sul filo della memoria, alla casa natale e ai luoghi della sua prima infanzia, a Lenola.
Riguardo ai significati racchiusi negli stilemi del paesaggio ai quali Ingrao, con particolare predilezione, anche in questa pagina ricorre, uno, e di rilevanza speciale, pare condensato in frasi come «si formulava per me la parvenza dell’isola come un da raggiungere. Un da raggiungere che emergeva e svaniva sul filo dell’orizzonte».
Le cose impossibili, titolo d’uno dei libri di Ingrao sono le «cose» che travediamo, che traguardiamo come oltre. L’oltre, una costruzione della mente che finge interminati spazi e, poiché dispone lo spazio effettuale ad una determinata composizione prospettica, fa, del luogo sentito come apertura a un da raggiungere, un paesaggio.
Mobili nell’indurre, nel configurare un oltre i persistenti fondali ausonii di Ingrao. Come nella antica pala d’altare di Cristoforo Scacco, il paesaggio nella pagina di Ingrao si apre ad accogliere, nella descrizione di un luogo determinato, una posizione dell’animo e della mente, della conoscenza e della emotività, cioè dello spirito.
Una natura allusiva dunque, nelle sue parole, quella del paesaggio natale. Allude alla combinazione di presente e di passato. Quotidiano e memoria. Il qui e l’oltre.
V’è per certo un paradigma che mostra con perfetta evidenza i nessi tra presente attuale e presente inattuale, tra atto della Gloria e attuosità della determinazione quotidiana, nel giorno per giorno della vita di ciascuno.
Tale paradigma, raffinatosi lungo i secoli nell’ordine teologico, ha fornito un parametro costante di valenza politica alle istanze di liberazione intese ad affermare l’integrale dignità di ciascuno e di tutti.
Si dice che tali ragionamenti portano inutilmente lontano, che ci allontanano dalla effettiva, concreta condizione del nostro esistere. Dovremmo, invece, credo, e al contrario, convenire che questi ragionamenti ci mantengono vicini a noi stessi.
Si dice «paesaggio», e, con paesaggio, troppo di frequente, si intende una mera conformazione della natura, un sito. Ma il paesaggio sito non è. Paesaggio è dimora. E dimora è una determinazione dello spirito. Ogni violenza cieca che alla dimora, al paesaggio, sia recata, come constatiamo ogni giorno, sfigura e viola e, infine, è noi che uccide. Noi, il paesaggio interiore, quella cognizione dei tempi che conferisce senso ai luoghi, la stessa che si dà in figura di luogo alla nostra consapevolezza. La dimora, ove convergono e si custodiscono permanenza di memoria ed esistenza, ovvero corrispondenza di affetti e costrutti di senso.
Pietro Ingrao è un uomo che si confronta con crudeli accadimenti nel corso della sua lunga vita, mosso da una determinazione attiva, da una partecipazione appassionata ai casi del suo tempo.
Nella fedeltà al paesaggio, l’ager formianus, la dimora che con tanta intensità sente sua, Ingrao, se la lettura che abbiamo qui svolta non è errata, richiama alla responsabilità che la dimora conservata entro di noi comporta.
In essa è un lievito che alimenta lo spirito di libertà al quale Ingrao impronta la sua vita.
Quella rottura che ancora ci interroga
L'articolo. Quei giovani comunisti che entrano all’«Unità» nel 1944. La scelta di Togliatti di chiamare Ingrao alla direzione del giornale della futura classe dirigente. Per dimenticare la Pravda e studiare il modello «Corriere della Sera». E l’ingraismo come superamento del togliattismo, verso un nuovo modello di sviluppo
Alfredo Reichlin 31.03.2015 Aggiornato 23.5.2015, 16:07
Comincio così col ricordo di quel gruppetto di giovani poco più che ventenni i quali costituivano la redazione dell’Unità che finalmente usciva alla luce del sole: estate del 1944, una Roma liberata dai fascisti, esultante di gioia , pullulante di idee e di speranze ma popolata anche da “borsari neri” e “signorine”. In uno di quei giorni arrivò un giovane dirigente con un curioso accento ciociaro. Era Pietro Ingrao. Fu per me come un vento nuovo rispetto ai “mostri sacri” che venivano da Mosca e dall’esilio.
(… ) Che tipo di comunisti erano quei giovani? Essi non venivano da Mosca. Si erano formati sui libri, sulle esperienze e le inquietudini di quell’Italia che già si muoveva sotto la pelle del fascismo e che si rivelò di colpo dopo la liberazione con i film di Visconti e Rossellini, i quadri di Guttuso e di Mafai, le poesie di Montale, i romanzi di Moravia e la casa Einaudi. Quei giovani venivano da storie molto diverse. Che cosa c’era alla base di una mobilitazione etico-politica, così intensa e così radicale? C’entrava poco il mito sovietico, contava moltissimo quello che scrisse Giaime Pintor nell’ultima lettera al fratello e che anche Pietro ci ha detto tante volte: il dovere assoluto di salvare l’Europa dalla barbarie hitleriana. La nascita dell’antifascismo come grande corrente politico-ideale europea.
A ciascuno di quei giovani Vittorio Foa avrebbe potuto rivolgere la domanda che in tempi più recenti pose anche a me. Ma voi credevate davvero nella rivoluzione? In effetti di “rivoluzione” tra i grandi Capi del Pci non si parlava mai. Si parlava molto però e con enorme passione, della lotta per cambiare il tessuto profondo, anche culturale e morale, del paese.
(…) Questa fu la sua grande passione. Immergersi nell’Italia vera, aderire a “tutte le pieghe della società”. Aprire una sezione comunista accanto ad ogni campanile. E questa passione io non l’ho vista in nessuno così assillante come in Pietro Ingrao. Il suo cominciare non per caso da capo-cronista. La cronaca dell’Unità trasformata in una specie di laboratorio per la scoperta del mondo del sottosuolo e dei bassifondi di Roma. Le grandi inchieste su Tiburtino III, Pietralata, Val Melania, autentici lager, informi baraccopoli in cui il fascismo aveva relegato all’estrema periferia la manovalanza miserabile venuta a Roma per costruire i monumenti del regime. Così io cominciai a capire che cosa doveva essere un giornale di sinistra, il cui problema non erano i retroscena del “palazzo” ma la scoperta dell’Italia vera, con le sue miserie, le sue tragedie, le sue violenze.
Del resto sono cose come queste che spiegano quello strano impasto che fu il Pci. Due milioni di iscritti, la maggioranza degli intellettuali. Su che base si raduna questo popolo? Non credo che basti il mito del socialismo, e nemmeno il ruolo che i comunisti avevano avuto nella guerra partigiana. Penso che dobbiamo andare più indietro, al modo come si è andato formando lo Stato unitario, alle sue basi ristrette, all’esclusione delle grandi masse povere, alla frattura profonda fra popolo e intellettuali. Perché è in questo più ampio quadro storico che si trova la spiegazione di quell’impasto singolare che fu la formazione del gruppo dirigente del Pci. La convivenza di personalità così diverse tra loro: Ingrao e Amendola Secchia e Di Vittorio, Berlinguer e Napolitano. Il modo come la piccola schiera così carica di gloria e di autorità politica e morale che usciva dalle carceri e dai lunghi anni del Comintern si mischiò con l’altra schiera, quella dei giovani cresciuti sotto il fascismo e passati attraverso la Resistenza. Ciò che avvenne non era un semplice innesto del nuovo nel vecchio tronco bolscevico ma la rifondazione di un nuovo partito.
Di qui l’assillo togliattiano di coltivare il rapporto con i giovani vissuti in Italia, sotto il fascismo. Ingrao ne sa qualcosa e anch’io ne sono testimone. Cronista parlamentare, appena ventenne, la sera, dopo la seduta della Costituente, mi capitava di essere invitato da Togliatti a mangiare insieme a lui e a pochi altri come Ingrao i filetti di baccalà in qualche osteria intorno a Montecitorio. Era curioso di tutto. Ci sommergeva di domande, cercava di rivivere quella vita quotidiana dell’Italia che da venti anni gli era sconosciuta. Lo dico perché a me pare che la scelta di Pietro Ingrao come direttore dell’Unità non fu una decisione come tante altre. Su di lui Togliatti fece affidamento per una operazione politica e culturale molto innovativa: fare dell’organo del Pci un grande giornale popolare moderno sia nel senso della diffusione di massa che della capacità di dare conto di tutti gli aspetti della vita sociale: dalla politica alla cultura, dalle cronache cittadine, compresa la cronaca nera, lo sport, le corrispondenze internazionali. Il modello a cui dovete guardare –ci diceva– è il Corriere della Sera, non è la Pravda né l’Avanti delle vignette di Scalarini contro i padroni. Noi non abbiamo bisogno di un bollettino di partito né di uno strumento solo di agitazione. Noi vogliamo far crescere una nuova classe dirigente e questa non si forma se non conosce il mondo per quello che è.
E lì che si saldò con Ingrao un rapporto particolare e ne scoprii la complessità, il miscuglio che è in lui di idee e di passioni. La lunga vita di questo caro amico. Una vita ricca di svolte e di contraddizioni. Era un rigido custode delle regole di Partito ma poi in realtà emergeva in lui il movimentista, la faccia populista. Era un classico funzionario di partito ma al tempo stesso ha creduto come pochi al ruolo delle istituzioni e il modo esemplare come fece il Presidente della Camera lo attesta. Aveva dubbi su tutto ma come pochi era un grande trascinatore di folle e oratore di piazze.
(…) Accadde così che colui che le dicerie consideravano il delfino di Togliatti è lo stesso che comincia a sentire l’insufficienza della grande lettura togliattiana dell’Italia come paese arretrato in cui il compito storico dei comunisti era risolvere le grandi “questioni” storiche: il Mezzogiorno, la questione agraria, il rapporto col Vaticano. Questa lettura, nell’insieme, non riusciva più a dare conto delle trasformazioni che cominciavano a cambiare radicalmente il volto dell’Italia: il passaggio da paese agricolo a paese industriale, una biblica emigrazione che svuotava le campagne del Sud, l’avvento dei consumi di massa, la rivoluzione dei costumi. Si dica quello che si vuole, ma questa fu per me la sostanza del cosiddetto “ingraismo”. E tale memoria io la conservo non avendo vissuto né condiviso altre sue vicende. Ridotto all’osso quell’ingraismo fu l’assillo di spingere il Pci a misurarsi con la grande trasformazione dell’Italia alla fine degli anni ’50.
Di qui l’idea di un nuovo “modello di sviluppo” che impegnò Ingrao e i suoi amici. Un dibattito molto intenso oggi impensabile che coinvolse le nuove correnti sindacali animate da Bruno Trentin e si confrontò con tutto ciò che si muoveva sin nelle file cattoliche (i dialoghi con Galloni, De Mita, i “professorini”) e sia nel mondo intellettuale che guardava a La Malfa della “nota aggiuntiva”. E’ in questa temperie che comincia il dissenso che esploderà all’XI Congresso.
Con il diritto a manifestare pubblicamente il dissenso proclamato da Ingrao davanti ai delegati egli rompe quel vincolo quasi sacrale in base al quale il vertice ristretto del partito si presenta unito all’esterno anche se al suo interno il confronto è a viso aperto, ma la regola è tale per cui nessuno, nemmeno il leader, può scavalcare la volontà di quel collettivo: il mitico gruppo dirigente comunista. Poi c’è l’Ingrao della riforma delle istituzioni e delle riflessioni sulle nuove forme del potere e quindi del rapporto con le masse e la crisi della democrazia. Si tratta di grandi squarci di preveggenza. E poi via via il suo distacco accompagnato dalla frequentazione di un settore radicale dell’intellettualità di sinistra. Poi la rottura con la svolta di Occhetto.
Il problema che mi sono posto molte volte è capire fino a che punto la rottura del rapporto di Ingrao col gruppo dirigente comunista, un rapporto che fu strettissimo e anche molto affettuoso con Togliatti costituisce un problema che ci interroga. E ciò nel senso di capire il peso che ha avuto la sua sconfitta nella vicenda del Pci. Ma su questo interrogativo io mi fermo. (…)
A che ora è il comunismo
La Storia di Pietro. La sfida di Ingrao quando si arresta il circolo virtuoso fra sviluppo capitalistico, crescita del movimento operaio e democrazia. Dalla forte polemica con Norberto Bobbio emerge la sua statura di politico. In mezzo alle macerie teoriche del postcomunismo, incapace di una visione critica del processo di unificazione europea
Leonardo Paggi 31.03.2015 Aggiornato 23.5.2015
Nella storia del comunismo italiano Ingrao si distingue inconfondibilmente per l’enfasi che pone su due aspetti della via italiana al socialismo.
In primo luogo la consapevolezza che le sorti della democrazia sono sempre affidate non alle procedure ma ai rapporti di forza. E’ questo il nucleo autenticamente machiavellico del pensiero di Togliatti che dall’andamento catastrofico della prima metà del 900 ha ricavato la convinzione che nessuna conquista del movimento operaio possa essere considerata acquisita una volta per tutte. L’attenzione che Ingrao porta ai movimenti sociali non è «movimentismo» (come gli viene spesso rimproverato), ma consapevolezza che solo nel conflitto sta la possibilità di accumulare nuove risorse politiche indispensabili per una strategia di lunga lena.
Nello stesso tempo, ancora una volta come nel Togliatti membro della Costituente, c’è una attenzione costante ai profili istituzionali della forma della rappresentanza e della forma di governo, ossia una grande consapevolezza del ruolo che la forma giuridica può svolgere nell’esito del conflitto sociale.
Credo tuttavia che se vogliamo onorare Ingrao, ossia andare ad una considerazione non solo celebrativa e di maniera del suo profilo intellettuale e politico, sia giusto metterlo a confronto con la grande difficile sfida che si profila alla metà degli anni Settanta, quando improvvisamente si arresta il circolo virtuoso tra sviluppo capitalistico, crescita del movimento operaio e allargamento della democrazia, e la crisi di identità del partito comunista che ne deriva comincia a riflettersi specularmente nella crisi di stabilità della repubblica. Con il «compromesso storico» Berlinguer ha evocato la possibilità di una avventura reazionaria. Ma all’orizzonte si affaccia qualcosa di molto più radicale del tintinnare delle sciabole. Per usare il linguaggio di Montale, la storia cambia ora di binario.
Non è facile riassumere in breve quella cesura profonda nella storia del capitalismo internazionale, che è anche in qualche misura fine del lungo dopoguerra. Per rimanere ai termini di una analisi essenzialmente economica, eppure densissima di implicazioni politiche, si può dire che l’obbiettivo storico della piena occupazione viene retrocesso rispetto a quello della lotta all’inflazione. Le grandezze monetarie cominciano a comandare gli andamenti della economia reale. Cosa vuol dire questo per il movimento operaio? Che le lotte rivendicative che fino a ieri hanno fruttuosamente spinto per un allargamento del mercato interno e per l’attuazione di riforme sociali che tardivamente hanno allineato l’Italia allo standard europeo di stato sociale, sono improvvisamente dichiarate incongruenti e nocive. (…)
Fa la sua prima apparizione il vincolo esterno come nuovo, cruciale protagonista politico, che deriva la sua forza dal presentarsi come risultante di una presunta assoluta e indiscutibile oggettività economica. (…)
Il linguaggio del Pci è chiamato a fare i conti con uno scenario radicalmente mutato. Secondo Ingrao la fase in corso, è contrassegnata da «l’inceppo complessivo nei meccanismi con cui lo stato assistenziale tende a controllare e a governare la vita delle masse». Si tratta di una crisi di egemonia, egli dice espressamente, che in quanto tale aprirebbe la possibilità di equilibri più avanzati.
Da qui la proposta di una terza via, oltre il fallimento di comunismo e socialdemocrazia. L’indicazione non supererà la soglia di una vaga suggestione, senza riuscire a tradursi in concretezza programmatica. Eppure, che le politiche keynesiane non siano più applicabili, che lo stato sociale diventi sempre più oneroso per i costi crescenti del debito, e così via, non è cosa che riguardi solo le socialdemocrazie. Frana anche il terreno su cui il Pci, e il sindacato, hanno costruito il rapporto tra rivendicazioni e riforme (…).
Insomma il partito comunista, ad onta dei suoi collegamenti internazionali che ne hanno segnato la indubbia diversità, ha avuto successo nella misura in cui ha saputo beneficiare delle stesse condizioni che hanno favorito il movimento operaio europeo. Ed è esso stesso investito dalla crisi nel momento in cui quelle condizioni vengono meno. E’ quanto l’ipotesi della terza via sembra non volere accettare.
Mi spiego anche con la mancanza di un confronto ravvicinato con i problemi stringenti insorti con lo shock degli anni Settanta il fatto che la sinistra comunista non riesca a contrastare la cultura del postcomunismo che comincia ora a prendere piede all’interno del partito e del sindacato.
Con la vocazione nazionale della classe operaia il postcomunismo giustifica l’accoglimento della politica di moderazione salariale richiesta, in nome del vincolo esterno, dalla Confindustria di Guido Carli. Naturalmente le politiche dei redditi sono parte integrante della esperienza socialdemocratica, ma sempre nel più vasto quadro di accordi complessivi sull’andamento delle grandezze macroeconomiche. Il tratto singolare di questa versione postcomunista della politica dei redditi sta nell’assenza di garanzie o contropartite di alcun tipo. C’è solo la presunzione azzardata, priva di qualsiasi supporto teorico e politico, che sia sufficiente ridare spazio al profitto, a scapito del salario, per avere più investimenti e quindi più occupazione(…)
Con la vocazione nazionale della classe operaia il postcomunismo giustifica l’accoglimento della politica di moderazione salariale richiesta, in nome del vincolo esterno, dalla Confindustria di Guido Carli. Naturalmente le politiche dei redditi sono parte integrante della esperienza socialdemocratica, ma sempre nel più vasto quadro di accordi complessivi sull’andamento delle grandezze macroeconomiche. Il tratto singolare di questa versione postcomunista della politica dei redditi sta nell’assenza di garanzie o contropartite di alcun tipo. C’è solo la presunzione azzardata, priva di qualsiasi supporto teorico e politico, che sia sufficiente ridare spazio al profitto, a scapito del salario, per avere più investimenti e quindi più occupazione(…)
Questa idea politicamente suicida, oltre che priva di ogni fondamento di teoria economica, che il peggioramento delle condizioni contrattuali e retributive del lavoro sia un passaggio necessario per la ripresa economica arriva come è noto fino ad oggi.
Successivamente, negli anni Novanta, la cultura del postcomunismo si eserciterà essenzialmente nel veicolare una visione totalmente acritica del processo di unificazione europea.
La filosofia del Trattato di Maastricht, costruita attorno alla centralità del mercato, è frontalmente contrapposta alla filosofia della nostra Costituzione, costruita attorno alla centralità del lavoro. Ma tutti preferiscono fare finta di nulla.
La filosofia del Trattato di Maastricht, costruita attorno alla centralità del mercato, è frontalmente contrapposta alla filosofia della nostra Costituzione, costruita attorno alla centralità del lavoro. Ma tutti preferiscono fare finta di nulla.
Ancora Guido Carli, che firma il Trattato in qualità di Ministro del Tesoro, scrive nelle sue memorie: «Ancora una volta si è dovuto aggirare il Parlamento sovrano della Repubblica, costruendo altrove ciò che non si riusciva a costruire in patria… ancora una volta dobbiamo ammettere che un cambiamento strutturale avviene attraverso l’imposizione di un vincolo esterno» (…).
Il confronto più ravvicinato che Ingrao impegna con il postcomunismo si sviluppa tuttavia nella lettura della crisi del sistema politico repubblicano che esplode vistosamente negli anni Ottanta. A questo proposito il suo scambio di lettere con Norberto Bobbio pubblicato da Maria Luisa Boccia, Alberto Olivetti e Luigi Ferrajoli, costituisce un documento di grande interesse storico.
Riletti oggi, gli interventi di Bobbio colpiscono per una certa loro arroganza intellettuale. L’intenzione è quella di azzerare, destituendole di ogni significato, le parole chiave di un intero lessico politico che è, sì , quello dei comunisti italiani, ma in misura non secondaria anche quello della Costituzione, non a caso nata all’unisono con la cultura della stato sociale, dominante in Europa dopo la seconda guerra mondiale.
Affermare che l’unico linguaggio dotato di significato concreto è quello dello stato di diritto, per cui la libertà si definisce solo in negativo, significa mettere in mora l’articolo 3 della Carta. Bobbio se la prende con il termine «masse». Ma il tratto inconfondibile della democrazia europea rinata con il 1945, dopo il fallimento clamoroso degli anni Venti e Trenta, è stato quello di realizzare la piena integrazione del movimento operaio, che è per l’appunto un movimento di massa. Il caso italiano presenta particolarità solo per gli effetti di esclusione imposti dalla guerra fredda, ma non costituisce una eccezione rispetto a questo più complessivo percorso storico.
Si denuncia poi la politica di unità come impossibile alternativa al «modello Westminster» della alternanza. Ma nella storia del comunismo italiano il tema nasce da una riflessione sui pericoli politici insiti in una stratificazione economica e sociale segnata da fratture e contraddizioni profonde. Procedendo su questa strada Bobbio vuole mettere nell’angolo, in punizione, anche Antonio Gramsci. Perché ricorrere al concetto fumoso di egemonia quando il dispositivo elettorale basta a dirci chi ha il consenso e chi no? A questo punto le risposte di Ingrao si fanno di necessità didascaliche : il consenso elettorale della Dc non è facilmente spiegabile senza il ruolo della Chiesa, senza il controllo di tutte le istituzioni che fungono da volano dello sviluppo, senza la gestione ad libitum del bilancio pubblico.(…)
Perché allora misurare i problemi politici di una società di capitalismo maturo con il costituzionalismo di primo Ottocento, con «la libertà dei moderni» di Benjamin Constant? Siamo dinanzi ad una scelta tutta politica. La governabilità, si pensa, può e deve essere garantita con la riduzione della complessità, con un esplicito ritorno allo statuto. Ma alleggerire così vistosamente la responsabilità e vorrei dire la complessa carica semantica del lessico democratico significa incoraggiare la separazione della politica dalla società civile, ossia spingere di fatto in direzione della casta. Non a caso al centro della proposta di Bobbio sta la riforma della legge elettorale. Lo scopo è quello di fare arretrare il potere dei partiti con meccanismi di ingegneria istituzionale, senza riflettere sulle ragioni di una crisi che si origina nei mutati rapporti con la società e con lo stato.
La tesi di Bobbio sarà largamente vincente. In un clima di attacco sempre più generalizzato al partito di massa, le condizioni dell’alternanza sono, con il cambiamento del nome, il tema che più di ogni altro caratterizza lo scioglimento del Pci.
Il tema della riforma elettorale, di cui stiamo vivendo ora una preoccupante riedizione, è insomma nel Dna di questo partito, che fin dalla sua costituzione punta decisamente ad una modificazione di tratti fondativi della repubblica parlamentare.
Credo sia giusto ricordare che Ingrao è l’unico membro del gruppo dirigente comunista che fin dagli anni Settanta contrasta apertamente l’offensiva di Bobbio su Gramsci e sul problema istituzionale. Altri l’accolgono come liberatoria, portatrice di laicità e modernità, stimolo utile per emanciparsi dalle vecchie identità del passato.
La risposta di Ingrao sta nella difesa a oltranza della centralità del parlamento. Ferrajoli ha già messo in evidenza quanto forti siano nelle sue analisi di allora le premonizioni della crisi in cui versa oggi la nostra democrazia. La sua debolezza, invece, mi sembra consistere nel fatto che la riproposizione di quel tema non si fa carico di un fatto nuovo. Ossia la crisi della forma partito su cui invece insiste con toni sempre più apertamente liquidatori la cultura del liberalismo ristretto ora ricordata.
E’ questa la vera chiave per leggere il dibattito istituzionale degli anni Ottanta. In effetti la centralità del parlamento voluta dal costituente implica come corollario necessario l’esistenza di partiti che pur nascendo nelle pieghe della società civile siano capaci di trascenderla, superando il condizionamento degli interessi sezionali. Se nel modello liberale, che allora viene riproposto in toto, il partito è fonte di disgregazione, nel modello democratico è risorsa essenziale per la formazione dell’indirizzo di governo. Solo con partiti capaci di svolgere la funzione di sintesi il parlamento può divenire il luogo in cui prende corpo un processo legislativo spedito ed efficace.
Ingrao propone l’abolizione del Senato come risposta alla crescente insidia corporativa, ma non si misura a sufficienza con questo più grave tema sottostante (…).
Certo il 1989 rappresentò un passaggio arduo, anche sul piano internazionale. Emmanuel Levinas disse nel 1992: «Il dramma è che la fine del comunismo è la tentazione di un tempo che non è più orientato. Noi siamo abituati da sempre a considerare che il tempo va da qualche parte… ed ecco che oggi si ha l’impressione che il tempo non vada più da nessuna parte». Oggi è più facile vedere come la prospettiva di un futuro possibile, entro cui formulare la domanda «che ora è ?», può essere articolata politicamente, laicamente, senza il supporto del mito, ma sulla base di un programma dotato di una forte coerenza intellettuale e politica.
Quanto pubblicato sono alcuni passaggi, a nostro avviso i più significativi, del testo scritto da Leonardo Paggi in occasione della celebrazione che si svolge oggi alla Camera dei Deputati.
La democrazia di base tra masse e potere
La Storia di Pietro. La socializzazione della politica e la diffusione della partecipazione popolare come antidoto alla conservazione insita nelle istituzioni, nello stato e nei partiti. La sinistra negli anni Novanta prenderà altre strade ma la «luna» che voleva Ingrao deve tornare a essere la stella polare della politica
Guido Liguori 31.3.2015, 0:15 Aggiornato 23.5.2015
Negli anni in cui Pietro Ingrao pubblica Masse e potere prima, nel 1977, e poi, l’anno seguente, il libro-intervista Crisi e terza via, con la intelligente interlocuzione di Romano Ledda e con la amichevole collaborazione di Pietro Barcellona, egli occupa un ruolo di grande prestigio e importanza: è presidente della Camera, la terza carica istituzionale dello Stato italiano.
Ma il ruolo – pur così rilevante, e ricoperto con grande correttezza e riconosciuta sensibilità per tutte le componenti del Parlamento – non limita la tensione politica di Ingrao. Egli non si fa «rinchiudere» entro i confini del suo ruolo ma seguita, da presidente della Camera, a incontrare operai, studenti, associazioni democratiche: masse organizzate di donne e uomini che cercano di agire per trasformare il mondo. E continua a riflettere sullo Stato, le istituzioni e la società, sul rapporto tra il potere e le classi e i movimenti, animato dalla stessa domanda di sempre: quale rapporto istituire tra il potere e le masse, per ampliare la partecipazione e per creare le condizioni di una effettiva democratizzazione della politica e, dunque, dell’economia e della società? (…)
Balza subito agli occhi, leggendo i testi, come nella sua analisi Ingrao non accetti la dicotomia Stato-società civile, che struttura tanta parte del dibattito anche di questi ultimi anni e che ha una forte impronta liberale. Anche un intellettuale di grande statura e aperto al dialogo come Norberto Bobbio, col quale Ingrao a lungo incrocia la lama della disputa teorica, culturale e politica, resta interno a questo limite. Ingrao invece – pur tanto attento a ciò che nella società si muove – parte da Gramsci e dal concetto di «Stato allargato», o «integrale»: una visione dialettica del nesso Stato-società, sfere della realtà profondamente connesse e in cui agiscono gli stessi soggetti collettivi: le classi, i gruppi sociali, i movimenti, i partiti, gli aggregati di interessi e di idee.
La centralità del ruolo dello Stato – tanto forte nel Novecento – è esplorata con forte senso critico: lo Stato dà luogo a una azione economica estesa ma anche subalterna e funzionale alla classe dominante. Non solo: esso – scrive Ingrao – tende a inglobare partiti e sindacati, cercando di neutralizzare così l’azione innovatrice delle masse, che chiedono di cambiare a vantaggio dei molti gli equilibri economici e politici del Paese. Per evitare questa azione di resistenza conservatrice delle istituzioni statuali occorre che il partito delle classi subalterne, il partito comunista, non si confonda in toto con lo Stato, non perda il suo impeto trasformatore e il suo carattere di anticipazione e di progetto, il suo «spirito di scissione», per usare le parole di Gramsci. L’orizzonte, la meta cui tendere, è per Ingrao la socializzazione della politica, per dare concretezza alla democrazia. (…)
Ingrao vede in questo processo di diffusione e socializzazione della politica una grande occasione per sostanziare la stessa democrazia rappresentativa. Non si tratta – nella sua visione – di riproporre una ormai antistorica contrapposizione tra democrazia delegata e democrazia soviettista, ma di ricercare i soggetti e le forme tramite cui allargare i confini della democrazia parlamentare esistente, intrecciando istituzioni più tradizionali e nuovi organismi, voto e partecipazione diretta, partiti e movimenti, allo scopo di organizzare la mobilitazione politica che viene dal basso e di riassorbire gradualmente il principio della delega a un ristretto corpo di politici di professione o comunque professionalizzati dalla consuetudine, in una partecipazione politica di massa e permanente.
«Democrazia di massa», la chiama Ingrao, o «democrazia di base», specificando sia le differenze con la «democrazia diretta», sia il fatto che gli organismi di questa democrazia di base dovrebbero essere intesi come «veri e propri momenti istituzionalizzati di intervento e di decisione, che si collegano e si intrecciano alla vita delle grandi assemblee elettive, in modo da assicurare una presenza diffusa e organizzata delle masse, dando un colpo alla separatezza e al verticismo delle assemblee e degli stessi partiti politici. Dunque: un intreccio organizzato tra democrazia rappresentativa e democrazia di base, che favorisca la proiezione permanente del movimento popolare nello Stato, trasformandolo». Democrazia di base e democrazia rappresentativa sono complementari, Ingrao lo ribadisce in polemica con Bobbio e richiamando tutti i limiti della democrazia rappresentativa, se essa resta solo imperniata sul «cittadino astratto».
Una visione utopica, sembrerebbe oggi. Ma, allora, una aspirazione e una ricerca di massa, quella della partecipazione politica e della democrazia di base – una esperienza che certo venne poi sconfitta, ma che riguardò per un decennio e più milioni di persone alla ricerca di una democrazia non solo formale o addirittura fittizia, e comunque non limitata al giorno delle elezioni. In questa ricerca di una democrazia diversa, più partecipata e diffusa, che nella storia del Pci del primo e anche del secondo dopoguerra aveva importanti precedenti, che non a caso Ingrao richiama e valorizza, egli fu certamente uno dei politici, dei dirigenti e dei teorici più impegnati e convinti.
Negli scritti di Masse e potere costanti sono la affermazione della necessità di una «socializzazione della politica», per dare «concretezza alla democrazia» e procedere verso un «ordine nuovo»; la consapevolezza che la esaltazione della «spontaneità» (tanto diffusa in quegli anni) è una illusione perdente e che la carica innovativa deve attraversare le istituzioni non meno che la società; il riferimento a una necessaria riforma dello Stato, vista anche come «la principale riforma economica da realizzare». Lo Stato, per le forze che si battono per una sua profonda trasformazione, è luogo della lotta e insieme posta di questa lotta.
Ingrao riporta sempre i problemi politici alle loro radici sociali, e contemporaneamente illumina il ruolo dello Stato moderno nel determinare la stessa composizione di classe, ed egli lo fa senza mai cedere né alla tentazione della «autonomia del politico», né a quella, speculare, della «autonomia del sociale». (…)
Masse e potere e Crisi e terza via appartengono a un tempo che per molti aspetti oggi appare lontano. Eppure questi libri sono ancora ricchi di insegnamenti, perché in primo luogo fotografano, sia pure in una temperie storica tanto diversa, la crisi della democrazia rappresentativa, che oggi si è ulteriormente accentuata.
Hanno prevalso a partire dagli anni Ottanta, ma ancor più in Italia negli anni della cosiddetta «seconda repubblica», quelle posizioni politico-culturali che già prima (si pensi alle indicazioni della celebre «Trilateral Commission», fondata nel 1973 da David Rockefeller, Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinsk e altri, o – se si preferisce – ad alcuni punti del celebre “programma” della P2 di Licio Gelli) lamentavano un «eccesso di democrazia» – espressione che di per sé presuppone una valutazione negativa della democrazia stessa – e la necessità di un maggiore accentramento del potere politico nell’esecutivo (risultato tenacemente perseguito nel nostro paese e realizzato con il concorso di tutti gli ultimi governi), a scapito del ruolo del Parlamento e ancor di più della reale partecipazione alla vita politica delle masse.
Ingrao crede nella centralità del Parlamento, affiancato dagli organismi della democrazia di base, e invoca «più politica», una politica diffusa in tutto il corpo sociale. La sinistra prenderà invece una strada del tutto diversa, che avrà come tappe la fine del Pci e della idea stessa di un partito di massa, l’approdo al sistema elettorale maggioritario (quello duramente combattuto dai comunisti ai tempi della «legge truffa»), la personalizzazione della politica, l’accettazione del principio del rafforzamento dell’esecutivo.
Erano dunque quelle di Ingrao semplici «utopie», mere illusioni? Era un «volere la luna»? Una idea politica – in questo caso l’idea di una democrazia partecipata e diffusa, strada per avanzare verso l’autogoverno politico, economico e sociale – viene spesso definita in questo modo quando viene sconfitta. E, senza dubbio, nella congiuntura storica degli anni Ottanta e Novanta ha vinto una diversa egemonia, un diverso «blocco storico», fatto di interessi e ideali opposti rispetto a quelli per i quali ha lottato per tutta la vita Ingrao.
Non per questo le contraddizioni che egli indicava sembrano superate. «Non basta un libro a fare una rivoluzione», afferma il nostro autore, ed è sicuramente vero. Serve che, sulla spinta di determinate contraddizioni, masse di donne e uomini maturino convincimenti collettivi, si organizzino, credano e lottino per cambiare «lo stato di cose presenti», come scrive Marx. Non mancano oggi i segnali che vanno in questa direzione, anche in Europa. Per chi vorrà contribuire a tale ricerca e a tale lotta, le idee, i libri, l’esempio di Pietro Ingrao sono ancora estremamente preziosi.
Nota: quanto pubblichiamo è un estratto dalla Introduzione di Guido Liguori a P. Ingrao, «Masse e potere. Crisi e terza via» (Editori Riuniti, 2015, pp. 354, euro 23,50), un volume che raccoglie due dei più noti libri degli anni Settanta. Il volume, nei prossimi mesi in libreria, è già reperibile presso il sito www.editoririuniti.it.
Un secolo in una vita. Il cinema, la letteratura, le istituzioni, la
democrazia. Quando una nuova generazione di giovani comunisti porta nel
Pci l’assillo di un confronto con le trasformazioni del capitalismo
italiano
di Luciana Castellina
Ricordo ancora nitidamente la prima volta che celebrai un compleanno di
Pietro Ingrao: era il 1965, lui compiva cinquant’anni (un’età che mi
parve avanzatissima) ed era mezzo secolo fa. Con Sandro Curzi, ambedue
non da molto usciti dalla irrequieta Federazione Giovanile, gli
regalammo il suo primo paio di mocassini, con una dedica che lo
sollecitava ad essere meno prudente: «Cammina coi tempi, cammina con
noi».
Lo ricordo bene perché eravamo in piena battaglia «ingraiana», proprio
alla vigilia del fatidico XI congresso del Pci, quando i compagni che si
riconoscevano nelle sue idee (non una corrente, per carità), uscirono
un po’ più allo scoperto per sostenerle; e lui stesso operò quella che
fu definita una inedita rottura. Disse con chiarezza nel suo intervento
congressuale: «Sarei insincero se tacessi che il compagno Longo non mi
ha persuaso rifiutando di introdurre nella vita del nostro partito il
nuovo costume di una pubblicità del dibattito, cosicché siano chiari a
tutti i compagni non solo gli orientamenti e le decisioni che prevalgono
e tutti impegnano ma anche il processo dialettico di cui sono il
risultato».
Fu, come è noto, applauditissimo, ma tuttavia successivamente emarginato
dal vertice del partito e «relegato» (allora Botteghe Oscure contava
più di Montecitorio) alla presidenza del gruppo parlamentare e poi della
Camera dei Deputati. E noi dispersi in ruoli minori, fuori dal palazzo.
Lo ricordo bene perché in fondo fu allora che cominciò la storia de «il
manifesto», che pure vide la luce solo quattro anni più tardi. Senza
Pietro, che come sempre nella sua vita ha fatto prevalere sulle sue
scelte politiche la preoccupazione di non abbandonare il «gorgo», quello
entro cui si addensava il popolo comunista. Non per paura, sia chiaro,
ma per via di quello che era il modo di sentire profondo di tutto il
partito, il timore di sacrificare l’opinione collettiva alla propria
individuale.
Noi del manifesto alla fine lo facemmo, ma anche perché le nostre
responsabilità nel Pci erano infinitamente minori e dunque il nostro
gesto non avrebbe potuto certo avere le stesse conseguenze di quello di
Ingrao. Ma non crediate che sia stato facile neppure per noi, fu anzi
una scelta molto molto sofferta e talvolta è capitato anche decenni dopo
di interrogarsi se non avremmo dovuto restare a combattere dentro
anziché metterci nelle condizioni di essere messi fuori.
(Per favore non reagite, voi giovani, dicendo: ma che tempi, non si
poteva neppure dichiarare un dissenso! È vero, non era bello. E però le
opinioni nonostante tutto pesavano più di adesso, la nostra radiazione
fu un trauma per tutto il partito. Ora si può dire di tutto, ma perché
non conta più niente).
Oggi Pietro Ingrao di anni ne compie 100, e noi de il manifesto, se contiamo anche l’incubazione, 50.
Col tempo si è forse smarrito il senso di cosa sia stato l’ingraismo, e
anzi mi chiedo se tra i giovani della redazione del giornale c’è ancora
qualcuno che sa di cosa si sia trattato. Non fu, badate, solo una
battaglia per la democratizzazione del partito, il famoso diritto al
dissenso. C’era molto di più: si è trattato del tentativo più serio del
pensiero comunista di fare i conti con il capitalismo nei suoi punti più
alti, di individuare le nuove, moderne contraddizioni e su queste — più
che su quelle antiche dell’Italietta rurale — far leva, non per
«inseguire mille rivoli rivendicativi» (per usare l’espressione di
allora), ma per costruire un vero modello di sviluppo alternativo.
Si trattava della rottura con l’idea di uno sviluppo lineare, col mito
della «modernità acritica», che fu alla base della cultura
neocapitalista (e craxiana) di quegli anni. E, ancora, il tentativo di
capire che la crisi italiana non rappresentava una anomalia (un vizio
tutt’ora diffuso), ma poteva essere capita solo nel nesso con il
capitalismo avanzato quale si stava sviluppando nel mondo.
Dal giudizio sulla fase discendevano due diverse linee strategiche e per
questo il confronto non fu solo teorico, ma strettamente intrecciato
con il che fare politico: se bisognava agire per rendere l’Italia
«normale», e cioè allinearla alla modernità europea, o invece incidere
su quel nesso anche per risolvere i vecchi problemi e preparare
un’alternativa anche alla «normalità» capitalistica.
La destra del Pci ovviamente si oppose a questa prospettiva. Quando il
Pci, dopo la Bolognina, fu avviato allo scioglimento, proprio su questa
necessaria innovazione costruimmo — questa volta ufficialmente assieme a
Pietro Ingrao — il senso della famosa «Mozione 2» che alla liquidazione
del partito si opponeva. Non in nome della conservazione ma, al
contrario, del cambiamento, che non faceva però venir meno le ragioni
dell’alternativa al sistema ma anzi le rafforzava. Le vecchie categorie
non bastavano più e Ingrao è sempre stato attento a non ripetere litanie
ma a individuare ogni volta le potenzialità nuove offerte dallo
sviluppo storico, i soggetti antagonisti, a capire come si formano e si
aggregano per diventare classe dirigente in grado di prospettare una
società alternativa. Oggi e qui.
Come sapete, perdemmo.
Su quel nostro dibattito degli anni 60 — che trovò poi una sistemazione
nel 1970 proprio nelle «Tesi per il comunismo» del Manifesto (che non
dissero che il comunismo era maturo nel senso di imminente, come
qualcuno equivocò — e ironizzò -, ma che non sarebbe stato più possibile
dare soluzione ai problemi posti dalla crisi nel quadro del sistema
capitalistico sia pure ammodernato).
Questo fu l’XI congresso del Pci, quello spartiacque delle cui emozioni,
passioni, sofferenze Pietro Ingrao ha dato eco nel suo libro «Volevo la
luna».
Nell’anniversario del suo centesimo anno di vita avrei forse dovuto
parlare di Pietro Ingrao ricordandone di più i suoi aspetti umani, la
sua personalità, il modo come ha dipanato la sua esistenza, e non invece
andar subito dritta al nocciolo politico della sua vita di comunista.
L’ho fatto per due ragioni: perché troppo spesso ormai nel celebrare gli
anniversari si tende a ridurre tutto ai tratti del carattere di chi si
ricorda, alle sue qualità morali, e sempre meno a riflettere sulle loro
scelte politiche. E poi perché Pietro in particolare, invecchiando, — e
forse anche per via di come sono andate le cose nella sinistra italiana —
ha finito per ricordarsi sottotono, persino con qualche vezzo
civettuolo, più come poeta che come dirigente politico. Che è invece
stato e di primo piano.
Poeta non ha in realtà mai smesso di essere, basti pensare al suo modo
di esprimersi, mai politichese, sempre attento a illuminare
l’immaginazione e non a ripetere catechismi. Vi ricordate la sua
sorprendente uscita nell’intervento al primo dei due congressi di
scioglimento del Pci, il XIX nel 1990, quando se ne uscì col suo
clamoroso «viventi non umani», per chiedere attenzione alla natura e
alle sue speci? Non era forse una poesia, che come tale suonò, del
resto, in quel grigio e mesto dibattito di fine partita?
Pietro non usava il politichese perché ascoltava. Sembra banale, ma
quasi nessuno ascolta. E siccome ascoltava è stato anche ascoltato da
generazioni assai più giovani, quelle che dei nostri dibattiti all’XI
congresso del Pci, e del Pci stesso, non sapevano niente. Penso al Forum
sociale europeo di Firenze nel 2002, per esempio, dove il suo discorso
sulla pace conquistò ragazzi che non sapevano neppure chi fosse.
Ascoltava perché della democrazia ha sempre sottolineato un elemento
ormai in disuso, soprattutto il protagonismo delle masse, la
partecipazione.
Può sembrare curioso, ma molto del pensiero politico di Ingrao è stato
segnato dalla sua adolescenziale formazione cinematografica. Nei molti
anni in cui per via del mio incarico nella promozione del cinema
italiano ho avuto con i big di Hollywood molti incontri e spesso la
discussione scivolava sull’Italia e sul come era stato possibile che ci
fossero tanti comunisti. Un po’ scherzando e un po’ sul serio ho sempre
finito per ricorrere ad un paradosso: «Badate — dicevo — il comunismo
italiano è così speciale perché oltreché a Mosca ha le sue radici qui a
Hollywood, che dunque ne porta le responsabilità». E poi raccontavo loro
la storia, tante volte sentita da Pietro, della formazione di un pezzo
non secondario di quello che poi diventò il gruppo dirigente del Pci nel
dopoguerra: Mario Alicata, lui stesso, e anche altri che pur fuori dai
vertici sul partito avevano avuto una fortissima influenza, Visconti,
Lizzani, De Santis. Tutti allievi del Centro sperimentale di
cinematografia.
Raccontavo loro, dunque, di Ingrao che mi aveva detto di come la sua
generazione, già a metà degli anni ’30, avesse avuto il suo ceppo
proprio nel cinema. E, segnatamente, nel grande cinema — e nella
letteratura — americani del New Deal, tortuosamente conosciuti proprio
al Centro grazie a una fortuita circostanza: l’arrivo, come insegnante,
di un singolare personaggio, Ahrnheim, ebreo tedesco sfuggito al nazismo
e chissà come approdato proprio lì, prima che le leggi razziali fossero
introdotte anche in Italia.
«Proprio quelle pellicole — mi disse Pietro in occasione di
un’intervista (per il settimanale Pace e guerra che allora dirigevo) su
una importante mostra allestita a Milano sugli anni ’30 — mostravano
cariche di socialità, in cui c’era la classe operaia, la solidarietà
sociale, la lotta. Proprio grazie a quei film, che erano mezzi di
comunicazione fra i movimenti sociali e l’americano qualunque, così
diversi dalla cultura antifascista italiana degli anni ’20 — elitaria,
ermetica — che avevamo amato, ma non ci aveva aiutato; proprio quei film
che ci aprivano una finestra sull’intellettuale impegnato, noi ci siamo
politicizzati. Sono stati il primo passo verso la politica».
Questo nesso fra cultura e politica è stato un tratto che ha distinto il
comunismo italiano. E Pietro Ingrao ne è stato uno dei più
significativi interpreti.
Grazie e tanti auguri, Pietro.
L’uomo del Pci attratto dai movimenti
Nel ’56 appoggiò l’invasione sovietica in Ungheria, poi si pentì: “imperdonabile”
Umberto Gentiloni Stampa 28 9 2015
Era nato l’anno dell’ingresso dell’Italia nella Grande guerra, nel 1915, a Lenola in provincia di Latina; si definiva «un ragazzo introverso, un po’ lunatico, spesso emotivo». Negli Anni Trenta i primi spostamenti: Formia per il liceo e Roma per l’università. Legge i classici della letteratura, ma la sua passione più autentica va alla poesia di Leopardi, Ungaretti e Montale. S’iscrive ai Gruppi Universitari Fascisti fino alla svolta con la guerra di Spagna. Alla fine degli Anni Trenta entra nel gruppo romano degli antifascisti mettendo da parte le passioni letterarie e cinematografiche: «con i comunisti e dai comunisti ho imparato a cospirare contro il fascismo».
Il 25 luglio, alla caduta del regime, è a Milano, partecipa alla prima manifestazione della sua lunga militanza politica: «Fu per me la sensazione fisica che la gente diventava attiva. Non eravamo più un’isola disperata in un mare chiuso. Eravamo ormai parte di un movimento di popolo: bene o male, quello che è stato poi il corso della mia vita, con le sue luci e le sue ombre». Scrive queste riflessioni quando la parabola del comunismo è giunta al capolinea, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso.
Ingrao attraversa la storia del Pci con un disegno spesso abbozzato e difficile, controverso, da lui stesso descritto come un itinerario di cose impossibili, eppure un tratto costitutivo e duraturo della sinistra italiana o comunque di una sua parte. Un politico del Partito comunista, un leader della seconda generazione, quella successiva a Togliatti. Nel 1956, di fronte all’invasione ungherese, sta con i sovietici, firma un celebre editoriale dal titolo: «Da una parte della barricata». Anni dopo lo definirà «un errore imperdonabile». Negli anni Sessanta inizia a prendere le distanze, fino alla condanna della repressione contro la primavera di Praga nel 1968. Un lungo cammino che giunge fino alla presidenza della Camera dei deputati nello scorcio drammatico della fine degli Anni 70, durante il sequestro Moro: politico, dirigente comunista e figura istituzionale.
I suoi pensieri sono quelli «di un uomo di frontiera, comunista testardo ma sempre pieno di curiosità verso gli altri». Ha coltivato una lunga alterità alle forme del capitalismo del lungo dopoguerra; attratto dai movimenti: giovani, studenti e da ultimo i nuovi temi della pace e dell’ecologia come critiche al modello di sviluppo. La sua ultima battaglia in difesa di un’identità minacciata e travolta dagli eventi dell’89: si batte contro la svolta di Occhetto e fino al 1992 rimane nella sinistra del Pds. Da allora fino a ieri lontano dai luoghi della politica, immerso nei dubbi di una lunga militanza. Così si apre il suo sito Internet, «mezzo non consueto per chi è nato nel 1915. Sono un figlio dell’ultimo secolo dello scorso millennio: quel Novecento che ha prodotto gli orrori della bomba atomica e dello sterminio di massa, ma anche le speranze e le lotte di liberazione di milioni di esseri umani».
“Avevamo le stesse passioni lasciate per gettarci nella politica”
Il ricordo del Presidente emerito della Repubblica che fu suo avversario: “Una persona di assoluta limpidezza morale, mai un interesse personale”
Mario Calabresi Stampa 28 9 2015
Sono scosso emotivamente da un evento che, anche se non si può definire inatteso, per me resta molto doloroso». Dieci anni di età dividevano Pietro Ingrao e Giorgio Napolitano, insieme a molte battaglie politiche su fronti opposti, ma quando il Presidente emerito della Repubblica riceve la notizia della morte dello storico esponente comunista nella sua voce si sente la sofferenza per la scomparsa di quello che a lungo è stato un suo compagno di partito.
Ricorda il vostro primo incontro?
«Io e Pietro Ingrao ci siamo conosciuti nel luglio del 1948 al Policlinico di Roma dopo l’attentato a Togliatti. Il leader del Pci era uscito dalla sala operatoria e c’era un pellegrinaggio in ospedale, quello fu il momento in cui ci incontrammo per la prima volta. Il nostro rapporto si intensificò quando cominciai a occuparmi del Mezzogiorno: la questione meridionale era uno dei temi che aveva più a cuore e proprio su questa cominciammo a discutere e a confrontarci».
Prima di parlare delle storiche divisioni politiche tra voi, le chiedo: cosa più vi accomunava?
«Potrei dire la biografia. Certo tra noi c’erano dieci anni di differenza, però era molto simile il cammino fatto da giovanissimi, che non si nutriva di politica ma di cultura: soprattutto di cinema per lui e di teatro per me, e poi la poesia. I poeti che lui citava erano gli stessi che amavo leggere io, in modo particolare Montale, Ungaretti e Quasimodo. Abbiamo avuto le stesse letture e le stesse passioni che poi abbiamo dovuto lasciare alle spalle per gettarci nelle contese della politica».
Il momento di maggior divisione?
«La più aspra polemica tra noi fu alla vigilia dell’XI congresso del Pci nel 1966, due anni dopo la morte di Togliatti. La scomparsa di un leader che aveva garantito una guida unitaria aprì una stagione nuova in cui emersero posizioni apertamente conflittuali». Napolitano si ferma all’improvviso e resta in silenzio per alcuni secondi: «Mi fa impressione pensare che sono passati quasi cinquant’anni da quel momento, mezzo secolo ci divide da quella stagione di scontro e oggi mi fa piacere ricordare che l’amicizia tra noi non è mai venuta meno, non è mai stata scossa dalle divergenze, e comunque non ci fu mai più virulenza politica paragonabile alla stagione del dopo Togliatti».
Qual è il suo giudizio sulla vita politica di Ingrao?
«È un giudizio che va dato su un’intera generazione non solo di comunisti ma di politici che avevano un forte retroterra ideale e intellettuale, che arricchivano di continuo la loro conoscenza politica con l’elaborazione culturale. Ingrao è stato un uomo di assoluta limpidezza morale, non ha mai combattuto battaglie per interessi o ambizione personale».
Nessuna critica?
«Ci furono momenti in cui manifestò una certa tendenza schematica nell’analisi e nelle conclusioni, gli imputavo di non avere sufficiente duttilità, ma sono cose su cui non si può tornare con slogan passati».
E che ricordo ne ha come presidente della Camera, incarico che ricoprì dal 1976 al ’79?
«Fu assolutamente impeccabile, compreso nel suo ruolo e nella responsabilità che aveva assunto, un vero uomo delle Istituzioni. Dimostrò di avere grande polso e quando ci furono il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro tenne una linea di condotta esemplare. Quando poi toccò a me occupare lo stesso posto a Montecitorio ebbi da lui un magnifico ed esemplare sostegno».
Che idea aveva delle istituzioni?
«Fu sempre un forte fautore di un rinnovamento istituzionale e fu un fermo e convinto sostenitore del monocameralismo, anche durante la preparazione dei lavori per la commissione Bozzi spinse il Pci ad avere l’idea di una sola Camera come posizione di principio e di partenza».
La sua opposizione alla svolta di Occhetto che peso ebbe nella scissione che portò alla nascita di Rifondazione?
«Non penso che lo si possa considerare tra i promotori di Rifondazione comunista, Ingrao certo non si sentì di avallare il superamento del Pci, e questo fu anche un suo limite, ma non era uomo da scissioni, anche se poi in solitaria uscì dal Pds per aderire a Rifondazione».
Quando vi siete visti l’ultima volta?
«L’ultima volta che ci siamo incontrati di persona fu certamente a Montecitorio, mentre l’ultimo messaggio che ho ricevuto da lui me lo ha portato sua figlia Chiara dopo che nel marzo scorso gli mandai un telegramma per festeggiare i suoi 100 anni, era lucido e mi ringraziava con affetto».
La nostra tribù, mai una corrente
La nostra tribù, mai una corrente
La storia di Pietro. L’ascolto
degli altri e l’idea della politica come partecipazione, due caposaldi
dell’ingraismo che valgono assai più di ogni ortodossia. Perché restano
una buona bussola per un nuovo impegnoLuciana Castellina Manifesto 29.09.2015
Così, quando domenica mi ha raggiunto la telefonata di Chiara
e io ero a sedere al sole in un caffè delle Ramblas a Barcellona
dove, essendo di passaggio per la Spagna, mi ero fermata per
aspettare i risultati elettorali della Catalogna, il suo
tristissimo annuncio è stato quasi una fucilata. Perché prima di
ogni altra cosa è stato come mi venisse asportato un pezzo del mio
stesso corpo.
Così, io credo, è stato per tutta la larghissima tribù chiamata «gli ingraiani», qualcosa che non è stata mai una corrente nel senso stretto della parola perché la nostra introiettata ortodossia non ci avrebbe neppure consentito di immaginare tale la nostra rete.
E però siamo stati forse di più: un modo di intendere la politica, e dunque la vita, al di là della specificità delle analisi e dei programmi che sostenevamo. Sicché sin dall’inizio degli anni ’60 e fino ad oggi, gli ingraiani sono in qualche modo distinguibili, sebbene le loro scelte individuali siano andate col tempo divergendo, dentro e fuori del Manifesto; e poi dentro e fuori le successive labili reincarnazioni del Pci. Oggi poi — dentro una sinistra che fatica a riconoscere i propri stessi connotati e nessuno si sente a casa propria dove sta perché vorrebbe la sua stessa casa diversa da come è –questo tratto storico dell’ingraismo direi che pesa in ciascuno anche di più.
Vorrei che non si perdesse, perché al di là delle scelte diverse cui ha condotto ciascuno di noi, è un patrimonio prezioso e utile anche oggi.
Di quale sia stato il nucleo forte del pensiero di Pietro Ingrao, ho già parlato, io e altri, tante volte, e ancora nell’inserto che il manifesto ha dedicato ai suoi cent’anni, riproposto on line proprio ieri. Vorrei che quelle sue analisi e linee programmatiche che purtroppo il Pci non fece proprie, non venisse annegato, come è accaduto per Enrico Berlinguer, nella retorica riduttiva e stravolgente dell’ “era tanto buono, bravo onesto, ci dà coraggio e passione”.
Oggi, comunque, di Pietro vorrei affidare alla memoria soprattutto due cose, che poi sono in realtà una sola: l’ascolto degli altri e l’idea della politica come, innanzitutto, partecipazione e perciò soggettività delle masse.
Quando incontrava qualcuno, o anche nelle riunioni e persino nel dialogo con un compagno ai margini di un comizio, era sempre lui che per primo chiedeva: “ma tu cosa pensi?” ;“come giudichi quel fatto?”; “cosa proporresti?”. Non era un vezzo, voleva proprio saperlo e poi stava a sentire. Perché il suo modo di essere dirigente stava nel cercare di interpretare il sentire dei compagni. Anche di portare le loro idee a un più alto livello di analisi e proposta, certamente, ma sempre a partire da loro, per arrivare, assieme a loro, e non da solo, a una conclusione, a una scelta.
Per questo quel che per lui contava, quello che a suo parere qualificava la democrazia e la qualità di un partito, era la partecipazione, la capacità di stimolare il protagonismo, la soggettività delle masse. Senza di cui non poteva esserci né teoria né prassi significativa.
Non voglio esplicitare paragoni con l’oggi, sarebbe impietoso.
Rossana, rispondendo ad un’intervista di La Repubblica, ieri ha detto di Pietro, anche della sua reticenza nell’assumere posizioni più nette, come fu al momento in cui noi, pur “ingraiani doc”, operammo la rottura della pubblicazione della rivista Il manifesto. E poi ricorda anche Arco di Trento, quando quel 30 per cento del Pci che rifiutava lo scioglimento del partito proposto dalla maggioranza occhettiana, pur riconoscendosi nella relazione che a nome di tutti aveva fatto Lucio Magri, si divise sulle scelte da compiere: fra chi decise di uscire e dette vita a Rifondazione, e chi — come Pietro — decise invece che sarebbe comunque restato nell’organizzazione, il Pds, che, già malaticcio, veniva alla luce. “Per stare nel gorgo”, come disse con una frase che è rimasta scolpita nella testa di tutti noi. Certo, è vero: se Pietro si fosse unito alla costruzione di un nuovo soggetto politico sarebbe stato diverso, molto diverso. La rifondazione comunista più ricca e davvero rifondativa, per via del suo personale apporto ma anche di quella larga area di quadri ingraiani che costituiva ancora un pezzo vivo del Pci e sarebbero stati preziosi alla nuova impresa; e invece restarono invischiati e di malavoglia nel lento deperire degli organismi che seguirono: il Pds, poi i Ds, infine, ma ormai solo alcuni, nel Pd.
Pietro però capì subito che stare in quel contesto non era più “stare nel gorgo”, perché il gorgo, sebbene assai indebolito, scorreva ormai altrove. E infatti ruppe poco dopo e si impegnò nei movimenti che generazioni più giovani avevano avviato. E da questi fu ascoltato.
La storia come sappiamo non si fa con i se. Ma riflettere su quel passaggio storico, per ragionare sugli errori compiuti, da chi e perché e quali, sarebbe forse utile a chi, come tutti noi, sta cercando di costruire un nuovo soggetto politico.
Per farlo nascere bene mi sembra comunque essenziale portarsi dietro l’insegnamento fondamentale di Pietro, che non è inficiato dal non avere, qualche volta, tentato abbastanza : che non c’è partito che valga la pena di fare se non si attrezza, da subito, a diventare una forza in grado di sollecitare la soggettività popolare, perché questa è più preziosa di ogni ortodossia.
Ma vorrei che di Pietro ci portassimo dietro anche l’ottimismo della volontà.
Era lui che amava citare la famosa parabola di Brecht sul sarto di Ulm (da cui Lucio Magri trasse poi il titolo del suo libro sul comunismo italiano). Come ricorderete, il sarto insisteva che l’uomo avrebbe potuto volare, finché, stufo, il vescovo principe di Ulm gli disse “prova” e questi si gettò dal campanile con le fragili ali che si era costruito. E naturalmente si sfracellò. Brecht però si chiede: chi aveva ragione, il sarto o il vescovo? Perché alla fine l’uomo ha volato. E’ la parabola del comunismo: fino ad ora chi ha provato a realizzarlo su terra si è sfracellato, ma alla fine, come è accaduto con l’aviazione, ci riusciremo.
E’ questo l’impegno che nel momento della scomparsa del nostro prezioso compagno Pietro Ingrao vorrei prendessimo: di provarci.
Il potere del pensare e del fare
Così, io credo, è stato per tutta la larghissima tribù chiamata «gli ingraiani», qualcosa che non è stata mai una corrente nel senso stretto della parola perché la nostra introiettata ortodossia non ci avrebbe neppure consentito di immaginare tale la nostra rete.
E però siamo stati forse di più: un modo di intendere la politica, e dunque la vita, al di là della specificità delle analisi e dei programmi che sostenevamo. Sicché sin dall’inizio degli anni ’60 e fino ad oggi, gli ingraiani sono in qualche modo distinguibili, sebbene le loro scelte individuali siano andate col tempo divergendo, dentro e fuori del Manifesto; e poi dentro e fuori le successive labili reincarnazioni del Pci. Oggi poi — dentro una sinistra che fatica a riconoscere i propri stessi connotati e nessuno si sente a casa propria dove sta perché vorrebbe la sua stessa casa diversa da come è –questo tratto storico dell’ingraismo direi che pesa in ciascuno anche di più.
Vorrei che non si perdesse, perché al di là delle scelte diverse cui ha condotto ciascuno di noi, è un patrimonio prezioso e utile anche oggi.
Di quale sia stato il nucleo forte del pensiero di Pietro Ingrao, ho già parlato, io e altri, tante volte, e ancora nell’inserto che il manifesto ha dedicato ai suoi cent’anni, riproposto on line proprio ieri. Vorrei che quelle sue analisi e linee programmatiche che purtroppo il Pci non fece proprie, non venisse annegato, come è accaduto per Enrico Berlinguer, nella retorica riduttiva e stravolgente dell’ “era tanto buono, bravo onesto, ci dà coraggio e passione”.
Oggi, comunque, di Pietro vorrei affidare alla memoria soprattutto due cose, che poi sono in realtà una sola: l’ascolto degli altri e l’idea della politica come, innanzitutto, partecipazione e perciò soggettività delle masse.
Quando incontrava qualcuno, o anche nelle riunioni e persino nel dialogo con un compagno ai margini di un comizio, era sempre lui che per primo chiedeva: “ma tu cosa pensi?” ;“come giudichi quel fatto?”; “cosa proporresti?”. Non era un vezzo, voleva proprio saperlo e poi stava a sentire. Perché il suo modo di essere dirigente stava nel cercare di interpretare il sentire dei compagni. Anche di portare le loro idee a un più alto livello di analisi e proposta, certamente, ma sempre a partire da loro, per arrivare, assieme a loro, e non da solo, a una conclusione, a una scelta.
Per questo quel che per lui contava, quello che a suo parere qualificava la democrazia e la qualità di un partito, era la partecipazione, la capacità di stimolare il protagonismo, la soggettività delle masse. Senza di cui non poteva esserci né teoria né prassi significativa.
Non voglio esplicitare paragoni con l’oggi, sarebbe impietoso.
Rossana, rispondendo ad un’intervista di La Repubblica, ieri ha detto di Pietro, anche della sua reticenza nell’assumere posizioni più nette, come fu al momento in cui noi, pur “ingraiani doc”, operammo la rottura della pubblicazione della rivista Il manifesto. E poi ricorda anche Arco di Trento, quando quel 30 per cento del Pci che rifiutava lo scioglimento del partito proposto dalla maggioranza occhettiana, pur riconoscendosi nella relazione che a nome di tutti aveva fatto Lucio Magri, si divise sulle scelte da compiere: fra chi decise di uscire e dette vita a Rifondazione, e chi — come Pietro — decise invece che sarebbe comunque restato nell’organizzazione, il Pds, che, già malaticcio, veniva alla luce. “Per stare nel gorgo”, come disse con una frase che è rimasta scolpita nella testa di tutti noi. Certo, è vero: se Pietro si fosse unito alla costruzione di un nuovo soggetto politico sarebbe stato diverso, molto diverso. La rifondazione comunista più ricca e davvero rifondativa, per via del suo personale apporto ma anche di quella larga area di quadri ingraiani che costituiva ancora un pezzo vivo del Pci e sarebbero stati preziosi alla nuova impresa; e invece restarono invischiati e di malavoglia nel lento deperire degli organismi che seguirono: il Pds, poi i Ds, infine, ma ormai solo alcuni, nel Pd.
Pietro però capì subito che stare in quel contesto non era più “stare nel gorgo”, perché il gorgo, sebbene assai indebolito, scorreva ormai altrove. E infatti ruppe poco dopo e si impegnò nei movimenti che generazioni più giovani avevano avviato. E da questi fu ascoltato.
La storia come sappiamo non si fa con i se. Ma riflettere su quel passaggio storico, per ragionare sugli errori compiuti, da chi e perché e quali, sarebbe forse utile a chi, come tutti noi, sta cercando di costruire un nuovo soggetto politico.
Per farlo nascere bene mi sembra comunque essenziale portarsi dietro l’insegnamento fondamentale di Pietro, che non è inficiato dal non avere, qualche volta, tentato abbastanza : che non c’è partito che valga la pena di fare se non si attrezza, da subito, a diventare una forza in grado di sollecitare la soggettività popolare, perché questa è più preziosa di ogni ortodossia.
Ma vorrei che di Pietro ci portassimo dietro anche l’ottimismo della volontà.
Era lui che amava citare la famosa parabola di Brecht sul sarto di Ulm (da cui Lucio Magri trasse poi il titolo del suo libro sul comunismo italiano). Come ricorderete, il sarto insisteva che l’uomo avrebbe potuto volare, finché, stufo, il vescovo principe di Ulm gli disse “prova” e questi si gettò dal campanile con le fragili ali che si era costruito. E naturalmente si sfracellò. Brecht però si chiede: chi aveva ragione, il sarto o il vescovo? Perché alla fine l’uomo ha volato. E’ la parabola del comunismo: fino ad ora chi ha provato a realizzarlo su terra si è sfracellato, ma alla fine, come è accaduto con l’aviazione, ci riusciremo.
E’ questo l’impegno che nel momento della scomparsa del nostro prezioso compagno Pietro Ingrao vorrei prendessimo: di provarci.
Il potere del pensare e del fare
Ingrao. Sentirsi ingraiani ha significato intensità di spirito critico, tensione continua a lottare pensando possibile una nuova societàGianni Ferrara Manifesto 29.09.2015
Ha voluto sempre sentire, capire, scrutare, criticamente anche
quanto a presupposti, tradizioni, metodi, prima di indicare,
insegnare, condurre singoli e masse. E capire era per lui penetrare
nella realtà dei rapporti umani, cominciando da quelli di produzione
e cogliendone ogni prosecuzione, ogni effetto immediato
e protratto a qualunque altezza e in quale dimensione si
collocasse, qualsiasi suo profilo potesse rilevare sulla
condizione umana nell’età del capitalismo
Del più alto valore è stata la concezione della democrazia che Ingrao ha definito e per cui ha combattuto. Sostenendo che «il voto non basta». E «non basta» infatti nei regimi che ne isolano la rilevanza e ne limitano il potere reale di incidere direttamente o indirettamente sui rapporti di potere economico, oltre che di quello sociale e di quello politico.
Tanto meno nei regimi che ne distorcono gli effetti deviandoli da quelli autenticamente rappresentativi. Né basta se non collegato ad altri istituti di partecipazione diretta alla dinamica politica. Sostenendo poi la coordinazione di tutte le assemblee elettive come condizione e strumento di una democrazia che pervada l’intera complessità istituzionale della aggregazione umana a forma stato. Sostenendo, infine, con grande lucidità ed eguale fermezza la necessità di opporsi alla decadenza di civiltà politica, culturale e morale che andava maturando in Italia con la criminosa prospettiva di un uomo solo al comando.
In modo diverso, sentirsi ingraiani ha significato intensità di spirito critico, tensione continua a lottare pensando possibile una società in cui il « libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti».
Ingrao, il commosso saluto è l’ultimo
Del più alto valore è stata la concezione della democrazia che Ingrao ha definito e per cui ha combattuto. Sostenendo che «il voto non basta». E «non basta» infatti nei regimi che ne isolano la rilevanza e ne limitano il potere reale di incidere direttamente o indirettamente sui rapporti di potere economico, oltre che di quello sociale e di quello politico.
Tanto meno nei regimi che ne distorcono gli effetti deviandoli da quelli autenticamente rappresentativi. Né basta se non collegato ad altri istituti di partecipazione diretta alla dinamica politica. Sostenendo poi la coordinazione di tutte le assemblee elettive come condizione e strumento di una democrazia che pervada l’intera complessità istituzionale della aggregazione umana a forma stato. Sostenendo, infine, con grande lucidità ed eguale fermezza la necessità di opporsi alla decadenza di civiltà politica, culturale e morale che andava maturando in Italia con la criminosa prospettiva di un uomo solo al comando.
In modo diverso, sentirsi ingraiani ha significato intensità di spirito critico, tensione continua a lottare pensando possibile una società in cui il « libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti».
Ingrao, il commosso saluto è l’ultimo
Cerimonia. La
camera ardente a Montecitorio per l’ex presidente, sipario su una storia
ormai chiusa. Compagni divisi che si ritrovano, Napolitano non sfugge
alla tentazione di arruolare la memoria. La camera ardente a
Montecitorio per l’ex presidente, sipario su una storia ormai chiusa.
Compagni divisi che si ritrovano, Napolitano non sfugge alla tentazione
di arruolare la memoria
ROMA Manifesto
Al primo piano della camera dei deputati, la camera ardente
è allestita nella sala che da qualche anno è intitolata ad Aldo Moro
(e nel ’78 toccò ad Ingrao presidente dell’assemblea di
Montecitorio avvertire l’aula del rapimento del segretario Dc,
con un discorso che fu criticato perché troppo breve e senza
dibattito, ma in quell’ora tragica il comunista avvertiva l’urgenza
di far nascere un governo, quello Andreotti, che pure non gli
piaceva). Il primo picchetto attorno alla bara scoperta è quello
della Fiom, con Maurizio Landini. La grande famiglia Ingrao
è sistemata in una fila di sedie sul lato sinistro, la sorella
Giulia, le figlie Celeste, Bruna, Chiara e Renata, il figlio Guido,
tanti nipoti. Alle pareti le corone di fiori della alte cariche
istituzionali e una sola di partito, il Pd. Un ritratto di Ingrao
staccato dalla «Corea» — la Galleria dei presidenti — è sistemato
al centro tra una bandiera del Pci e una della pace. Mentre si
alternano i picchetti — Bertinotti, Vendola e il gruppo dirigente
di Sel, Fassina, il presidente della Regione Lazio Zingaretti e il
vice sindaco di Roma Causi — arriva subito Giorgio Napolitano.
Saluta i parenti con un bacio, resta un po’ in appoggio sul bastone di
fronte al feretro, poi si avvicina e dà un colpetto a mano aperta sul
legno, forse una carezza. Alla Stampa ha detto che «Ingrao è stato un
uomo di assoluta limpidezza morale, non ha mai combattuto
battaglie per interessi o ambizione personale»; i due sono stati
molto avversari nel Pci, divisi da tutto ancora prima del celebre
dissenso di Ingrao nel congresso del ’66 e fino allo scioglimento
del ’90. «Ingrao era per il monocameralismo», trova il modo di
ricordare il presidente emerito della Repubblica che oggi è il
primo sponsor della riforma costituzionale di Renzi. Ed è vero,
salvo che nella sua costante riflessione sui «problemi dello Stato»,
Ingrao partiva dall’esigenza di rafforzare parlamento
e rappresentanza (raccolto da poco in volume il suo carteggio con
Norberto Bobbio): il monocameralismo con l’Italicum è tutta
un’altra storia.
La tentazione di accordare il pensiero di un grande leader con il proprio è comprensibile — si faceva anche nel Pci con le posizioni di Togliatti, «lo chiamavamo “tirare la coperta”, ha ricordato Ingrao nel suo Le cose impossibili -, alla camera ardente arriva Achille Occhetto preceduto da un fondo sull’Unità renziana in cui sostanzialmente racconta che Ingrao avrebbe aderito alla svolta della Bolognina se solo gliel’avesse spiegata lui. Renzi è a New York per l’assemblea Onu, il governo è presente con la ministra delle riforme Boschi, il viceministro Morando e il sottosegretario De Vincenti, che fa anche un turno di picchetto. Assenti in massa alla celebrazione ufficiale della camera del centesimo compleanno di Ingrao, i renziani stavolta fanno capolino: il capogruppo del Pd alla camera Rosato, il capogruppo al senato Zanda, il deputato Carbone, la presidente della prima commissione del senato Finocchiaro. Pochi gli esponenti dei partiti di centro e destra che vengono a rendere omaggio, il vice presidente forzista della camera Baldelli, l’ex Dc D’Onofrio, Rutelli, Mariotto Segni, Nando Adornato che ha trascorsi comunisti. In serata fa il suo ingresso il presidente del senato Piero Grasso. Ma è soprattutto un incontrarsi a sinistra, tra i tanti che sono stati ingraiani almeno un po’, o «minoranza di sinistra» come preferiva Ingrao. Come Occhetto, del resto, che va incontro e si fa riconoscere dall’ottantenne Luigi Schettini, che è stato una colonna dell’ingraismo meridionale. Un po’ alla volta arrivano Gavino Angius, Luigi Berlinguer, Gianni Cuperlo, Walter Tocci, Cesare Damiano, Vincenzo Vita, Cesare Salvi, Giorgio Ruffolo, Ugo Sposetti, Walter Veltroni. Invece entra unita la delegazione dell’Ars: Aldo Tortorella, Alfiero Grandi e Piero De Siena.
La cerimonia nel palazzo si presta poco alla partecipazione popolare, ma sono comunque centinaia i cittadini romani che sfilano davanti al cadavere di Ingrao. A tratti davanti all’ingresso principale della camera si forma una piccola fila. Molti portano un fiore, qualcuno alza veloce un pugno chiuso. Domani i funerali saranno in piazza Montecitorio, all’aperto. Come quelli di Pajetta, 25 anni fa.
Un vuoto pesante, eredità per l’Europa
La tentazione di accordare il pensiero di un grande leader con il proprio è comprensibile — si faceva anche nel Pci con le posizioni di Togliatti, «lo chiamavamo “tirare la coperta”, ha ricordato Ingrao nel suo Le cose impossibili -, alla camera ardente arriva Achille Occhetto preceduto da un fondo sull’Unità renziana in cui sostanzialmente racconta che Ingrao avrebbe aderito alla svolta della Bolognina se solo gliel’avesse spiegata lui. Renzi è a New York per l’assemblea Onu, il governo è presente con la ministra delle riforme Boschi, il viceministro Morando e il sottosegretario De Vincenti, che fa anche un turno di picchetto. Assenti in massa alla celebrazione ufficiale della camera del centesimo compleanno di Ingrao, i renziani stavolta fanno capolino: il capogruppo del Pd alla camera Rosato, il capogruppo al senato Zanda, il deputato Carbone, la presidente della prima commissione del senato Finocchiaro. Pochi gli esponenti dei partiti di centro e destra che vengono a rendere omaggio, il vice presidente forzista della camera Baldelli, l’ex Dc D’Onofrio, Rutelli, Mariotto Segni, Nando Adornato che ha trascorsi comunisti. In serata fa il suo ingresso il presidente del senato Piero Grasso. Ma è soprattutto un incontrarsi a sinistra, tra i tanti che sono stati ingraiani almeno un po’, o «minoranza di sinistra» come preferiva Ingrao. Come Occhetto, del resto, che va incontro e si fa riconoscere dall’ottantenne Luigi Schettini, che è stato una colonna dell’ingraismo meridionale. Un po’ alla volta arrivano Gavino Angius, Luigi Berlinguer, Gianni Cuperlo, Walter Tocci, Cesare Damiano, Vincenzo Vita, Cesare Salvi, Giorgio Ruffolo, Ugo Sposetti, Walter Veltroni. Invece entra unita la delegazione dell’Ars: Aldo Tortorella, Alfiero Grandi e Piero De Siena.
La cerimonia nel palazzo si presta poco alla partecipazione popolare, ma sono comunque centinaia i cittadini romani che sfilano davanti al cadavere di Ingrao. A tratti davanti all’ingresso principale della camera si forma una piccola fila. Molti portano un fiore, qualcuno alza veloce un pugno chiuso. Domani i funerali saranno in piazza Montecitorio, all’aperto. Come quelli di Pajetta, 25 anni fa.
Un vuoto pesante, eredità per l’Europa
XX Secolo. Rilettura
degli scritti che annunciavano un nuovo periodo storico nel mondo
gravido di contraddizioni e conflitti come mai nel passato. Profondità
sociale e dimensione globale di un leader della sinistra continentale
che non si è mai stancato di opporre il superamento critico del
presente. Mentre nasceva la "cultura della stabilità" che rielaborava
restrittivamente il riformismo socialdemocratico. La radicalità del
pensiero che ci aiuta a uscire dall’imbuto della crisi profonda che
stiamo vivendoLeonardo Paggi Manifesto
Quella di Ingrao è una bara pesante. In essa c’è in primo luogo
racchiuso un enorme patrimonio di lotte e di sacrifici del popolo
italiano che se non hanno realizzato il socialismo hanno cambiato
la faccia del nostro Paese, rendendolo immensamente più civile
e più dignitoso. Una grande esperienza collettiva, che Ingrao ha
voluto fino in fondo ricordare e rappresentare anche
simbolicamente, con quella sua tenace volontà di mantenere il
pugno alzato, persino quando il corpo piegato dagli anni cominciava
ad abbandonarlo. Quel gesto elementare non era vuota liturgia;
intendeva piuttosto riproporre al popolo, come agli intellettuali,
il rigetto di ogni presunta fatalità della storia, inteso non solo
come atto di volontà, ma come forma obbligata di qualsiasi
abitazione intelligente del mondo. Al “disincanto” weberiano con
cui tanti intellettuali italiani sono rientrati come veri abatini
nel conformismo dell’ordine, Ingrao non si è mai stancato di opporre
la trascendenza critica del presente come espressione necessaria
di una ragione ragionante degna di questo nome.
L’esercizio di questa ragione è più importante che mai. La bara di Ingrao ci ripropone anche l’obbligo di cimentarsi senza mezze misure con quel drammatico rovesciamento dei rapporti di forza che comincia a profilarsi nel nostro Paese, come nel resto di Europa, sullo scorcio del XX secolo, a proposito del quale autori di tradizione socialdemocratica parlano oggi di post democrazia. Mi riferisco alla svolta che si produce nel continente tra il 1989 e il 1992, con la caduta del muro di Berlino, la fine dell’Unione sovietica, la riunificazione della Germania e la firma del Trattato di Maastricht, che con la moneta senza stato e la piena libertà di movimento dei capitali prefigura l’Europa di oggi, flagellata, senza difese, dai marosi della crisi.
E’ lo spazio temporale in cui si inserisce l’ultima battaglia di Ingrao. Ripercorrendo i suoi scritti colpisce la tenacia con cui si batte contro l’idea, allora senso comune, della fine della storia; quella stessa che viene messa alla base dell’8 settembre, del «tutti a casa», del Pci. Non sono analisi compiute e formalmente concluse, le sue, ma netta vi è la consapevolezza che un nuovo periodo della storia del mondo si sta annunciando, gravido di contraddizioni e conflitti superiori a quelli del passato, sia per profondità sociale che per dimensione globale. Insomma non è un caso che nel suo comunicato Tsipras abbia parlato di Ingrao come di un leader della sinistra europea.
In quegli stessi anni la tradizione liberaldemocratica italiana elabora con la nozione di “cultura della stabilità” una reinterpretazione singolarmente restrittiva del riformismo socialdemocratico. La scienza economica, nata e cresciuta come indagine sulla produzione della ricchezza e sulla sua distribuzione tra le classi sociali in conflitto, diventa moneta e finanza, ossia scienza del rientro dal debito, che i tedeschi hanno posto come condizione perentoria per l’abbandono del marco. La stabilità dei prezzi che il Modell Deutschland è riuscito a realizzare diventa motivo di una ammirazione subalterna. I “parametri” di Maastricht, che pongono limiti sempre crescenti al sostegno della domanda interna, aprendo la strada alla stagnazione di oggi, sono invocati come salutare «vincolo esterno» capace di mettere a norma una classe politica spendacciona. Per quanto riguarda la “questione tedesca” il limite profondo di questo riformismo liberista sta nel non vedere come dietro la virtuosa stabilità dei prezzi ci sia un’economia che, dopo aver potenziato ininterrottamente la sua forza competitiva in termini di qualità e di prezzo, si appresta a lanciare un nuovo assalto ai mercati mondiali, aggiogando al suo carro tutto il progetto europeo.
Oggi che le politiche di austerità si intrecciano con una esplicita deflazione del sistema della rappresentazione politica, sentiamo che tutta la cultura democratica del Paese è giunta a un punto serio di verifica. Sentiamo che l’enorme patrimonio storico simbolicamente racchiuso nella figura di Pietro Ingrao può essere salvato solo attraverso la sua trasmissione e la sua traduzione in un contesto sociale completamente mutato. Per uscire dall’imbuto della crisi organica che stiamo vivendo è indispensabile anche uno sforzo di pensiero, una nuova radicalità nelle analisi. L’esperienza storica ci dice che da una crisi organica si esce solo con la formazione di una nuova classe dirigente. «Si parla di capitani senza esercito – scriveva Gramsci nel carcere– ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani». La natura della fase che stiamo vivendo, oltre che la personalità di Ingrao a cui diamo l’estremo saluto, ci fa capire oggi meglio di prima la congruità di questa affermazione.
Last generation. Cosa ci insegna il vecchio maestroRiccardo Laterza Manifesto
L’esercizio di questa ragione è più importante che mai. La bara di Ingrao ci ripropone anche l’obbligo di cimentarsi senza mezze misure con quel drammatico rovesciamento dei rapporti di forza che comincia a profilarsi nel nostro Paese, come nel resto di Europa, sullo scorcio del XX secolo, a proposito del quale autori di tradizione socialdemocratica parlano oggi di post democrazia. Mi riferisco alla svolta che si produce nel continente tra il 1989 e il 1992, con la caduta del muro di Berlino, la fine dell’Unione sovietica, la riunificazione della Germania e la firma del Trattato di Maastricht, che con la moneta senza stato e la piena libertà di movimento dei capitali prefigura l’Europa di oggi, flagellata, senza difese, dai marosi della crisi.
E’ lo spazio temporale in cui si inserisce l’ultima battaglia di Ingrao. Ripercorrendo i suoi scritti colpisce la tenacia con cui si batte contro l’idea, allora senso comune, della fine della storia; quella stessa che viene messa alla base dell’8 settembre, del «tutti a casa», del Pci. Non sono analisi compiute e formalmente concluse, le sue, ma netta vi è la consapevolezza che un nuovo periodo della storia del mondo si sta annunciando, gravido di contraddizioni e conflitti superiori a quelli del passato, sia per profondità sociale che per dimensione globale. Insomma non è un caso che nel suo comunicato Tsipras abbia parlato di Ingrao come di un leader della sinistra europea.
In quegli stessi anni la tradizione liberaldemocratica italiana elabora con la nozione di “cultura della stabilità” una reinterpretazione singolarmente restrittiva del riformismo socialdemocratico. La scienza economica, nata e cresciuta come indagine sulla produzione della ricchezza e sulla sua distribuzione tra le classi sociali in conflitto, diventa moneta e finanza, ossia scienza del rientro dal debito, che i tedeschi hanno posto come condizione perentoria per l’abbandono del marco. La stabilità dei prezzi che il Modell Deutschland è riuscito a realizzare diventa motivo di una ammirazione subalterna. I “parametri” di Maastricht, che pongono limiti sempre crescenti al sostegno della domanda interna, aprendo la strada alla stagnazione di oggi, sono invocati come salutare «vincolo esterno» capace di mettere a norma una classe politica spendacciona. Per quanto riguarda la “questione tedesca” il limite profondo di questo riformismo liberista sta nel non vedere come dietro la virtuosa stabilità dei prezzi ci sia un’economia che, dopo aver potenziato ininterrottamente la sua forza competitiva in termini di qualità e di prezzo, si appresta a lanciare un nuovo assalto ai mercati mondiali, aggiogando al suo carro tutto il progetto europeo.
Oggi che le politiche di austerità si intrecciano con una esplicita deflazione del sistema della rappresentazione politica, sentiamo che tutta la cultura democratica del Paese è giunta a un punto serio di verifica. Sentiamo che l’enorme patrimonio storico simbolicamente racchiuso nella figura di Pietro Ingrao può essere salvato solo attraverso la sua trasmissione e la sua traduzione in un contesto sociale completamente mutato. Per uscire dall’imbuto della crisi organica che stiamo vivendo è indispensabile anche uno sforzo di pensiero, una nuova radicalità nelle analisi. L’esperienza storica ci dice che da una crisi organica si esce solo con la formazione di una nuova classe dirigente. «Si parla di capitani senza esercito – scriveva Gramsci nel carcere– ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani». La natura della fase che stiamo vivendo, oltre che la personalità di Ingrao a cui diamo l’estremo saluto, ci fa capire oggi meglio di prima la congruità di questa affermazione.
Last generation. Cosa ci insegna il vecchio maestroRiccardo Laterza Manifesto
Proprio calcando la mano sulle vicende più discusse del suo
impegno nel Pci e in particolare sul suo voto favorevole
all’espulsione del gruppo del Manifesto nel 1969, in molti ritengono
di poter confinare il racconto della figura di Ingrao nella
dimensione collocabile tra l’eclettismo analitico e l’etica del
Partito, una dimensione ormai sepolta dalla caduta del Muro e dalla
fine della Prima Repubblica. In questa ricostruzione le
contraddizioni che egli stesso amava indagare e mettere in
tensione, sottoponendole alla prova dell’intelletto umano e della
sua capacità di illuminare gli angoli più oscuri della realtà,
risultano irrimediabilmente spianate. Quella di Ingrao, dunque,
sarebbe una figura dalla quale oggi è possibile trarre al limite
qualche elemento di rilevanza storica, vagamente mitologica
e agiografica, ma nessun insegnamento concreto, nessuno
strumento da mettere nella cassetta degli attrezzi per smontare le
brutture di questo mondo.
Mi sento di poter dissentire. Dal pensiero e dall’azione di Pietro Ingrao sto ancora imparando molte cose, e tante credo di poterne imparare.
Innanzitutto su cos’è il dubbio, cosa significa provare a farne strumento potente in una società in cui esso è molto evocato e assai poco praticato. Era più difficile mettere in dubbio, interrogarsi e interrogare, dissentire, fare tutto ciò in forma produttiva, con una continua tensione verso la trasformazione della realtà, nell’epoca dello scontro tra ideologie contrapposte? Oppure oggi, nell’epoca del dominio incontrastato dell’ideologia unica del libero mercato? Per questo credo che questo primo insegnamento non sia affatto scontato.
Ancora, credo sia grazie a Ingrao che è diventato per me un po’ più chiaro cosa sia la luna. La luna, per alcuni, sarebbe la cifra della sconfitta di Ingrao: per me è piuttosto il segno di una battaglia che è ancora aperta. Lungi dall’essere un luogo situato in una posizione indefinita tra l’astrazione dalla realtà e l’eterna sconfitta, come qualche detrattore mascherato vuole far passare in alcuni coccodrilli, essa è piuttosto quella direzione verso la quale far avanzare ancora l’orizzonte delle aspettative. La luna è possibile? Sì, lottando dentro il continuo sviluppo della società, dentro le vecchie forme di dominio e le nuove possibilità di liberazione, sapendo che «in fondo, a ben vedere, certi guardiani, per forti e feroci che siano, sono tuttavia alla fine abbastanza stupidi», come disse Ingrao al XIX Congresso del PCI, nel 1990.
Ciò che ancora non credo di aver colto in tutta la sua complessità è il significato primo dell’indicazione di «rimanere nel gorgo». Quando mi imbattei per la prima volta nella formula retorica utilizzata da Ingrao all’XI Congresso in risposta a Longo sulla questione del centralismo democratico, la trovai di un tatto incomprensibile per la dialettica politica di oggi: quel volteggio di piuma, accolto da applausi scroscianti, era stato tuttavia capace di ferire come una lama d’acciaio. Difficile dunque astrarre da un periodo storico completamente diverso da quello di oggi: credo tuttavia che «rimanere nel gorgo» fosse un’indicazione di ricerca e di azione — e del rapporto indissolubile tra questi due aspetti — rivolta alla realtà, all’intricato rapporto tra masse e potere, impossibile da ridurre alla semplice collocazione dentro o fuori dal Partito (che pure era parte fondamentale di quell’indicazione).
Infine, l’insegnamento più prezioso, che più sento dentro, è quello di lasciarsi interrogare dalle rivolte. Non ho mai avuto la fortuna di incontrare Pietro Ingrao, ma ho incontrato spesso la misura concreta di queste sue parole nella costruzione delle organizzazioni studentesche, negli sguardi delle migliaia di studentesse e studenti in strada e in piazza, nell’impegno politico e nella necessità di cambiare il mondo. Il nostro cammino è ancora nel tempo delle rivolte che non è sopito.
Grazie di tutto Pietro Ingrao.
Il costruttore di democrazia
Mi sento di poter dissentire. Dal pensiero e dall’azione di Pietro Ingrao sto ancora imparando molte cose, e tante credo di poterne imparare.
Innanzitutto su cos’è il dubbio, cosa significa provare a farne strumento potente in una società in cui esso è molto evocato e assai poco praticato. Era più difficile mettere in dubbio, interrogarsi e interrogare, dissentire, fare tutto ciò in forma produttiva, con una continua tensione verso la trasformazione della realtà, nell’epoca dello scontro tra ideologie contrapposte? Oppure oggi, nell’epoca del dominio incontrastato dell’ideologia unica del libero mercato? Per questo credo che questo primo insegnamento non sia affatto scontato.
Ancora, credo sia grazie a Ingrao che è diventato per me un po’ più chiaro cosa sia la luna. La luna, per alcuni, sarebbe la cifra della sconfitta di Ingrao: per me è piuttosto il segno di una battaglia che è ancora aperta. Lungi dall’essere un luogo situato in una posizione indefinita tra l’astrazione dalla realtà e l’eterna sconfitta, come qualche detrattore mascherato vuole far passare in alcuni coccodrilli, essa è piuttosto quella direzione verso la quale far avanzare ancora l’orizzonte delle aspettative. La luna è possibile? Sì, lottando dentro il continuo sviluppo della società, dentro le vecchie forme di dominio e le nuove possibilità di liberazione, sapendo che «in fondo, a ben vedere, certi guardiani, per forti e feroci che siano, sono tuttavia alla fine abbastanza stupidi», come disse Ingrao al XIX Congresso del PCI, nel 1990.
Ciò che ancora non credo di aver colto in tutta la sua complessità è il significato primo dell’indicazione di «rimanere nel gorgo». Quando mi imbattei per la prima volta nella formula retorica utilizzata da Ingrao all’XI Congresso in risposta a Longo sulla questione del centralismo democratico, la trovai di un tatto incomprensibile per la dialettica politica di oggi: quel volteggio di piuma, accolto da applausi scroscianti, era stato tuttavia capace di ferire come una lama d’acciaio. Difficile dunque astrarre da un periodo storico completamente diverso da quello di oggi: credo tuttavia che «rimanere nel gorgo» fosse un’indicazione di ricerca e di azione — e del rapporto indissolubile tra questi due aspetti — rivolta alla realtà, all’intricato rapporto tra masse e potere, impossibile da ridurre alla semplice collocazione dentro o fuori dal Partito (che pure era parte fondamentale di quell’indicazione).
Infine, l’insegnamento più prezioso, che più sento dentro, è quello di lasciarsi interrogare dalle rivolte. Non ho mai avuto la fortuna di incontrare Pietro Ingrao, ma ho incontrato spesso la misura concreta di queste sue parole nella costruzione delle organizzazioni studentesche, negli sguardi delle migliaia di studentesse e studenti in strada e in piazza, nell’impegno politico e nella necessità di cambiare il mondo. Il nostro cammino è ancora nel tempo delle rivolte che non è sopito.
Grazie di tutto Pietro Ingrao.
Il costruttore di democrazia
Ingrao. Si
rischia di dimenticare che il suo andare «oltre» la politica non voleva
essere contrapposizione ma arricchimento. Una dimensione non
immediatamente visibile a uno sguardo distratto ma che si doveva
cogliere con uno sguardo lungo
Gianpasquale Santomassimo Manifesto 29.09.2015
Oggi c’è molta ipocrisia nel nascondere o sminuire questo dato
centrale della sua vita, nel ricondurlo a ennesimo santino della
liturgia di una «società civile» sganciata dalla politica
o addirittura ad essa contrapposta.
Fu certamente considerato – e lui stesso si considerò – «eretico»: ma all’interno di una comunità di donne e di uomini unita da ideali comuni, se pure declinati in forme diverse, di cui condivise fino alla fine (ed anche oltre per pochi anni, a comunità ormai dissolta) senso di appartenenza e obblighi, spesso gravosi, che lo portarono a compromessi e sacrifici che rappresentarono nel tempo un rovello mai interamente placato. Se si osserva con distacco la sua vicenda politica, di là dalle leggende e anche dalle autorappresentazioni, emergerà il profilo di un politico realistico, capace di porre problemi e proporre soluzioni. Dalla consapevolezza nei primi anni Sessanta di una nuova fase aperta dal miracolo economico e dal centrosinistra, che imponevano un ripensamento di tutti i termini della lotta politica e sociale del movimento operaio, alla battaglia del decennio successivo per un rinnovamento complessivo delle istituzioni, fondato sulla centralità del parlamento in vista di una nuova relazione fra Stato, popolo e trama delle assemblee elettive locali, in spirito di fedeltà alla Costituzione.
C’era in queste battaglie la consapevolezza che la democrazia parlamentare e costituzionale non era un dato acquisito per sempre, ma un patto tra istituzioni e popolo che andava rinnovato e rinsaldato mentre all’orizzonte si profilavano nuove insidie interne ed eterne che ne minavano il fondamento: «come se stessimo in bilico — avvertiva nel 1977 — tra un salto di qualità verso una civiltà superiore e il precipitare nella degenerazione».
Divenne col passare del tempo sempre più simbolo di qualcosa difficile da definire in termini univoci (ma comunque lievito e stimolo per molti).
Si innestò e si sovrappose alla sua vicenda storica una mitologia facile, fatta di luoghi comuni diffusi e da ultimo perfino interiorizzata da Ingrao medesimo nell’ultima fase della sua lunga vita: l’enfasi sull’utopia contrapposta alla realtà (che aveva invece studiato e analizzato con sguardo mai banale), la fama di «acchiappanuvole», di poeta e sognatore… Col che si rischiava di dimenticare che il suo andare «oltre» la politica, nel porre temi che essa abitualmente non si poneva, non voleva essere contrapposizione ma arricchimento, offerta di una dimensione non immediatamente visibile a uno sguardo distratto ma che si poteva e doveva cogliere con uno sguardo lungo.
Dimenticando che «scavare nella polvere» fra le rovine delle torri franate non può servire a baloccarsi modellando castelli di sabbia, che dal «gorgo» bisogna doverosamente farsi trascinare — ma senza affogare — per riemergere infine su nuove sponde. Guardare storicamente alla sua attività politica dovrebbe implicare anche evadere dalle nebbie dell’«ingraismo» divenuto gergo e maniera, della politica ridotta a stato d’animo, indeterminatezza programmatica, elogio del «dubbio» che non prelude a una nuova azione, ma si compiace e si paralizza in esso.
Nel modo corrente di ricordare Ingrao temo che oggi molta parte della sinistra stia celebrando e assolvendo anche la propria inconcludenza.
Pietro
Fu certamente considerato – e lui stesso si considerò – «eretico»: ma all’interno di una comunità di donne e di uomini unita da ideali comuni, se pure declinati in forme diverse, di cui condivise fino alla fine (ed anche oltre per pochi anni, a comunità ormai dissolta) senso di appartenenza e obblighi, spesso gravosi, che lo portarono a compromessi e sacrifici che rappresentarono nel tempo un rovello mai interamente placato. Se si osserva con distacco la sua vicenda politica, di là dalle leggende e anche dalle autorappresentazioni, emergerà il profilo di un politico realistico, capace di porre problemi e proporre soluzioni. Dalla consapevolezza nei primi anni Sessanta di una nuova fase aperta dal miracolo economico e dal centrosinistra, che imponevano un ripensamento di tutti i termini della lotta politica e sociale del movimento operaio, alla battaglia del decennio successivo per un rinnovamento complessivo delle istituzioni, fondato sulla centralità del parlamento in vista di una nuova relazione fra Stato, popolo e trama delle assemblee elettive locali, in spirito di fedeltà alla Costituzione.
C’era in queste battaglie la consapevolezza che la democrazia parlamentare e costituzionale non era un dato acquisito per sempre, ma un patto tra istituzioni e popolo che andava rinnovato e rinsaldato mentre all’orizzonte si profilavano nuove insidie interne ed eterne che ne minavano il fondamento: «come se stessimo in bilico — avvertiva nel 1977 — tra un salto di qualità verso una civiltà superiore e il precipitare nella degenerazione».
Divenne col passare del tempo sempre più simbolo di qualcosa difficile da definire in termini univoci (ma comunque lievito e stimolo per molti).
Si innestò e si sovrappose alla sua vicenda storica una mitologia facile, fatta di luoghi comuni diffusi e da ultimo perfino interiorizzata da Ingrao medesimo nell’ultima fase della sua lunga vita: l’enfasi sull’utopia contrapposta alla realtà (che aveva invece studiato e analizzato con sguardo mai banale), la fama di «acchiappanuvole», di poeta e sognatore… Col che si rischiava di dimenticare che il suo andare «oltre» la politica, nel porre temi che essa abitualmente non si poneva, non voleva essere contrapposizione ma arricchimento, offerta di una dimensione non immediatamente visibile a uno sguardo distratto ma che si poteva e doveva cogliere con uno sguardo lungo.
Dimenticando che «scavare nella polvere» fra le rovine delle torri franate non può servire a baloccarsi modellando castelli di sabbia, che dal «gorgo» bisogna doverosamente farsi trascinare — ma senza affogare — per riemergere infine su nuove sponde. Guardare storicamente alla sua attività politica dovrebbe implicare anche evadere dalle nebbie dell’«ingraismo» divenuto gergo e maniera, della politica ridotta a stato d’animo, indeterminatezza programmatica, elogio del «dubbio» che non prelude a una nuova azione, ma si compiace e si paralizza in esso.
Nel modo corrente di ricordare Ingrao temo che oggi molta parte della sinistra stia celebrando e assolvendo anche la propria inconcludenza.
Pietro
In una parola. La rubrica di Alberto Leiss questa settimana su Pietro IngraoAlberto Leiss Manifesto 29.09.2015
E non solo per essere stato lui il primo a rivendicare un diritto
al dissenso, pur rimanendo sempre obbediente alla disciplina del
partito. Ma per aver testimoniato continuamente, lungo tutta la
sua storia politica, l’ansia di una ricerca aperta sulla realtà,
sempre spinta dalla passione per la giustizia, per la libertà di chi
subisce l’oppressione del potere, e per il dubbio.
Il suo nome, Pietro, e il suo volto, il suo corpo, parlavano di questa formidabile energia, mai spenta dagli errori politici che pure il dirigente comunista Ingrao ha commesso, e che è stato molto più disposto di altri a riconoscere.
Sto leggendo o rileggendo i suoi scritti nel recente volume Coniugare al presente (Ediesse), dove Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti hanno raccolto interventi, interviste e appunti tra l’89 e il ‘93. Gli anni del crollo del muro, della fine del Pci, e anche della scelta di Ingrao di abbandonare il Pds, dopo quel primo periodo dopo la svolta vissuto, come disse, nel gorgo della trasformazione traumatica del suo partito.
Segnalo due di queste testimonianze.
La prima è un dialogo tra Ingrao e Alex Langer, pubblicato nel ’90 da Nuova ecologia. Il leader ambientalista valutava positivamente, ma non in modo acritico, la svolta di Occhetto, e si rammaricava che un uomo «con l’autorità della storia politica e della figura morale» di Ingrao non si fosse messo «alla testa di questo possibile cambiamento». Langer vedeva bene come molti che stavano con il Sì di Occhetto intendessero la svolta quale «omologazione, come la rimozione di un ostacolo per entrare nei salotti buoni». E vedeva anche nello schieramento del No molte «persone più impegnate a difendere il diritto all’identità che a incidere politicamente».
Ingrao risponde di non credere a un «atto salvifico»: un vero «rinnovamento radicale del Pci» presupponeva una ben diversa analisi del passaggio storico che stava vivendo il mondo e delle forze in campo. E il comunismo, come orizzonte, come punto di vista critico – non certo il regime fallito a Est — «permette di leggere molto meglio i fenomeni attuali».
Allora io ero sulla posizione di Langer. Oggi penso che sbagliavo valutazione sulla svolta. Ma soprattutto mi sembra che le opinioni, le passioni e le inquietudini di persone come Langer e Ingrao valessero molto di più del loro schierarsi per il Sì o per il No nel confronto aperto nel Pci. E che abbiano molto da dire ancora oggi.
Come attuali sono gli appunti di Ingrao sul tema: «Può la poesia cambiare il mondo?» Ne aveva discusso con Adriana Zarri e Ernesto Cardenal all’Eremo di Monte Giove, nel giugno del ’91.
La trascrizione di una scaletta manoscritta mima in un certo modo la scrittura in versi. Con frasi in lettere maiuscole, parole in corsivo. Una specie di partitura. In cui, dopo la citazione dell’Infinito di Leopardi, si può leggere:
«e questo cambia
o meglio dilata il significato
delle parole
SCOPRE
SCOPRE
qualcosa
che si può dire rappresentare
solo dentro
quella tonalità musicale
quindi LEGGE
in un altro modo
– secondo me molto più ricco -
la vita, l’esperienza vitale».
La poesia non può cambiare il mondo? Ma senza una radicale operazione sul linguaggio, sul simbolico, non si farà una politica capace di cambiarlo.
Pietro Ingrao, comunista eretico e senza scismi
Il suo nome, Pietro, e il suo volto, il suo corpo, parlavano di questa formidabile energia, mai spenta dagli errori politici che pure il dirigente comunista Ingrao ha commesso, e che è stato molto più disposto di altri a riconoscere.
Sto leggendo o rileggendo i suoi scritti nel recente volume Coniugare al presente (Ediesse), dove Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti hanno raccolto interventi, interviste e appunti tra l’89 e il ‘93. Gli anni del crollo del muro, della fine del Pci, e anche della scelta di Ingrao di abbandonare il Pds, dopo quel primo periodo dopo la svolta vissuto, come disse, nel gorgo della trasformazione traumatica del suo partito.
Segnalo due di queste testimonianze.
La prima è un dialogo tra Ingrao e Alex Langer, pubblicato nel ’90 da Nuova ecologia. Il leader ambientalista valutava positivamente, ma non in modo acritico, la svolta di Occhetto, e si rammaricava che un uomo «con l’autorità della storia politica e della figura morale» di Ingrao non si fosse messo «alla testa di questo possibile cambiamento». Langer vedeva bene come molti che stavano con il Sì di Occhetto intendessero la svolta quale «omologazione, come la rimozione di un ostacolo per entrare nei salotti buoni». E vedeva anche nello schieramento del No molte «persone più impegnate a difendere il diritto all’identità che a incidere politicamente».
Ingrao risponde di non credere a un «atto salvifico»: un vero «rinnovamento radicale del Pci» presupponeva una ben diversa analisi del passaggio storico che stava vivendo il mondo e delle forze in campo. E il comunismo, come orizzonte, come punto di vista critico – non certo il regime fallito a Est — «permette di leggere molto meglio i fenomeni attuali».
Allora io ero sulla posizione di Langer. Oggi penso che sbagliavo valutazione sulla svolta. Ma soprattutto mi sembra che le opinioni, le passioni e le inquietudini di persone come Langer e Ingrao valessero molto di più del loro schierarsi per il Sì o per il No nel confronto aperto nel Pci. E che abbiano molto da dire ancora oggi.
Come attuali sono gli appunti di Ingrao sul tema: «Può la poesia cambiare il mondo?» Ne aveva discusso con Adriana Zarri e Ernesto Cardenal all’Eremo di Monte Giove, nel giugno del ’91.
La trascrizione di una scaletta manoscritta mima in un certo modo la scrittura in versi. Con frasi in lettere maiuscole, parole in corsivo. Una specie di partitura. In cui, dopo la citazione dell’Infinito di Leopardi, si può leggere:
«e questo cambia
o meglio dilata il significato
delle parole
SCOPRE
SCOPRE
qualcosa
che si può dire rappresentare
solo dentro
quella tonalità musicale
quindi LEGGE
in un altro modo
– secondo me molto più ricco -
la vita, l’esperienza vitale».
La poesia non può cambiare il mondo? Ma senza una radicale operazione sul linguaggio, sul simbolico, non si farà una politica capace di cambiarlo.
Pietro Ingrao, comunista eretico e senza scismi
di Guido Compagna Il Sole 29.9.15
«Coscienza critica della sinistra», «acchiappanuvole», «l’utopista che sognava la luna»: sono solo alcune che delle tante definizioni che hanno accompagnato la vita e la morte di Pietro Ingrao. Il quale però fu prima di tutto «un comunista» e subito dopo «un eretico senza scismi». Ha spiegato magistralmente nel suo sito facebook Emanuele Macaluso: «Ingrao è stato un comunista del partito di Togliatti e della via italiana e democratica al socialismo, nel quale convivevano uomini con posizioni diverse, ma convergenti sugli obiettivi di fondo ed egualmente impegnati con passione e con l’amore per una politica che guardasse essenzialmente agli interessi del mondo del lavoro e del Paese».
Ma Ingrao è stato anche un eretico. Ho aggiunto senza scismi. E in politica gli scismi sono le scissioni. Così non seguì i suoi amici e per certi versi discepoli, che diedero vita al gruppo de “Il manifesto”, subito dopo la radiazione del Pci. Anzi. In Comitato centrale neanche si oppose a quella radiazione. Lo ha ricordato lui stesso in una accorata autocritica nel suo libro “Volevo la luna”. Quasi a dimostrazione che dal partito ci si poteva discostare, ma che comunque non ci potevano e dovevano essere fratture. Qualcosa di simile avvenne con la svolta di Occhetto, anche quest’ultimo un suo, se non discepolo, compagno di idee e di ideali. Così ancora una volta il già anziano leader si discostò. L’eresia l’aveva fatta valere soprattutto in occasione dell’XI Congresso in discussione il principio del centralismo democratico. Andò alla tribuna e disse: «Non sono stato persuaso», ponendo con vigore la questione del diritto al dissenso. Colpì l’assoluto e immobile silenzio dei dirigenti e l’applauso entusiasta dei militanti.
Intendiamoci: la platea non era composta di eretici, ma di iscritti solitamente molto disciplinati e soprattutto ligi nei fatti alle direttive del partito. Probabilmente Ingrao era uno di quegli eretici che piacevano soprattutto agli ortodossi. Lo scontro al Congresso del 1966 fu comunque durissimo, la tensione con Amendola era palpabile, e secondo una ricostruzione dello stesso Pietro, Giorgio non esitò a metterlo in guardia da possibili scontri anche fisici. Ingrao fu comunque un leader molto amato dal popolo del Pci. Gli unici che hanno avuto il suo livello di sua popolarità probabilmente sono stati Togliatti e Berlinguer. Non è un caso che il regista Ettore Scola in un suo film (”Dramma della gelosia...”) abbia voluto inserire alcune scene di un comizio del dirigente ciociaro in piazza San Giovanni. Alla vigilia del Congresso di Firenze del 1986 (segretario Alessandro Natta), rispondendo ad una domanda su come si sarebbe svolto il Congresso, un altro dirigente migliorista Napoleone Colajanni rispose con non celata malizia: «Ci sarà un discorso di Ingrao, molto appalaudito, ma pressochè identico a quello del precedente Congresso e a quello prima ancora». Era un modo per spiegare due cose: la prima che comunque non ci sarebbero state grandi novità, la seconda che Ingrao, nonostante fosse molto amato dalle platee di partito, ancora una volta avrebbe contato poco nel definire la linea politica.
È stato veramente così? Forse nel Pci il grande merito di Ingrao è stato di avere talvolta capito alcune cose prima e soprattutto con maggiore chiarezza e coraggio di altri. Per esempio Ingrao, che pure in occasione dell’Ungheria, da direttore dell’Unità, aveva scritto e titolato: “Da una parte della barricata”, sostenne prima e con più nettezza le ragioni di Dubcek e Svoboda, anche prima dell’arrivo dei carri armati sovietici a Praga del 1968. Fin qui il rapporto di Ingrao con il suo partito. C’è poi l’uomo delle istituzioni. Dal 1976 al 1979 è il primo comunista a essere presidente della Camera con grandi di imparzialità che gli riconoscono anche gli avversari. Ma è anche l’animatore del Centro per la riforma dello Stato. A conferma dell’importanza che la tenuta e la buona salute delle istituzioni democratiche hanno per molti dirigenti dell’allora Pci lo stesso rilievo che il contrasto alle diseguaglianze sociali. Monocameralista fin dalla Commissione Bozzi ha comunque sempre ritenuto irrinunciabile la rappresentatività e la centralità del Parlamento. Ma Ingrao, lo ha ricordato molto bene Alfredo Reichlin nel marzo scorso in un discorso alla Camera in occasione dei suoi 100 anni, non fu soltanto un punto di riferimento per i comunisti. Negli anni ’60 con lui interloquirono nel dibattito sul nuovo modello di sviluppo sindacalisti come Bruno Trentin, e soprattutto politici come Ugo La Malfa e i cosiddetti “professorini” della sinistra dc come Giovanni Galloni e Ciriaco De Mita.
«Coscienza critica della sinistra», «acchiappanuvole», «l’utopista che sognava la luna»: sono solo alcune che delle tante definizioni che hanno accompagnato la vita e la morte di Pietro Ingrao. Il quale però fu prima di tutto «un comunista» e subito dopo «un eretico senza scismi». Ha spiegato magistralmente nel suo sito facebook Emanuele Macaluso: «Ingrao è stato un comunista del partito di Togliatti e della via italiana e democratica al socialismo, nel quale convivevano uomini con posizioni diverse, ma convergenti sugli obiettivi di fondo ed egualmente impegnati con passione e con l’amore per una politica che guardasse essenzialmente agli interessi del mondo del lavoro e del Paese».
Ma Ingrao è stato anche un eretico. Ho aggiunto senza scismi. E in politica gli scismi sono le scissioni. Così non seguì i suoi amici e per certi versi discepoli, che diedero vita al gruppo de “Il manifesto”, subito dopo la radiazione del Pci. Anzi. In Comitato centrale neanche si oppose a quella radiazione. Lo ha ricordato lui stesso in una accorata autocritica nel suo libro “Volevo la luna”. Quasi a dimostrazione che dal partito ci si poteva discostare, ma che comunque non ci potevano e dovevano essere fratture. Qualcosa di simile avvenne con la svolta di Occhetto, anche quest’ultimo un suo, se non discepolo, compagno di idee e di ideali. Così ancora una volta il già anziano leader si discostò. L’eresia l’aveva fatta valere soprattutto in occasione dell’XI Congresso in discussione il principio del centralismo democratico. Andò alla tribuna e disse: «Non sono stato persuaso», ponendo con vigore la questione del diritto al dissenso. Colpì l’assoluto e immobile silenzio dei dirigenti e l’applauso entusiasta dei militanti.
Intendiamoci: la platea non era composta di eretici, ma di iscritti solitamente molto disciplinati e soprattutto ligi nei fatti alle direttive del partito. Probabilmente Ingrao era uno di quegli eretici che piacevano soprattutto agli ortodossi. Lo scontro al Congresso del 1966 fu comunque durissimo, la tensione con Amendola era palpabile, e secondo una ricostruzione dello stesso Pietro, Giorgio non esitò a metterlo in guardia da possibili scontri anche fisici. Ingrao fu comunque un leader molto amato dal popolo del Pci. Gli unici che hanno avuto il suo livello di sua popolarità probabilmente sono stati Togliatti e Berlinguer. Non è un caso che il regista Ettore Scola in un suo film (”Dramma della gelosia...”) abbia voluto inserire alcune scene di un comizio del dirigente ciociaro in piazza San Giovanni. Alla vigilia del Congresso di Firenze del 1986 (segretario Alessandro Natta), rispondendo ad una domanda su come si sarebbe svolto il Congresso, un altro dirigente migliorista Napoleone Colajanni rispose con non celata malizia: «Ci sarà un discorso di Ingrao, molto appalaudito, ma pressochè identico a quello del precedente Congresso e a quello prima ancora». Era un modo per spiegare due cose: la prima che comunque non ci sarebbero state grandi novità, la seconda che Ingrao, nonostante fosse molto amato dalle platee di partito, ancora una volta avrebbe contato poco nel definire la linea politica.
È stato veramente così? Forse nel Pci il grande merito di Ingrao è stato di avere talvolta capito alcune cose prima e soprattutto con maggiore chiarezza e coraggio di altri. Per esempio Ingrao, che pure in occasione dell’Ungheria, da direttore dell’Unità, aveva scritto e titolato: “Da una parte della barricata”, sostenne prima e con più nettezza le ragioni di Dubcek e Svoboda, anche prima dell’arrivo dei carri armati sovietici a Praga del 1968. Fin qui il rapporto di Ingrao con il suo partito. C’è poi l’uomo delle istituzioni. Dal 1976 al 1979 è il primo comunista a essere presidente della Camera con grandi di imparzialità che gli riconoscono anche gli avversari. Ma è anche l’animatore del Centro per la riforma dello Stato. A conferma dell’importanza che la tenuta e la buona salute delle istituzioni democratiche hanno per molti dirigenti dell’allora Pci lo stesso rilievo che il contrasto alle diseguaglianze sociali. Monocameralista fin dalla Commissione Bozzi ha comunque sempre ritenuto irrinunciabile la rappresentatività e la centralità del Parlamento. Ma Ingrao, lo ha ricordato molto bene Alfredo Reichlin nel marzo scorso in un discorso alla Camera in occasione dei suoi 100 anni, non fu soltanto un punto di riferimento per i comunisti. Negli anni ’60 con lui interloquirono nel dibattito sul nuovo modello di sviluppo sindacalisti come Bruno Trentin, e soprattutto politici come Ugo La Malfa e i cosiddetti “professorini” della sinistra dc come Giovanni Galloni e Ciriaco De Mita.
Democrazia è sostanza ecco l’eredità di Ingrao
La lezione del grande uomo politico appena scomparso Non contano soltanto le regole del gioco, il “come”, ma anche il “cosa”. Al formalismo studiato da Bobbio va unito il realismodi Gustavo Zagrebelsky Repubblica 29.9.15
«Il voto, da solo, non basta». In questa breve frase di Pietro Ingrao può essere racchiuso tutto il senso della sua lunga riflessione sulla democrazia, sulla rappresentanza, sul sistema parlamentare. Le considerazioni che seguono sono un commento a queste parole: un commento che ha sullo sfondo — non potrebbe essere diversamente — le condizioni attuali della democrazia nel nostro Paese. Prendo lo spunto da un carteggio tra lo stesso Ingrao e Norberto Bobbio, a margine e a seguito d’un convegno torinese svoltosi nell’autunno del 1985. Le lettere sono, la prima (di Bobbio), del 12 novembre e l’ultima (d’Ingrao) del 30 gennaio 1986 (ora in P. Ingrao, Crisi e riforma del Parlamento, Ediesse). In quel dialogo si discute di “vera e falsa democrazia”. Sono a confronto due posizioni. Bobbio ripropone quella ch’egli stesso definiva la “definizione minima” di democrazia. Questa definizione a Ingrao appariva insufficiente. Anzi, nelle condizioni economiche e sociali date, gli appariva vuota e ingannevole: in sostanza, la copertura d’interessi di oligarchie nazionali e sovranazionali, contrastanti con i diritti delle masse lavoratrici e con la loro urgenza d’emancipazione. La riflessione e la terminologia di Ingrao vengono da lontano. Masse e potere è il titolo d’una raccolta di scritti (il primo è del 1964), pubblicata nel 1977, che ispirò in quegli anni parte della sinistra. I concetti- chiave di Ingrao sono tre: masse, unità ed egemonia. Naturalmente, stiamo parlando delle masse popolari, dell’unità della sinistra e dell’egemonia della cultura che ne costituiva l’identità.
Ma — ecco entrare in scena Bobbio — nell’intento di accordare la democrazia ai contesti storici, esistono limiti concettuali che devono essere tenuti fermi, a pena di confusione, fraintendimenti e, anche, d’inganni. Una definizione è necessaria, ma una definizione troppo pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio. Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza. Oltre che minima, questa definizione è anche solo formale: si riferisce al “chi” e al “come”, ma non al “che cosa”. Riguarda soltanto — come si usa dire per analogia — le “regole del gioco”, ma non il risultato del gioco. In un testo del 1987 (ora in Teoria generale della politica, Einaudi), le due regole diventano sei, così: 1. tutti i cittadini che abbiano raggiunto la maggiore età senza distinzione di razza, di religione, di condizione economica, di sesso, debbono godere dei diritti politici, cioè ciascuno deve godere del diritto di esprimere la propria opinione o di scegliere chi la esprime per lui; 2. il voto di tutti i cittadini deve avere peso uguale; 3. tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di poter votare secondo la propria opinione formatasi quanto più è possibile liberamente, cioè in una libera gara tra gruppi politici organizzati in concorrenza fra loro; 4. debbono essere liberi anche nel senso che debbono essere posti in condizione di scegliere tra soluzioni diverse, cioè tra partiti che abbiano programmi diversi e alternativi; 5. sia per le elezioni, sia per le decisioni collettive, deve valere la regola della maggioranza numerica, nel senso che si consideri eletto il candidato, o si consideri valida la decisione, che ha ottenuto il maggior numero di voti; 6. nessuna decisione presa a maggioranza deve limitare i diritti della minoranza, particolarmente il diritto di diventare maggioranza a parità di condizioni. Ripercorrendo questi sei punti, ci accorgiamo che la definizione minima e formale resta ferma, ma si introducono precisazioni, per così dire, di ambiente.
In sintesi, può dirsi che, mentre la posizione di Bobbio si giustifica sul piano della teoria; la posizione di Ingrao si radica nella realtà politica e sociale del suo tempo. Le riflessioni istituzionali di Ingrao prendono origine, sempre, da analisi realistiche. A differenza di quel che sarebbe successo in tempi a noi più vicini, le “regole del gioco” non sono da lui considerate in astratto, ma sempre in relazione ai contenuti della politica, la politica di emancipazione delle classi subalterne. L’aspetto sostanziale è sempre presente. Si tratta di promuovere realizzazioni e contrastare tendenze, avendo come obiettivo i principi di libertà, di giustizia e di emancipazione sociale scritti nella Costituzione, in particolare nell’art. 3, secondo comma, richiamato in ogni possibile occasione. Nessuna riforma delle regole è indifferente rispetto alla sostanza — per rimanere nell’immagine — del gioco che viene giocato.
Al di là delle questioni di parole, ciò che si può dire conclusivamente dal carteggio da cui ho preso spunto, è, forse, che il contrasto tra Bobbio e Ingrao è più apparente che reale. Questa conclusione non è dettata dall’amore per il compromesso a ogni costo. Ciò di cui parla Bobbio ha bisogno di ciò di cui parla Ingrao. Il loro discorso si svolge su piani diversi che non si scontrano, ma si completano. Bobbio parla della democrazia rispetto alle sue leggi di cornice entro la quale la lotta politica deve contenersi, Ingrao della democrazia come lotta politica; l’uno della democrazia come forma che presuppone una sostanza, l’altro della sostanza che implica una forma. Bobbio parla delle condizioni della democrazia, ma le possibilità non bastano se non ci sono forze che sappiano che farsi della democrazia, che traggano la democrazia dal regno delle possibilità al regno della realtà.
Se queste forze mancano, le forme, da sole, non sono capaci di suscitarle e la democrazia è destinata a essere solo il titolo d’un capitolo nei libri di diritto costituzionale. Del resto, che la forma non sia sufficiente; che essa sia destinata a diventare un guscio vuoto e a risultare una formula mendace, occultatrice di realtà non o anti- democratiche, alla fine ripudiata dai cittadini, è Bobbio stesso a riconoscerlo: «Io non posso separare la democrazia formale dalla democrazia sostanziale. Ho il presentimento che dove c’è soltanto la prima, un regime democratico non è destinato a durare» (Lettera a Guido Fassò del 14 febbraio 1972, citata in L. Ferrajoli, Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia,
Laterza. Una conclusione perfettamente conforme alle preoccupazioni di Ingrao che credo giusto rammentare nel momento in cui di lui festeggiamo riconoscenti il contributo alla vita della Repubblica, ricordando cose dette più di trent’anni fa, ma valide non solo per quei tempi.
(Questo testo è un estratto del discorso pronunciato da Gustavo Zagrebelsky il 31 marzo 2015 in occasione dei 100 anni di Pietro Ingrao su invito della Camera dei deputati).
La lezione del grande uomo politico appena scomparso Non contano soltanto le regole del gioco, il “come”, ma anche il “cosa”. Al formalismo studiato da Bobbio va unito il realismodi Gustavo Zagrebelsky Repubblica 29.9.15
«Il voto, da solo, non basta». In questa breve frase di Pietro Ingrao può essere racchiuso tutto il senso della sua lunga riflessione sulla democrazia, sulla rappresentanza, sul sistema parlamentare. Le considerazioni che seguono sono un commento a queste parole: un commento che ha sullo sfondo — non potrebbe essere diversamente — le condizioni attuali della democrazia nel nostro Paese. Prendo lo spunto da un carteggio tra lo stesso Ingrao e Norberto Bobbio, a margine e a seguito d’un convegno torinese svoltosi nell’autunno del 1985. Le lettere sono, la prima (di Bobbio), del 12 novembre e l’ultima (d’Ingrao) del 30 gennaio 1986 (ora in P. Ingrao, Crisi e riforma del Parlamento, Ediesse). In quel dialogo si discute di “vera e falsa democrazia”. Sono a confronto due posizioni. Bobbio ripropone quella ch’egli stesso definiva la “definizione minima” di democrazia. Questa definizione a Ingrao appariva insufficiente. Anzi, nelle condizioni economiche e sociali date, gli appariva vuota e ingannevole: in sostanza, la copertura d’interessi di oligarchie nazionali e sovranazionali, contrastanti con i diritti delle masse lavoratrici e con la loro urgenza d’emancipazione. La riflessione e la terminologia di Ingrao vengono da lontano. Masse e potere è il titolo d’una raccolta di scritti (il primo è del 1964), pubblicata nel 1977, che ispirò in quegli anni parte della sinistra. I concetti- chiave di Ingrao sono tre: masse, unità ed egemonia. Naturalmente, stiamo parlando delle masse popolari, dell’unità della sinistra e dell’egemonia della cultura che ne costituiva l’identità.
Ma — ecco entrare in scena Bobbio — nell’intento di accordare la democrazia ai contesti storici, esistono limiti concettuali che devono essere tenuti fermi, a pena di confusione, fraintendimenti e, anche, d’inganni. Una definizione è necessaria, ma una definizione troppo pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio. Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza. Oltre che minima, questa definizione è anche solo formale: si riferisce al “chi” e al “come”, ma non al “che cosa”. Riguarda soltanto — come si usa dire per analogia — le “regole del gioco”, ma non il risultato del gioco. In un testo del 1987 (ora in Teoria generale della politica, Einaudi), le due regole diventano sei, così: 1. tutti i cittadini che abbiano raggiunto la maggiore età senza distinzione di razza, di religione, di condizione economica, di sesso, debbono godere dei diritti politici, cioè ciascuno deve godere del diritto di esprimere la propria opinione o di scegliere chi la esprime per lui; 2. il voto di tutti i cittadini deve avere peso uguale; 3. tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di poter votare secondo la propria opinione formatasi quanto più è possibile liberamente, cioè in una libera gara tra gruppi politici organizzati in concorrenza fra loro; 4. debbono essere liberi anche nel senso che debbono essere posti in condizione di scegliere tra soluzioni diverse, cioè tra partiti che abbiano programmi diversi e alternativi; 5. sia per le elezioni, sia per le decisioni collettive, deve valere la regola della maggioranza numerica, nel senso che si consideri eletto il candidato, o si consideri valida la decisione, che ha ottenuto il maggior numero di voti; 6. nessuna decisione presa a maggioranza deve limitare i diritti della minoranza, particolarmente il diritto di diventare maggioranza a parità di condizioni. Ripercorrendo questi sei punti, ci accorgiamo che la definizione minima e formale resta ferma, ma si introducono precisazioni, per così dire, di ambiente.
In sintesi, può dirsi che, mentre la posizione di Bobbio si giustifica sul piano della teoria; la posizione di Ingrao si radica nella realtà politica e sociale del suo tempo. Le riflessioni istituzionali di Ingrao prendono origine, sempre, da analisi realistiche. A differenza di quel che sarebbe successo in tempi a noi più vicini, le “regole del gioco” non sono da lui considerate in astratto, ma sempre in relazione ai contenuti della politica, la politica di emancipazione delle classi subalterne. L’aspetto sostanziale è sempre presente. Si tratta di promuovere realizzazioni e contrastare tendenze, avendo come obiettivo i principi di libertà, di giustizia e di emancipazione sociale scritti nella Costituzione, in particolare nell’art. 3, secondo comma, richiamato in ogni possibile occasione. Nessuna riforma delle regole è indifferente rispetto alla sostanza — per rimanere nell’immagine — del gioco che viene giocato.
Al di là delle questioni di parole, ciò che si può dire conclusivamente dal carteggio da cui ho preso spunto, è, forse, che il contrasto tra Bobbio e Ingrao è più apparente che reale. Questa conclusione non è dettata dall’amore per il compromesso a ogni costo. Ciò di cui parla Bobbio ha bisogno di ciò di cui parla Ingrao. Il loro discorso si svolge su piani diversi che non si scontrano, ma si completano. Bobbio parla della democrazia rispetto alle sue leggi di cornice entro la quale la lotta politica deve contenersi, Ingrao della democrazia come lotta politica; l’uno della democrazia come forma che presuppone una sostanza, l’altro della sostanza che implica una forma. Bobbio parla delle condizioni della democrazia, ma le possibilità non bastano se non ci sono forze che sappiano che farsi della democrazia, che traggano la democrazia dal regno delle possibilità al regno della realtà.
Se queste forze mancano, le forme, da sole, non sono capaci di suscitarle e la democrazia è destinata a essere solo il titolo d’un capitolo nei libri di diritto costituzionale. Del resto, che la forma non sia sufficiente; che essa sia destinata a diventare un guscio vuoto e a risultare una formula mendace, occultatrice di realtà non o anti- democratiche, alla fine ripudiata dai cittadini, è Bobbio stesso a riconoscerlo: «Io non posso separare la democrazia formale dalla democrazia sostanziale. Ho il presentimento che dove c’è soltanto la prima, un regime democratico non è destinato a durare» (Lettera a Guido Fassò del 14 febbraio 1972, citata in L. Ferrajoli, Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia,
Laterza. Una conclusione perfettamente conforme alle preoccupazioni di Ingrao che credo giusto rammentare nel momento in cui di lui festeggiamo riconoscenti il contributo alla vita della Repubblica, ricordando cose dette più di trent’anni fa, ma valide non solo per quei tempi.
(Questo testo è un estratto del discorso pronunciato da Gustavo Zagrebelsky il 31 marzo 2015 in occasione dei 100 anni di Pietro Ingrao su invito della Camera dei deputati).
Pietro Ingrao, tra partito e pacifismoAgostino Giovagnoli Avvenire 29 settembre 2015
Così fu travolta la sinistra comunista
Il funerale di stato per Pietro Ingrao a Montecitoriodi Alberto Burgio
Ha fatto bene il manifesto a pubblicare il discorso in memoria di Pietro Ingrao — un testo breve ma denso di implicazioni — pronunciato da Alfredo Reichlin in piazza Montecitorio.
Colpisce in primo luogo il riferimento all’attenzione che il gruppo dirigente comunista e Ingrao in particolare sempre riservarono alla costruzione di strutture sindacali, politiche e culturali adeguate alle forme di vita che via via venivano affermandosi nell’esperienza della classe operaia e dei ceti subalterni. Si trattava dell’idea gramsciana del radicamento del partito nella vita reale del «soggetto». Ed era, forse più semplicemente, il riflesso della consapevolezza della necessità di trarre dal contatto diretto col mondo del lavoro gli elementi essenziali della lettura critica della società e, di qui, le direttrici della battaglia per l’emancipazione e la trasformazione.
Non è un passaggio trascurabile.
Spesso e non senza unilateralità si parla di Ingrao come del dirigente comunista più attento alla fecondità dei movimenti e più interessato al dialogo con le forme emergenti della soggettività. E altrettanto spesso lo si ricorda come l’uomo del dubbio, insofferente al conformismo e alla disciplina imposta — non sempre per buoni motivi — nei partiti comunisti plasmati dall’esperienza della Terza Internazionale e della guerra antifascista. Una disciplina che Ingrao contrastava non in linea di principio, per assunti precostituiti. Ma perché vi ravvisava un pericolo di ripiegamento su sterili certezze, una clausola avversa alla ricerca fuori dagli schemi, all’ascolto spregiudicato della realtà. Nonché una modalità incompatibile con la libertà dei soggetti: al punto di scorgere proprio in quella rigidità ideologica e nella cifra autoritaria delle organizzazioni due tra le principali cause della sconfitta storica del movimento comunista nel secondo dopoguerra.
Quel che spesso tuttavia si dimentica è che quell’apertura e quella curiosità si coniugavano con la cura per la comunità del partito e con la coscienza della sua funzione indispensabile nell’elaborazione del soggetto e nella costruzione del conflitto di classe. Un’attitudine che si pone letteralmente agli antipodi dell’ideologia del partito leggero nel cui nome, dalla seconda metà degli anni Ottanta, si provvide a smantellare la struttura articolata del Pci, a sradicarlo dai territori e dalle maglie della relazione sociale, ad avviarne la trasformazione in partito d’opinione prima, in campo di concorrenza tra leader a fini elettorali poi e, finalmente, in uno strumento di comando politico scalabile dai più agguerriti portavoce dei poteri forti. Stavano a cuore a Ingrao l’apertura al confronto come la pratica del dubbio e la ricchezza della ricerca concreta. Ma non gli premevano di meno la saldezza dell’organizzazione come trama viva di relazioni umane, la sua compattezza e persino la salvaguardia delle sue ritualità tramandate e condivise nel corso del tempo.
Questo abito fu una delle ragioni della sua radicale estraneità alla metamorfosi imposta al Pci e poi alla sua liquidazione. Sulla scelta di Ingrao di «restare comunque nel gorgo» non si smetterà di discutere. Si trattò di una decisione pesante che molto influenzò le sorti del nascente movimento della rifondazione comunista e della sinistra di alternativa tutta nel lungo periodo. Ma quel dato di fatto, l’appartenenza culturale e antropologica alla storia delle grandi organizzazioni di massa del movimento comunista, resta. E getta sulla sua figura una luce forse, in qualche misura, tragica, se è vero che la decisione di stare nel Pds ne alimentò un non risolto travaglio.
C’è un secondo passaggio nell’orazione di Reichlin che merita un breve commento. A proposito della mondializzazione neoliberista egli ricorda come la sinistra italiana ne sia stata «travolta». Si trattò di una cesura epocale, che forse per questo Reichlin definisce «materia ormai degli storici». In effetti, così sulla profondità del mutamento, come su quel travolgimento non sussistono dubbi. Epperò ciò non può voler dire che il giudizio su quei processi e appunto su quel venirne travolti — quale che sia la lettura che si ritenga di darne — non sia anche squisitamente politico. Quindi urgente, qui e ora, per le responsabilità che coinvolge, rivela e pone in evidenza.
Ad ogni buon conto proprio su quel passaggio storico Ingrao insistette con forza a più riprese, invocando una revisione profonda dei quadri analitici ma al tempo stesso ribadendo l’esigenza di rilanciare la lotta per l’alternativa. La consapevolezza della portata della svolta conservatrice e della necessità di riaprire una ricerca lo indusse a respingere la proposta di restare alla presidenza della Camera alla fine degli anni Settanta, mentre già si avviava lo sfondamento neoliberista. E mai egli ebbe tentennamenti — questo oggi va ricordato, senza rifugiarsi in formule elusive o ecumeniche — nel valutare dove stessero le ragioni della modernità e del progresso, dove quelle della reazione e della violenza.
Questo è un nodo al quale a nessuno è concesso di sfuggire. Che va discusso senza reticenze.
La vicenda dei gruppi dirigenti post-comunisti dagli anni Ottanta a oggi non si comprende senza riconoscere limpidamente che il giudizio da essi formulato sulla mondializzazione neoliberista fu clamorosamente sbagliato. E che esso non ha soltanto portato alla mutazione genetica delle maggiori organizzazioni politiche nate dallo smantellamento del Pci — al loro sradicamento dal terreno delle lotte del lavoro — ma ha anche, per ciò stesso, contribuito a stabilizzare l’egemonia della destra e a segnare, nella storia del paese, gravi regressi sul terreno delle conquiste sociali e delle garanzie democratiche.
E del resto lo stesso Reichlin pare riconoscerlo là dove pensosamente ammette che chi ha diretto le forze maggiori della sinistra italiana non ha saputo custodire la storia del movimento operaio e di quella sinistra comunista di cui Ingrao è stato una delle guide più autorevoli e amate.
Il mio amico Ingrao altro che sognatore
Marcello Sorgi Stampa 6 ottobre 2015
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica...
«Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti».
Cosa non le è piaciuto?
«Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo».
Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza.
«E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci».
Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao?
«Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui».
Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria?
«È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione».
E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato?
«Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva».
Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola linea anche le frange più estremiste del partito?
«Piuttosto era un riconoscimento del ruolo centrale che aveva. Magari, perché no?, Ingrao avrà dovuto limare i suoi convincimenti per sostenere quel ruolo: ciò non toglie che Togliatti avesse scelto lui. E quanto alla questione della democrazia interna, a porla, prima di Ingrao, era stato Amendola».
Amendola?
«Subito dopo il XXII congresso del Pcus, in cui Krusciov presentò il rapporto sullo stalinismo, Amendola accusò Togliatti di reticenza sugli orrori rivelati dal leader sovietico e chiese che al successivo congresso del Pci si potesse discutere apertamente da posizioni diverse e concludere eventualmente con una maggioranza e una minoranza».
Fatto inedito, per un partito fondato sulla regola autoritaria del centralismo democratico. Togliatti cosa rispose?
«Convocò la direzione e ci informò della discussione con Amendola. Poi aggiunse: “Al prossimo congresso, dunque, andremo con mozioni diverse. Io naturalmente presenterò la mia”».
E come andò a finire?
«Togliatti presentò la sua mozione, e nessuno, neppure Amendola, ne presentò un’altra in contrapposizione. Finì all’unanimità, come sempre. Ecco perché lo stesso Amendola, all’XI congresso, quando Ingrao ripropose la questione del centralismo, fu particolarmente duro con lui».
Amendola aveva cambiato idea sulla democrazia interna?
«In pratica si era rimangiato tutto. Dopo la morte di Togliatti, Amendola aveva un peso maggiore nel Pci. Ma la sua idea di fondere in un solo partito socialisti e comunisti, partendo dal riconoscimento del fallimento contemporaneo del centrosinistra e del modello comunista sovietico, era stata bollata come un’eresia. Ingrao, in totale disaccordo, chiedeva che fosse condannata, oppure che fosse riconosciuta legittimità a posizioni diverse».
E fu emarginato per questo?
«Non fu affatto messo da parte. Amendola, è vero, chiedeva che fosse fatto fuori da tutti gli organismi dirigenti, ma io e Berlinguer ottenemmo da Longo che restasse nell’ufficio politico. A essere emarginati, a quel punto, sempre su richiesta di Amendola, fummo noi: uscimmo dalla segreteria, Berlinguer spedito a fare il segretario del Lazio e io il responsabile della stampa e propaganda».
Poi arriva il ’69 e a Ingrao tocca di cacciare dal Pci il gruppo delManifesto. Magri, Pintor, Rossanda e Castellina erano tutti amici suoi.
«Anche stavolta non fu solo un gesto di obbedienza. Ingrao motivò le sue critiche nella sostanza, criticando come estremiste e pseudo-rivoluzionarie le posizioni assunte dal gruppo del Manifesto: facevano assomigliare i consigli di fabbrica ai soviet dell’Unione Sovietica e contraddicevano la linea democratica della via italiana al socialismo. Voi volete conquistare il potere con metodi che non sono i nostri, obiettava Ingrao».
In termini personali, la svolta dovette costargli.
«Per tutti fu un errore, non solo per Ingrao. Che comunque, nel ’71, andò a fare il capogruppo dei deputati, e con Andreotti, capogruppo Dc, e Pertini, presidente della Camera, concordò il nuovo regolamento parlamentare. Un compromesso di cui si disse che introduceva il consociativismo come regola. Poi arrivano i governi di unità nazionale e Ingrao diventa presidente della Camera dal ’76 al ’79. Il primo del Pci. Questo per dire che non era solo il capo della sinistra comunista».
Nel ’79, però, dopo la fine della solidarietà nazionale, Ingrao lasciò bruscamente la presidenza della Camera. Perché?
«Avvertiva il richiamo della scelta di Berlinguer verso l’alternativa. Una svolta avversata da Bufalini, da Napolitano e da me stesso, e che invece Ingrao sentiva di dover sostenere. Infatti tornò in segreteria, dove poi rimase anche con Occhetto, dopo la morte di Berlinguer».
Occhetto, nato ingraiano, ritrovava così il suo maestro.
«C’è un dettaglio rivelatore raccontato nelle sue memorie da Lucio Magri, che insieme con un altro gruppo di politici e intellettuali di area, dentro e fuori il Pci, aveva preparato un documento per spingere a sinistra il partito. Ingrao si rifiutò di firmarlo e approvò la linea del segretario».
Siamo nell’89, al congresso dell’Amazzonia, dalle immagini della foresta che aprirono i lavori. Poi però, pochi mesi dopo, quando Occhetto cambiò il nome al partito, Ingrao si ribellò.
«Era in Spagna. E non accettò che il segretario non lo avesse avvertito prima della svolta della Bolognina. Ma, a quel punto, la storia del Pci era finita. Ingrao a poco a poco cominciò ad allontanarsi».
Lo perse di vista anche lei?
«No, ricordo che nel ’95 andai a una manifestazione in Campidoglio, a Roma, in cui il filosofo Remo Bodei celebrava gli ottant’anni di Ingrao. C’era poca gente, assenti i dirigenti del Pds, e quasi nessuno di quelli che l’altro giorno lo hanno celebrato nei funerali di Stato. Mi fu molto grato e mi scrisse una bella lettera, che conservo. Anche per questo ho voluto ricordare cosa ha fatto e ciò che ha rappresentato Ingrao per il Pci. Possibile che la damnatio memoriae, in questo paese, sia arrivata al punto da non poter più dire che Ingrao è stato innanzitutto un grande comunista italiano?».
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica...
«Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti».
Cosa non le è piaciuto?
«Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo».
Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza.
«E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci».
Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao?
«Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui».
Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria?
«È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione».
E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato?
«Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva».
Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola linea anche le frange più estremiste del partito?
«Piuttosto era un riconoscimento del ruolo centrale che aveva. Magari, perché no?, Ingrao avrà dovuto limare i suoi convincimenti per sostenere quel ruolo: ciò non toglie che Togliatti avesse scelto lui. E quanto alla questione della democrazia interna, a porla, prima di Ingrao, era stato Amendola».
Amendola?
«Subito dopo il XXII congresso del Pcus, in cui Krusciov presentò il rapporto sullo stalinismo, Amendola accusò Togliatti di reticenza sugli orrori rivelati dal leader sovietico e chiese che al successivo congresso del Pci si potesse discutere apertamente da posizioni diverse e concludere eventualmente con una maggioranza e una minoranza».
Fatto inedito, per un partito fondato sulla regola autoritaria del centralismo democratico. Togliatti cosa rispose?
«Convocò la direzione e ci informò della discussione con Amendola. Poi aggiunse: “Al prossimo congresso, dunque, andremo con mozioni diverse. Io naturalmente presenterò la mia”».
E come andò a finire?
«Togliatti presentò la sua mozione, e nessuno, neppure Amendola, ne presentò un’altra in contrapposizione. Finì all’unanimità, come sempre. Ecco perché lo stesso Amendola, all’XI congresso, quando Ingrao ripropose la questione del centralismo, fu particolarmente duro con lui».
Amendola aveva cambiato idea sulla democrazia interna?
«In pratica si era rimangiato tutto. Dopo la morte di Togliatti, Amendola aveva un peso maggiore nel Pci. Ma la sua idea di fondere in un solo partito socialisti e comunisti, partendo dal riconoscimento del fallimento contemporaneo del centrosinistra e del modello comunista sovietico, era stata bollata come un’eresia. Ingrao, in totale disaccordo, chiedeva che fosse condannata, oppure che fosse riconosciuta legittimità a posizioni diverse».
E fu emarginato per questo?
«Non fu affatto messo da parte. Amendola, è vero, chiedeva che fosse fatto fuori da tutti gli organismi dirigenti, ma io e Berlinguer ottenemmo da Longo che restasse nell’ufficio politico. A essere emarginati, a quel punto, sempre su richiesta di Amendola, fummo noi: uscimmo dalla segreteria, Berlinguer spedito a fare il segretario del Lazio e io il responsabile della stampa e propaganda».
Poi arriva il ’69 e a Ingrao tocca di cacciare dal Pci il gruppo delManifesto. Magri, Pintor, Rossanda e Castellina erano tutti amici suoi.
«Anche stavolta non fu solo un gesto di obbedienza. Ingrao motivò le sue critiche nella sostanza, criticando come estremiste e pseudo-rivoluzionarie le posizioni assunte dal gruppo del Manifesto: facevano assomigliare i consigli di fabbrica ai soviet dell’Unione Sovietica e contraddicevano la linea democratica della via italiana al socialismo. Voi volete conquistare il potere con metodi che non sono i nostri, obiettava Ingrao».
In termini personali, la svolta dovette costargli.
«Per tutti fu un errore, non solo per Ingrao. Che comunque, nel ’71, andò a fare il capogruppo dei deputati, e con Andreotti, capogruppo Dc, e Pertini, presidente della Camera, concordò il nuovo regolamento parlamentare. Un compromesso di cui si disse che introduceva il consociativismo come regola. Poi arrivano i governi di unità nazionale e Ingrao diventa presidente della Camera dal ’76 al ’79. Il primo del Pci. Questo per dire che non era solo il capo della sinistra comunista».
Nel ’79, però, dopo la fine della solidarietà nazionale, Ingrao lasciò bruscamente la presidenza della Camera. Perché?
«Avvertiva il richiamo della scelta di Berlinguer verso l’alternativa. Una svolta avversata da Bufalini, da Napolitano e da me stesso, e che invece Ingrao sentiva di dover sostenere. Infatti tornò in segreteria, dove poi rimase anche con Occhetto, dopo la morte di Berlinguer».
Occhetto, nato ingraiano, ritrovava così il suo maestro.
«C’è un dettaglio rivelatore raccontato nelle sue memorie da Lucio Magri, che insieme con un altro gruppo di politici e intellettuali di area, dentro e fuori il Pci, aveva preparato un documento per spingere a sinistra il partito. Ingrao si rifiutò di firmarlo e approvò la linea del segretario».
Siamo nell’89, al congresso dell’Amazzonia, dalle immagini della foresta che aprirono i lavori. Poi però, pochi mesi dopo, quando Occhetto cambiò il nome al partito, Ingrao si ribellò.
«Era in Spagna. E non accettò che il segretario non lo avesse avvertito prima della svolta della Bolognina. Ma, a quel punto, la storia del Pci era finita. Ingrao a poco a poco cominciò ad allontanarsi».
Lo perse di vista anche lei?
«No, ricordo che nel ’95 andai a una manifestazione in Campidoglio, a Roma, in cui il filosofo Remo Bodei celebrava gli ottant’anni di Ingrao. C’era poca gente, assenti i dirigenti del Pds, e quasi nessuno di quelli che l’altro giorno lo hanno celebrato nei funerali di Stato. Mi fu molto grato e mi scrisse una bella lettera, che conservo. Anche per questo ho voluto ricordare cosa ha fatto e ciò che ha rappresentato Ingrao per il Pci. Possibile che la damnatio memoriae, in questo paese, sia arrivata al punto da non poter più dire che Ingrao è stato innanzitutto un grande comunista italiano?».
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica...
«Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti».
Cosa non le è piaciuto?
«Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo».
Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza.
«E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci».
Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao?
«Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui».
Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria?
«È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione».
E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato?
«Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva».
Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola
Così fu travolta la sinistra comunista
Il funerale di stato per Pietro Ingrao a Montecitoriodi Alberto Burgio
Ha fatto bene il manifesto a pubblicare il discorso in memoria di Pietro Ingrao — un testo breve ma denso di implicazioni — pronunciato da Alfredo Reichlin in piazza Montecitorio.
Colpisce in primo luogo il riferimento all’attenzione che il gruppo dirigente comunista e Ingrao in particolare sempre riservarono alla costruzione di strutture sindacali, politiche e culturali adeguate alle forme di vita che via via venivano affermandosi nell’esperienza della classe operaia e dei ceti subalterni. Si trattava dell’idea gramsciana del radicamento del partito nella vita reale del «soggetto». Ed era, forse più semplicemente, il riflesso della consapevolezza della necessità di trarre dal contatto diretto col mondo del lavoro gli elementi essenziali della lettura critica della società e, di qui, le direttrici della battaglia per l’emancipazione e la trasformazione.
Non è un passaggio trascurabile.
Spesso e non senza unilateralità si parla di Ingrao come del dirigente comunista più attento alla fecondità dei movimenti e più interessato al dialogo con le forme emergenti della soggettività. E altrettanto spesso lo si ricorda come l’uomo del dubbio, insofferente al conformismo e alla disciplina imposta — non sempre per buoni motivi — nei partiti comunisti plasmati dall’esperienza della Terza Internazionale e della guerra antifascista. Una disciplina che Ingrao contrastava non in linea di principio, per assunti precostituiti. Ma perché vi ravvisava un pericolo di ripiegamento su sterili certezze, una clausola avversa alla ricerca fuori dagli schemi, all’ascolto spregiudicato della realtà. Nonché una modalità incompatibile con la libertà dei soggetti: al punto di scorgere proprio in quella rigidità ideologica e nella cifra autoritaria delle organizzazioni due tra le principali cause della sconfitta storica del movimento comunista nel secondo dopoguerra.
Quel che spesso tuttavia si dimentica è che quell’apertura e quella curiosità si coniugavano con la cura per la comunità del partito e con la coscienza della sua funzione indispensabile nell’elaborazione del soggetto e nella costruzione del conflitto di classe. Un’attitudine che si pone letteralmente agli antipodi dell’ideologia del partito leggero nel cui nome, dalla seconda metà degli anni Ottanta, si provvide a smantellare la struttura articolata del Pci, a sradicarlo dai territori e dalle maglie della relazione sociale, ad avviarne la trasformazione in partito d’opinione prima, in campo di concorrenza tra leader a fini elettorali poi e, finalmente, in uno strumento di comando politico scalabile dai più agguerriti portavoce dei poteri forti. Stavano a cuore a Ingrao l’apertura al confronto come la pratica del dubbio e la ricchezza della ricerca concreta. Ma non gli premevano di meno la saldezza dell’organizzazione come trama viva di relazioni umane, la sua compattezza e persino la salvaguardia delle sue ritualità tramandate e condivise nel corso del tempo.
Questo abito fu una delle ragioni della sua radicale estraneità alla metamorfosi imposta al Pci e poi alla sua liquidazione. Sulla scelta di Ingrao di «restare comunque nel gorgo» non si smetterà di discutere. Si trattò di una decisione pesante che molto influenzò le sorti del nascente movimento della rifondazione comunista e della sinistra di alternativa tutta nel lungo periodo. Ma quel dato di fatto, l’appartenenza culturale e antropologica alla storia delle grandi organizzazioni di massa del movimento comunista, resta. E getta sulla sua figura una luce forse, in qualche misura, tragica, se è vero che la decisione di stare nel Pds ne alimentò un non risolto travaglio.
C’è un secondo passaggio nell’orazione di Reichlin che merita un breve commento. A proposito della mondializzazione neoliberista egli ricorda come la sinistra italiana ne sia stata «travolta». Si trattò di una cesura epocale, che forse per questo Reichlin definisce «materia ormai degli storici». In effetti, così sulla profondità del mutamento, come su quel travolgimento non sussistono dubbi. Epperò ciò non può voler dire che il giudizio su quei processi e appunto su quel venirne travolti — quale che sia la lettura che si ritenga di darne — non sia anche squisitamente politico. Quindi urgente, qui e ora, per le responsabilità che coinvolge, rivela e pone in evidenza.
Ad ogni buon conto proprio su quel passaggio storico Ingrao insistette con forza a più riprese, invocando una revisione profonda dei quadri analitici ma al tempo stesso ribadendo l’esigenza di rilanciare la lotta per l’alternativa. La consapevolezza della portata della svolta conservatrice e della necessità di riaprire una ricerca lo indusse a respingere la proposta di restare alla presidenza della Camera alla fine degli anni Settanta, mentre già si avviava lo sfondamento neoliberista. E mai egli ebbe tentennamenti — questo oggi va ricordato, senza rifugiarsi in formule elusive o ecumeniche — nel valutare dove stessero le ragioni della modernità e del progresso, dove quelle della reazione e della violenza.
Questo è un nodo al quale a nessuno è concesso di sfuggire. Che va discusso senza reticenze.
La vicenda dei gruppi dirigenti post-comunisti dagli anni Ottanta a oggi non si comprende senza riconoscere limpidamente che il giudizio da essi formulato sulla mondializzazione neoliberista fu clamorosamente sbagliato. E che esso non ha soltanto portato alla mutazione genetica delle maggiori organizzazioni politiche nate dallo smantellamento del Pci — al loro sradicamento dal terreno delle lotte del lavoro — ma ha anche, per ciò stesso, contribuito a stabilizzare l’egemonia della destra e a segnare, nella storia del paese, gravi regressi sul terreno delle conquiste sociali e delle garanzie democratiche.
E del resto lo stesso Reichlin pare riconoscerlo là dove pensosamente ammette che chi ha diretto le forze maggiori della sinistra italiana non ha saputo custodire la storia del movimento operaio e di quella sinistra comunista di cui Ingrao è stato una delle guide più autorevoli e amate.
Il mio amico Ingrao altro che sognatore
Marcello Sorgi Stampa 6 ottobre 2015
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica...
«Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti».
Cosa non le è piaciuto?
«Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo».
Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza.
«E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci».
Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao?
«Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui».
Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria?
«È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione».
E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato?
«Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva».
Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola linea anche le frange più estremiste del partito?
«Piuttosto era un riconoscimento del ruolo centrale che aveva. Magari, perché no?, Ingrao avrà dovuto limare i suoi convincimenti per sostenere quel ruolo: ciò non toglie che Togliatti avesse scelto lui. E quanto alla questione della democrazia interna, a porla, prima di Ingrao, era stato Amendola».
Amendola?
«Subito dopo il XXII congresso del Pcus, in cui Krusciov presentò il rapporto sullo stalinismo, Amendola accusò Togliatti di reticenza sugli orrori rivelati dal leader sovietico e chiese che al successivo congresso del Pci si potesse discutere apertamente da posizioni diverse e concludere eventualmente con una maggioranza e una minoranza».
Fatto inedito, per un partito fondato sulla regola autoritaria del centralismo democratico. Togliatti cosa rispose?
«Convocò la direzione e ci informò della discussione con Amendola. Poi aggiunse: “Al prossimo congresso, dunque, andremo con mozioni diverse. Io naturalmente presenterò la mia”».
E come andò a finire?
«Togliatti presentò la sua mozione, e nessuno, neppure Amendola, ne presentò un’altra in contrapposizione. Finì all’unanimità, come sempre. Ecco perché lo stesso Amendola, all’XI congresso, quando Ingrao ripropose la questione del centralismo, fu particolarmente duro con lui».
Amendola aveva cambiato idea sulla democrazia interna?
«In pratica si era rimangiato tutto. Dopo la morte di Togliatti, Amendola aveva un peso maggiore nel Pci. Ma la sua idea di fondere in un solo partito socialisti e comunisti, partendo dal riconoscimento del fallimento contemporaneo del centrosinistra e del modello comunista sovietico, era stata bollata come un’eresia. Ingrao, in totale disaccordo, chiedeva che fosse condannata, oppure che fosse riconosciuta legittimità a posizioni diverse».
E fu emarginato per questo?
«Non fu affatto messo da parte. Amendola, è vero, chiedeva che fosse fatto fuori da tutti gli organismi dirigenti, ma io e Berlinguer ottenemmo da Longo che restasse nell’ufficio politico. A essere emarginati, a quel punto, sempre su richiesta di Amendola, fummo noi: uscimmo dalla segreteria, Berlinguer spedito a fare il segretario del Lazio e io il responsabile della stampa e propaganda».
Poi arriva il ’69 e a Ingrao tocca di cacciare dal Pci il gruppo delManifesto. Magri, Pintor, Rossanda e Castellina erano tutti amici suoi.
«Anche stavolta non fu solo un gesto di obbedienza. Ingrao motivò le sue critiche nella sostanza, criticando come estremiste e pseudo-rivoluzionarie le posizioni assunte dal gruppo del Manifesto: facevano assomigliare i consigli di fabbrica ai soviet dell’Unione Sovietica e contraddicevano la linea democratica della via italiana al socialismo. Voi volete conquistare il potere con metodi che non sono i nostri, obiettava Ingrao».
In termini personali, la svolta dovette costargli.
«Per tutti fu un errore, non solo per Ingrao. Che comunque, nel ’71, andò a fare il capogruppo dei deputati, e con Andreotti, capogruppo Dc, e Pertini, presidente della Camera, concordò il nuovo regolamento parlamentare. Un compromesso di cui si disse che introduceva il consociativismo come regola. Poi arrivano i governi di unità nazionale e Ingrao diventa presidente della Camera dal ’76 al ’79. Il primo del Pci. Questo per dire che non era solo il capo della sinistra comunista».
Nel ’79, però, dopo la fine della solidarietà nazionale, Ingrao lasciò bruscamente la presidenza della Camera. Perché?
«Avvertiva il richiamo della scelta di Berlinguer verso l’alternativa. Una svolta avversata da Bufalini, da Napolitano e da me stesso, e che invece Ingrao sentiva di dover sostenere. Infatti tornò in segreteria, dove poi rimase anche con Occhetto, dopo la morte di Berlinguer».
Occhetto, nato ingraiano, ritrovava così il suo maestro.
«C’è un dettaglio rivelatore raccontato nelle sue memorie da Lucio Magri, che insieme con un altro gruppo di politici e intellettuali di area, dentro e fuori il Pci, aveva preparato un documento per spingere a sinistra il partito. Ingrao si rifiutò di firmarlo e approvò la linea del segretario».
Siamo nell’89, al congresso dell’Amazzonia, dalle immagini della foresta che aprirono i lavori. Poi però, pochi mesi dopo, quando Occhetto cambiò il nome al partito, Ingrao si ribellò.
«Era in Spagna. E non accettò che il segretario non lo avesse avvertito prima della svolta della Bolognina. Ma, a quel punto, la storia del Pci era finita. Ingrao a poco a poco cominciò ad allontanarsi».
Lo perse di vista anche lei?
«No, ricordo che nel ’95 andai a una manifestazione in Campidoglio, a Roma, in cui il filosofo Remo Bodei celebrava gli ottant’anni di Ingrao. C’era poca gente, assenti i dirigenti del Pds, e quasi nessuno di quelli che l’altro giorno lo hanno celebrato nei funerali di Stato. Mi fu molto grato e mi scrisse una bella lettera, che conservo. Anche per questo ho voluto ricordare cosa ha fatto e ciò che ha rappresentato Ingrao per il Pci. Possibile che la damnatio memoriae, in questo paese, sia arrivata al punto da non poter più dire che Ingrao è stato innanzitutto un grande comunista italiano?».
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica...
«Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti».
Cosa non le è piaciuto?
«Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo».
Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza.
«E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci».
Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao?
«Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui».
Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria?
«È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione».
E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato?
«Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva».
Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola linea anche le frange più estremiste del partito?
«Piuttosto era un riconoscimento del ruolo centrale che aveva. Magari, perché no?, Ingrao avrà dovuto limare i suoi convincimenti per sostenere quel ruolo: ciò non toglie che Togliatti avesse scelto lui. E quanto alla questione della democrazia interna, a porla, prima di Ingrao, era stato Amendola».
Amendola?
«Subito dopo il XXII congresso del Pcus, in cui Krusciov presentò il rapporto sullo stalinismo, Amendola accusò Togliatti di reticenza sugli orrori rivelati dal leader sovietico e chiese che al successivo congresso del Pci si potesse discutere apertamente da posizioni diverse e concludere eventualmente con una maggioranza e una minoranza».
Fatto inedito, per un partito fondato sulla regola autoritaria del centralismo democratico. Togliatti cosa rispose?
«Convocò la direzione e ci informò della discussione con Amendola. Poi aggiunse: “Al prossimo congresso, dunque, andremo con mozioni diverse. Io naturalmente presenterò la mia”».
E come andò a finire?
«Togliatti presentò la sua mozione, e nessuno, neppure Amendola, ne presentò un’altra in contrapposizione. Finì all’unanimità, come sempre. Ecco perché lo stesso Amendola, all’XI congresso, quando Ingrao ripropose la questione del centralismo, fu particolarmente duro con lui».
Amendola aveva cambiato idea sulla democrazia interna?
«In pratica si era rimangiato tutto. Dopo la morte di Togliatti, Amendola aveva un peso maggiore nel Pci. Ma la sua idea di fondere in un solo partito socialisti e comunisti, partendo dal riconoscimento del fallimento contemporaneo del centrosinistra e del modello comunista sovietico, era stata bollata come un’eresia. Ingrao, in totale disaccordo, chiedeva che fosse condannata, oppure che fosse riconosciuta legittimità a posizioni diverse».
E fu emarginato per questo?
«Non fu affatto messo da parte. Amendola, è vero, chiedeva che fosse fatto fuori da tutti gli organismi dirigenti, ma io e Berlinguer ottenemmo da Longo che restasse nell’ufficio politico. A essere emarginati, a quel punto, sempre su richiesta di Amendola, fummo noi: uscimmo dalla segreteria, Berlinguer spedito a fare il segretario del Lazio e io il responsabile della stampa e propaganda».
Poi arriva il ’69 e a Ingrao tocca di cacciare dal Pci il gruppo delManifesto. Magri, Pintor, Rossanda e Castellina erano tutti amici suoi.
«Anche stavolta non fu solo un gesto di obbedienza. Ingrao motivò le sue critiche nella sostanza, criticando come estremiste e pseudo-rivoluzionarie le posizioni assunte dal gruppo del Manifesto: facevano assomigliare i consigli di fabbrica ai soviet dell’Unione Sovietica e contraddicevano la linea democratica della via italiana al socialismo. Voi volete conquistare il potere con metodi che non sono i nostri, obiettava Ingrao».
In termini personali, la svolta dovette costargli.
«Per tutti fu un errore, non solo per Ingrao. Che comunque, nel ’71, andò a fare il capogruppo dei deputati, e con Andreotti, capogruppo Dc, e Pertini, presidente della Camera, concordò il nuovo regolamento parlamentare. Un compromesso di cui si disse che introduceva il consociativismo come regola. Poi arrivano i governi di unità nazionale e Ingrao diventa presidente della Camera dal ’76 al ’79. Il primo del Pci. Questo per dire che non era solo il capo della sinistra comunista».
Nel ’79, però, dopo la fine della solidarietà nazionale, Ingrao lasciò bruscamente la presidenza della Camera. Perché?
«Avvertiva il richiamo della scelta di Berlinguer verso l’alternativa. Una svolta avversata da Bufalini, da Napolitano e da me stesso, e che invece Ingrao sentiva di dover sostenere. Infatti tornò in segreteria, dove poi rimase anche con Occhetto, dopo la morte di Berlinguer».
Occhetto, nato ingraiano, ritrovava così il suo maestro.
«C’è un dettaglio rivelatore raccontato nelle sue memorie da Lucio Magri, che insieme con un altro gruppo di politici e intellettuali di area, dentro e fuori il Pci, aveva preparato un documento per spingere a sinistra il partito. Ingrao si rifiutò di firmarlo e approvò la linea del segretario».
Siamo nell’89, al congresso dell’Amazzonia, dalle immagini della foresta che aprirono i lavori. Poi però, pochi mesi dopo, quando Occhetto cambiò il nome al partito, Ingrao si ribellò.
«Era in Spagna. E non accettò che il segretario non lo avesse avvertito prima della svolta della Bolognina. Ma, a quel punto, la storia del Pci era finita. Ingrao a poco a poco cominciò ad allontanarsi».
Lo perse di vista anche lei?
«No, ricordo che nel ’95 andai a una manifestazione in Campidoglio, a Roma, in cui il filosofo Remo Bodei celebrava gli ottant’anni di Ingrao. C’era poca gente, assenti i dirigenti del Pds, e quasi nessuno di quelli che l’altro giorno lo hanno celebrato nei funerali di Stato. Mi fu molto grato e mi scrisse una bella lettera, che conservo. Anche per questo ho voluto ricordare cosa ha fatto e ciò che ha rappresentato Ingrao per il Pci. Possibile che la damnatio memoriae, in questo paese, sia arrivata al punto da non poter più dire che Ingrao è stato innanzitutto un grande comunista italiano?».
Emanuele Macaluso, 91 anni, una vita al vertice del Pci, lo dice con un pizzico di malinconia siciliana: «Dopo la morte di Ingrao, sono rimasto il solo della segreteria di Togliatti in cui c’erano Longo, Pajetta, Amendola, Natta, Alicata, appunto Ingrao, e Berlinguer e io che eravamo i più giovani...».
Il grande vecchio, la memoria storica...
«Beh, a proposito di memoria, ce ne sarebbero di cose da rimettere a posto. A partire proprio dal modo in cui Ingrao è stato ricordato al funerale: in cui, confesso, mi sono commosso a sentire parlare le sue figlie e nipoti».
Cosa non le è piaciuto?
«Lo hanno descritto come un sognatore, un poeta, un acchiappanuvole, un innamorato della luna, un eretico, un dissidente, e come una sorta di alieno nel suo partito. Il contrario della verità: perché Pietro è stato prima di tutto un costruttore e un dirigente del Pci, dal 1940 al ’91, per mezzo secolo».
Ma non potrà negare che fosse il capo della sinistra interna, e abbia difeso fino all’ultimo posizioni di minoranza.
«E allora? Ciascuno aveva le sue idee, anche Amendola, e tutti contribuivano ad animare il dibattito interno di un grande partito. Ma non per questo Ingrao può essere dipinto come il capo della sinistra interna. Se fosse stato solo il leader di una parte, non avrebbe potuto avere il ruolo che ha avuto nella lunga vicenda del Pci».
Senatore Macaluso, vuol riscrivere la storia di Ingrao?
«Niente affatto. Basta solo rileggere le tappe della sua carriera. Dal 1948 al ’58, per dieci anni, è stato direttore dell’Unità. Il giornale che Togliatti immaginava come il Corriere della Sera dei lavoratori, aperto alla discussione e al contributo degli intellettuali, lo costruì lui».
Ma nel ’56 non approvò in prima pagina l’invasione sovietica dell’Ungheria?
«È vero, fu un errore, un atto di sottomissione alla linea ufficiale del partito, coerente con la posizione che aveva sostenuto in direzione».
E nel ’66, all’XI congresso del Pci, quando ruppe con la regola del centralismo democratico, non venne emarginato?
«Non andò così. Intanto, dopo l’Unità, Ingrao era stato chiamato in segreteria da Togliatti. E nel ’64, al Comitato centrale che discusse e si divise sulla nascita del centrosinistra, sempre su richiesta di Togliatti, aveva svolto la relazione introduttiva».
Non era stato un esempio del metodo stalinista che esigeva di piegare a una sola

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