Il regista avverte: «L’Islam è un’ideologia, bisogna proteggere la nostra cultura. Napoleone? Un assassino triviale, come Hitler»
di Cristina Battocletti Il Sole Domenica 13.12.15
«La società europea ha le forze per resistere al male, ma è così molle
da affondare volontariamente, credendo che non accadrà mai nulla.
L’incapacità di individuare il pericolo in tempo è un chiaro segno della
crisi della cultura umanistica che attraversa anche la politica».
Aleksandr Sokurov non altera mai la voce pastosa, senza polveri, chiara
come il suo appello al vecchio continente a proteggersi dalle
aberrazioni del fondamentalismo islamico. In Francofonia – nelle sale
dal 17 dicembre distribuito da Academy Two – il regista russo mostra una
nave – l’Europa – salpata con i suoi capolavori tra i marosi
dell’oceano con la fiducia ingenua di chi è illanguidito dalla bellezza
prodotta nei secoli.
Nella pellicola, presentata a Venezia alla scorsa Mostra del cinema, il
maestro siberiano entra al Louvre – come aveva già fatto all’Hermitage
in Arca Russa (2002), regalando uno dei piani sequenza più lunghi della
storia del cinema – e riprende con indugio quasi pietoso i particolari
delle grandi opere: La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix,
L’incoronazione di Napoleone di Jacques-Louis David, La zattera della
Medusa di Théodore Géricault, il sorriso beffardo della Gioconda di
Leonardo Da Vinci. Dettagli inquadrati quasi con nostalgia, con lo
struggimento con cui abbiamo guardato le foto sui quotidiani delle
vittime del terrorismo dell’Isis all’indomani della strage di Parigi del
13 novembre. «È in corso una guerra religiosa, che crea le divisioni
più profonde e distruttive, perché i postulati sono formulati da una
“persona” non interpellabile, con cui non è possibile alcuna
discussione. Ma nel mirino ci sono le nostre vite e non dei simboli. La
guerra, la morte sono di nuovo in agguato. Il sentimento religioso è
personale, intimo, tenero, caldo, profondo. Cosa c’entra questo con le
crociate, con l’Isis? Invece di chiedere ai servizi di sicurezza europei
di compiere uno sforzo enorme e irrealizzabile – ci saranno sempre
delle falle, le stragi possono accadere ovunque – bisogna regolare le
migrazioni e ostacolare la miscela di culture difficilmente
accostabili».
Sokurov ha i lineamenti del viso saldi, gli occhi come fessure, lo
sguardo partigiano, consapevole di esserlo, senza il timore di acuire lo
scontro di civiltà, vero obiettivo dell’Isis.
«I reportage sull’accoglienza a Vienna dei profughi venuti dal Medio
Oriente nel settembre scorso hanno generato in me pensieri veramente
angoscianti. Mi sono chiesto: chi sono questi fuggiaschi cui i viennesi
hanno applaudito e prostrato le braccia? Ho guardato attentamente: la
maggior parte di loro era composta da uomini giovani, la forza della
nazione, fuggita dai Paesi d’origine abbandonando le famiglie. Noi tutti
speriamo e confidiamo che il vecchio mondo sia saggio nel gestire
questa emergenza, perché commetterebbe un errore gravissimo presumendo
di poter risolvere i problemi del mondo arabo. L’accoglienza è un nuovo
colonialismo, più perfido stavolta, e più pericoloso, perché permettendo
a popoli di svuotare interi territori,alimentiamo una specie di
parassitismo, a volte esibito addirittura orgogliosamente. Molti giovani
migranti dimostrano una totale indifferenza per il benessere europeo
costruito con sofferenze e sacrifici. È nostro dovere accogliere donne e
bambini, sfamarli, ma ipotizziamo che possa accadere l’inverso: che ci
sia un problema in Europa e trentenni sani cerchino rifugio nel mondo
arabo. Che accoglienza troverebbero?».
Nell’Ottocento e Novecento, però, anche i nostri uomini lasciavano le
case in cerca di fortuna oltreoceano. «Era sempre un movimento dentro al
mondo cristiano, in cui le masse avevano come valori comuni principi
etici concreti. Ora si tratta di introdurre nel nostro modo di pensare
valori opposti. Perché l’islam non è una religione, ma un’ideologia che
purtroppo consiste in un sistema di divieti categorici e di crudelissime
punizioni per chi non li rispetta. La religione oggi non è più una
dimensione etica, ma un ultimatum politico e la fede è un partito. Noi
in Russia lo sappiamo bene, perché abbiamo come osservatorio
privilegiato la Cecenia, in cui ancora al giorno d’oggi la condizione
della donna è tale che un fratello può uccidere una sorella. Quanto
abbiamo ostacolato la libertà delle nostre donne in nome della
tradizione e quanto abbiamo speso poi per emanciparle, per dar loro dei
diritti civili? Dobbiamo di nuovo rinunciarvi? Gli omicidi politici più
clamorosi in Russia negli ultimi dieci anni sono stati commessi dai
ceceni con la motivazione “Allah mi ha guidato”. Covando il pericolo in
casa, abbiamo sviluppato l’abitudine ad agire con prontezza e durezza».
Un affresco non lontano da quello dipinto da Michel Houellebecq in
Sottomissione (Bompiani, 2015) e di 2084 di Boualem Sansal – edito in
Francia da Gallimard e in Italia il prossimo anno da Neri Pozza – in cui
lo scrittore algerino immagina il dominio di una teocrazia, basata sul
corano, molto simile a 1984 di George Orwell. «Se succedesse qualcosa
all’Italia, per me sarebbe una tragedia personale perché il vostro Paese
è una parte della mia vita. Il carattere italiano, la sua cultura e
l’arte sono una mia proprietà personale, ho diritto a usufruirne. Non si
tratta di un valore forgiato dalla religione, ma dalla civiltà del
vecchio mondo, che è stata creata non solo dal cristianesimo, ma anche
dall’ateismo, dalla scienza, dai nostri artisti, dalle nostre vite».
In Francofonia l’Europa è una Nike di Samotracia, senza testa, con le
ali ancora in desiderio di levarsi, ma pronte a essere impacchettate e
trasferite altrove. Fusoliere con la svastica passano sopra il cielo
ingiallito di Parigi, un uomo con i baffetti, le galosce e i calzoni
gonfi da cavallerizzo, Hitler, rimira ciò che è diventato suo. «Chi
vorrebbe una Francia senza Louvre o una Russia senza Hermitage?», chiede
la voce fuori campo di Sokurov nel ricostruire l’imprevedibile alleanza
tra l’allora direttore del Louvre, Jacques Jaujard, e il conte nazista
Franz Wolff Metternich, che cercò di impedire il trasloco delle opere a
Berlino. «Quando mi chiedono cosa penso dell’uccisione di Khaled
al-Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira in Siria, che non
rivelò dove erano custoditi i tesori, rispondo che è uno strazio, ma
vorrei controbattere con una domanda: il blocco militare nordoccidentale
pensa di reagire o non vuole spiegazzare la divisa ben stirata? È
inutile che l’Europa si aspetti la guerra con la Russia, non succederà
mai. Mentre la Francia combatteva il bolscevismo non si è accorta di
avere il nazismo in casa».
Nel film Marianna, icona della libertà francese, corre tra i corridoi
del museo sussurrando “Liberté, Égalité, Fraternité”, ma Sokurov
ironizza: «Suvvia Marianna», come a sottolineare che il modello di
democrazia europea è fallito. «Sì – conferma il regista – come da noi in
Unione Sovietica c’è stata la disfatta dell’idea di socialismo, anche
se gli utopisti andavano nella giusta direzione nel ricercare un
equilibrio tra necessità fisiologiche e spirituali».
La Francia in Francofonia è comunque un modello positivo di bellezza e
intraprendenza. Non così Napoleone che ripete a ogni piè sospinto «C’est
moi!». «Migliaia di persone sono morte a causa sua in Russia e in
Europa. Paradossalmente la storia ammorbidisce tutto con il passare
degli anni e Napoleone viene considerato uno dei padri della storia,
mentre è un assassino triviale, banalissimo. A me ricorda molto Hitler e
temo che tra qualche secolo anche il führer sarà considerato uno
statista che ha risollevato la Germania, sviluppando le arti e
l’industria».
Sokurov ha ragionato ampiamente sui totalitarismi, con la sua trilogia
del potere: Moloch su Hitler, Taurus su Stalin, Il sole, sull’imperatore
giapponese Hirohito; che diventa tetralogia sul male a tutto tondo se
si include Faust, con cui vinse il Leone d’oro nel 2011, il cui
protagonista non è storico ma letterario, sull’impronta di Goethe e
Mann.
«La crisi dell’Europa è iniziata con la Prima guerra mondiale ed è
proseguita con il secondo conflitto mondiale. Questo tentennare, la
debolezza e la clemenza davanti alle forze che ci minacciano è un altro
segno di questo profondo smarrimento. Se i politici europei di oggi – e
conosciamo i loro nomi - non si rendono conto o trascurano la realtà di
questa minaccia, allora i loro nomi comporranno l’elenco concreto di
persone che hanno rovinato il nostro nido, la nostra civiltà. Le nostre
vite».
(Si ringrazia Aliona Shumakova per la traduzione)
Sokurov e quel viaggio nell’arte Il Louvre cuore dei valori europei Il regista nelle sale del museo parigino tra Napoleone e i fantasmi del nazismo Un percorso pieno di emozioni con ricordi della Storia e metafore marinare. Ispirazione simile a quella di «Arca russa» 15 dic 2015 Corriere della Sera © RIPRODUZIONE RISERVATA
Film saggio, a metà tra la riflessione storica e la privatezza diaristica, dove la cinepresa diventa un’autentica caméra-stylo che mescola formati e percorsi con straordinaria (e affascinante) libertà, questo Francofonia — che nelle intenzioni dichiarate doveva essere un film dedicato al museo parigino del Louvre, un po’ come Arca russa lo era stato sull’Ermitage di San Pietroburgo — nasconde dentro di sé suggestioni che si svelano allo spettatore a ogni visione.
A Venezia, dove il film era stato presentato e dimenticato dalla giuria (perché Sokurov aveva già vinto un Leone d’oro nel 2011 con Faust?) mi aveva colpito l’intreccio di stili, di tempi e di toni, quasi una specie di prolungamento più articolato e concreto delle «elegie» girate a cavallo degli anni Novanta sul dissolvimento di un mondo e dei suoi valori: il Louvre e più in generale l’arte come baluardo della cultura in nome del quale la coerenza personale poteva mettere in discussione anche la fedeltà politica. Rivisto dopo sei mesi (e dopo l’incrudelirsi degli attacchi dell’Isis ai simboli dell’Occidente), Francofonia rivela una più radicale lettura dell’arte custodita al Louvre e nei musei europei e la difesa di un’idea dichiaratamente occidentale dei valori culturali. «Cosa saremmo senza l’Europa?» si sente all’inizio del film, cui fa eco, più avanti, l’elogio della galleria di ritratti conservata al Louvre, un genere — quello della pittura del volto umano — che solo l’Occidente ha coltivato. E di cui Sokurov sottolinea appunto l’esclusività antropologica e geografica.
Il film, che ha avuto una lundottrina ga e tormentata gestazione proprio perché i responsabili del museo parigino hanno faticato ad accettarne la struttura, è costruito intorno a tre «coppie» che dialogano tra di loro e si intrecciano secondo una logica che è più poetica che narrativa: il regista e il capitano di un cargo in navigazione; Napoleone (Vincent Nemeth) e Marianna (Johanna Korthals Altes) che si aggirano per il Louvre; Jacques Jaujard (Louis-Do de Lencquesaing), il direttore del museo parigino al tempo dell’invasione nazista, e Franziskus Wolff-Metternich (Benjamin Utzerath), plenipotenziario del Führer per il Kunstschutz (la «conservazione delle opere d’arte», una dietro cui si nascondeva l’intenzione di trasportare in Germania i capolavori dei Paesi sconfitti).
Il dialogo tra i primi due, che comunicano attraverso un disturbatissimo videotelefono, riguarda il destino di un cargo su cui sono stati imbarcati i tesori di un museo non ben identificato e che si trovano a sfidare la furia del mare in tempesta: «sballottare l’arte sull’oceano è disumano» dice il capitano, ed è evidente il valore metaforico di queste immagini dove la forza del mare diventa quella della Storia, che si accanisce «senza ragione né pietà». Per questo a Sokurov interessa Napoleone, perché il suo trionfo servì anche a creare il nucleo principale del museo del Louvre, tra le cui stanze si pavoneggia di fronte a quadri e ritratti, incrociando una timida Marianna che di fronte alle tele declama, non a caso, le parole chiave della democrazia francese: «libertà, uguaglianza, fratellanza » . Così, lungo un percorso che privilegia il tema della conservazione/ salvataggio delle opere sulla loro fruizione, ecco la ricostruzione degli anni Quaranta, con l’invasione tedesca e il testardo lavoro del direttore del Louvre per salvare le opere del museo dalla guerra e dall’avidità nazista (con l’aiuto di Wolff-Metternich).
Che cosa tiene uniti questi tre piani così diversi? Per Sokurov è l’idea della sacralità dell’opera d’arte e della sua funzione fondativa rispetto alla cultura occidentale, in nome della quale si può morire (ecco il riferimento all’assedio di Leningrado) oppure «tradire» (Jaujard aderì a Petain ma sostenne la Resistenza, WolffMetternich ostacolò i gerarchi che volevano spogliare il Louvre) e in cui il regista vede un legame anche con la cultura russa (ecco l’omaggio a Tolstoj e Cechov, « addormentati » cioè inascoltati nel Novecento comunista). Ne esce un viaggio pieno di fascino ed emozione, tra metafore marinare e ricordi della Storia, dove i musei («cosa sarebbe la Francia senza Louvre?» ci chiede il film) diventano il cuore di una civiltà orgogliosamente occidentale. Forse troppo.
Sokurov, film sul Louvre “L’arte salverà l’Europa”
ARIANNA FINOS Repubblica 16 12 2015
ROMA IL MAESTRO del cinema russo Aleksandr Sokurov alterna sguardi assorti ad altri che bucano l’interlocutore. È paterno e a volte ironico, sinceramente interessato all’essere umano, refrattario alla contemporaneità. Classe 1951, in
Francofonia racconta dei capolavori del Louvre salvati nella Parigi occupata dai nazisti, grazie all’alleanza di due uomini in apparenza nemici: il direttore del museo Jaques Jaujard e l’ispettore nazista Franziskus Wolff-Metternich. Nel film in sala domani lo stesso Sokurov è in contatto con il capitano di un mercantile nella tempesta carico di quadri.
Sokurov, com’è nata l’idea del film?
«Mi chiedevo come il Louvre fosse sopravvissuto all’Occupazione. Ho studiato un materiale d’epoca sterminato. Ero quasi geloso, sapendo quanto la guerra è costata alle città russe, a San Pietroburgo. Non cercavo un documentario. Volevo raccontare la storia degli uomini che sono dietro i grandi fatti della Storia».
Francofonia è atto d’amore e grido d’allarme verso l’Europa e la sua cultura.
«L’Europa deve salvaguardare i suoi valori, la sua civiltà, la stessa matrice cattolica, mai minacciati come oggi. È un momento di crisi profonda, di vuoto intellettuale dell’élite politica. Né vedo artisti capaci d’incarnare un rinnovamento della società».
Dopo L’Hermitage di “Arca russa”, ora un altro museo.
«Tra le istituzioni della società i musei sono l’unico luogo in cui materialmente viene mostrato il ruolo dell’arte nella formazione della coscienza umana, della civiltà. I musei sono i depositari della cultura mondiale».
Nel film la Marianna di Francia ripete «Libertà, uguaglianza, fraternità». E Napoleone dice «La Gioconda sono io, il Louvre sono io».
«Quello di Marianna è una sorta di mantra della filosofia europea ma anche slogan di una rivoluzione costata sangue e vite umane. Napoleone dice di essere il Louvre perché è stato il primo a concepire come funzione dello stato la salvaguardia e conservazione dell’arte. Ma ha sacrificato migliaia di soldati per portare al Louvre le opere. Con un disprezzo per le vite umane che i leader hanno anche oggi».
In “Francofonia” due nemici si uniscono per salvare l’arte. L’arte può salvare l’umanità?
«No, è un sillogismo che non si può rovesciare. L’arte è impossibile senza l’essere umano. La bellezza dell’arte è nell’essere creata da esseri umani che trascendono il divino. Sfortunatamente il contrario non è possibile; né gli dei né gli angeli creano quadri».
A che punto è il suo film sulla “Divina Commedia”?
«Si è arenato. La prima versione mi ha lasciato del tutto insoddisfatto. Troppo pedissequa rispetto all’originale di Dante. Difficile discutere con Dante: mi sento un piccolo insetto di fronte a lui. Ma ora scrivo una versione figlia del mio mondo. Vedremo».
Le sue passioni? Ascolta i Beatles? Segue il calcio?
«Non mi piacciono i Beatles, detesto il calcio e la nazionale russa. M’interessa l’ingegneria: mi affascinano i ponti in costruzione, la musica classica. La psicologia: sono affascinato dalla mente umana. Amo insegnare ai giovani, osservare le loro vite. Vivo di cose semplici. Mi piace perdermi in passeggiate infinite nelle foreste russe. Avanti verso il Nord, dove non c’è nulla. Lì gli animali non hanno paura degli esseri umani, perché non ne hanno mai visti. Il cinema non è la mia passione, è solo la mia professione ».
Aleksandr Sokurov Il naufragio della bellezza
di Roberto Escobar Il Sole 20.12.15
«Senza ragione e senza pietà», così sono le forze del mare e della storia secondo il narratore di Francofonia - Il Louvre sotto occupazione ( Le Louvre sous l’Occupation, Francia, Germania e Olanda, 2015, 88’). Nell’edizione originale, la sua voce accorata è dello stesso Aleksandr Sokurov. Di fronte a un computer, l’autore russo tenta di comunicare con il comandante di un cargo preso in una tempesta. Il collegamento è instabile. Talvolta le immagini si dissolvono sullo schermo, talvolta si interrompe anche il sonoro. Dirk, così si chiama il comandante, si è messo in mare con un carico di container pieni di opere d’arte. Le previsioni del tempo lo avrebbero sconsigliato, e ora anche la ragione e la pietà sono in balìa dell’oceano e della sua furia.
La narrazione di Francofonia è doppia. La sua parte più superficiale riguarda un tempo non lontano. Il 14 giugno 1940 i tedeschi occupano Parigi. Due giorni dopo, il vecchio maresciallo Philippe Pétain guida una Francia alleata della Germania nazista. Su questo sfondo cupo, le sorti del museo sono affidate a due nemici: il conte Franziskus von Wolff Metternich (Benjamin Utzerath), Kunstschutz (curatore d’arte) della Wermacht in Francia, e il curatore del Louvre Jacques Jaujard (Louis-Do de Lencquesaing).
Colto e raffinato, il primo teme al pari del secondo che il museo sia depredato dai gerarchi nazisti. D’accordo con il collega francese, e rischiando, rimanda di anno in anno il trasferimento in patria di quadri e statue. In questo modo, commenta la voce fuori campo, la Germania «rispetta il diritto di esistere della Francia». Non c’è popolo, spiega Sokurov, se non c’è un luogo in cui possa custodire la propria arte. Diverso, continua, è stato il destino dell’Est europeo, dove i nazisti non ebbero alcun rispetto, né per gli esseri umani né per l’arte.
Sotto questo livello narrativo ce n’è poi un secondo ben più radicale, che Sokurov affida ai quadri e alle statue del Louvre. Il suo tempo è indefinito, e sconfinato più di un mare in tempesta. Ogni popolo, argomenta il narratore, è circondato da un oceano, e ogni individuo ha un oceano in sé. Ma noi viviamo «come se l’oceano non ci fosse». Che cos’è la costruzione della bellezza, se non un continuo produrre l’illusione di questo come se? In tale costruzione, azzarda Sokurov, la mano ha preceduto lo spirito: il nostro fare – il nostro dar vita materiale a simulacri “duraturi” di noi stessi – ha anticipato la consapevolezza critica della nostra precarietà.
D’altra parte, anche la nostra bellezza “manufatta” partecipa della furia della storia, come il cargo di Dirk partecipa della tempesta. Ed ecco che, muovendosi per i corridoi e le sale del Louvre, la macchina da presa scopre frammenti di “come se” emersi dal naufragio nel tempo. Un fregio imponente d’un palazzo reale assiro, nel cui marmo è ancora ben viva la paura per il potere, insieme con la paura del potere. O una figura umana in pietra, che dopo novemila anni continua la sua sfida alla precarietà. O la mummia d’un antico egizio avvolto in teli dalla trama fitta: verso la sua mano, fissa nell’illusione dell’eternità, si tende quella guantata di nero di un ufficiale nazista. O ancora, ben più recente, il ritratto di Napoleone che, in un quadro di Paul Delaroche, attraversa le Alpi sopra un asino (o un mulo). Poi, di nuovo lui (Vincent Nemeth), che di fronte alla Gioconda afferma certo: «Questo sono io». E se qui si tratta della megalomania di ogni potente, per il Louvre in genere si tratta di un fatto che l’Empereur, almeno quello di Sokurov, rivendica con orgoglio: perché avrei fatto la guerra, se non per depredare il mondo d’opere d’arte?
E il cargo? Quello naufraga tra i marosi, lasciando che i suoi container sprofondino nell’abisso. La precarietà vince. Né potrebbe essere altrimenti. Alla lunga, la magnifica illusione dei nostri “come se”, anche dei più grandi, niente può contro la tempesta sconfinata del tempo. È questo il più paradossale dei motivi, e il più solido, per averne cura.
Sokurov e quel viaggio nell’arte Il Louvre cuore dei valori europei Il regista nelle sale del museo parigino tra Napoleone e i fantasmi del nazismo Un percorso pieno di emozioni con ricordi della Storia e metafore marinare. Ispirazione simile a quella di «Arca russa» 15 dic 2015 Corriere della Sera © RIPRODUZIONE RISERVATA
Film saggio, a metà tra la riflessione storica e la privatezza diaristica, dove la cinepresa diventa un’autentica caméra-stylo che mescola formati e percorsi con straordinaria (e affascinante) libertà, questo Francofonia — che nelle intenzioni dichiarate doveva essere un film dedicato al museo parigino del Louvre, un po’ come Arca russa lo era stato sull’Ermitage di San Pietroburgo — nasconde dentro di sé suggestioni che si svelano allo spettatore a ogni visione.
A Venezia, dove il film era stato presentato e dimenticato dalla giuria (perché Sokurov aveva già vinto un Leone d’oro nel 2011 con Faust?) mi aveva colpito l’intreccio di stili, di tempi e di toni, quasi una specie di prolungamento più articolato e concreto delle «elegie» girate a cavallo degli anni Novanta sul dissolvimento di un mondo e dei suoi valori: il Louvre e più in generale l’arte come baluardo della cultura in nome del quale la coerenza personale poteva mettere in discussione anche la fedeltà politica. Rivisto dopo sei mesi (e dopo l’incrudelirsi degli attacchi dell’Isis ai simboli dell’Occidente), Francofonia rivela una più radicale lettura dell’arte custodita al Louvre e nei musei europei e la difesa di un’idea dichiaratamente occidentale dei valori culturali. «Cosa saremmo senza l’Europa?» si sente all’inizio del film, cui fa eco, più avanti, l’elogio della galleria di ritratti conservata al Louvre, un genere — quello della pittura del volto umano — che solo l’Occidente ha coltivato. E di cui Sokurov sottolinea appunto l’esclusività antropologica e geografica.
Il film, che ha avuto una lundottrina ga e tormentata gestazione proprio perché i responsabili del museo parigino hanno faticato ad accettarne la struttura, è costruito intorno a tre «coppie» che dialogano tra di loro e si intrecciano secondo una logica che è più poetica che narrativa: il regista e il capitano di un cargo in navigazione; Napoleone (Vincent Nemeth) e Marianna (Johanna Korthals Altes) che si aggirano per il Louvre; Jacques Jaujard (Louis-Do de Lencquesaing), il direttore del museo parigino al tempo dell’invasione nazista, e Franziskus Wolff-Metternich (Benjamin Utzerath), plenipotenziario del Führer per il Kunstschutz (la «conservazione delle opere d’arte», una dietro cui si nascondeva l’intenzione di trasportare in Germania i capolavori dei Paesi sconfitti).
Il dialogo tra i primi due, che comunicano attraverso un disturbatissimo videotelefono, riguarda il destino di un cargo su cui sono stati imbarcati i tesori di un museo non ben identificato e che si trovano a sfidare la furia del mare in tempesta: «sballottare l’arte sull’oceano è disumano» dice il capitano, ed è evidente il valore metaforico di queste immagini dove la forza del mare diventa quella della Storia, che si accanisce «senza ragione né pietà». Per questo a Sokurov interessa Napoleone, perché il suo trionfo servì anche a creare il nucleo principale del museo del Louvre, tra le cui stanze si pavoneggia di fronte a quadri e ritratti, incrociando una timida Marianna che di fronte alle tele declama, non a caso, le parole chiave della democrazia francese: «libertà, uguaglianza, fratellanza » . Così, lungo un percorso che privilegia il tema della conservazione/ salvataggio delle opere sulla loro fruizione, ecco la ricostruzione degli anni Quaranta, con l’invasione tedesca e il testardo lavoro del direttore del Louvre per salvare le opere del museo dalla guerra e dall’avidità nazista (con l’aiuto di Wolff-Metternich).
Che cosa tiene uniti questi tre piani così diversi? Per Sokurov è l’idea della sacralità dell’opera d’arte e della sua funzione fondativa rispetto alla cultura occidentale, in nome della quale si può morire (ecco il riferimento all’assedio di Leningrado) oppure «tradire» (Jaujard aderì a Petain ma sostenne la Resistenza, WolffMetternich ostacolò i gerarchi che volevano spogliare il Louvre) e in cui il regista vede un legame anche con la cultura russa (ecco l’omaggio a Tolstoj e Cechov, « addormentati » cioè inascoltati nel Novecento comunista). Ne esce un viaggio pieno di fascino ed emozione, tra metafore marinare e ricordi della Storia, dove i musei («cosa sarebbe la Francia senza Louvre?» ci chiede il film) diventano il cuore di una civiltà orgogliosamente occidentale. Forse troppo.
Sokurov, film sul Louvre “L’arte salverà l’Europa”
ARIANNA FINOS Repubblica 16 12 2015
ROMA IL MAESTRO del cinema russo Aleksandr Sokurov alterna sguardi assorti ad altri che bucano l’interlocutore. È paterno e a volte ironico, sinceramente interessato all’essere umano, refrattario alla contemporaneità. Classe 1951, in
Francofonia racconta dei capolavori del Louvre salvati nella Parigi occupata dai nazisti, grazie all’alleanza di due uomini in apparenza nemici: il direttore del museo Jaques Jaujard e l’ispettore nazista Franziskus Wolff-Metternich. Nel film in sala domani lo stesso Sokurov è in contatto con il capitano di un mercantile nella tempesta carico di quadri.
Sokurov, com’è nata l’idea del film?
«Mi chiedevo come il Louvre fosse sopravvissuto all’Occupazione. Ho studiato un materiale d’epoca sterminato. Ero quasi geloso, sapendo quanto la guerra è costata alle città russe, a San Pietroburgo. Non cercavo un documentario. Volevo raccontare la storia degli uomini che sono dietro i grandi fatti della Storia».
Francofonia è atto d’amore e grido d’allarme verso l’Europa e la sua cultura.
«L’Europa deve salvaguardare i suoi valori, la sua civiltà, la stessa matrice cattolica, mai minacciati come oggi. È un momento di crisi profonda, di vuoto intellettuale dell’élite politica. Né vedo artisti capaci d’incarnare un rinnovamento della società».
Dopo L’Hermitage di “Arca russa”, ora un altro museo.
«Tra le istituzioni della società i musei sono l’unico luogo in cui materialmente viene mostrato il ruolo dell’arte nella formazione della coscienza umana, della civiltà. I musei sono i depositari della cultura mondiale».
Nel film la Marianna di Francia ripete «Libertà, uguaglianza, fraternità». E Napoleone dice «La Gioconda sono io, il Louvre sono io».
«Quello di Marianna è una sorta di mantra della filosofia europea ma anche slogan di una rivoluzione costata sangue e vite umane. Napoleone dice di essere il Louvre perché è stato il primo a concepire come funzione dello stato la salvaguardia e conservazione dell’arte. Ma ha sacrificato migliaia di soldati per portare al Louvre le opere. Con un disprezzo per le vite umane che i leader hanno anche oggi».
In “Francofonia” due nemici si uniscono per salvare l’arte. L’arte può salvare l’umanità?
«No, è un sillogismo che non si può rovesciare. L’arte è impossibile senza l’essere umano. La bellezza dell’arte è nell’essere creata da esseri umani che trascendono il divino. Sfortunatamente il contrario non è possibile; né gli dei né gli angeli creano quadri».
A che punto è il suo film sulla “Divina Commedia”?
«Si è arenato. La prima versione mi ha lasciato del tutto insoddisfatto. Troppo pedissequa rispetto all’originale di Dante. Difficile discutere con Dante: mi sento un piccolo insetto di fronte a lui. Ma ora scrivo una versione figlia del mio mondo. Vedremo».
Le sue passioni? Ascolta i Beatles? Segue il calcio?
«Non mi piacciono i Beatles, detesto il calcio e la nazionale russa. M’interessa l’ingegneria: mi affascinano i ponti in costruzione, la musica classica. La psicologia: sono affascinato dalla mente umana. Amo insegnare ai giovani, osservare le loro vite. Vivo di cose semplici. Mi piace perdermi in passeggiate infinite nelle foreste russe. Avanti verso il Nord, dove non c’è nulla. Lì gli animali non hanno paura degli esseri umani, perché non ne hanno mai visti. Il cinema non è la mia passione, è solo la mia professione ».
Aleksandr Sokurov Il naufragio della bellezza
di Roberto Escobar Il Sole 20.12.15
«Senza ragione e senza pietà», così sono le forze del mare e della storia secondo il narratore di Francofonia - Il Louvre sotto occupazione ( Le Louvre sous l’Occupation, Francia, Germania e Olanda, 2015, 88’). Nell’edizione originale, la sua voce accorata è dello stesso Aleksandr Sokurov. Di fronte a un computer, l’autore russo tenta di comunicare con il comandante di un cargo preso in una tempesta. Il collegamento è instabile. Talvolta le immagini si dissolvono sullo schermo, talvolta si interrompe anche il sonoro. Dirk, così si chiama il comandante, si è messo in mare con un carico di container pieni di opere d’arte. Le previsioni del tempo lo avrebbero sconsigliato, e ora anche la ragione e la pietà sono in balìa dell’oceano e della sua furia.
La narrazione di Francofonia è doppia. La sua parte più superficiale riguarda un tempo non lontano. Il 14 giugno 1940 i tedeschi occupano Parigi. Due giorni dopo, il vecchio maresciallo Philippe Pétain guida una Francia alleata della Germania nazista. Su questo sfondo cupo, le sorti del museo sono affidate a due nemici: il conte Franziskus von Wolff Metternich (Benjamin Utzerath), Kunstschutz (curatore d’arte) della Wermacht in Francia, e il curatore del Louvre Jacques Jaujard (Louis-Do de Lencquesaing).
Colto e raffinato, il primo teme al pari del secondo che il museo sia depredato dai gerarchi nazisti. D’accordo con il collega francese, e rischiando, rimanda di anno in anno il trasferimento in patria di quadri e statue. In questo modo, commenta la voce fuori campo, la Germania «rispetta il diritto di esistere della Francia». Non c’è popolo, spiega Sokurov, se non c’è un luogo in cui possa custodire la propria arte. Diverso, continua, è stato il destino dell’Est europeo, dove i nazisti non ebbero alcun rispetto, né per gli esseri umani né per l’arte.
Sotto questo livello narrativo ce n’è poi un secondo ben più radicale, che Sokurov affida ai quadri e alle statue del Louvre. Il suo tempo è indefinito, e sconfinato più di un mare in tempesta. Ogni popolo, argomenta il narratore, è circondato da un oceano, e ogni individuo ha un oceano in sé. Ma noi viviamo «come se l’oceano non ci fosse». Che cos’è la costruzione della bellezza, se non un continuo produrre l’illusione di questo come se? In tale costruzione, azzarda Sokurov, la mano ha preceduto lo spirito: il nostro fare – il nostro dar vita materiale a simulacri “duraturi” di noi stessi – ha anticipato la consapevolezza critica della nostra precarietà.
D’altra parte, anche la nostra bellezza “manufatta” partecipa della furia della storia, come il cargo di Dirk partecipa della tempesta. Ed ecco che, muovendosi per i corridoi e le sale del Louvre, la macchina da presa scopre frammenti di “come se” emersi dal naufragio nel tempo. Un fregio imponente d’un palazzo reale assiro, nel cui marmo è ancora ben viva la paura per il potere, insieme con la paura del potere. O una figura umana in pietra, che dopo novemila anni continua la sua sfida alla precarietà. O la mummia d’un antico egizio avvolto in teli dalla trama fitta: verso la sua mano, fissa nell’illusione dell’eternità, si tende quella guantata di nero di un ufficiale nazista. O ancora, ben più recente, il ritratto di Napoleone che, in un quadro di Paul Delaroche, attraversa le Alpi sopra un asino (o un mulo). Poi, di nuovo lui (Vincent Nemeth), che di fronte alla Gioconda afferma certo: «Questo sono io». E se qui si tratta della megalomania di ogni potente, per il Louvre in genere si tratta di un fatto che l’Empereur, almeno quello di Sokurov, rivendica con orgoglio: perché avrei fatto la guerra, se non per depredare il mondo d’opere d’arte?
E il cargo? Quello naufraga tra i marosi, lasciando che i suoi container sprofondino nell’abisso. La precarietà vince. Né potrebbe essere altrimenti. Alla lunga, la magnifica illusione dei nostri “come se”, anche dei più grandi, niente può contro la tempesta sconfinata del tempo. È questo il più paradossale dei motivi, e il più solido, per averne cura.
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