Torino, il Museo Egizio dedica una mostra al mitico direttore di inizio ’900 e alle sue missioni che arricchirono le collezioni con reperti straordinari
«Signor Professore, ho l’onore di informarla che il Comitato di Egittologia ha accordato l’autorizzazione da lei richiesta per scavare a Eliopoli e nella Valle delle Regine». A scrivere è Gaston Maspero, l’egittologo francese che da vent’anni ricopre l’incarico di direttore generale delle Antichità al Cairo. Destinatario Ernesto Schiaparelli, mitico direttore del Museo Egizio di Torino nel primo scorcio del ’900. La lettera è del 20 aprile 1902. Un dettaglio importante, perché a quella data i soldi per la missione italiana ancora non c’erano, i ministeri romani traccheggiavano e insomma su tutta l’impresa gravava un gigantesco punto interrogativo. Eppure Schiaparelli si era già portato avanti per ottenere la concessione.
C’è, in questo modo di procedere, tutto il pragmatismo e la risolutezza di quella ruvida razza di piemontesi che qualche decennio avanti avevano fatto l’Italia. Unita all’abilità manovriera di un Cavour. Incassata la risposta positiva di Maspero - che, per inciso, era stato suo professore alla Sorbona, prima di diventare amico - Schiaparelli torna alla carica con i ministeri, sventolando l’irripetibile «proposta» ricevuta dall’Egitto, finché la Pubblica Istruzione delibera un finanziamento annuo di 4000 lire. Nel frattempo però il direttore si era dato da fare anche più in alto, aveva incontrato Vittorio Emanuele III riuscendo a strappargli un contributo di 15.000 lire l’anno, per quattro anni, da parte della Real Casa.Pionieri alla ricerca di altri mondiArcheologia. Intervista con Paolo Del Vesco, tra i curatori della mostra «Missione Egitto 1903-1920», al museo Egizio di TorinoValentina Porcheddu Manifesto 22.12.2017, 0:04
Quaderni di appunti con schizzi ad inchiostro, lettere autografe e tavole acquerellate: sono alcuni dei reperti «poveri» eppure preziosissimi che – assieme a sarcofagi, gioielli e altri splendori – accompagnano l’esposizione Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata, in programma al Museo Egizio di Torino, fino al 14 gennaio 2018. A cura di Paolo Del Vesco e Beppe Moiso, la rassegna spiega al pubblico l’origine delle collezioni custodite nel museo di antichità egizie più importante al mondo dopo quello del Cairo. «Così come in archeologia si utilizzano gli oggetti per ricostruire le storie delle persone, noi abbiamo pensato di usare gli oggetti appartenuti ai pionieri delle ricerche in Egitto per svelare le radici della nostra istituzione», dice Del Vesco a il manifesto. La mostra mette in risalto soprattutto la figura di Ernesto Schiaparelli, fondatore della Missione Archeologica Italiana in Egitto e anima del museo torinese dal 1894 al 1928. Dell’immane documentazione raccolta da Schiaparelli, solo una piccola parte risulta edita. Tuttavia, il suo lascito è come uno scrigno da cui attingere. Impressionante, ad esempio, il numero di negativi su lastra.
Tale eredità può contribuire al progresso degli studi di egittologia?
Verso la fine della sua vita, Schiaparelli pubblicò i rapporti di scavo riferiti alle straordinarie scoperte della tomba di Nefertari nella Valle delle Regine e di quella, intatta, dell’architetto Kha e sua moglie Merit a Deir el-Medina. Il resto del materiale documentario concerne ulteriori nove siti ed è costituito da taccuini ricchi di note e migliaia di immagini. L’archivio fotografico – Schiaparelli disponeva di un tecnico al servizio della missione ma aveva appreso lui stesso a scattare dal fratello Cesare, noto paesaggista – è tutt’oggi utile alla ricerca perché consente, in molti casi, di recuperare contesti di scavo altrimenti perduti.
Il nuovo Museo Egizio di Torino è l’unico, fra le grandi istituzioni italiane di antichità, ad aver creduto nel valore delle indagini sul campo. A più di un secolo di distanza, la missione a Saqqara conserva il fervore delle prime esplorazioni della M.A.I.?
Abbiamo ripreso a scavare nel 2015, in partenariato con il Museo nazionale di antichità di Leiden, presente a Saqqara dal 1975. Trattandosi della necropoli principale di Menfi, una delle capitali dell’antico Egitto, il sito è particolarmente fecondo. Qui svetta la maestosa piramide a gradoni di Djoser, faraone della III dinastia, la prima costruzione in pietra di quelle dimensioni. Nel settore meridionale, inoltre, sorgono le rovine del monastero di San Geremia, che ebbe rilevanza in epoca copta. L’équipe del Museo Egizio si occupa di una serie di sepolture monumentali in mattoni crudi, ma finemente decorate, risalenti al Nuovo Regno.
Sono strutture architettoniche complesse – una successione di portali a piloni si aprono su corti porticate e conducono a cappelle funerarie provviste di pozzi –, sviluppatesi attorno alla dimora che Horemheb, generale dell’esercito di Tutankhamon, aveva progettato per il suo viaggio nell’aldilà. Salito al trono alla morte del faraone-bambino, Horemheb venne poi seppellito a Luxor mentre la tomba che gli era destinata a Saqqara accolse le spoglie della consorte e si trasformò in luogo di memoria. In questa zona si trova anche la tomba di Maia, il tesoriere di Tutankhamon. Le prospettive di ricerca, dunque, sono davvero entusiasmanti.
Nel catalogo dell’esposizione (edito da Franco Cosimo Panini), ha firmato un originale e interessante saggio sugli operai che parteciparono agli scavi della M.A.I. Un’umanità dimenticata eppure a suo modo protagonista di quelle scoperte dell’egittologia che fanno ancora sognare. Attualmente, quanto aiuta alla comprensione del paese e quindi all’instaurazione di un dialogo che superi l’ambito scientifico, condividere la quotidianità con i lavoratori locali?
Per quanto mi riguarda, è un aspetto fondamentale. Oggi, più che parlare della restituzione – decisamente problematica – di reperti usciti dall’Egitto nell’Ottocento e che sono ormai parte integrante delle collezioni europee, le numerose missioni straniere attive in Egitto dovrebbero impegnarsi a restituire conoscenza. Trasmettere alle comunità che vivono intorno alle aree archeologiche il senso del loro patrimonio culturale è, infatti, il miglior modo per proteggere i siti da devastazioni e saccheggi.

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