domenica 22 aprile 2012
Bisogno urgente di soft power per la Cina
"Vogliamo che i cinesi se ne vadano e che i vecchi dominatori coloniali tornino"...
La nuova resistenza all'invasione cinese
Dall'Africa nera al Sudest asiatico, l'altolà alla colonizzazione economica
di Federico Fubini
Corriere La Lettura 22.4.12 da Segnalazioni
Forse
perché in Italia si è sviluppata negli anni una pedagogia che insegna a
temere la Cina, sono passati inosservati certi episodi che vedono
protagonista chi della nuova superpotenza non ha alcuna paura. Anzi c'è
qualcuno che della sua avversione a Pechino, sulla base di un freddo
calcolo politico, ha fatto una piattaforma elettorale. Così per esempio
si esprimeva non troppo tempo fa Michael Sata a Lusaka, Zambia:
«Vogliamo che i cinesi se ne vadano e che i vecchi dominatori coloniali
tornino. Anch'essi sfruttavano le nostre risorse, ma almeno si
occupavano di noi. Costruivano scuole, ci insegnavano la loro lingua, ci
portavano la civiltà britannica... Se non altro il capitalismo
occidentale ha un volto umano. I cinesi sono qui solo per sfruttarci».
Una propaganda del genere ha fatto presa. È con una campagna elettorale
tutta imperniata su questi temi che Sata, sei mesi fa, è stato eletto
presidente dello Zambia.
Non è facile dirsi anticinesi nel cuore in
un'economia da appena 16 miliardi di dollari, nella quale Pechino di
recente ne ha investiti due. Non è facile farlo da quando lo Zambia, 12
milioni di abitanti fra il Congo e lo Zimbabwe, ha trovato in Pechino
l'unico vero committente del rame dal quale dipende per sopravvivere. Ma
Sata, populista stagionato, ha fiutato che lì si nascondeva una miniera
di voti e ha l'ha centrata, salvo poi ovviamente ricevere
l'ambasciatore cinese come primo fra i dignitari esteri dopo l'elezione e
proseguire la cooperazione (quasi) come prima; senza di essa, lo Zambia
crollerebbe su se stesso. Ma il messaggio arrivato dal fianco sud del
continente africano resta, ed ha un valore più vasto di quanto la
(relativa) irrilevanza del Paese lasci sospettare. Anche ciò che accade a
Lusaka può segnalare una tendenza globale. E questa volta lo ha fatto
con perfetta scelta di tempo, perché la corrente di risentimento e
successive ritirate strategiche di Pechino in questi mesi è stata
innegabile. E senza precedenti.
Certamente non è il segno di un
declino precoce, e forse è del tutto normale. Magari dipende solo dal
fatto che la Cina ha ormai compiuto la transizione da Paese emergente a
potenza emersa, dunque soggetta all'attrito e alla diffidenza altrui
ovunque provi ad asserire il proprio ruolo. Probabilmente però iniziano a
emergere i primi sintomi di un problema più vasto: il modello cinese di
espansione all'estero, perseguito in cerca di materie prime attraverso
le banche e le grandi imprese a diretto controllo statale, ogni volta
con decine di migliaia di lavoratori al seguito, sembra sul punto di
toccare i suoi limiti. Negli ultimi dieci anni quella spinta verso il
petrolio, il gas, il rame, la bauxite, il ferro, il cadmio o la giada ha
portato milioni di cinesi nell'intero continente africano, da Algeri a
Città del Capo, e in buona parte dell'Asia (ad eccezione di India, Corea
del Sud e Giappone). Ma neanche il modo in cui la Cina oggi proietta il
proprio potere nel mondo può funzionare all'infinito. E i fatti recenti
dicono che l'intero ingranaggio corre il rischio di incepparsi.
In
Birmania, sempre a settembre scorso, proprio mentre Sata vinceva le
elezioni in Zambia, la giunta militare ha preso una decisione passata
inosservata in Occidente. Ha bloccato una diga. I generali che per anni
hanno tenuto Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari, improvvisamente
hanno fermato il progetto di un grande impianto idroelettrico a Myitsone
sull'Irrawaddy, il fiume che rappresenta il vero monumento naturale
della nazione. La diga era stata concordata con China Power e China
Southern Power Grid; il governo di Pechino avrebbe coperto il costo
dell'investimento per 3,6 miliardi di dollari e a partire dal 2015, con
il 90% della sua produzione di energia, avrebbe alimentato lo Yunnan, la
provincia cinese che confina a sud con la Birmania.
Ma se la giunta
militare ha fermato tutto, non è solo perché le popolazioni dell'area
erano in rivolta per le distruzioni di villaggi o i danni ambientali.
Anche i generali birmani hanno iniziato a temere l'amicizia della Cina.
Da anni sotto sanzioni sempre più dure da parte dell'Occidente, la
giunta si è accorta che presto sarebbe divenuta del tutto dipendente da
Pechino. E il vicino del nord-est rischia di dimostrarsi un partner
molto esigente: per l'estrazione dell'oro, del petrolio e delle molte
risorse minerarie birmane, i cinesi spediscono direttamente lavoratori
dalla madrepatria. La giunta ottiene prestiti e manodopera qualificata
per le infrastrutture. Ma l'impatto economico per le popolazioni locali è
minimo e il governo si trova a essere dipendente dalla volontà dei
cinesi per il proprio bilancio, proprio come in Africa. Di fronte a
questa prospettiva, la Birmania ha accelerato il disgelo politico per
riallacciare i rapporti con l'Occidente. Il ritorno di Aung San Suu Kyi
in libertà e nel Parlamento si spiega in buona parte proprio con il
timore che una Birmania isolata finisse preda dei cinesi.
Altrove
invece le imprese e il governo dell'Impero di mezzo sembrano aver
sbagliato i loro calcoli geopolitici. Dopo aver preso di fatto il
controllo del regime sudanese di Omar al-Bashir sotto sanzioni, offrendo
infrastrutture costruite da cinesi in cambio di petrolio, è successo
qualcosa di prevedibile: il Sudan si è diviso in due e dopo il divorzio,
che ha dato luogo a una guerra, gran parte dei giacimenti si trova ora
nel Sudan del Sud. Ma il nuovo governo di Juba si sta rifiutando di
spedire il greggio lungo gli oleodotti cinesi, quindi Pechino per ora ha
perso mezzo milione di barili al giorno dopo uno sforzo logistico
enorme.
Più a Nord, nel Maghreb, l'inverno scorso la Cina ha perso un
Paese in poche settimane. Tre navi della sua marina militare sono state
spedite in Libia e hanno prelevato 35 mila cinesi che non sarebbero più
tornati: operatori del gas e del greggio, specialisti di trivellazioni e
condutture, ingegneri e costruttori edili. Al loro posto sono tornati i
francesi, i britannici e gli italiani.
Poco dopo, in Asia, altre
sconfitte. Sulle isole Spratley, disputate con il Vietnam, la Cina è
rimasta sola fra i Paesi affacciati sul Pacifico a sostenere che si
tratti di una lite bilaterale; secondo tutti gli altri è
«multilaterale», modo felpato per far capire che Pechino non può
decidere sulla base della propria forza. Non solo: il Vietnam ha aperto i
porti alle fregate americane e Washington ha lanciato un'area di libero
scambio, il «Partenariato trans-pacifico», che include otto Paesi
dell'area, ma non il più grande e più temuto.
Difficile che tanti
passi indietro della Cina in pochi mesi siano solo frutto del caso. «Gli
emissari di Pechino — spiega Alberto Forchielli, presidente di
Osservatorio Asia — si muovono all'estero con pragmatismo e buona fede,
cercano solo di accedere alle risorse e far valere il loro potere. Ma il
loro modello di migrazioni di massa crea tensioni etniche, la loro
cultura non è apprezzata e il loro governo è isolato sul piano
internazionale».
Persino il Partito comunista, a Pechino, se n'è
accorto: ha bisogno di più soft power, più capacità di farsi amare dagli
altri. A gennaio a Nairobi ha lanciato Cctv Africa, un investimento da
oltre 100 milioni per un'emittente che porti la voce della potenza
asiatica in tutto il continente nero. E nell'ultimo anno ha preso a
organizzare «viaggi-studio» a Pechino e Shanghai per le élite
professionali africane, purché filogovernative. La sera, pare, in
albergo guardavano tutti telefilm americani.
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