domenica 22 aprile 2012
Sassi
La cripta di Adamo ed Eva
A Matera la Bibbia degli analfabeti: guardando imparavano le «Scritture»
di Carlo Vulpio
Corriere La Lettura 22.4.12 da Segnalazioni
Nel
buio di una delle grotte che, come finestrelle, dalla parete di roccia
carsica si affacciano sulla gravina — letteralmente: piccola grave, in
realtà fenditura a strapiombo che non ha nulla da invidiare ai canyon
americani —, nel buio di una di queste grotte, illuminata dal basso
grazie a una sapiente disposizione di luci «calde», si può vedere come
l'uomo, e la donna, persero il paradiso.
La gravina che va da Matera
fino a Ginosa, a Castellaneta, a Massafra e sbocca nel mare Jonio è una
lunga cicatrice ricca di insediamenti e chiese rupestri che segna
longitudinalmente l'altopiano delle Murge. Ma la grotta nascosta in
questa parte di gravina ancora lontana dal mare, a pochi chilometri da
Matera, avvolta con la delicatezza di un velo dal paesaggio della
riserva naturale della diga San Giuliano, è — per quel che contiene —
unica in tutto il Mezzogiorno d'Italia e nel Mediterraneo.
In questa
grotta, chiamata anche Grotta dei cento santi o, più propriamente,
Cripta del peccato originale, si può «vedere» il Paradiso perduto di
John Milton, il meraviglioso poema che racconta «Del primo atto di
disobbedienza/ che l'uomo ha commesso, e del frutto/ dell'albero
proibito, il cui fatale/ sapore ci portò dolore e morte».
Si può
«vedere», abbiamo detto, e così è. Il ciclo di affreschi che decora la
cripta — scriveva nel 1981 la storica dell'arte Anna Grelle Iusco — è
una vera e propria «Bibbia figurata, che invadeva pareti e volte della
chiesa rupestre del Peccato originale in una successione di episodi ora
narrati per sequenze temporali, ora per emblematiche teofanie».
La
cripta è stata aperta al pubblico solo alcuni anni fa — esattamente il
23 settembre 2005 —, dopo il recupero curato dalla fondazione materana
Zétema e dall'Istituto centrale del restauro di Roma, con la direzione
scientifica dell'ex soprintendente ai Beni artistici della Basilicata,
Michele D'Elia, e grazie al finanziamento delle fondazioni Banca Cariplo
di Milano, Carisbo di Bologna e addirittura della fondazione di
Piacenza e Vigevano, mentre le banche indigene e i presunti mecenati
locali brillavano per assenza e indifferenza.
«Bibbia figurata»,
dunque, o anche «Bibbia dei poveri», cioè dei semplici, degli
analfabeti, di coloro i quali non sapendo leggere potevano ricorrere
soltanto alle immagini per capire cosa era accaduto nell'Eden e così
comprendere fino in fondo quale tremendo castigo fosse stato aver perso
il Paradiso. Le tenebre e la luce, Dio e i suoi arcangeli, l'Albero
della vita — una palma — e l'Albero della conoscenza — un fico —, il
Serpente e Adamo ed Eva. Tutti immersi in un tripudio di fiori rossi —
sempre lo stesso fiore, il cisto rosso — che hanno meritato all'anonimo
frescante il nome di «Pittore dei fiori di Matera».
La scoperta della
grotta avvenne per caso, «in un pomeriggio canicolare del luglio 1962,
mentre con gli amici del circolo culturale La Scaletta lavoravamo alla
ricognizione del patrimonio storico-artistico di Matera», scrive
Raffaello de Ruggieri ne La cripta del peccato originale a Matera
(Giuseppe Barile editore). L'allora giovane avvocato de Ruggieri, che
oggi è presidente della fondazione Zétema, non ha mai più rivisto né ha
conosciuto nemmeno il nome del contadino a cui quel giorno diede un
passaggio in macchina, quando lo vide a una decina di chilometri dalla
città che arrancava sotto il sole con un radiatore rotto sulle spalle.
Fu come un'apparizione. Durante il tragitto, quell'individuo taciturno
aprì bocca solo per rivelare al «buon samaritano» che lo aveva preso a
bordo l'esistenza di una grotta molto particolare, in cui lui, fin da
quando aveva dieci anni, ricoverava le pecore.
Disse, il
pastore-contadino, che quando riparava in quella grotta, «le cento
figure di santi che stanno sulle pareti» lo facevano sentire tranquillo e
che certe volte si addormentava lì, anche di notte, ma si sentiva al
sicuro, perché «protetto dalle tre figure con le ali, che hanno gli
occhi spalancati e vegliano su di me». Parlava dei tre Arcangeli, ma de
Ruggieri e i suoi amici della Scaletta non potevano saperlo. Lo
capiranno solo un anno più tardi, quando scopriranno, dopo averla
cercata in ogni anfratto della gravina e proprio quando stavano per
arrendersi, la Grotta dei «cento santi» di cui aveva raccontato il
contadino. L'emozione della scoperta fu così forte che de Ruggieri, sua
moglie Teresa e i suoi amici Carlo Scalcione e Maria Sinatra si
ritrovarono per terra, abbracciati, come ragazzini felici che avessero
vinto una caccia al tesoro. «Ribattezzammo subito quell'antro
meraviglioso con il nome di Cripta del peccato originale», ricorda de
Ruggieri.
Le scene raffigurate in questa grotta — che divenne, con
ogni probabilità nell'VIII secolo, uno dei tanti cenobi di monaci
benedettini grazie alla sua naturale posizione protetta, così com'era
stato per le comunità che avevano abitato la gravina nelle età del
Bronzo e del Ferro — sono scene semplici, ma chiare ed efficaci. Proprio
come voleva papa Gregorio Magno già nel VII secolo. Di fronte alla
tendenza iconoclastica dell'impero d'Oriente, legittimata dall'editto
dell'imperatore Leone III, l'Isaurico, contro il culto delle immagini,
in Occidente papa Gregorio Magno incoraggiò la raffigurazione della
divinità e degli episodi delle Sacre Scritture.
La pittura fu il
principale veicolo della sua politica culturale e religiosa. E
attraverso la pittura, quindi le figure, ottenne che tutti potessero
capire ciò che era scritto nei sacri testi e avessero la possibilità,
scriveva Gregorio Magno al vescovo di Marsiglia, di «imparare mediante
l'immagine della pittura che cosa si debba adorare: infatti ciò che è la
Scrittura per quanti sanno leggere, questo offre la pittura a quanti
non istruiti la guardano». Ecco dunque affermarsi il concetto di Biblia
Pauperum, la Bibbia dei poveri, che nella Cripta del peccato originale
trova la sua piena realizzazione e anzi la sua esaltazione in un ciclo
di affreschi davvero unico, quasi una pellicola cinematografica
srotolata e affissa alle pareti della grotta secondo la successione
cronologica degli episodi del Libro della Genesi.
Le Tenebre e la
Luce sono rappresentate da due figure simili ma opposte: la prima ha il
volto inespressivo e le mani in grembo, legate, mentre la seconda è
nettamente più femminile, con gli abiti colorati, il viso radioso e le
braccia levate al cielo, esultante. Il Cristo benedicente è una figura
per nulla ieratica e anzi quasi familiare, vestito di una semplice
tunica, mentre Dio si manifesta soltanto attraverso la cheirofania, la
sua mano che dall'alto si indirizza, quasi a toccarli, verso Adamo ed
Eva. I quali, a differenza degli altri i personaggi, sono raffigurati
nudi in tutte le scene che li riguardano, dalla nascita di Eva da una
costola di Adamo fino al dialogo di lei con il serpente e al frutto
proibito mangiato da entrambi. In tre nicchie, poi, ecco gli affreschi
delle tre triarchie: san Pietro con sant'Andrea e san Giovanni, la
Madonna con il bambino in mezzo a due donne adoranti, e infine i tre
Arcangeli, con san Michele al centro che benedice alla maniera greca,
tenendo una palma nella mano sinistra.
La cripta, giova ribadirlo, è
stupenda. E gli affreschi sono tutti degni della massima ammirazione.
Però, secondo Valentino Pace, docente di Storia dell'Arte medioevale
all'Università di Udine ed esperto di arte medioevale nell'Italia
meridionale, ce n'è uno che è più bello, o almeno più significativo, di
tutti gli altri, ed è la Madonna con Bambino. Che in realtà è una
Vergine regina — e infatti è affiancata da due sante inginocchiate —, la
cui figura aristocratica e longilinea le conferisce un aspetto
imperiale che non ha nulla da invidiare a quello della celebre
imperatrice Teodora, che si trova nella basilica di San Vitale a
Ravenna. È il «tema della regalità della Vergine» a fare la differenza.
Un tema, sostiene Pace, «che nell'Italia meridionale era stato proposto
per la prima volta tra l'826 e l'842 nel ciclo pittorico dell'abbazia di
San Vincenzo al Volturno» (vicino a Isernia, in Molise). In più, in
questa Vergine regina — chiamata anche la Basilissa, alla maniera
bizantina — si può notare ancora meglio il conflitto tra i due mondi,
anche artistici, in cui si era scisso l'Impero, quello latino
occidentale e quello greco orientale. La Basilissa di Matera, per
esempio, non ha quella che Ferdinando Bologna definì «la fissità
iconica, sempre troppo astratta e capziosa, dell'arte di Bisanzio». E
questo anche perché nella parte occidentale i Longobardi della
«Langobardia minor», come loro chiamavano l'Italia meridionale,
guardavano al modello religioso benedettino — fondato su lavoro e
preghiera —, che era ben diverso da quello ascetico ed eremitico dei
monaci bizantini.
E poi c'era la politica. I Longobardi
fronteggiavano e contendevano ai Bizantini e ai Saraceni l'egemonia
sugli stessi territori e Matera da questo punto di vista, come ha ben
spiegato Rosalba Demetrio nel suo Matera, forma et imago urbis (edito
sempre da Barile), si trovava in una sorta di terra di mezzo, con la
contemporanea presenza dell'autorità greca e di quella longobarda, la
coesistenza del diritto romano-bizantino e di quello longobardo, oltre
al temporaneo assoggettamento — a metà del IX secolo — all'Emirato di
Bari, da dove i Saraceni riuscivano spesso a sfruttare a proprio
vantaggio i contrasti fra Longobardi e Bizantini. Poi arrivarono i
Normanni e anche Matera fu definitivamente «latinizzata». Ma la
«contiguità» tra culture che caratterizzò quei secoli non si dissolse e
insieme con la Cripta del peccato originale ci ha lasciato altre cento
bellissime chiese rupestri. Con i Sassi — dei quali non c'è bisogno di
dire nulla, se non che vanno salvati dallo sciagurato progetto di
«incorniciarli» tra una ventina di gigantesche pale eoliche —, questa
terra di mezzo oggi può ben ambire a diventare, nel 2019, capitale
europea della cultura.
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