domenica 29 aprile 2012

Dopo la blogger siriana lesbica arriva il dissidente cinese cieco. Presto la questione della vivisezione dei beagle in Iran


Nuova ondata mediatica contro la RPC. Partito americano, dirittumanisti ed ex maoisti uniti nella lotta [SGA].

Rifugiato nell’ambasciata Usa, arrestato l’amico Hu che lo ha aiutato
Washington tace e aspetta l’arrivo in Cina giovedì di Hillary Clinton

Tensione tra Pechino e l’America per la fuga del dissidente cieco
Il dissidente cieco Chen pare proprio si sia rifugiato nell’ambasciata Usa a Pechino ma Washington tace e attende il vertice con Hillary Clinton giovedì. Retate di dissidenti tra cui Hu Jia per un’intervista alla Bbc

di Martino Mazzonis l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni

Non ci sono conferme né smentite ufficiali ma restano pochi dubbi sul fatto che Chen Guangcheng, l'avvocato dissidente cieco, abbia trovato rifugio presso l’ambasciata Usa a Pechino. Così assicura ChinaAid, un gruppo pro diritti umani con sede in Texas. Sarebbe stato picchiato di recente, nonostante Chen oltre sia non vedente a causua di una malattia ereditaria che lo menoma fortemente. Non solo. Si viene a sapere che Hu Jia uno dei dissidenti cinesi più importantiè stato convocato ieri dalla polizia di Pechino dopo aver dichiarato alla Bbc di aver incontrato Chen Guangcheng «nelle ultime 72 ore» e di ritenere che si trovi nell'ambasciata americana. L’allarme viene da un messaggio su Twitter della moglie di Hu, Zeng Jinyan.

TUTTI COINVOLTI NELLA FUGA
La fuga dell'avvocato autodidatta che denunciò le sterilizzazioni e gli aborti forzati nello Shandong, la provincia dove vive, era programmata da tempo e arriva come un fulmine sui rapporti sino-americani. Giovedì prossimo infatti una delegazione composta da Hillary Clinton e dal Segretario al Tesoro Timothy Geithner giungerà a Pechino per un vertice bilaterale. La fuga di Chen diventa ora un test su come prendono forma le relazioni tra i due più importanti Paesi del mondo.
Pechino sembra furuibonda. Il fatto che un dissidente cieco sia in grado di eludere la sorveglianza e percorrere più di 500 chilometri senza che nessuno se ne sia accorto è segnale che la sicurezza interna non funziona come dovrebbe. Parenti e sostenitori di Chen sono stati prelevati nelle loro case, interrogati, molti di loro sono agli arresti. Si ha notizia del fratello maggiore del dissidente Chen Kegui e di suo figlio Chen Guangfu, il cui arresto deve essere stato concitato e violento. In una telefonata registrata da una blogger cinese residente all'estero si sente il nipote raccontare dell'ingresso del capo villaggio Zhang Jian in casa per prelevare suo padre. Il ragazzo ha difeso se stesso e la madre dalle guardie con un coltello. Più tardi è stato arrestato anche lui. Così come un cugino e suo figlio, prelevati dalla loro casa, stessa sorte toccata agli attivisti per i diritti umani He Peirong e Gao Yushan. Sembra di capire che tutti abbiano una parte nel piano di fuga.
La situazione è complicata per la rilevanza internazionale del caso e per la quantità di questioni aperte tra Cina e Stati Uniti. Nelle ultime settimane Pechino e Washington hanno molto discusso di Siria, Iran e Corea del Nord, crisi aperte sulle quali la Cina ha una parola importante da dire. Non solo per il diritto di veto in Consiglio di sicurezza Onu ma per i legami economici e politici che mantiene con tutti questi Paesi. Su ciascun fronte la posizione cinese è sembrata meno rigida che nel recente passato e il vertice di giovedì è dunque un passaggio importante. Più complicata ancora la partita economica, ma su questa l’interesse a negoziare è più pressante: la crisi colpisce tutti, anche Pechino.
Per tutte queste ragioni non si levano voci ufficiali sulla fuga. L'obbiettivo deve essere quello di trovare una soluzione che non lasci ferite aperte. Obama no può certo consegnare Chen alle autorità, mentre Pechino sa di avere per le mani un brutto problema. Chen ha scontato la sua pena in carcere ma dal 2010 viene tenuto in custodia in casa, «detenzione morbida», la chiamano. Nessuno riesce ad avvicinarlo. Ci sono guardie e agenti in borghese attorno alla sua casa e violenze su di lui e sulla famiglia, come ha denunciato lo stesso Chen in un video postato su internet poco dopo la fuga. La denuncia è un appello al premier Wen Jiabao, la faccia sorridente di Pechino: «Chi è che ci perseguita si chiede Chen nel video Chen Le autorità locali o sono ordini dall'alto? E se non è Pechino a decidere, allora si apra un'inchiesta sui funzionari della provincia». Il dissidente prova così a mettere pressione sulle autorità. Come ha detto al telefono Hu Jia, presente al momento della registrazione del video, la scelta di fuggire adesso è dettata da un ragionamento. Chen «crede che questo sia un periodo di grandi cambiamenti, mi ha detto di non voler chiedere asilo politico, ma continuare a battersi qui in Cina». Moglie e figlio, però rimarrebbero alla mercé delle autorità.
A ottobre si rinnovano i vertici e l’establishment cinese è ancora scosso per la defenestrazione di Bo Xilai. Diverse voci interne hanno spiegato che la caduta di Bo ha aperto spazi per l’avvio di un dibattito su riforme costituzionali. Wen sembra intenzionato a premere sull’acceleratore. La fuga e l’appello sono quindi un tentativo di inserirsi nel dibattito politico: nel video Chen parla di funzionari che ignorano la legge e fa i nomi.
Il fatto che Chen non sembri intenzionato chiedere asilo è un bene per le relazioni sino-americane. Washington e Pechino potranno provare a contrattare una via di uscita, che dovrà necessariamente implicare un allentamento della pressione sulla famiglia Chen. L’agenda di Clinton, già fitta, dovrà trovare spazio anche per il dissidente cieco.



La Cina di oggi e lo spettro di Mao
La scrittrice Jung Chang: c’è più libertà economica, ma la repressione continua

di Andrea Valdambrini  il Fatto 29.4.12  da Segnalazioni


Londra. La Cina è cambiata dai tempi di Mao. Ma il ricordo del terrore di quegli anni, assieme alla paura che il Grande Timoniere possa proiettare ancora un’ombra sinistra sulla Cina di oggi, rimangono vive nella memoria. E permettono di capire meglio anche gli sviluppi più recenti della politica a Pechino. Il dissidente cieco Chen Guangcheng, è appena sfuggito agli arresti domiciliari ed è ora a Pechino protetto dagli americani. Non s’è ancora spenta l’eco dell’estromissione dal potere di Bo Xilai, già influente membro del Politburo. “Un neo-maoista e un corrotto. Bene sia stato deposto”, dice la scrittrice Jung Chang, incontrata al Royal Festival Hall di Londra. “Un tale revival del Grande Timoniere non sarebbe stato possibile solo pochi anni fa. Ma dopo le Olimpiadi il clima è cambiato”.
MAO lei lo conosceva bene. Chang è andata via dal Sichuan nel lontano ’78, con un biglietto di sola andata destinazione Oxford. In Gran Bretagna, il Paese che da allora le ha dato asilo, ha scritto “Cigni selvaggi”, la storia della sua famiglia attraverso i racconti della nonna e della madre, che compone gli estremi di un viaggio che spazia dalla Lunga Marcia fino a Tienammen. Pubblicato ormai 21 anni fa e poi tradotto in più di 30 lingue, l’autobiografia di Chang è stato un enorme successo (10 milioni di copie vendute nel mondo), ma rimane al bando nel suo Paese.
“Avete visto cosa è successo quando è morto Kim Il Sung, in Corea? Avete visto la gente piangere davvero? I coreani si contorcevano, ma non era vero cordoglio. Così è stato per Mao”. Le chiediamo se c’è una relazione tra quegli anni terribili e oggi. “La Cina di oggi è molto diversa”, afferma cautamente la scrittrice. “Le condizioni economiche sono molto migliorate, progressi ne sono stati fatti”. Negli anni ’50 il leader comunista si trovò a fronteggiare una carestia che portò alla morte di circa 40 milioni di cinesi. Gli storici hanno sottolineato più tardi le responsabilità del Grande Timoniere nel gestire la situazione. La stessa Chang, coautrice nel 2005 con il marito, lo storico britannico Jon Hallyday, della monumentale biografia “Mao, the Unknown Story” (Mao, la storia sconosciuta) ha puntato il dito contro le responsabilità dell’allora presidente cinese, che avrebbe persino favorito il sorgere e lo svilupparsi della carestia. “Era un autocrate, voleva che tutti gli altri fossero spogliati di tutto quello che possedevano”. Per governare usava non solo il terrore messo in atto durante la Rivoluzione Culturale (“incitava alla violenza ovunque. Ricordo un insegnante di inglese picchiato dai suoi stessi studenti solo per essere un insegnante di inglese”), ma è arrivato ad affamare volontariamente il suo popolo.
Progressi a parte, quando si viene alla libertà di espressione, Chang stavolta replica laconica: “Non ho fiducia nel futuro”. L’ombra di Mao sarà pure dissolta, ma il dispotismo incarnato dal Grande Timoniere ha preso dopo di lui forme solo diversamente distruttive.





Padri e madri sono angosciati dalle over-25 emancipate es ingle Appuntamento al parco, appendono un foglietto e aspettano

di Ilaria Maria Sala La Stampa 29.4.12

di Liu Xiaobo Repubblica 29.4.12


Il piccolo uomo che smascherò la "filosofia dei porci"

di Renata Pisu  Repubblica 29.4.12 da Segnalazioni


E’ capitato in Cina, nel Paese che nel 2020 dovrà diventare la massima potenza economica mondiale. Un uomo, Liu Xiaobo, è stato condannato a undici anni di carcere duro per aver chiesto al governo alcune riforme democratiche in un documento noto come Charta 08, ispirato alla Charta 77 di Praga. Ancora oggi in Cina parlare di diritti umani equivale a una «istigazione alla sovversione». Così è capitato che Liu Xiaobo, il più in vista tra i firmatari del documento di Pechino, fosse sbattuto in prigione, per un anno in attesa di processo e poi sottoposto a un processo farsa. Ma è capitato anche che gli fosse conferito, nel 2010, il Premio Nobel per la Pace e l´immagine della sua sedia vuota alla cerimonia di Oslo è memento di una vergogna e di una sconfitta, a ben pensarci non soltanto cinese. Quando ha saputo del premio, Liu ha voluto dedicarlo alle anime dei defunti di Tiananmen - c´era anche lui in piazza nel giugno del 1989 - dove capitò qualcosa che, stando alla versione ufficiale, non capitò perché «non vi fu repressione, non vi furono morti». Anche allora Liu fu arrestato, venne poi rilasciato e arrestato di nuovo.
Nelle pagine inedite che qui presentiamo, e ora pubblicate in America (June Fourth Elegies, per Graywolf), si rincorrono pensieri e poesie di questo intellettuale che non ha mai negato i progressi compiuti dal suo Paese ma che non intende rinunciare alla facoltà di critica. E soprattutto denuncia il sommo delitto, quello della cancellazione della memoria, per cui nessuno dei governanti si è mai sognato di dire ai governati «mi dispiace». Di che dovrebbero dispiacersi se non è successo niente? E allora Liu, in questi scritti che celebrano il primo decennale del massacro del 4 giugno trascorso con la moglie Liu Xia (oggi agli arresti domiciliari. Ma perché?) in casa della professoressa Ding Zilin il cui figlio diciassettenne da Tiananmen non fece mai ritorno, trova conforto soltanto in una bestemmia, ta madi, «tua madre», che per strano che possa sembrare suona assai foneticamente simile alla nostra bestemmia nazionale. Ai governanti Liu dice «figli di puttana». Può dire di peggio? Certo, chiamarli porci. Lo ha fatto in un saggio intitolato La filosofia del porco dove spiega che quando si pone al centro lo sviluppo dell´economia che può avvenire soltanto nella stabilità, e si nega qualsiasi sussulto e perciò l´esistenza stessa della storia e della memoria, i porci si addormentano, grati che i loro bisogni primari, mangiare e copulare, siano garantiti. Scrive Liu che questa filosofia domina oggi in Cina, un paese dove «tutti hanno il coraggio di sfidare senza vergogna la morale ma nessuno ha il coraggio di sfidare la realtà senza vergogna».
Il compianto Vaclav Havel, la cui Charta del 1977 ha ispirato Liu Xiaobo, ha scritto: «Caro professore, sono convinto che se l´opinione pubblica del mondo intero continuerà a interessarsi alla vostra sorte, il governo cinese sarà costretto a liberare voi e tutti gli altri prigionieri politici». Ma se non capitano fatti che non potranno più essere negati, Liu Xiaobo dovrà aspettare. Infatti uscirà di prigione a sessantacinque anni, nel 2020, quando è assai probabile che la Cina avrà conquistato lo scettro di prima potenza economica mondiale, purché continui a praticare la filosofia del porco.


Iran, la democrazia non può attendere
Incontro con Sahar Delijani, torinese d’adozione che nel romanzo d’esordio (il più conteso alla Fiera di Londra) racconta il dramma del suo Paese sotto il regime dei mullah
di Tonia Mastrobuoni 

La Stampa 29.4.12

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