Nuova ondata mediatica contro la RPC. Partito americano, dirittumanisti ed ex maoisti uniti nella lotta [SGA].
Rifugiato nell’ambasciata Usa, arrestato l’amico Hu che lo ha aiutato
Washington tace e aspetta l’arrivo in Cina giovedì di Hillary Clinton
Tensione tra Pechino e l’America per la fuga del dissidente cieco
Il
dissidente cieco Chen pare proprio si sia rifugiato nell’ambasciata Usa
a Pechino ma Washington tace e attende il vertice con Hillary Clinton
giovedì. Retate di dissidenti tra cui Hu Jia per un’intervista alla Bbc
di Martino Mazzonis l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni
Non ci sono conferme né smentite ufficiali ma restano pochi dubbi sul
fatto che Chen Guangcheng, l'avvocato dissidente cieco, abbia trovato
rifugio presso l’ambasciata Usa a Pechino. Così assicura ChinaAid, un
gruppo pro diritti umani con sede in Texas. Sarebbe stato picchiato di
recente, nonostante Chen oltre sia non vedente a causua di una malattia
ereditaria che lo menoma fortemente. Non solo. Si viene a sapere che Hu
Jia uno dei dissidenti cinesi più importantiè stato convocato ieri dalla
polizia di Pechino dopo aver dichiarato alla Bbc di aver incontrato
Chen Guangcheng «nelle ultime 72 ore» e di ritenere che si trovi
nell'ambasciata americana. L’allarme viene da un messaggio su Twitter
della moglie di Hu, Zeng Jinyan.
TUTTI COINVOLTI NELLA FUGA
La fuga dell'avvocato autodidatta che denunciò le sterilizzazioni e gli
aborti forzati nello Shandong, la provincia dove vive, era programmata
da tempo e arriva come un fulmine sui rapporti sino-americani. Giovedì
prossimo infatti una delegazione composta da Hillary Clinton e dal
Segretario al Tesoro Timothy Geithner giungerà a Pechino per un vertice
bilaterale. La fuga di Chen diventa ora un test su come prendono forma
le relazioni tra i due più importanti Paesi del mondo.
Pechino sembra furuibonda. Il fatto che un dissidente cieco sia in grado
di eludere la sorveglianza e percorrere più di 500 chilometri senza che
nessuno se ne sia accorto è segnale che la sicurezza interna non
funziona come dovrebbe. Parenti e sostenitori di Chen sono stati
prelevati nelle loro case, interrogati, molti di loro sono agli arresti.
Si ha notizia del fratello maggiore del dissidente Chen Kegui e di suo
figlio Chen Guangfu, il cui arresto deve essere stato concitato e
violento. In una telefonata registrata da una blogger cinese residente
all'estero si sente il nipote raccontare dell'ingresso del capo
villaggio Zhang Jian in casa per prelevare suo padre. Il ragazzo ha
difeso se stesso e la madre dalle guardie con un coltello. Più tardi è
stato arrestato anche lui. Così come un cugino e suo figlio, prelevati
dalla loro casa, stessa sorte toccata agli attivisti per i diritti umani
He Peirong e Gao Yushan. Sembra di capire che tutti abbiano una parte
nel piano di fuga.
La situazione è complicata per la rilevanza internazionale del caso e
per la quantità di questioni aperte tra Cina e Stati Uniti. Nelle ultime
settimane Pechino e Washington hanno molto discusso di Siria, Iran e
Corea del Nord, crisi aperte sulle quali la Cina ha una parola
importante da dire. Non solo per il diritto di veto in Consiglio di
sicurezza Onu ma per i legami economici e politici che mantiene con
tutti questi Paesi. Su ciascun fronte la posizione cinese è sembrata
meno rigida che nel recente passato e il vertice di giovedì è dunque un
passaggio importante. Più complicata ancora la partita economica, ma su
questa l’interesse a negoziare è più pressante: la crisi colpisce tutti,
anche Pechino.
Per tutte queste ragioni non si levano voci ufficiali sulla fuga.
L'obbiettivo deve essere quello di trovare una soluzione che non lasci
ferite aperte. Obama no può certo consegnare Chen alle autorità, mentre
Pechino sa di avere per le mani un brutto problema. Chen ha scontato la
sua pena in carcere ma dal 2010 viene tenuto in custodia in casa,
«detenzione morbida», la chiamano. Nessuno riesce ad avvicinarlo. Ci
sono guardie e agenti in borghese attorno alla sua casa e violenze su di
lui e sulla famiglia, come ha denunciato lo stesso Chen in un video
postato su internet poco dopo la fuga. La denuncia è un appello al
premier Wen Jiabao, la faccia sorridente di Pechino: «Chi è che ci
perseguita si chiede Chen nel video Chen Le autorità locali o sono
ordini dall'alto? E se non è Pechino a decidere, allora si apra
un'inchiesta sui funzionari della provincia». Il dissidente prova così a
mettere pressione sulle autorità. Come ha detto al telefono Hu Jia,
presente al momento della registrazione del video, la scelta di fuggire
adesso è dettata da un ragionamento. Chen «crede che questo sia un
periodo di grandi cambiamenti, mi ha detto di non voler chiedere asilo
politico, ma continuare a battersi qui in Cina». Moglie e figlio, però
rimarrebbero alla mercé delle autorità.
A ottobre si rinnovano i vertici e l’establishment cinese è ancora
scosso per la defenestrazione di Bo Xilai. Diverse voci interne hanno
spiegato che la caduta di Bo ha aperto spazi per l’avvio di un dibattito
su riforme costituzionali. Wen sembra intenzionato a premere
sull’acceleratore. La fuga e l’appello sono quindi un tentativo di
inserirsi nel dibattito politico: nel video Chen parla di funzionari che
ignorano la legge e fa i nomi.
Il fatto che Chen non sembri intenzionato chiedere asilo è un bene per
le relazioni sino-americane. Washington e Pechino potranno provare a
contrattare una via di uscita, che dovrà necessariamente implicare un
allentamento della pressione sulla famiglia Chen. L’agenda di Clinton,
già fitta, dovrà trovare spazio anche per il dissidente cieco.
La Cina di oggi e lo spettro di Mao
La scrittrice Jung Chang: c’è più libertà economica, ma la repressione continua
di Andrea Valdambrini
il Fatto 29.4.12 da Segnalazioni
Londra. La Cina è cambiata dai tempi di Mao. Ma il ricordo del terrore
di quegli anni, assieme alla paura che il Grande Timoniere possa
proiettare ancora un’ombra sinistra sulla Cina di oggi, rimangono vive
nella memoria. E permettono di capire meglio anche gli sviluppi più
recenti della politica a Pechino. Il dissidente cieco Chen Guangcheng, è
appena sfuggito agli arresti domiciliari ed è ora a Pechino protetto
dagli americani. Non s’è ancora spenta l’eco dell’estromissione dal
potere di Bo Xilai, già influente membro del Politburo. “Un neo-maoista e
un corrotto. Bene sia stato deposto”, dice la scrittrice Jung Chang,
incontrata al Royal Festival Hall di Londra. “Un tale revival del Grande
Timoniere non sarebbe stato possibile solo pochi anni fa. Ma dopo le
Olimpiadi il clima è cambiato”.
MAO lei lo conosceva bene. Chang è andata via dal Sichuan nel lontano
’78, con un biglietto di sola andata destinazione Oxford. In Gran
Bretagna, il Paese che da allora le ha dato asilo, ha scritto “Cigni
selvaggi”, la storia della sua famiglia attraverso i racconti della
nonna e della madre, che compone gli estremi di un viaggio che spazia
dalla Lunga Marcia fino a Tienammen. Pubblicato ormai 21 anni fa e poi
tradotto in più di 30 lingue, l’autobiografia di Chang è stato un enorme
successo (10 milioni di copie vendute nel mondo), ma rimane al bando
nel suo Paese.
“Avete visto cosa è successo quando è morto Kim Il Sung, in Corea? Avete
visto la gente piangere davvero? I coreani si contorcevano, ma non era
vero cordoglio. Così è stato per Mao”. Le chiediamo se c’è una relazione
tra quegli anni terribili e oggi. “La Cina di oggi è molto diversa”,
afferma cautamente la scrittrice. “Le condizioni economiche sono molto
migliorate, progressi ne sono stati fatti”. Negli anni ’50 il leader
comunista si trovò a fronteggiare una carestia che portò alla morte di
circa 40 milioni di cinesi. Gli storici hanno sottolineato più tardi le
responsabilità del Grande Timoniere nel gestire la situazione. La stessa
Chang, coautrice nel 2005 con il marito, lo storico britannico Jon
Hallyday, della monumentale biografia “Mao, the Unknown Story” (Mao, la
storia sconosciuta) ha puntato il dito contro le responsabilità
dell’allora presidente cinese, che avrebbe persino favorito il sorgere e
lo svilupparsi della carestia. “Era un autocrate, voleva che tutti gli
altri fossero spogliati di tutto quello che possedevano”. Per governare
usava non solo il terrore messo in atto durante la Rivoluzione Culturale
(“incitava alla violenza ovunque. Ricordo un insegnante di inglese
picchiato dai suoi stessi studenti solo per essere un insegnante di
inglese”), ma è arrivato ad affamare volontariamente il suo popolo.
Progressi a parte, quando si viene alla libertà di espressione, Chang
stavolta replica laconica: “Non ho fiducia nel futuro”. L’ombra di Mao
sarà pure dissolta, ma il dispotismo incarnato dal Grande Timoniere ha
preso dopo di lui forme solo diversamente distruttive.
Padri e madri sono angosciati dalle over-25 emancipate es ingle Appuntamento al parco, appendono un foglietto e aspettano
di Ilaria Maria Sala La Stampa 29.4.12
di Liu Xiaobo Repubblica 29.4.12
Il piccolo uomo che smascherò la "filosofia dei porci"
di Renata Pisu
Repubblica 29.4.12 da Segnalazioni
E’ capitato in Cina, nel Paese che nel 2020 dovrà diventare la massima
potenza economica mondiale. Un uomo, Liu Xiaobo, è stato condannato a
undici anni di carcere duro per aver chiesto al governo alcune riforme
democratiche in un documento noto come Charta 08, ispirato alla Charta
77 di Praga. Ancora oggi in Cina parlare di diritti umani equivale a una
«istigazione alla sovversione». Così è capitato che Liu Xiaobo, il più
in vista tra i firmatari del documento di Pechino, fosse sbattuto in
prigione, per un anno in attesa di processo e poi sottoposto a un
processo farsa. Ma è capitato anche che gli fosse conferito, nel 2010,
il Premio Nobel per la Pace e l´immagine della sua sedia vuota alla
cerimonia di Oslo è memento di una vergogna e di una sconfitta, a ben
pensarci non soltanto cinese. Quando ha saputo del premio, Liu ha voluto
dedicarlo alle anime dei defunti di Tiananmen - c´era anche lui in
piazza nel giugno del 1989 - dove capitò qualcosa che, stando alla
versione ufficiale, non capitò perché «non vi fu repressione, non vi
furono morti». Anche allora Liu fu arrestato, venne poi rilasciato e
arrestato di nuovo.
Nelle pagine inedite che qui presentiamo, e ora pubblicate in America
(June Fourth Elegies, per Graywolf), si rincorrono pensieri e poesie di
questo intellettuale che non ha mai negato i progressi compiuti dal suo
Paese ma che non intende rinunciare alla facoltà di critica. E
soprattutto denuncia il sommo delitto, quello della cancellazione della
memoria, per cui nessuno dei governanti si è mai sognato di dire ai
governati «mi dispiace». Di che dovrebbero dispiacersi se non è successo
niente? E allora Liu, in questi scritti che celebrano il primo
decennale del massacro del 4 giugno trascorso con la moglie Liu Xia
(oggi agli arresti domiciliari. Ma perché?) in casa della professoressa
Ding Zilin il cui figlio diciassettenne da Tiananmen non fece mai
ritorno, trova conforto soltanto in una bestemmia, ta madi, «tua madre»,
che per strano che possa sembrare suona assai foneticamente simile alla
nostra bestemmia nazionale. Ai governanti Liu dice «figli di puttana».
Può dire di peggio? Certo, chiamarli porci. Lo ha fatto in un saggio
intitolato La filosofia del porco dove spiega che quando si pone al
centro lo sviluppo dell´economia che può avvenire soltanto nella
stabilità, e si nega qualsiasi sussulto e perciò l´esistenza stessa
della storia e della memoria, i porci si addormentano, grati che i loro
bisogni primari, mangiare e copulare, siano garantiti. Scrive Liu che
questa filosofia domina oggi in Cina, un paese dove «tutti hanno il
coraggio di sfidare senza vergogna la morale ma nessuno ha il coraggio
di sfidare la realtà senza vergogna».
Il compianto Vaclav Havel, la cui Charta del 1977 ha ispirato Liu
Xiaobo, ha scritto: «Caro professore, sono convinto che se l´opinione
pubblica del mondo intero continuerà a interessarsi alla vostra sorte,
il governo cinese sarà costretto a liberare voi e tutti gli altri
prigionieri politici». Ma se non capitano fatti che non potranno più
essere negati, Liu Xiaobo dovrà aspettare. Infatti uscirà di prigione a
sessantacinque anni, nel 2020, quando è assai probabile che la Cina avrà
conquistato lo scettro di prima potenza economica mondiale, purché
continui a praticare la filosofia del porco.
Iran, la democrazia non può attendere
Incontro
con Sahar Delijani, torinese d’adozione che nel romanzo d’esordio (il
più conteso alla Fiera di Londra) racconta il dramma del suo Paese sotto
il regime dei mullah
di Tonia Mastrobuoni
La Stampa 29.4.12
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