Vacca dice cose sensate. Poi ci si accorge che sta parlando del PD, e allora... [SGA].
Il senso dei partiti
Elezione diretta e leaderismo generano partiti senza senso
I
principi della «Economia dei sistemi politici» invalsi negli anni
Novanta non aiutano quando una crisi di sistema impone domande più
radicali Chi ricostruirà lo Stato senza organizzazioni dotate di una propria visione?
di Giuseppe Vacca
l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni
L a cosiddetta antipolitica affonda le radici in una mentalità antica e
molto radicata in Italia che si riassume in un pregiudizio di sfavore
verso i partiti. Una diffidenza o una ostilità di principio non verso
questo o quel partito, ma contro il concetto stesso del partito
politico.
Nel passaggio da un assetto del sistema politico a un altro, conviene
preoccuparsi non solo del discredito dei partiti attuali, ma anche delle
visioni della politica che alimentano una nozione opportunistica dei
partiti.
Fra il 1999 e il 2003 sono stato segretario regionale dei Ds in Puglia.
Fra le ragioni che mi avevano mosso c’era il desiderio di osservare da
vicino quali mutamenti del senso civico avessimo contribuito a generare
con l’insieme delle nuove leggi elettorali (comunale, provinciale,
regionale e nazionale) varate fra il 1993 e il 1994. Così sperimentai
non solo che esse costituivano il principale incentivo alla
«personalizzazione» della politica, ma anche che avevano contribuito a
peggiorare radicalmente la percezione dei partiti. L’idea che un
candidato estratto dalla «società civile» fosse più affidabile e più
capace di un candidato espresso dal professionismo politico era ormai
generalmente condivisa. Nel linguaggio degli hommes novi solo raramente
si nominavano i partiti. Era molto più frequente sentir parlare di
«contenitori», buoni o meno buoni secondo le possibilità di «candidarsi»
(non di essere candidati) e di essere eletti. E candidarsi significava
avere uno stock di voti da portare al «contenitore» prescelto grazie
alle risorse personali (denaro, influenza professionale, visibilità
mediatica...) spendibili per conquistare una posizione nelle istituzioni
che le moltiplicasse. Presso gli elettori il mutamento si esprimeva
nell’unica domanda schietta che rivolgevano ai candidati: «Se ti do il
voto tu che mi dai»?
Questi comportamenti non erano nati con la «Seconda Repubblica», ma
erano piuttosto l’ultimo approdo di una concezione della politica
riflessa in una «scienza sociale» che porta il nome di «economia dei
sistemi politici». Essa racconta che il partito politico si caratterizza
per tre funzioni: raccogliere la domanda dei cittadini e trasmetterla
alle istituzioni; consentire a chi ne ha la vocazione o l’interesse di
intraprendere una carriera politica; selezionare la «classe di governo» e
definirne la missione, vale a dire la capacità tecnica di perseguire
l’equilibrio fra i gruppi sociali, gli aggregati territoriali, le
organizzazioni d’interesse, i diversi valori propugnati dai singoli o
dai corpi intermedi.
A datare dalla conquista del suffragio universale e dalla nascita dei
partiti di massa quella «scienza politica» ha elaborato idee e concetti
utili a classificare il funzionamento delle democrazie occidentali.
Credo che lo schema citato descriva con efficacia i comportamenti e le
relazioni fra eletti ed elettori, partiti e istituzioni negli stati
sociali europei della seconda metà del Novecento. Ma che succede quando
l’insieme di condizioni e di equilibri che avevano caratterizzato la
relativa autonomia delle economie nazionali e l’affermazione dello Stato
sociale si incrina o viene meno? Quando mutano i vincoli internazionali
dell’economia e dello Stato? Che accade quando, per il fallimento delle
classi dirigenti nell’adeguare la politica e l’economia del Paese alle
nuove condizionalità della competizione internazionale (o
dell’integrazione sovranazionale), crolla, com’è accaduto in Italia,
l’impianto dell’intero sistema dei partiti?
In queste situazioni la concezione del partito proposta dalla «scienza
politica» rivela i suoi limiti. Scomparsi i vecchi partiti, si pone il
compito di costruirne dei nuovi e non è sufficiente preoccuparsi solo
della loro efficacia nell’organizzare lo scambio fra la domanda e
l’offerta di beni a servizi. Ricompare il problema della giustificazione
storica della loro esistenza, delle motivazioni etiche e delle visioni
generali del mondo di chi li fonda e di chi li segue, delle «grandi
narrazioni» che motivano la partecipazione e trascendono l’orizzonte
della carriera politica. Rinasce la domanda su come si formano le
«volontà collettive» che mutano i rapporti di forza, ritorna
l’interrogativo su quali siano le filosofie dotate di un’etica conforme,
si ripropone il problema germinale della democrazia moderna, il
problema della «connessione sentimentale» fra dirigenti e diretti,
intellettuali e popolo. In altre parole, non si può più ignorare che i
partiti nascono e si affermano in misura che esprimano un proprio punto
di vista sul destino delle nazioni e siano in grado di formulare
prospettive efficaci sulla dinamica delle relazioni fra la vita
nazionale e quella internazionale.
Il problema italiano è questo. Lo era già alla fine della «Prima
Repubblica» e lo è ancor più oggi che la «Seconda Repubblica» sembra
ripiegare le vele. Tranne i Dulcamara dei «partiti personali», tutti
sembrano convenire che non c’è democrazia senza partiti. Ma se il
partito politico è quello che ci raccontano molti scienziati politici,
chi mai rimetterà in piedi lo Stato e la nazione ch’esso presuppone? La
sfida che abbiamo di fronte è più ardua. Il Pd, che mi pare il più
propenso a raccoglierla, pone come suo fondamento programmatico la
Costituzione. Non è una ovvietà. Come ha ricordato da ultimo Ernesto
Galli Della Loggia, la Costituzione italiana è un grande progetto
fondato su princìpi filosofici lungamente elaborati dalle culture
democratiche dell’Europa contemporanea: la centralità della persona, il
lavoro come fondamento morale della soggettività, il ripudio
dell’equazione fra la politica e la guerra, la pari dignità dei generi,
una nuova laicità, la solidarietà, la sussidiarietà, ecc. La sfida va
oltre la fisiologia dello «scambio politico» e comprende la
ricostruzione di un profilo fondamentale della nazione, quello della sua
dignità.
Ma se la costruzione d’un nuovo sistema di partiti incrocia il tema
della ricostruzione nazionale, conviene forse ricordare che il problema
non risolto in Italia riguarda innanzi tutto la destra. Utilizzando un
lessico forse inadeguato ma perspicuo, è dalla fine dell’età liberale
che la borghesia italiana non riesce a creare un partito moderato di
rango europeo e anche oggi la sua mancanza impedisce il riconoscimento
reciproco della legittimazione a governare, cioè il raggiungimento d’una
«democrazia compiuta». I sistemi di partito sono interdipendenti e
dunque c’è un’ovvia simmetria tra le sfide che riguardano i gruppi
sociali e le élite intellettuali a sinistra, a destra e al centro.
Sarebbe quindi una gran cosa se i pensatori liberali s’impegnassero sul
serio nello studio delle condizioni che rendano possibile anche in
Italia la nascita d’un partito di governo della borghesia.
Alleanze variabili e lotte fratricide: è un voto transgenico
Da Parma all'Aquila, fino al laboratorio Puglia Enrico Letta: «Sarà il trionfo dei ballottaggi»
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