domenica 29 aprile 2012
Gittings l'ottimista : la cooperazione come motore del processo storico
John Gittings: The
Glorious Art of Peace. From the Iliad to Iraq, Oxford University Press
Human progress and prosperity depend on a peaceful environment, and most
people have always sought to live in peace, yet our perception of the
past is dominated too often by a narrative that is obsessed with war. In
this ground breaking study, former Guardian journalist John Gittings
demolishes the myth that peace is dull and that war is in our genes, and
opens an alternative window on history to show the strength of the case
for peace which has been argued from ancient times onwards.Beginning
with a new analysis of the treatment of peace in Homer's Iliad, he
explores the powerful arguments against war made by classical Chinese
and Greek thinkers, and by the early Christians. Gittings urges us to
pay more attention to Erasmus on the Art of Peace, and less to
Machiavelli on the Art of War. The significant shift in Shakespeare's
later plays towards a more peace-oriented view is also explored.Gittings
traces the growth of the international movement for peace from the
Enlightenment to the present day, and assesses the inspirational role of
Tolstoy and Gandhi in advocating non-violence. Bringing the story into
the twentieth century, he shows how the League of Nations in spite of
its "failure" led to high hopes for a stronger United Nations, but that
real chances for peace were missed in the early years of the cold war.
And today, as we approach the centenary of the First World War, Gittings
argues that, instead of being obsessed by a new war on terror, we
should be focusing our energies on seeking peaceful solutions to the
challenges of nuclear proliferation, conflict and extremism, poverty and
inequality, and climate change.
La pace igiene del mondo
È falso che la guerra sia il motore del progresso anche se gli storici la privilegiano nei loro studi
di Ennio Caretto Corriere La Lettura 29.4.12 da Segnalazioni
Non è la guerra, ma la pace, l'autentica molla del progresso tecnologico
umano. Lo sostiene lo storico inglese John Gittings, già autore di
importanti lavori sulla Cina, in un libro che sta facendo parecchio
rumore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Editorialista di politica
estera del quotidiano britannico «The Guardian» dal 1983 al 2003, oggi
alla Oxford International Encyclopedia of Peace, Gittings è fautore di
un diverso revisionismo storico, propedeutico a un nuovo, pacifico
ordine globale. Nel saggio The Glorious Art of Peace. From the Iliad to
Iraq («La gloriosa arte della pace. Dall'Iliade all'Iraq», Oxford
University Press), Gittings non contesta solo che la matrice della
scienza e della tecnologia sia soprattutto bellica. Afferma anche che,
rivisitando i millenni della storia, vi si trovano le direttive, più che
mai valide ai nostri giorni, per un mondo in pace, prospero e giusto.
Come è giunto a queste conclusioni?
«Ho sempre creduto che la pace sia la condizione umana ultima e la più
favorevole al progresso. Da giovane, feci parte del movimento
antinucleare e pacifista di Bertrand Russell. Ma con il passare del
tempo mi resi conto che in prevalenza gli storici scrivono di guerre. Se
visitiamo Foyles a Londra, la più grande libreria al mondo, troviamo
280 scaffali di libri sulle guerre, ma meno di uno sulla pace, sebbene
alcuni libri dove si parla anche di pace siano sparsi in altri 40
scaffali».
E in questi libri sulle guerre si sostiene che esse sono all'origine delle maggiori scoperte scientifiche e tecnologiche?
«Di solito sì. È la "teoria del carro", secondo cui l'invenzione del
carro da guerra trasformò l'età del bronzo, come la scoperta
dell'energia nucleare ha trasformato la nostra. Ma se è vero che le
guerre promuovono scoperte, è ancora più vero che la pace ne promuove di
più, e sovente di più importanti. È la "teoria del palo", alla quale
aderisco, secondo cui la pace è il requisito per la crescita culturale
della società».
Perché è chiamata così?
«La dottrina prende il nome dal palo imperniato con contrappeso e
secchio, inventato in Mesopotamia per estrarre acqua dai pozzi, più o
meno contemporaneamente al carro da guerra. Una scoperta che fu decisiva
per l'irrigazione dei campi e lo sviluppo agricolo. Non dimentichiamo
che nei millenni la maggior parte dell'umanità non ha conosciuto guerre.
Purtroppo in prevalenza gli storici tralasciano di raccontarlo».
Per quali ragioni?
«Sostanzialmente per due motivi. Le guerre appaiono più affascinanti
della pace alla maggioranza degli storici: per alcuni di loro anzi, la
pace è soltanto una parentesi tra le guerre. Inoltre la lettura che essi
danno di eventi o movimenti cruciali è almeno in parte errata,
rispecchia una sorte di pregiudizio. Si prenda Charles Darwin. Lo si
considera il teorico della sopravvivenza dei più forti, il cosiddetto
darwinismo sociale. Ma Darwin disse che, progredendo, l'umanità passerà
dalla competizione alla cooperazione».
Lei ritiene errata anche la lettura di Omero, Shakespeare e Tolstoj come
cantori della guerra, per citare qualcuno dei grandi su cui si è
soffermato?
«È una lettura unilaterale. Prendiamo lo storico greco Tucidide. È
giudicato favorevole alla guerra. Ma in lui non mancano gli auspici di
pace. Anche Omero lascia intravedere alternative alla guerra. A un certo
punto i soldati greci abbandonano l'assedio di Troia, equivocando sul
discorso di Agamennone, e soltanto gli dèi riescono a fermarli. Sullo
scudo di Achille sono raffigurate scene agresti e di danza. Lo stesso si
può dire di Shakespeare. In Russia la censura vietò la pubblicazione
dei racconti di guerra di Tolstoj in quanto il romanziere si chiedeva
perché i soldati si uccidano l'un l'altro».
Il pacifismo non è un fenomeno recente?
«No. All'epoca delle guerre in Cina, Confucio sedeva nella casa del tè,
vicino all'ingresso nella città, dando consigli ai governanti su come
ottenere o preservare la pace. Sono molte e autorevoli le voci levatesi
contro la guerra nel corso dei millenni, ma vennero spesso soffocate. Si
dice che la storia sia scritta dai vincitori. Io penso che sia scritta
anche dai belligeranti».
Lei dà particolare rilievo all'insegnamento di Erasmo da Rotterdam, l'apostolo dell'umanesimo cristiano.
«Nel libro contrappongo Erasmo a Machiavelli. Tutti conoscono Il
Principe e Dell'arte della guerra di Machiavelli: per generali e
governanti furono quasi dei manuali, per qualcuno lo sono ancora. Ma
pochi conoscono L'educazione del principe cristiano di Erasmo, che è
quasi un trattato pacifista. Tornando a Foyles: espone più edizioni di
Machiavelli e nessuna copia del libro di Erasmo, che denuncia i costi
delle guerre, proponendo negoziati e mediazioni di pace. Per fortuna
Erasmo influì sull'Illuminismo e sui filosofi a lui successivi».
Lei è convinto che il passato ci fornisca direttive di pace?
«Sì. L'insegnamento di Erasmo è utile. Se approfondissimo i pro e i
contro a lungo termine delle guerre, ne eviteremmo molte. Tipico è il
caso della guerra in Iraq: chi l'avrebbe cominciata, se ne avesse saputo
in anticipo il costo? Idem per i negoziati di pace: va accettato il
principio che per raggiungerla bisogna rinunciare a qualcosa. Un fattore
importante è anche la pubblica opinione, che un tempo non aveva il peso
di oggi. In retrospettiva, il merito della riduzione degli armamenti
nucleari è anche suo».
Questo insegnamento non ci ha però risparmiato due guerre mondiali né la Guerra Fredda.
«Abbiamo perso grandi occasioni di pace perché siamo stati incapaci di
assorbire la lezione della storia. Ci chiediamo ancora perché scoppiò la
Prima guerra mondiale, di cui ricorrerà presto il centenario.
Equivochiamo sugli anni Trenta, che inizialmente furono costruttivi, non
distruttivi. Non ammettiamo che la Guerra Fredda fosse prevenibile. Ci
chiediamo perché non siamo riusciti a creare un nuovo ordine mondiale
negli anni Novanta, dopo il crollo del Muro di Berlino e dell'Urss.
Dobbiamo cambiare».
Non pecca di ottimismo suggerendo nel suo libro che il secolo attuale può essere contraddistinto dalla pace?
«Il XX secolo è stato un secolo di sangue, circa 80 anni di guerre su
100. Abbiamo i mezzi per evitare che lo sia anche il XXI. Non m'illudo
che si risolvano tutti i problemi. Siamo nell'età della globalizzazione e
la situazione è complessa. Le soluzioni devono essere globali. Non si
tratta soltanto di impedire che scoppino guerre, ma anche di ridurre la
povertà e le disuguaglianze, di proteggere l'ambiente. Scienza e
tecnologia non bastano».
Ci vuole una rivoluzione culturale?
«In un certo senso sì, anche se non uso questa espressione. Ci vogliono
meno strumentalizzazioni da parte del potere, meno machismo
intellettuale da parte degli storici, più collaborazione internazionale,
più enfasi nelle scuole e sui media sui dividendi della pace, che
ultimamente ci siamo lasciati sfuggire. Alle tv, quando si discute di
Afghanistan, si invitano solo esperti di guerre, non esperti di pace. È
un errore».
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