domenica 29 aprile 2012

Teoria del totalitarismo e psicopatologia: il paradigma storiografico che piace al quotidiano della borghesia nazionale


Passi per Repubblica, che per definizione è quel che è. Ma non è la prima volta che il Corriere della Sera dà spazio a idiozie di questo tipo. Non è soltanto un cedimento all'infotainment postmoderno. E' anche un segno della profonda crisi ideologica dei ceti dirigenti [SGA].

I cinque disturbi dei dittatori

Fred Coolidge ha analizzato i disordini mentali di Hitler, Saddam e Kim Jong-il. Sadici, narcisisti, privi di empatia, paranoidi e schizoidi. Ora sta lavorando su Mugabe e Castro

di Anna Meldolesi  Corriere La Lettura 29.4.12


Si può ridere dei tiranni? Una risposta arriverà dai botteghini americani a metà maggio, con l'uscita del film The dictator, scritto e interpretato da Sacha Baron Cohen. Questa volta l'attore di Borat è una specie di Gheddafi redivivo che attraversa New York a dorso di dromedario: «Sua Eccellenza, il Colonnello Generale Dottor Aladeen, Presidente democratico a vita, Comandante invincibile e trionfante, Capo oftalmologo, Brillante genio dell'umanità, Eccellente nuotatore anche a farfalla, Amatissimo oppressore e Rude protettore del prezioso e sacrificabile popolo di Wadiya». Troppe personalità? Per la psichiatria i despoti sono ancora un enigma: «Credono di essere degli eroi ma calpestano i diritti degli altri. Come possono essere così immuni all'autocritica senza perdere del tutto i contatti con la realtà?», ci dice lo studioso più in vista, Fred Coolidge dell'Università di Colorado Springs. Le sue ricerche rivelano una confluenza di cinque disordini della personalità. «Sono narcisisti, sadici, privi di empatia (antisociali), paranoidi (ipersensibili alle minacce percepite) e schizoidi (emozionalmente freddi)», spiega alla «Lettura». Ma non sono tutti uguali. Quando nel 1939 Carl Gustav Jung incontra Hitler e Mussolini a Berlino, riporta impressioni opposte sui due alleati. Il tedesco non ha mai riso, è sempre stato di malumore. Sembrava asessuato e inumano, animato da un solo proposito: instaurare il mitologico Terzo Reich. A Jung ispirava paura. Mussolini in confronto gli era sembrato «un uomo originale», dotato di «energia e calore».
Oltre settant'anni dopo cosa abbiamo capito? Probabilmente i servizi segreti occidentali hanno nel cassetto i profili di tutti i leader delle aree calde del mondo, ma si tratta di documenti classificati. Gli studi pubblicati, invece, si contano sulla punta delle dita. Insieme a Dan Segal, Coolidge ha lavorato su Hitler, Saddam Hussein e Kim Jong-il, confrontando la personalità dei tre despoti in Behavioral Sciences of Terrorism and Political Aggression. All'apparenza si tratta di personaggi molto distanti. Il nordcoreano, che è scomparso da poco, si è sempre nascosto dietro una cortina di segretezza, tanto che recentemente il figlio ed erede Kim Jong-un ha destato scalpore mostrandosi in televisione dopo il flop missilistico. L'iracheno, invece, non era un modello di discrezione. Si dice, ad esempio, che sia stato lui a dirigere i ghostwriter che hanno scritto Zabibah and the King, il romanzo rosa-allegorico di cui lo stesso Saddam sarebbe protagonista. Un tiranno freddo e uno caldo? In un certo senso sì, ma le differenze superficiali possono ingannare. L'oppressore di Bagdad e il Caro Leader di Pyongyang erano più simili di quanto si potrebbe immaginare: il tratto più spiccato per entrambi è il sadismo. Hitler no, in lui prevale la dimensione paranoide. Ad accomunare tutti e tre ci sono le tendenze schizofreniche e i pensieri aberranti.
E i dittatori viventi? Coolidge ci rivela che sta lavorando sul più longevo degli africani, l'ottantottenne Robert Mugabe, su sollecitazione di uno studente dello Zimbabwe. «Sono cresciuto a Miami e ho visitato Cuba, so quanto i cubani odino Fidel Castro. Il prossimo sarà lui, seguito dal venezuelano Hugo Chávez». Le domande a cui rispondere sono tante: esistono differenze rilevanti fra dittatori di destra e di sinistra? Peculiarità geografiche? Cos'hanno in comune un rivoluzionario del XX secolo e un «caudillo pop» del XXI? Per provare a rispondere, occorrono collaboratori scientificamente affidabili, vicinissimi ai dittatori, disponibili a lavorare nell'anonimato seguendo le classificazioni del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.
Per la scienza, insomma, la tirannia è un oggetto di studio difficile. La cronaca, invece, è ricca di rivelazioni. Come il premio scientifico sotto gli auspici dell'Unesco, che il padrone della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang vuole intitolarsi a suon di milioni. Mausolei e statue, evidentemente, non bastano più. O come i gusti musicali di Bashar al-Assad che, secondo le rivelazioni del «Guardian», includono «I'm sexy and I know it»: una hit che non sfigurerebbe nel film di Baron Cohen. Purtroppo però il sangue versato in Siria è vero e il tiranno di Damasco non fa ridere. 

La terza ipotesi su Gesù
Da oltre due secoli i filologi passano al setaccio i Vangeli senza risultati condivisi E recenti ricerche presentano il Nazareno come guaritore, filosofo o gay
di Marco Rizzi Corriere La Lettura 29.4.12


Il grande show della storia
Non esiste più la "torre d´avorio" dello studioso
Invece i media hanno portato una sorta di democratizzazione del sapere
di Giovanni De Luna  Repubblica 29.4.12 da Segnalazioni

Dai segreti dei Maya a quelli dei Kennedy, hanno molto successo i programmi con effetti speciali che raccontano il passato

Affari di famiglia" sembra la riedizione del Portobello di Enzo Tortora. «Benvenuti nel negozio più famoso degli Stati Uniti, dove si comprano e si vendono oggetti il cui valore è stabilito dalla storia che raccontano», recita il sito della trasmissione che va in onda su History. Nel negozio della famiglia Harrison si scambia di tutto: armi, chitarre, gioielli, cianfrusaglie assortite tra le quali si possono trovare anche documenti significativi come, ad esempio, l´epistolario della famiglia Kennedy. Per tutti il prezzo viene fissato dalla loro capacità di presentarsi come "oggetti storici". Ne deriva, per lo spettatore, una visione della storia che somiglia molto alla visita in un bazar, nel quale acquistare cimeli, reliquie, curiosità che il mercato ha trasformato in merci.
Su elementi come questo, History ha costruito un modello narrativo che spiega molto dei successi e degli indici di ascolto che premiano i tre canali tematici (a History si sono aggiunti History+1 e History HD) prodotti dalla Fox e disponibili nella piattaforma Sky. Gli altri si possono agevolmente desumere dai titoli delle varie rubriche che ne affollano il palinsesto. Si comincia con la "Caccia ai mostri" e si prosegue con quella "ai tesori" "agli Ufo". Poi arrivano in ordine sparso, "I segreti svelati", "Antiche invenzioni", "Alla ricerca della mummia perduta". Alla fine, è come essere coinvolti in una sorta di tour archeologico con scoperte sensazionali, siti misteriosi, enigmi da risolvere: in Grecia si insegue l´oscurità dell´oracolo della morte, in Messico quello della scienza dell´occulto che i Maya praticavano nelle profondità di caverne sommerse. Si riporta alla luce la lancia che ferì il costato di Cristo, si raccontano gli incontri ravvicinati con Big foot, un "uomo delle nevi" americano. Segreti e scoperte che sono in grado di svelare il mistero.
Anche nei musei ("Una notte al museo") si scava nei loro archivi polverosi, nei sotterranei dove giacciono collezioni e reperti dimenticati. Il tutto in una dimensione claustrofobica, in cui la storia come disciplina diventa come una stampella su cui appoggiare il sensazionalismo del giornalismo investigativo o il coinvolgimento emotivo degli spettacoli di intrattenimento. E dal mondo del giornalismo e da quello spettacolo i canali tematici di History mutuano anche le strategie di comunicazione. Per quanto riguarda in particolare l´archeologia, i programmi possono contare su vere e proprie star che attirano l´attenzione dello spettatore più sulla loro personalità che sulle loro scoperte. È così per esempio per Zahy Hawass, l´archeologo egiziano che si offre alle telecamere proponendosi come un personaggio, burbero, autoritario, narcisista: boccia e promuove i suoi giovani ricercatori, li apostrofa bruscamente ("càmbiati i vestiti") , ne espelle una perché ha urinato sul pavimento di una piramide e, nello steso tempo, spiega in tono professorale le caratteristiche della mummia che sta per essere dissepolta, proponendosi come la figura di una guida/maestro che permette agli spettatori di vivere esperienze altrimenti impossibili.
Altra tecnica narrativa molto diffusa è quella della ricostruzione filmata di ambienti e personaggi dell´antichità, messe in scena sontuose, con comparse in costume, interni domestici perfettamente ricostruiti, una grande attenzione agli oggetti di vita quotidiana, alle fogge degli abiti, alla fattura delle armi, con una voce fuori campo che spiega e informa.
È un modello replicato con successo anche per la geografia e per i programmi sugli animali (sui canali di Discovery Channel), che in Italia ha trovato interpreti di indubbia efficacia come Piero Angela ("Quark", nato nel 1981 per la divulgazione scientifica, ha dato inizio a un filone inesauribile), Alberto Angela ("Ulisse. Il piacere della scoperta" in onda su Rai Tre dal 2000) e Valerio Massimo Manfredi, che con i suoi "Stargate-Linea di confine" (su La 7 dal 2003 al 2005) e "Impero" (2008, sempre su La7), è forse quello che più da vicino ricalca l´impostazione del modello originario.
Per quanto riguarda la storia contemporanea, in Italia, a partire dal 2003 (anno del suo debutto sugli schermi nazionali), History ha cominciato a produrre una serie di trasmissioni sulla storia italiana ("Storia della Prima Repubblica", "La guerra degli italiani"…) inserendosi in uno spazio già affollato da numerosi e importanti altri esempi, a partire dai filmati sul fascismo di Nicola Caracciolo negli anni 80 per arrivare fino ad oggi, con i vari programmi curati da Giovanni Minoli.
In questo senso, e tornando a History, molto numerosi sono i titoli dedicati a Hitler, al nazismo e ai suoi "misteri" ("Gli apostoli del nazismo", "Hitler e i suoi Indiana Jones", "I falsari di Hitler", "I fantasmi del Terzo Reich", "L´aereo segreto di Hitler", "La scienza segreta di Hitler"), ma la stessa impostazione si ritrova puntuale anche nel modo in cui si propongono i temi religiosi: "I misteri di Fatima", "Le ultime verità sulla Sindone", "Dio esiste, verità tra scienza e fede"…
Quali sentimenti del passato è in grado di suscitare questo tipo di storia? L´impressione è che si tratti di un invito alla fruizione turistica del passato in grado di annullarne lo spessore e la complessità fino a ridurlo a un oggetto pronto per l´"usa e getta" del consumo più spinto. Le immagini che rimbalzano da quei programmi ci restituiscono un tempo diafano, sottile, appiattito sull´istante e finiscono per impoverire il senso del tempo che è il cuore della storia.
Non stupisce quindi che da parte degli storici di mestiere ci sia stata una marcata diffidenza verso la storia televisiva. Pure, le torri d´avorio in cui si rinchiudeva la storiografia accademica sembrano oggi vacillare; il successo dei modelli di divulgazione messi a punto dalla televisione non può lasciare indifferente un mondo, come quello della scuola e dell´università, che oggi fa un´enorme fatica a trasmettere conoscenza storica. Nell´insieme dei discorsi sul passato che alimenta il dibattito culturale, quelli proposti dalla televisione, grazie al loro pubblico (enormemente superiore a quello raggiungibile dai libri, dai saggi e dalle riviste specializzate), contribuiscono a una sorta di complessiva democratizzazione del sapere storico. Già agli inizi degli anni 80, il dibattito avviato dalla prestigiosa rivista "History Workshop", pur condannando la storia televisiva (accusata di essere troppo poco critica, incentrata sull´individuo più che sui movimenti collettivi) le riconosceva la capacità di apportare nuove e originali conoscenze e di utilizzare in modo efficace fonti inedite, immagini di archivio, testimonianze, documenti.
Da allora si sono fatti molti passi in avanti. La vecchia ripartizione di compiti tra lo storico consulente e il regista narratore è stata in larga parte superata. Non più compartimenti stagni, con le emozioni da una parte e la conoscenza dall´altra, ma una nuova consapevolezza sul ruolo degli storici, la loro disponibilità a introdurre elementi di complessità interpretativa all´interno delle esigenze divulgative dei programmi televisivi. Sta progressivamente affiorando, in particolare sui canali tematici della Rai, un altro modello incardinato su questi elementi: la scelta di un argomento nei cui confronti le immagini televisive non siano un "riempitivo" allettante ma documenti storici utili, se non indispensabili, per la comprensione (e il racconto) di quel tema; un commento parlato rispettoso dell´importanza filologica delle immagini; l´onesta ammissione che quella che si propone non è "la verità", ma tutto quanto i risultati di quella ricerca sono in grado di proporre "come verità".
I due modelli si sfidano, si intrecciano, si scambiano; e quanto a enigmi e misteri, la storia degli anni 70 italiani è lì a testimoniare come sia difficile tenerli nettamente separati.
(L´autore è uno storico e insegna all´università di Torino. Il suo ultimo libro è "La Repubblica del dolore" pubblicato da Feltrinelli)

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