domenica 29 aprile 2012

La crisi della rappresentanza politica


Vacca dice cose sensate. Poi ci si accorge che sta parlando del PD, e allora... [SGA].

Il senso dei partiti
Elezione diretta e leaderismo generano partiti senza senso
I principi della «Economia dei sistemi politici» invalsi negli anni Novanta non aiutano quando una crisi di sistema impone domande più radicali Chi ricostruirà lo Stato senza organizzazioni dotate di una propria visione?
di Giuseppe Vacca  l’Unità 29.4.12 da Segnalazioni


L a cosiddetta antipolitica affonda le radici in una mentalità antica e molto radicata in Italia che si riassume in un pregiudizio di sfavore verso i partiti. Una diffidenza o una ostilità di principio non verso questo o quel partito, ma contro il concetto stesso del partito politico.

Nel passaggio da un assetto del sistema politico a un altro, conviene preoccuparsi non solo del discredito dei partiti attuali, ma anche delle visioni della politica che alimentano una nozione opportunistica dei partiti.
Fra il 1999 e il 2003 sono stato segretario regionale dei Ds in Puglia. Fra le ragioni che mi avevano mosso c’era il desiderio di osservare da vicino quali mutamenti del senso civico avessimo contribuito a generare con l’insieme delle nuove leggi elettorali (comunale, provinciale, regionale e nazionale) varate fra il 1993 e il 1994. Così sperimentai non solo che esse costituivano il principale incentivo alla «personalizzazione» della politica, ma anche che avevano contribuito a peggiorare radicalmente la percezione dei partiti. L’idea che un candidato estratto dalla «società civile» fosse più affidabile e più capace di un candidato espresso dal professionismo politico era ormai generalmente condivisa. Nel linguaggio degli hommes novi solo raramente si nominavano i partiti. Era molto più frequente sentir parlare di «contenitori», buoni o meno buoni secondo le possibilità di «candidarsi» (non di essere candidati) e di essere eletti. E candidarsi significava avere uno stock di voti da portare al «contenitore» prescelto grazie alle risorse personali (denaro, influenza professionale, visibilità mediatica...) spendibili per conquistare una posizione nelle istituzioni che le moltiplicasse. Presso gli elettori il mutamento si esprimeva nell’unica domanda schietta che rivolgevano ai candidati: «Se ti do il voto tu che mi dai»?
Questi comportamenti non erano nati con la «Seconda Repubblica», ma erano piuttosto l’ultimo approdo di una concezione della politica riflessa in una «scienza sociale» che porta il nome di «economia dei sistemi politici». Essa racconta che il partito politico si caratterizza per tre funzioni: raccogliere la domanda dei cittadini e trasmetterla alle istituzioni; consentire a chi ne ha la vocazione o l’interesse di intraprendere una carriera politica; selezionare la «classe di governo» e definirne la missione, vale a dire la capacità tecnica di perseguire l’equilibrio fra i gruppi sociali, gli aggregati territoriali, le organizzazioni d’interesse, i diversi valori propugnati dai singoli o dai corpi intermedi.
A datare dalla conquista del suffragio universale e dalla nascita dei partiti di massa quella «scienza politica» ha elaborato idee e concetti utili a classificare il funzionamento delle democrazie occidentali. Credo che lo schema citato descriva con efficacia i comportamenti e le relazioni fra eletti ed elettori, partiti e istituzioni negli stati sociali europei della seconda metà del Novecento. Ma che succede quando l’insieme di condizioni e di equilibri che avevano caratterizzato la relativa autonomia delle economie nazionali e l’affermazione dello Stato sociale si incrina o viene meno? Quando mutano i vincoli internazionali dell’economia e dello Stato? Che accade quando, per il fallimento delle classi dirigenti nell’adeguare la politica e l’economia del Paese alle nuove condizionalità della competizione internazionale (o dell’integrazione sovranazionale), crolla, com’è accaduto in Italia, l’impianto dell’intero sistema dei partiti?
In queste situazioni la concezione del partito proposta dalla «scienza politica» rivela i suoi limiti. Scomparsi i vecchi partiti, si pone il compito di costruirne dei nuovi e non è sufficiente preoccuparsi solo della loro efficacia nell’organizzare lo scambio fra la domanda e l’offerta di beni a servizi. Ricompare il problema della giustificazione storica della loro esistenza, delle motivazioni etiche e delle visioni generali del mondo di chi li fonda e di chi li segue, delle «grandi narrazioni» che motivano la partecipazione e trascendono l’orizzonte della carriera politica. Rinasce la domanda su come si formano le «volontà collettive» che mutano i rapporti di forza, ritorna l’interrogativo su quali siano le filosofie dotate di un’etica conforme, si ripropone il problema germinale della democrazia moderna, il problema della «connessione sentimentale» fra dirigenti e diretti, intellettuali e popolo. In altre parole, non si può più ignorare che i partiti nascono e si affermano in misura che esprimano un proprio punto di vista sul destino delle nazioni e siano in grado di formulare prospettive efficaci sulla dinamica delle relazioni fra la vita nazionale e quella internazionale.
Il problema italiano è questo. Lo era già alla fine della «Prima Repubblica» e lo è ancor più oggi che la «Seconda Repubblica» sembra ripiegare le vele. Tranne i Dulcamara dei «partiti personali», tutti sembrano convenire che non c’è democrazia senza partiti. Ma se il partito politico è quello che ci raccontano molti scienziati politici, chi mai rimetterà in piedi lo Stato e la nazione ch’esso presuppone? La sfida che abbiamo di fronte è più ardua. Il Pd, che mi pare il più propenso a raccoglierla, pone come suo fondamento programmatico la Costituzione. Non è una ovvietà. Come ha ricordato da ultimo Ernesto Galli Della Loggia, la Costituzione italiana è un grande progetto fondato su princìpi filosofici lungamente elaborati dalle culture democratiche dell’Europa contemporanea: la centralità della persona, il lavoro come fondamento morale della soggettività, il ripudio dell’equazione fra la politica e la guerra, la pari dignità dei generi, una nuova laicità, la solidarietà, la sussidiarietà, ecc. La sfida va oltre la fisiologia dello «scambio politico» e comprende la ricostruzione di un profilo fondamentale della nazione, quello della sua dignità.
Ma se la costruzione d’un nuovo sistema di partiti incrocia il tema della ricostruzione nazionale, conviene forse ricordare che il problema non risolto in Italia riguarda innanzi tutto la destra. Utilizzando un lessico forse inadeguato ma perspicuo, è dalla fine dell’età liberale che la borghesia italiana non riesce a creare un partito moderato di rango europeo e anche oggi la sua mancanza impedisce il riconoscimento reciproco della legittimazione a governare, cioè il raggiungimento d’una «democrazia compiuta». I sistemi di partito sono interdipendenti e dunque c’è un’ovvia simmetria tra le sfide che riguardano i gruppi sociali e le élite intellettuali a sinistra, a destra e al centro. Sarebbe quindi una gran cosa se i pensatori liberali s’impegnassero sul serio nello studio delle condizioni che rendano possibile anche in Italia la nascita d’un partito di governo della borghesia.

Legge elettorale, intesa sul sistema spagnolo-tedesco
E Berlusconi: non mi candido al Colle
di Paola Di Caro Corriere 29.4.12

Alleanze variabili e lotte fratricide: è un voto transgenico
Da Parma all'Aquila, fino al laboratorio Puglia Enrico Letta: «Sarà il trionfo dei ballottaggi»
di Monica Guerzoni Corriere 29.4.12

«Il partito della nazione? Siamo noi»
D’Alema: «Dalla crisi si esce a sinistra, il nostro vero avversario è la sfiducia» «Le responsabilità sono della destra liberista, ora misure per la crescita Il governo Monti? Lo sosterremo responsabilmente per tutta la legislatura»
Intervista di Simone Collini l’Unità 29.4.12

Nessun commento: