martedì 12 giugno 2012
Il Pci responsabile della Peste Nera del XIV secolo
Da almeno due settimane Paolo Mieli non scriveva un articolo contro il Pci e cominciava ad avere il tremore alle mani [SGA].
Andrej Sinjavskij: Passeggiate con Puškin, Sergio Rapetti, Jaca Book
Risvolto
Il saggista e narratore russo Andrei
Siniavskij, già innovativo critico letterario di "Novyj Mir" e autore
con lo pseudonimo di Terz di romanzi e racconti pubblicati solo
all'estero, protagonista col poeta Julij Daniel' del celebre "processo
alla letteratura" del 1966, che fu tra i catalizzatori del fenomeno del
dissenso in URSS, nell'esilio a Parigi è stato per anni autorevole
docente alla Sorbona. Del suo importante patrimonio letterario Jaca Book
propone questa "prosa lirica" sul massimo poeta russo, nato in
circostanze probabilmente uniche, già sufficienti da sole a farne un
emblematico caso letterario. Nel periodo 1966-1971, trascorso in lager,
Siniavskij ha inviato alla moglie, mimetizzati in lunghe lettere - ne
poteva scrivere due al mese -, gli spunti e intere parti del futuro
libro, che, infine raccolto, ha costituito un'avvincente narrazione di
sicuro impatto: sia per la qualità della raffinata scrittura, sia per
l'approccio antiretorico e irriverente di un "mostro sacro" delle patrie
lettere. Ma per far volare alto Puskin sulle ali della sua inarrivabile
poesia - argomenta Siniavskij bisogna strapparlo al monumento che lo
ingessa, al piedistallo che gli hanno innalzato i suoi facili
incensatori d'ogni tempo.
La sinistra italiana e il processo Sinjavskij-Daniel
di Paolo Mieli Corriere 12.6.12
I
funerali di Boris Pasternak, ai primi di giugno del 1960, furono il
momento in cui la vecchia generazione del dissenso sovietico passò
idealmente il testimone a scrittori più giovani. Il divieto di
pubblicazione del Dottor Zivago in Unione Sovietica aveva messo fine
alle illusioni generate dal disgelo, cioè quel breve periodo in cui,
dopo le rivelazioni di Nikita Krusciov sui crimini di Stalin al XX
Congresso del Pcus (1956), gli intellettuali russi avevano sperato di
poter praticare qualche forma di libera espressione. Adesso, mentre
Svjatoslav Richter suonava al pianoforte verticale nella dacia di
Peredelkino, in molti venivano a rendere onore a Pasternak e ai sogni di
quella stagione. C'è una foto che ritrae la veglia funebre: in primo
piano, vicini alla bara, si riconoscono Andrej Sinjavskij e Julij
Daniel, destinati a diventare, di lì a breve, gli uomini simbolo della
nuova dissidenza.
Sinjavskij aveva all'epoca 35 anni, era stato
soldato semplice nella Seconda guerra mondiale e si era poi laureato
all'Università di Mosca con una tesi su Maksim Gorkij. Qualche anno dopo
la morte di Stalin (1953), si era fatto conoscere per una serie di
articoli sulla rivista letteraria «Novyj Mir», nei quali aveva elogiato
la Achmatova, Babel, Esenin e lo stesso Pasternak (prendendo, invece, di
mira poeti conformisti dell'età staliniana, quali Sofronov e Dolmatov).
Dopodiché, nei primi anni Sessanta, avrebbe dovuto fare i conti con la
censura, per aggirare la quale aveva assunto il nome di Abram Terz
(ebreo di Odessa, noto borsaiolo, reso celebre da una canzone della
mala) e aveva fatto pubblicare i suoi testi all'estero. Impresa per la
quale gli avrebbe dato una mano, come traduttore, Julij Daniel, che si
era camuffato dietro il nome di Nikolaj Arzak.
Già dal gennaio del
1962 apparvero sulla stampa dell'Urss articoli che puntavano il dito
contro i «falsi antisovietici» contenuti in alcuni scritti di «un certo
Abram Terz», «falsi» voluti dai «soliti mestatori della Guerra fredda».
Segno che da almeno tre anni le autorità sovietiche erano sulle tracce
dei due. Quando furono certe della loro identità, su denuncia di alcuni
amici di Sofronov e Dolmatov, presero a pretesto un pamphlet di
Sinjavskij contro il realismo socialista e lo trascinarono in giudizio
assieme a Daniel, che lo aveva tradotto. L'accusa sosteneva che i due
erano «rei di aver contrabbandato all'estero, pubblicandoli presso case
editrici ostili, i propri scritti diffamatori del sistema politico e
sociale del loro Paese»; di conseguenza erano da considerarsi
«doppiogiochisti, rinnegati e traditori della Patria». I due imputati
ammisero la paternità degli scritti, ma ne rivendicarono la liceità dal
momento che pubblicare all'estero non era di per sé un reato; le opere
in questione — sostenevano poi — erano creazioni letterarie e non
potevano in alcun modo rientrare nella categoria della propaganda
antisovietica.
Strano dibattimento. Stalin era scomparso da 13 anni,
da due era stato deposto anche Krusciov, si entrava nell'era di Leonid
Brežnev e però per questo genere di processi in Urss poco era cambiato.
Certo, venti o trent'anni prima i dissidenti sarebbero andati
direttamente al patibolo, mentre adesso si finiva «soltanto» nel gulag.
Ma in quel febbraio del 1966 accadde qualcosa di veramente insolito: per
la prima volta (con l'eccezione, forse, di quel che era accaduto nel
1964 a Leningrado, dove il poeta e futuro premio Nobel Josif Brodskij,
accusato di «parassitismo», non aveva collaborato con i giudici), gli
imputati respinsero le accuse con energia e tennero in aula un
atteggiamento combattivo. Questo nonostante prima del dibattimento,
proprio al fine di piegarli, fossero stati segregati nel carcere della
Lubjanka per ben cinque mesi, dal settembre del 1965 al febbraio
dell'anno successivo.
Scriverà di loro Varlam Šalamov, l'autore de I
racconti di Kolyma: «Fosse successo vent'anni fa sarebbero stati
fucilati in qualche sotterraneo della polizia segreta o sarebbero stati
sottoposti all'istruttoria stile "catena di montaggio", quando gli
inquisitori si danno il cambio mentre l'accusato è costretto nella
stessa posizione per molte ore, per molti giorni, finché la sua volontà è
spezzata e la psiche non lo regge più; oppure li avrebbero uccisi
addirittura in corridoio». Invece, sempre secondo Šalamov, «sono stati i
primi ad accettare la lotta, dopo quasi cinquant'anni di silenzio; il
loro esempio è grande, il loro eroismo indiscutibile… hanno rotto con
l'obbrobriosa tradizione dei pentimenti e delle confessioni».
La
principale accusatrice fu una loro collega mandata in aula dall'Unione
degli scrittori: Zoja Kedrina, che li aveva già denunciati in più di un
articolo sulla «Literaturnaja Gazeta». Victor Dmitrievic Duvakin, che
era stato professore di Sinjavskij, volle testimoniare a favore
dell'allievo, con il risultato di perdere la cattedra e di ritrovarsi a
fare l'aiuto bibliotecario. L'accusa convocò poi come teste a carico lo
studioso d'arte Igor Golomstok, ma lui rifiutò di fare i nomi di chi gli
aveva dato da leggere le «opere proibite» di Sinjavskij e dovette
subire, per questo, qualche mese di prigione. Andrej Mensutin, che con
Sinjavskij aveva curato un libro sulla poesia nei primi anni successivi
alla rivoluzione d'Ottobre, fu licenziato dall'Istituto di letteratura
mondiale per essersi comportato come Golomstok. Dina Kamiskaja, indicata
da Daniel come proprio avvocato, dovrà rinunciare perché le autorità le
impediranno financo di mettere piede nelle vicinanze del tribunale. Ma
sarà lei a rendere nota la determinazione dei due scrittori, decisi a
difendere le proprie convinzioni e il diritto ad esprimerle;
determinazione che aveva costretto molte persone a riconsiderare il
proprio punto di vista circa l'atteggiamento morale da tenere in
circostanze del genere.
Il processo durò quattro giorni, dal 10 al 14
febbraio del 1966. Il 15 febbraio, la sentenza: sette anni di lavoro
forzato a Sinjavskij e cinque a Daniel. Il regime cui vennero sottoposti
i due letterati era tra i più severi. Prevedeva la possibilità di
scrivere solo due volte al mese ed esclusivamente ai parenti stretti; un
incontro l'anno con un congiunto e altre tre volte, nell'arco degli
stessi dodici mesi, brevi colloqui alla presenza dei secondini.
Nient'altro. Scrisse la «Pravda» che il responso dei giudici era stato
accolto «dagli applausi del pubblico presente». Quella sera, però, un
centinaio di persone tra le quali Aleksandr, figlio del poeta Sergej
Esenin, e Vladimir Bukovskij si riunirono ai piedi del monumento a
Puškin per solidarizzare con i due condannati. E anche questa fu una
novità.
Sul caso fu redatto da Aleksandr Ginzburg, con grande
rapidità, un Libro bianco che la Jaca Book pubblicò in Italia già nel
1967. Ginzburg fu trascinato, a sua volta, a processo nel gennaio del
1968 assieme ad altri tre suoi compagni, tutti e quattro detenuti
illegalmente per un anno: Jurij Galanskov, Aleksej Dobrovolskij (che si
piegherà e accuserà i compagni), Vera Laskova (incriminata per aver
battuto a macchina il Libro bianco). Nuove condanne e nuove proteste.
Stavolta le guida Andrej Sacharov, assieme a Larisa Bogoraz e Pavel
Litvinov. Nell'aprile del 1968 inizia a uscire come samizdat (stampato
in proprio) il periodico «Cronache degli avvenimenti correnti», che dà
voce al dissenso. È il 1968: purtroppo in Europa occidentale, tranne
qualche rara eccezione, il movimento degli studenti non mostra grande
sensibilità nei confronti di questi temi.
Scontata la prigionia,
Daniel riprese a fare il traduttore, ma con il nome Petrov, stavolta per
imposizione delle autorità sovietiche che pretesero di far sparire lui o
quantomeno il suo nome dalla storia della letteratura del Paese. Morì
nel 1988, pochi mesi prima del crollo del Muro di Berlino. Sinjavskij fu
più «fortunato»: condannato ancora ad altri anni di gulag, nel 1973 fu
scambiato con due spie sovietiche e poté espatriare prima negli Stati
Uniti, poi in Francia; sopravvisse alla fine del comunismo, si stabilì
definitivamente a Parigi dove insegnò alla Sorbona e ottenne — negli
ultimi vent'anni di vita, prima della scomparsa (1997) — i
riconoscimenti che meritava. E fu ancora al centro di un caso letterario
per via del libro che aveva scritto nei primi mesi di prigionia,
Passeggiate con Puškin, che adesso Jaca Book pubblica con un'avvincente
postfazione di Sergio Rapetti. Lo stesso Rapetti che sul caso
Sinjavskij-Daniel aveva scritto un saggio magistrale, L'altra
contestazione: la resistenza all'arbitrio e alla menzogna nel mondo del
dissenso russo, pubblicato sempre da Jaca Book nel ricco volume curato
da Pier Paolo Poggio L'Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero
critico.
Ma torniamo al caso del 1966. Il Pen Club promosse una
manifesto internazionale a favore dei due scrittori. Lo firmarono in
Gran Bretagna Cyril Connolly, E.M. Forster, Rosamond Lehmann, Angus
Wilson, negli Stati Uniti W. H. Auden, Saul Bellow, Mary MacCarthy,
Edward Albee, Lewis Mumford, J.R. Lowell, Arthur Miller, Robert Penn
Warren, Dwight MacDonald, Norman Mailer; in Francia Jean Cassou, Pierre
Emmanuel, François Mauriac, Alain Robbe-Grillet, ma nessun intellettuale
vicino al Partito comunista francese.
Può apparire strano ma, come
ha fatto notare Mario Margiocco in Stati Uniti e Pci (Laterza), il
Partito comunista che in Europa si mostrò più sensibile al caso
Sinjavskij-Daniel fu quello spagnolo, guidato da Santiago Carrillo. Un
partito che si batteva in clandestinità contro la dittatura di Francisco
Franco e che colse l'occasione per manifestare il proprio dissenso
dall'Unione Sovietica, la quale già da due anni aveva avviato una
politica di distensione con il regime di Madrid. I comunisti spagnoli
furono dunque paradossalmente i più decisi a prendere le parti dei due
scrittori sovietici, ma le loro posizioni furono poco conosciute e
restarono agli atti esclusivamente come primo seme di quello che dieci
anni dopo avrebbe preso il nome di «eurocomunismo».
In Italia invece
il Pci si barcamenò: espresse «preoccupata riserva», ma, si affrettò a
specificare, «senza una facile dissociazione di responsabilità». Ed
enfatizzò la circostanza che il processo non si fosse svolto a porte
chiuse: «No, il pubblico c'era anche se selezionato», scrisse «l'Unità».
All'appello del Pen Club aderirono, tra gli intellettuali italiani,
Libero Bigiaretti, Diego Fabbri, Ignazio Silone, Giancarlo Vigorelli e,
tra quelli (relativamente) più vicini al Pci, Alberto Moravia e Italo
Calvino.
Particolarmente impegnato a favore di Sinjavskij e Daniel fu
un articolo di Arrigo Benedetti sull'«Espresso». Al quale rispose con
toni sprezzanti il direttore dell'«Unità» Mario Alicata, accusando
Benedetti di essersi associato ad uno dei «soliti tentativi di
speculazione» contro l'Urss. Perché, si chiedeva Alicata, se «in Italia
Benedetti, che è repubblicano, ha il diritto di invocare giustamente le
leggi contro le attività antirepubblicane», in Urss non si dovrebbe
avere il diritto di «invocare la legge contro le attività
antisovietiche?». Poi, tornando ai «tentativi di speculazione», Alicata
si rivolge a Benedetti con queste parole: «Lasci questo triste mestiere a
chi — come Silone, per esempio — è da tempo professionista in questo
campo. E dorme sonni beati quando — e capita tutti i giorni — gli Stati
"liberali" e "democratici" (come l'America e il Belgio, per esempio),
ammazzano a man salva, a casa propria e fuori, chi si azzarda a
contestare il sistema». La replica di Benedetti è sferzante: «Noi tutti —
compreso Mario Alicata — viviamo in un Paese libero», nel quale si
possono discutere le leggi quando sono inique e liberticide e criticare i
giudici quando sono ingiusti o «diventano comici»: «Che hanno di
diverso i giudici russi? Sono unti da una recondita divinità verso cui
non si può sollevare lo sguardo senza tremare?».
Alicata, ha fatto
notare Nello Ajello in Il lungo addio. Intellettuali e Pci dal 1958 al
1991 edito da Laterza, scomparve poco dopo il caso Sinjavskij-Daniel:
«Certi toni scomposti non sono più obbligatori. La prudenza reticente
prevale sull'aggressività missionaria. E tuttavia una qualsiasi condanna
della burocrazia culturale sovietica, forse la più ottusa della storia,
si fa ancora attendere mentre, con Berlinguer, una nuova generazione
arriva al vertice del partito. L'intellighenzia comunista italiana
rischia perfino di venir sopravanzata da quella centrale di conformismo
che è sempre stato il Partito comunista francese. Lì il poeta Louis
Aragon, direttore delle "Lettres françaises", a chi nel 1969 gli
domandava se Aleksandr Solzhenitsyn e il suo dissenso non diffamassero
l'Urss, rispondeva ruvidamente di non capire come, in Unione Sovietica,
si potessero proibire al pubblico "libri che testimoniano, con tanta
elevatezza, del nostro secolo". E aggiungeva: "Occorre dire ai nostri
amici sovietici che diffamante per il loro Paese è piuttosto il
trattamento inflitto a quello scrittore". Occorrerebbe questo
rovesciamento di responsabilità (non è indecoroso criticare un regime, è
indegno censurare le critiche) per segnare il vero distacco da un
cerimoniale invecchiato».
Due mesi dopo il processo a Sinjavskij e
Daniel, nel corso del congresso del Pcus che si tiene a Mosca, uno dei
più grandi scrittori «ufficiali» sovietici, Michail Šolochov, definisce
«scribacchini» i due artisti mandati al Gulag. Stavolta interviene,
sempre sull'«Espresso», Alberto Moravia che così si indirizza a
Šolochov: «La tua idea dell'arte rappresenta un pericolo non soltanto
per l'arte dell'Unione Sovietica, ma del mondo intero».
Renato
Guttuso, invece, secondo Ajello, «si sforza con qualche pena di
distinguere», nella prassi giudiziaria in vigore a Mosca, fra «critica» e
«calunnia» ed esprime la sua speranza in «riforme che modifichino le
leggi repressive». Incalzato, sull'«Espresso», da Paolo Milano e Manlio
Cancogni, Guttuso dice: «La posizione di "preoccupata riserva" è quella
di comunisti che parlano di altri comunisti e quindi li debbono
criticare con un linguaggio diverso, respingendo la speculazione che è
stata fatta sul caso, montata artificiosamente e in modo veramente
mostruoso». Se c'è qualcosa di mostruoso, protesta dunque il pittore, è
la speculazione che si è fatta sul caso Sinjavskij-Daniel. Guttuso
insiste sul tema della consanguineità tra comunisti italiani e
sovietici: «Il nostro dissenso è la critica di persone che si sentono
corresponsabili perché militano nello stesso partito e che perseguono
stessi obiettivi». Per poi concludere con argomenti al limite del
credibile: «Sappiamo che Sinjavskij ha pubblicato in Urss su riviste
sovietiche saggi che, a detta di chi li conosce, sono perfettamente
conformi alle linee generali del partito. E questa non è una cosa che
deponga a favore di Sinjavskij, il quale all'interno scriveva in un modo
mentre all'estero… Non sono io che ho fatto le leggi sovietiche,
tuttavia un artista non deve fare il doppio gioco, ma difendere le sue
idee senza ricorrere a sotterfugi».
La rivista del Pci, «Rinascita»,
stronca i due scrittori appena condannati a Mosca con un velenoso
articolo di Gian Carlo Pajetta. «Il processo», scrive Pajetta, «ha
suscitato una ripresa di antisovietismo fazioso e interessato: dobbiamo
condannare queste manifestazioni e lo facciamo con convinzione e anche
con sprezzo». Il processo, dice Pajetta, «si è svolto nel rispetto
formale della legge e delle procedure vigenti» e solo «osservatori
ostili all'Unione Sovietica» possono negare questa circostanza. Ma
coraggiosamente esce allo scoperto un giovane comunista esperto di
letteratura russa, Vittorio Strada. Strada fa osservare: «È certo che
alla propaganda antisovietica giova di più una sentenza come quella
emessa contro Daniel e Sinjavskij che non tutti i libri pubblicati da
questi ultimi all'estero». Però a merito di «Rinascita» va detto che la
rivista fondata da Palmiro Togliatti apre sul tema un dibattito tra i
lettori dove si affacciano — nella proporzione di una a dieci —
opinioni, come quella di Giuseppe Baglio, favorevoli ai due scrittori
condannati. Anche Umberto Terracini è, pur tra molte cautele, in
dissenso con l'opinione prevalente nel suo partito e lo scrive in un
articolo pubblicato sull'«Unità» il 19 febbraio di quel 1966.
Ma il
caso più clamoroso è quello che investe Leonardo Sciascia. Nel giugno
del 1966 Vsevolod Kocetov, direttore della rivista russa «Oktjabr»,
viene in Italia accompagnato da una dirigente della commissione esteri
dell'Unione degli scrittori sovietici, Irina Ogorodnikova. Tornato in
Unione Sovietica, Kocetov scriverà un articolo sul settimanale «Ogonëk»
in cui racconterà di aver incontrato alcuni romanzieri italiani che gli
avevano dato giudizi negativi su Sinjavskij e Daniel. Tra questi
Leonardo Sciascia che gli avrebbe detto: «Prima di tutto l'azione dei
vostri letterati in incognito non suscita qui da noi nessuna simpatia.
Se un uomo onesto non è d'accordo con qualche cosa, lo dica apertamente.
E se si permette di avere due facce, non è più un uomo onesto. In
secondo luogo non ho letto i loro libretti tanto strombazzati. I libri
attorno ai quali incomincia il chiasso politico, io non li leggo…
possibile che nelle decine di libri sovietici editi in questi ultimi
anni in traduzione italiana, non si vedano "gli aspetti singolari di
quel mondo"?». Come dire: bisognava aspettare quei due per sapere
qualcosa di vero dell'Urss?
Di nuovo scendeva in campo Vittorio
Strada che, in un articolo su «Rinascita», evitava di attaccare Sciascia
ma non risparmiava Kocetov. Sullo stesso numero di «Rinascita»
compariva una precisazione di Sciascia: «Io parlavo in italiano, Kocetov
in russo, l'interprete che lo accompagnava in francese e in russo… quel
che volevo dire è che ritenevo non si avesse il diritto
all'indignazione in un Paese come il nostro, dove esiste un articolo di
legge simile a quello per cui i due scrittori erano stati condannati in
Russia e dove l'obiezione di coscienza viene duramente punita». E,
aggiungeva, «trovo che spesso si traduca velocemente qualche mediocre
opera, purché esprima dissenso» In sostanza Sciascia ammetteva di aver
detto a Kocetov le cose che questi aveva riportato. Solo dieci anni
dopo, in coincidenza con il suo allontanamento dal Pci (dopo una
polemica con Renato Guttuso ai tempi del sequestro e dell'uccisione di
Aldo Moro) e con il suo ingresso nel Partito radicale, Sciascia avrebbe
rivisto quei giudizi.
Ciò che stupisce di queste vicende è che si
siano svolte non già nell'Urss staliniana e nei partiti comunisti (o tra
gli scrittori, i pittori, i cineasti che per essi simpatizzavano)
nell'età in cui l'Europa doveva fare i conti con il fascismo, il
nazismo, la guerra. No, siamo nella seconda metà degli anni Sessanta, da
oltre un decennio sono state rivelate al mondo le nefandezze di Stalin,
si vive una stagione di modernizzazione senza precedenti, eppure
l'attenzione alle parole d'ordine provenienti dall'Urss per tanti (quasi
tutti gli intellettuali d'area Pci) viene prima dell'evidenza dei
fatti. E i nomi di Sinjavskij e Daniel non verranno nemmeno presi in
considerazione per entrare nel Pantheon della nascente nuova sinistra.
Le
cose andarono quasi meglio in Unione Sovietica. Pochi giorni dopo la
condanna, 62 membri dell'Unione degli scrittori dell'Urss indirizzarono
una lettera al Presidium del XXIII Congresso del Partito comunista e ai
Soviet supremi di Urss e Repubblica russa per chiedere un «atto saggio e
umanitario»: quello di rimettere in libertà i condannati sotto la
responsabilità dei firmatari.
Invece nell'intellighenzia
dell'emigrazione russa si ebbe una singolare controversia su Sinjavskij.
Nel 1975, quando uscì la prima edizione di Passeggiate con Puškin,
molti esponenti del dissenso in esilio — tra i quali Aleksandr
Solzhenitsyn — mossero critiche, che Rapetti definisce «sbrigative e
spesso ingiustificate» al libro, accusandolo di non aveva tenuto nel
debito conto le «più recenti» opere di esegesi su Puškin. Sinjavskij se
ne ebbe a male in primo luogo, disse, perché era evidente fin dalle
pagine iniziali di Passeggiate con Puškin che la sua voleva essere
un'opera letteraria e non saggistica. Poi perché, anche se avesse voluto
scrivere un saggio critico, sarebbe stato difficile ottenere di poter
consultare quei «recenti» volumi su Puškin nel campo in cui era
rinchiuso: «Dietro al filo spinato avrei dovuto trovarli!». E, dietro il
pretesto che Sinjavskij era stato criticato anche dai dissidenti, molti
di quelli che anni prima lo avevano denigrato a tutela del loro
rapporto con il Partito comunista, poterono esimersi dal rivedere, come
invece fece Sciascia, quei loro antichi giudizi.
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