martedì 23 ottobre 2012

Il libro di Guido Crainz sulle origini della crisi democratica in Italiaitaliana

Guido Crainz: Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all'Italia di oggi, Donzelli, pagg. 403, euro 29

Risvolto
La fine degli anni settanta segna una svolta nella storia della Repubblica: agli ultimi, cupi sussulti del decennio morente si intreccia l’emergere di trasformazioni colossali che riguardano l’economia e la cultura, il privato e il pubblico, la politica e la comunicazione. Nella convulsa stagione degli anni ottanta si ripropongono inoltre quelle tendenze esasperate all’affermazione individuale, quello sprezzo delle regole, quell’atteggiamento predatorio nei confronti del bene pubblico che erano già apparsi negli anni del «miracolo». Al tempo stesso giunge al punto estremo di crisi un sistema dei partiti sempre più portato a esaudire gli egoismi di ceto, pur di ottenere il consenso. Di qui un dilatarsi del debito pubblico fino a livelli intollerabili. Di qui, anche, un dilagare della corruzione politica che avrebbe portato al crollo della prima Repubblica, e – ben lungi dall’essere sradicato dall’esplosione di Tangentopoli – avrebbe segnato in profondità anche tutta la fase successiva. Per molti versi dunque i lunghi anni ottanta si presentano come un luogo di incubazione del nostro presente. Il nesso fra gli anni di Craxi e l’era berlusconiana ha qui le sue radici, e in questo scenario si collocano le domande che oggi ci incalzano: perché l’anomala alleanza di centrodestra che si affermò inaspettatamente all’alba della seconda Repubblica riuscì a improntare largamente di sé l’intero ventennio successivo? Quali sono le ragioni della quasi ventennale stagione di Berlusconi? E che Italia ci lascia, quella stagione? E ancora: ci sono le energie e le qualità per affrontare una difficile ricostruzione e misurarsi con la crisi internazionale che chiama in causa l’identità e il futuro dell’Europa? Da dove prendere l’avvio per invertire il degrado di un sistema politico e di una «partitocrazia senza i partiti» che ha superato ogni livello di guardia?

Il "Paese reale" e il Paese che verràGuido Crainz racconta gli ultimi quarant'anni della storia d'Italia dagli anni di piombo all'età berlusconiana, nata secondo la sua personale chiave di lettura nei governi Craxi degli anni Ottanta
Stefano Giani - il giornale Mar, 18/12/201

Italia Decadence

Un saggio di Guido Crainz racconta la trasformazione vissuta dal paese e dalla democrazia negli ultimi decenni Nell’euforia del boom le radici lontane dei vizi d’oggi

di Nello Ajello Repubblica 23.10.12

Perché, e quando, la democrazia si è trasformata, nel nostro paese, in «una partitocrazia decadente, inefficiente e corrotta»? Ecco la domanda che si fa chiunque guardi all’attuale situazione italiana con l’ansia di capirci qualcosa.

Ed è proprio questo l’interrogativo che percorre l’opera di Guido Crainz, Il paese reale in uscita presso l’editore Donzelli (pagg. 403, euro 29). Nel sottotitolo esplicativo – “Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi” – sembra cogliersi il desiderio di dare alla vicenda un inizio meno remoto, e forse l’intenzione di non allarmare troppo il lettore.

In realtà l’intera ricerca di Crainz allarmante è, e tale resta. Essa dimostra, inoltre, che i primi sintomi delle odierne traversie vanno collocati indietro nel tempo. Si manifestarono cioè fin dall’epoca del “miracolo italiano”, un “tumultuoso processo” al quale la politica si limitò ad assistere compiaciuta. Quella “belle époque inattesa” (così la vide Italo Calvino), diffuse una frenesia della crescita cui non si accompagnarono né meditati quesiti sulla sua consistenza né lucidi propositi per l’avvenire.

Non che in questo senso mancassero i pensieri e gli sforzi – come dimenticare quel disegno di “programmazione economica” dovuto alla preveggenza di Ugo La Malfa? – ma restarono a un livello di testimonianza. Un’intera classe dirigente confidò che quel prodigio nostrano, utile e comodo, durasse all’infinito. Ma anche quando la conformistica aspirazione al soddisfacimento di ciò che Crainz chiama le tre M – Macchina, Moglie e Mestiere – venne messa a disagio dall’azione disgregatrice della “baby boom generation”, figlia del dopoguerra avanzato e fucina della rivolta del Sessantotto, anche questi clamorosi preannunzi di cambiamento trovarono il vertice politico più incline a scandalizzarsi che a interpretarli.

Fra i pochi che si mostrarono più riflessivi in materia si sarebbe distinto Aldo Moro. Ma, in generale, la sordità apparve cronica. Così come il vastissimo sconcerto sociale prodotto nel paese dalle fasi ulteriori del disfacimento italiano – il terrorismo prima, e più tardi il “riflusso” nel privato, stagioni di natura opposta ma convergente – trovarono impreparate le istituzioni, quasi che simili eventi e pulsioni non promettessero un catastrofico e crescente disgusto per la politica.
È andata dunque in scena una sequela ininterrotta di sorprese e di sconfitte ai danni del
Paese? Crainz crede di sì. La sua lettura può suscitare le impressioni più varie, tranne l’indifferenza. Ne nascerebbe perfino un’inerte assuefazione all’“umor nero” dell’autore se non fosse per le centinaia di felici citazioni, che egli riporta, firmate da giornalisti, commentatori, esponenti politici e testimoni d’epoca. Chi abbia seguito con qualche attenzione i decenni dei quali qui si dà conto, vi troverà continui riscontri di fatti, persone, e giudizi nell’intrecciarsi di cronaca e commento, diario e sentenze, memoria e riflessione.
È un’aria di quotidianità critica che si addensa soprattutto nelle centoventi pagine (oltre
un terzo del volume), dedicate agli anni Ottanta e all’alba del decennio successivo, autentica vigilia del dissesto che ora ci assedia. Sto parlando della stagione segnata dall’euforia craxiana, qui illustrata in ogni sua piega, cui seguiranno Tangentopoli e la nascita di quella che si chiamerà la Seconda Repubblica. L’aspra trama del racconto si nutre di istantanee eloquenti. Sono pezzi di giornalismo che sembrano qui smentire la caducità attribuita al genere. Se non siamo alla “storiografia dei giornalisti” a suo tempo individuata da Croce, poco ci manca.
È una chiave di scrittura della quale qui si può offrire solo qualche esempio. Nel capitolo intitolato “La frana e il crollo”, l’autore destina quasi un’intera pagina alla trascrizione dei titoli con i quali i quotidiani rivelavano, tra metà aprile e metà maggio del 1992, quel “Watergate all’italiana” che tenne dietro all’arresto del “mariuolo” Mario Chiesa” (così lo battezzò Craxi), il primo di una folla perennemente attuale di tangentomani. Qui sembra davvero di assistere a uno spettacolo cui si potrebbe incollare un’etichetta: “l’oggi in differita”. Al centro di un libro così impegnativo, con una trama così desolante, è come un invito a sorridere. Invece che assolvere all’obbligo di disperarsi.
Titoli e ritagli, dunque, sottratti al loro tempo e più freschi che mai. Ecco il presidente di Mediaset che definisce una “decisione eroica” e “un calice amaro” il suo proposito di “scendere” in politica (un dramma, o una farsa, che avranno, come sappiamo, delle repliche). Ecco più in là un titolo del Corriere della sera, “Nasce la destra smoderata”, a metà strada tra fra parodia e profezia. E ancora, una variante dello spettacolo: sullo sfondo di un articolo-istantanea si scorge l’Italia smarrita per le ruberie che le si rivelano, e in primo piano l’Unto del Signore. «Con i tempi grami e luttuosi che corrono – commenta La Stampa – è come se Lui «fosse piombato in mezzo a un funerale distribuendo pacche sulle spalle».
Che quella fosse la natura del leader era già assodato in quei tempi lontani. Ma come definire la psicologia dei suoi seguaci? «Si tratta di “petit peuple”, piccoli e piccolissimi borghesi»: così li vide Sandro Viola, mandato da Repubblica a percorrere la Lombardia. E intanto Barbara Spinelli vedeva nel debutto del Cavaliere «una fiaba con finale infelice: c’era il principe, e nelle ultime righe si apprende invece che è un rospo».
Adesso il finale infelice s’è consumato (così ci si augura), e il rospo nazionale non fa più tanta paura a quella metà degli italiani che non lo ha prediletto. Ma c’è da chiedersi se il paese che gli fece da tana abbia assorbito in pieno la lezione. Dopo una sbornia durata una ventina d’anni, non si sa se e quando riuscirà a riprendersi. Ciò sarebbe essenziale, dovendo l’intero paese accingersi «un’opera di ricostruzione», le cui dimensioni «sono simili» – conclude Guido Crainz – «a quelle della fase post-bellica».
Anziché che una Terza Repubblica, come si sente dire, ciò che ci aspetta è un Secondo Dopoguerra? Nell’attesa, sarà bene ricordare che non sempre i miracoli si ripetono.

l’Unità 18.11.12
Un Paese sconfitto dal degrado
L’ultimo libro di Guido Crainz: analisi impietosa degli ultimi 30 anni
Lo storico approfondisce quanto abbiamo attraversato da Craxi a Berlusconi
e soprattutto spiega quanto sarà difficile l’opera di ricostruzione morale, etica politica e culturale
di Oreste Pivetta


Guido Crainz IL PAESE REALE Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi pagine 390 euro 29,00 Donzelli
Guido Crainz, nato a Udine, è professore ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo. Ha dedicato le sue ricerche alla società rurale europea dell’Ottocento e del Novecento, alla storia dell’Italia contemporaneaalla storia dei media e al rapporto fra media e comunicazione storica. Ha fatto parte del Direttivo dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia e dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, e inoltre del Comitato scientifico dell’Istituto Alcide Cervi. E’ Direttore dell’Archivio audiovisivo della memoria abruzzese, che ha fondato nel 2004 all’Università di Teramo.

I PARTITI SONO MACCHINE DI POTERE E DI CLIENTELA... SCARSA O MISTIFICATA È LA LORO CONOSCENZA DELLA VITA E DEI PROBLEMI DELLA SOCIETÀ, DELLA GENTE... I partiti sono federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto boss e hanno occupato lo stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo... hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli ospedali, le università, la Rai... La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi... Sono parole pronunciate da Enrico Berlinguer, nel corso di un’intervista al direttore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Sono vecchie, ormai archiviate, eppure sintetizzano la qualità del nostro presente (se non per l’ostinata rivendicazione di una alterità dei comunisti italiani da parte del loro segretario, rivendicazione che a questo punto suonerebbe, a molti forse, infondata e che allora rappresentò l’ostinata affermazione di un «dover essere» da parte di un uomo la cui onestà, la cui serietà, il cui rigore puritano lo rendevano «straniero in patria», come lo giudicò Francesco Alberoni).
Dal giorno di quest’intervista trent’anni sono passati (trentuno per l’esattezza), trent’anni venduti da Craxi e poi da Berlusconi come anni di gaia spensieratezza (dalla «Milano da bere» a «meno tasse per tutti»), trent’anni che, messi in fila, appaiono tormentati e sono semplicemente orribili, anni di un Paese in declino e che pare immutabile nella sua inclinazione al peggio. Salvo, non dimentichiamolo, la parentesi del governo Prodi, quando almeno i conti vennero riaggiustati, salvo alcune grandi battaglie di civiltà come quella combattuta dalla Cgil in difesa dell’articolo 18, salvo l’emergere periodico di un universo di sentimenti, un universo ai margini animato nel segno della critica e della rivolta, della combattività e della passione civile.
Ho tratto le parole di Berlinguer da una citazione nell’ultimo libro di Guido Crainz, storico che insegna all’università di Teramo: dopo l’Italia della ricostruzione postbellica (descritta ne L’Italia del miracolo economico), dopo quella tra anni Sessanta e anni Ottanta, delle riforme e dei movimenti, del terrorismo e della crisi dei partiti (Il Paese mancato), Crainz ci racconta l’ultimo trentennio fino al nostro presente (Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi), alla caduta di Berlusconi e all’investitura di Monti.
Crainz scrive in conclusione di un’Italia disillusa e corrotta, senza più legge né desiderio, senza una identità, vittima di un impaurito ripiegamento individuale e del serpeggiante rancore di strati sociali che si riscoprono marginali, un Paese i cui giovani sono colpiti dalla disoccupazione, dall’incertezza, dall’esclusione, un Paese in cui sono aumentati a dismisura coloro che non studiano, che non lavorano e che un lavoro neppure lo cercano, piegati dalla rassegnazione... un Paese preda di un disperato qualunquismo... Nelle ultimissime righe, Crainz volonterosamente riconosce che un altro verso esiste, un altro fronte si manifesta, varie anime e volontà che compongono il paesaggio di una società che ancora si ribella, che preme per il cambiamento: ampi settori di una elite economica, borghesia intellettuale, cittadini attivi e competenti che invocano una politica migliore, giovani che non rifiutano l’impegno civile.
Maggioranze o minoranze? Chissà... le elezioni non sono sufficienti a misurarle. Certo è che le energie per avviare un’inversione di tendenza non mancano, purtroppo non è ancora riconoscibile il progetto capace di metterle in moto e di farle interagire. È difficile non condividere, potendo noi andare oltre, nei tempi appunto della cronaca quotidiana, di fronte ai balbettamenti della sinistra, all’estrema difficoltà di imporre un ragionamento di possibili contenuti comuni, di fronte a quei pronunciamenti, che corrispondono a un bisogno di visibilità, al bisogno di un gesto che certifichi l’esistenza in vita, più che alla necessità di costruire qualcosa che assomigli a quel progetto di fronte all’irruzione sulla scena politica di gruppi ispirati dall’antipolitica – e semplifichiamo, ovviamente più che dalla responsabilità democratica di immaginare un futuro, garantendo anche un governo e un programma di governo alle prese per giunta con una destra, prigioniera di una politica «privatistica», ferma nella determinazione di difendere se stessa.
Ripercorrendo questi trent’anni, la sequenza è nota e impressiona: gli scandali della politica, ben prima di Tangentopoli, l’assassinio di Moro, la solidarietà democratica, l’eclissi delle «due chiese» (la definizione fu di don Gianni Baget Bozzo), cioè della Dc e del Pci, gli ultimi impresentabili governi democristiani, la vantata e presunta governabilità di Craxi, il trionfo di una Italia modaiola, l’esplosione del debito pubblico, il dilagare della criminalità organizzata e delle connivenze politiche, la crisi dell’industria e del lavoro operaio, l’imporsi di una società dell’informatica, la fine della Prima Repubblica, il separatismo leghista: sono solo alcune voci di quel lungo elenco delle ragioni di un degrado nazionale che trova la sua esaltazione nel ventennio, o quasi, berlusconiano, degrado economico, culturale, morale al culmine di una mutazione antropologica (in un rovesciamento di valori verso l’individualismo, l’egoismo, l’indifferenza di fronte alle «questioni» nazionali) e di tendenze profonde che Berlusconi aveva saputo interpretare, come non avevano saputo la politica e la sinistra.
Guido Crainz è uno storico tra i più bravi, che sa ragionare e raccontare avvalendosi di tante fonti: i documenti ufficiali, ovviamente, ma anche i giornali (quanta ipocrisia nel cuore dell’indignazione stampata) e poi il cinema, la televisione, i testi delle canzoni, la pubblicità. Crainz coglie gli stati profondi della condizione umana, gli andirivieni della politica ma anche della cultura, di un costume, di una mentalità, rivelandoci quanto difficile sarà l’opera di ricostruzione. Vale a dire quanto sarebbe necessaria una buona alleanza per governare, ma quanto non sarebbe sufficiente senza un’autentica matura partecipazione intessuta di passione ideale e tensione morale: troppe le macerie attorno a noi.
Una osservazione ancora, a proposito di macerie: il racconto di Crainz si apre, o quasi, con la Fiat, la lotta contro i licenziamenti, la marcia dei quarantamila, in quei memorabili giorni dell’ottobre 1980, che segnarono un punto di svolta nella storia politica e industriale di questo Paese, ma non concede neppure un cenno a Marchionne, il manager che al suo arrivo conquistò destra e sinistra e che si sta rivelando interprete in perfetta continuità con i Romiti d’allora dello spirito di rivincita di una certa borghesia italiana, che gode di buona stampa e che sceglie lui dopo Berlusconi e che pretende ancora d’affrontare una crisi comprimendo diritti e salari, smantellando il sistema sociale europeo, costruito nel dopoguerra, imponendoci un rimedio spacciato per nuovo e che sa invece d’antico, molto d’antico.

Corriere La Lettura 18.11.12
Dagli addosso agli anni Ottanta
Una visione moralista liquida quel periodo come il trionfo della corruzione
di Marco Gervasoni


Più che il titolo neutro, è la manchette, «alle origini del degrado attuale», a fornire la chiave di lettura del libro di Guido Crainz Il Paese reale. Dall'assassinio di Moro all'Italia di oggi (Donzelli). E anche se l'autore è uno storico e non un moralista, gli anni tra il 1978 e il 1994 sarebbero l'incubazione dell'orribile fase che stiamo vivendo. Sono infatti queste le due date in cui si racchiude il volume: il sottotitolo è un po' fuorviante, visto che il periodo dal '94 ai giorni nostri (e sono quasi vent'anni) è trattato in sole 50 pagine, in guisa di postfazione, animate più dalla verve di denuncia antiberlusconiana che dalla distanza, tipica dell'approccio storiografico anche quando le vicende sono temporalmente assai vicine. Il vero argomento del volume sono gli anni Ottanta. È lì che, per Crainz, si è spento tutto, ed è lì che sarebbe nata la deriva della Seconda Repubblica, logica conseguenza di quegli anni. Che cosa si è spento? Lo spirito di trasformazione degli anni Sessanta e Settanta, esaltato da Crainz, sia pure con sguardo critico. Che cosa si è formato al suo posto? Individualismo, corruttela, cinismo. Mentre gli anni Sessanta e Settanta furono l'occasione per una «maturità» del Paese, capace di diventare moderno, il decennio Ottanta avrebbe fatto ritornare gli italiani all'eterno culto del «particulare». L'interpretazione è assai discutibile. È lecito infatti domandarsi quali forme di «maturità» stesse per raggiungere il Paese negli anni Settanta, e chiedersi se le prove di «modernità» non fossero in realtà lontane dal modello occidentale. Al contrario, crediamo che gli anni Ottanta costituirono un tentativo di allineamento dell'Italia alle società dell'Occidente capitalistico avanzato, grazie anche a un secondo boom o boom immisurabile, come lo definì allora il Censis, fenomeno che Crainz (e molti con lui) sembra sottovalutare. Fu proprio questo secondo boom a trasformare, per certi versi assai più radicalmente del primo, la società italiana, fino a stravolgere le basi di consenso dei partiti di massa, che invece durante il miracolo economico non erano state intaccate. E anche istituire, come sembra fare Crainz, un nesso stretto tra le trasformazioni degli anni Ottanta e l'apparizione politica di Berlusconi, quasi un'epifania negativa, appare un po' forzato. Tuttavia, anche se non se ne condividono i presupposti, si può egualmente godere del modo in cui Crainz racconta la storia, essenzialmente filmico, con un incastro di citazioni, dagli archivi ai giornali, dalle canzoni ai film. Peccato che lo stile dell'autore, evidentemente disgustato da quegli anni, si faccia qui, rispetto ai libri precedenti, un po' ripetitivo e meccanico.

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