martedì 23 ottobre 2012

Corollari al nuovo realismo


Lasciar tracce: documentalità e architetturaMaurizio Ferraris: Lasciar tracce: documentalità e architettura, a cura di F. Visconti e R. Capozzi, Mimesis, pp. 94, 10

RisvoltoQuesto piccolo libro documenta una lectio magistralis tenuta da Maurizio Ferraris nel gennaio 2011 alla Facoltà di Architettura di Napoli ed il dibattito che ne seguì. Argomento centrale è il rapporto tra la sua teoria della Documentalità e l’Architettura ma il libro testimonia anche di un complessivo ragionamento sull’arte, sul design, sull’architettura e sulla memoria, e costituisce quindi un primo tratteggio di una teoria del documento/monumento sub speciæ architectura. Si tratta di uno di quei “casi fertili” in cui la filosofia e il filosofo - come ha rilevato Roberto Casati - si pongono delle domande su una certa disciplina cui la disciplina stessa non saprebbe rispondere con i soli propri mezzi e tali risposte possono consentire all’Architettura, antica disciplina, di progredire nelle sue specifiche ed autonome indagini sulla realtà e sul mondo. In questo senso potrebbe valere esemplarmente la nozione Heideggeriana di “apertura-di-un-mondo”, da intendersi come una luce (Lichtung) che rischiara i nessi fondamentali e continui tra la Theoria (Filosofia) e l’Arte (Architettura). Tutto questo in un’interpretazione “realista” e “fondata” della disciplina architettonica - con un punto di vista generalista contro ogni specialismo settoriale o meramente tecnicista - in cui innanzitutto esistono delle verità inemendabili, dei fatti che vanno prima riconosciuti e solo poi interpretati.

La cosa esiste quando è «segnata»
di Pierluigi Panza  Corriere 21.10.12

Dopo la svolta «realista», il filosofo Maurizio Ferraris sta sperimentando varie argomentazioni per consolidarne il senso. Una di queste è stata il mettere a confronto le tesi di un nuovo realismo con gli oggetti realizzati dall'uomo, come quelli di architettura e design. Lo ha fatto in

Visualizza Ingrandimento una lectio alla Facoltà di Architettura di Napoli, ora tematizzata in un libro intitolato Lasciar tracce: documentalità e architettura (a cura di F. Visconti e R. Capozzi, Mimesis, pp. 94, 10). Ferraris riposiziona l'ente «cosa» in una dimensione compresa tra Cartesio e Kant, dove la «res» non è determinata dall'interpretazione o mutabile in relazione ai sensi. In questo perimetro ci sono la Natura, ma anche quelle cose particolari realizzate dall'uomo e sulle quali l'uomo deposita dei segni. Queste cose, come l'architettura, diventano territori di scrittura sulle cose che consentono una loro riconoscibilità non a-priori e non altra-da-sé, ma quella e solo quella. L'architettura, in particolare, diventa «la più duratura e tenace delle scritture» e in questo si iscrive nel vasto ambito della memoria che è la possibilità di fondazione degli oggetti, specie degli oggetti sociali.
C'è un precedente su questo tema. Nel 1986 si svolse a Genova un convegno, intitolato «Materia signata-Haecceitas: tra restauro e conservazione», in cui echi di analoga teorizzazione venivano fondati su padri della filosofia. Tra i quali Duns Scoto, il cui riferimento alla cosa come «materia signata» e, per questo, carica di significati veniva letto in contrapposizione ad ogni intuizione di cosa in sé presente anche in Tommaso d'Aquino. Ferraris attualizza ciò pensando l'architettura come «luogo della memoria durevole»; e questo spiega perché «adesso l'architettura sia così legata alla monumentalità»: di fronte alla fragilità si cerca di legarsi a un'idea di durevolezza esemplata anche dal monumentalismo.


“La filosofia prova a fare pace con le verità della ricerca”
Il “Nuovo realismo” contro i vecchi stereotipi
La medicina è una delle prove dei successi della scienzadi Maurilio Orbecchi  La Stampa TuttoScienze 17.10.12

La filosofia non si risolve nella scienza, è un’attività diversa, ma mi sembra molto difficile fare una buona filosofia in contrasto con la scienza».
Chi parla è Maurizio Ferraris, uno dei più influenti filosofi italiani, professore di filosofia teoretica all’Università di Torino e teorico del «New Realism», presentato nel saggio «Manifesto del nuovo realismo» (Laterza). Ferraris sottolinea come nell’antirealismo, che spesso si collega alla critica della scienza, si manifesti una contraddizione pratica. «Prendiamo Martin Heidegger. Tra le sue affermazioni più problematiche c’è l’espressione “La scienza non pensa”. La scienza sarebbe un’attività secondaria rispetto ad altre più fondamentali, come l’arte, la filosofia, la politica. Ma, se le cose stanno così, per quale motivo, quando è entrato in depressione, ha cercato l’aiuto di uno psichiatra, Medard Boss, e non di un pittore, di un filosofo, di un parlamentare? ».
Quello della malattia prosegue Ferraris è un esperimento cruciale: epistemologi anarchici che scrivono che il cardinale Bellarmino aveva più ragione di Galileo, filosofi ermeneutici che sostengono che la scienza non pensa, filosofi dionisiaci per i quali l’artista è superiore all’uomo di scienza, nel momento in cui si ammalano scelgono di farsi curare con quanto di meglio offrono scienza e tecnica. «Allora – ci si domanda – perché prima dicevate che la scienza non pensa e che l’illusione è il massimo bene? Come fate a vivere in questa doppia verità o doppia menzogna? Come ci può essere una discrepanza così forte tra quello che pensate e quello che fate? ».
Questa discrepanza è un problema teorico e vale non solo per la critica della scienza, ma anche per l’antirealismo e per la critica della verità. «Anche il filosofo più radicalmente antirealista aggiunge Ferraris si comporta nella vita pratica come il resto del mondo, accettando l’idea che il suo letto esista anche quando dorme. E lo stesso filosofo che sostiene che la verità è solo un effetto di potere è interessato a sapere a che ora parte il treno, se suo figlio ha fatto i compiti, se piove. Spesso i filosofi antirealisti obiettano che non mettono in discussione nessuna di queste verità ovvie e che il livello, in cui si sostiene che non ci sono fatti, solo interpretazioni, che la verità non esiste e che bisogna dire addio alla verità, è ben altro. Mi chiedo tuttavia quale sia questo livello. Per esempio, è il livello di chi afferma che la Shoah non c’è stata? Dovendo scegliere, è meglio negare la pioggia! ».
Difficile capire come si possa passare buona parte del proprio tempo alla ricerca della verità e vivere in un mondo che è permeato di scienza, dicendo che la verità stessa è una truffa e la scienza non pensa. Talvolta si ha l’impressione di avere a che fare con la situazione descritta ne «La grande magia» da Eduardo De Filippo: il protagonista, Calogero, sostiene che la vita non è realtà che scorre, ma solo immagine e gioco. A un certo punto chiede al servitore di andare al mercato. E quello gli risponde, chiedendogli il denaro: «Signò, se le immagini dei venditori, al mercato, non vedono le immagini dei soldi, non si prestano al giuoco! ».
Lo scetticismo filosofico ha tante origini e molte declinazioni. Di certo, in Italia, ha pesato l’eredità del neoidealismo che ha combattuto quella che Ferraris chiama «l’alleanza tra scienza e filosofia» e l’ha sostituita con quella tra storia e filosofia. Per una nuova alleanza, però, è sufficiente, secondo il «Nuovo realismo», «conoscere e accettare le scoperte scientifiche, evitare posizioni contraddittorie fra teorie filosofiche e pratica personale e riconoscere che esistono ampi spazi di realtà, dalla politica all’arte, dove la scienza è marginale e la filosofia ha molto da dire».
Dopo decenni di sterile postmodernismo, chi ama la scienza non può che accogliere con favore questo sviluppo filosofico.

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