| LIBERO del 13/11/2012 | ||
mercoledì 31 ottobre 2012
Un nuovo libro di Ugo Palmiro
«Un giornale unico» Così Gramsci definiva l’Avanti!
Il libro di Intini ne ripercorre la storia Vendeva
400mila copie nel 1919. Una vita epica e molto travagliata tra censure
assalti dei fascisti, la chiusura nel ’36 e le pubblicazioni riprese in
esilio. Il legame con i socialisti nel bene e nel male La sua storia, dagli eroici giorni del 1896, arrivò fino alla crisi di Tangentopoli Il quotidiano chiuse nel 1993
di Maria Luisa Righi
l’Unità 29.10.12
«L’AVANTI!
È GIORNALE UNICO, SENZA CONCORRENTI, È IL “PRODOTTO” NECESSARIO CHE SI
ACQUISTA PERCHÉ NECESSARIO, PERCHÉ INSOSTITUIBILE, PERCHÉ CORRISPONDE A
UN BISOGNO INTIMO IRRESISTIBILE COME IL BISOGNO DEL PANE PER UNO STOMACO
SANO». Così Gramsci scriveva alla fine de 1918 sulle colonne del «suo»
giornale. Il giornale del partito socialista era ormai maggiorenne e in
vent’anni aveva quasi decuplicato le vendite: 400mila copie nel 1919,
contro le 40mila copie del primo anno di vita. Il primo numero era
uscito nel Natale 1896.
L’Avanti! s’era subito distinto dagli altri
giornali, per le sue battaglie a sostegno delle lotte dei lavoratori,
contro il colonialismo, per le sue inchieste sulla corruzione, sulla
condizione dei poveri, degli immigrati, per l’attenzione a «tutto ciò
che
avviene nella società moderna» (aveva suggerito Turati) e al tempo
stesso vicino ai bisogni più elementari degli ultimi, spingendosi a
propagandare le regole dell’igiene, «come evitare i pidocchi, lavarsi i
denti, fare il brodo, alimentare i bambini». Il giornale conquistò ben
presto le simpatie di larghi settori dell’intellettualità non solo
socialista. Da Edmondo De Amicis a Giuseppe Prezzolini, da Ada Negri a
Giovanni Pascoli, da Gabriele Galantara, che disegnò la testata, a
Umberto Boccioni. Come scrisse Croce, «intorno ai socialisti si aggrega
tutta o quasi tutta la parte eletta della giovane generazione».
Fu il
primo giornale d’opposizione, espressione di una forza politica
nazionale e non di potentati locali o interessi particolari. Per questo
divenne da subito il simbolo della coscienza acquisita dai proletari
che, organizzandosi, emancipavano se stessi e il mondo. E al mondo, alle
lotte dei cavatori di pietra inglesi, ai portuali di Amburgo, alle
vittorie dei socialisti francesi, il giornale dedicava grande spazio (il
nome stesso era la traduzione dell’organo della socialdemocrazia
tedesca).
I lavoratori sacrificavano i pochi centesimi guadagnati per
destinarli alla sottoscrizione; lo si portava con sé nella tomba;
qualcuno, specie in Emilia, chiamò «Avanti!» il proprio bambino.
L’Avanti!
fu giornale di partito originale e modello per molti, da L’Humanité,
fondata nel 1904 da Jean Jaurès, a l’Unità che i comunisti si decisero a
fondare solo nel 1924, quando fu chiaro che la riunificazione col Psi
(concordata a Mosca tra
Giacinto Menotti Serrati e Gramsci, e che
avrebbe dovuto vederli co-direttori dell’Avanti!) era ormai fallita. Ed
era fallita per l’opposizione dei dirigenti organizzati proprio intorno
alla redazione milanese del giornale, capeggiati da Pietro Nenni, che
utilizzando il suo ruolo di redattore capo alla fine del 1922, si oppose
agli impegni assunti a Mosca dal suo direttore Serrati.
L’Avanti!
era l’orgoglio dei socialisti, e l’ossessione delle forze reazionarie,
che contro il giornale scatenarono un’occhiuta vigilanza e ripetute
persecuzioni: sequestri, arresti (nel 1898, dopo le cannonate di Bava
Beccaris, furono arrestati Turati e il direttore del giornale, Leonida
Bissolati), perquisizioni e censura. Durante la prima guerra mondiale
intere pagine uscirono completamente bianche oppure riempite
ironicamente con brani dei Promessi sposi. Con lo squadrismo
nazionalista e poi fascista arriveranno gli assalti armati e le
devastazioni (tra il 1919 e il 1922 le sue redazioni sono ripetutamente
assaltate, distrutte e incendiate), i ripetuti sequestri (36 nel 1924,
62 nel 1925). Benito Mussolini, che del giornale era stato uno dei
direttori più amati negli anni che avevano preceduto la guerra, aveva
maturato «invidia e odio profondo». Ma il quotidiano confezionato da
Nenni non s’arrendeva e continuava a uscire. Solo le Leggi eccezionali
ne decretarono la chiusura il 31 ottobre 1926.
Ma l’Avanti!, come
aveva scritto Gramsci nel 1918, non era un «giornale-merce» e continuava
a vivere là dove operavano i socialisti. Già il 10 dicembre 1926
riprese le pubblicazioni a Parigi, dove si rifugiarono molti dirigenti
socialisti, come Bollettino del Partito socialista. Era soltanto una
paginetta settimanale, grande come un volantino, ma era un «impegno
d’onore» per «far rivivere in Francia l’organo glorioso». Anche in
esilio i socialisti non persero quei tratti che li avevano
contraddistinti sin dalle origini: «divisi e litigiosi. Libertari,
spiriti critici, insofferenti alla disciplina, generosi e sanguigni». La
condizione di esiliati non attenuò, semmai acuì queste caratteristiche e
i contrasti tra le posizioni massimaliste di Angelica Balabanoff, che
lo dirigeva, e quelle di Nenni (che si batteva per la fusione con i
socialisti riformisti). Si acuirono fino a portare alla nascita di un
nuovo Avanti!, stampato a Zurigo.
Quelli che vanno dalla crisi del
’29, all’affermarsi del nazismo alla guerra e alla Resistenza, sono anni
tumultuosi che costrinsero i partiti antifascisti a misurarsi con un
quadro politico continuamente in movimento e le posizioni cambiavano
rapidamente. Sicché Nenni, il fiero oppositore della fusione tra Psi e
neonato Pcd’I del 1923, divenne negli anni dei fronti popolari il
fautore prima e il firmatario poi del Patto d’unità d’azione col partito
comunista, siglato nel 1934.
Caduto Mussolini, «neppure si
concepisce che il socialismo possa rinascere se non contestualmente
all’Avanti!» che esce clandestinamente già il 22 agosto 1943. Alla
liberazione di Roma, la sera del 5 giugno 1944, il giornale «Anno 48.
Nuova serie, n. 1» è «sventolato come una bandiera vittoriosa» nei
cortei che festeggiarono l’ingresso dei soldati americani.
Il
quotidiano divenne subito il quotidiano più diffuso e autorevole del
Sud, che presto raggiunse le 50mila copie, mentre al Nord un’edizione
clandestina arrivò a stamparne 15mila. Dopo la Liberazione raggiunse
presto le 360mila copie, grazie a quelle caratteristiche che l’avevano
fatto grande alla nascita: l’attenzione a quanto di meglio esprimeva la
cultura italiana e mondiale, grazie a collaboratori di vaglia (da Franco
Fortini a Fernanda Pivano, ai giovani Paolo Grassi e Giorgio Strehler),
ma anche allo sport, alla cronaca nera, alle lotte del lavoro, che la
«stampa borghese» ignorava o distorceva, con giornalisti che
diventeranno famosi come Ugo Zatterin o Ruggero Orlando (corrispondente
da Londra).
La storia dell’Avanti! fu, anche nel dopoguerra, la
storia del suo partito, coi suoi successi e le sue sconfitte, pregi e
limiti, intuizioni ed errori. Una storia che dagli eroici giorni del
1896 arrivò al «logoramento e al declino» del 1987-1992, sino al
«crollo» del 1993. Una storia raccontata con competenza e partecipazione
da Ugo Intini che al giornale ha lavorato 27 anni e che lo ha diretto
dal 1981 al 1987.
Il ponderoso volume si legge come un romanzo perché
la storia d’Italia vista dalla redazione del giornale, si anima delle
passioni di quegli uomini e quelle donne, che quella storia non solo
l’hanno fatta, dividendo il loro impegno di giornalisti con l’attività
di dirigenti di partito, ma l’hanno determinata anche raccontandola
giorno per giorno, trovando un senso ai grandi e ai piccoli accadimenti
quotidiani. E così facendo hanno orientato masse di cittadini,
rendendoli consapevoli dei propri diritti, dando loro il coraggio di
organizzarsi per rivendicarli.
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