mercoledì 31 ottobre 2012

Un nuovo libro di Ugo Palmiro

Ugo Intini : AVANTI! Un giornale, un’epoca, pagine 754 euro 30,00 Ponte Sisto

«Un giornale unico» Così Gramsci definiva l’Avanti!

Il libro di Intini ne ripercorre la storia Vendeva 400mila copie nel 1919. Una vita epica e molto travagliata tra censure assalti dei fascisti, la chiusura nel ’36 e le pubblicazioni riprese in esilio. Il legame con i socialisti nel bene e nel male La sua storia, dagli eroici giorni del 1896, arrivò fino alla crisi di Tangentopoli Il quotidiano chiuse nel 1993
di Maria Luisa Righi  l’Unità 29.10.12

«L’AVANTI! È GIORNALE UNICO, SENZA CONCORRENTI, È IL “PRODOTTO” NECESSARIO CHE SI ACQUISTA PERCHÉ NECESSARIO, PERCHÉ INSOSTITUIBILE, PERCHÉ CORRISPONDE A UN BISOGNO INTIMO IRRESISTIBILE COME IL BISOGNO DEL PANE PER UNO STOMACO SANO». Così Gramsci scriveva alla fine de 1918 sulle colonne del «suo» giornale. Il giornale del partito socialista era ormai maggiorenne e in vent’anni aveva quasi decuplicato le vendite: 400mila copie nel 1919, contro le 40mila copie del primo anno di vita. Il primo numero era uscito nel Natale 1896.
L’Avanti! s’era subito distinto dagli altri giornali, per le sue battaglie a sostegno delle lotte dei lavoratori, contro il colonialismo, per le sue inchieste sulla corruzione, sulla condizione dei poveri, degli immigrati, per l’attenzione a «tutto ciò
che avviene nella società moderna» (aveva suggerito Turati) e al tempo stesso vicino ai bisogni più elementari degli ultimi, spingendosi a propagandare le regole dell’igiene, «come evitare i pidocchi, lavarsi i denti, fare il brodo, alimentare i bambini». Il giornale conquistò ben presto le simpatie di larghi settori dell’intellettualità non solo socialista. Da Edmondo De Amicis a Giuseppe Prezzolini, da Ada Negri a Giovanni Pascoli, da Gabriele Galantara, che disegnò la testata, a Umberto Boccioni. Come scrisse Croce, «intorno ai socialisti si aggrega tutta o quasi tutta la parte eletta della giovane generazione».
Fu il primo giornale d’opposizione, espressione di una forza politica nazionale e non di potentati locali o interessi particolari. Per questo divenne da subito il simbolo della coscienza acquisita dai proletari che, organizzandosi, emancipavano se stessi e il mondo. E al mondo, alle lotte dei cavatori di pietra inglesi, ai portuali di Amburgo, alle vittorie dei socialisti francesi, il giornale dedicava grande spazio (il nome stesso era la traduzione dell’organo della socialdemocrazia tedesca).
I lavoratori sacrificavano i pochi centesimi guadagnati per destinarli alla sottoscrizione; lo si portava con sé nella tomba; qualcuno, specie in Emilia, chiamò «Avanti!» il proprio bambino.
L’Avanti! fu giornale di partito originale e modello per molti, da L’Humanité, fondata nel 1904 da Jean Jaurès, a l’Unità che i comunisti si decisero a fondare solo nel 1924, quando fu chiaro che la riunificazione col Psi (concordata a Mosca tra
Giacinto Menotti Serrati e Gramsci, e che avrebbe dovuto vederli co-direttori dell’Avanti!) era ormai fallita. Ed era fallita per l’opposizione dei dirigenti organizzati proprio intorno alla redazione milanese del giornale, capeggiati da Pietro Nenni, che utilizzando il suo ruolo di redattore capo alla fine del 1922, si oppose agli impegni assunti a Mosca dal suo direttore Serrati.
L’Avanti! era l’orgoglio dei socialisti, e l’ossessione delle forze reazionarie, che contro il giornale scatenarono un’occhiuta vigilanza e ripetute persecuzioni: sequestri, arresti (nel 1898, dopo le cannonate di Bava Beccaris, furono arrestati Turati e il direttore del giornale, Leonida Bissolati), perquisizioni e censura. Durante la prima guerra mondiale intere pagine uscirono completamente bianche oppure riempite ironicamente con brani dei Promessi sposi. Con lo squadrismo nazionalista e poi fascista arriveranno gli assalti armati e le devastazioni (tra il 1919 e il 1922 le sue redazioni sono ripetutamente assaltate, distrutte e incendiate), i ripetuti sequestri (36 nel 1924, 62 nel 1925). Benito Mussolini, che del giornale era stato uno dei direttori più amati negli anni che avevano preceduto la guerra, aveva maturato «invidia e odio profondo». Ma il quotidiano confezionato da Nenni non s’arrendeva e continuava a uscire. Solo le Leggi eccezionali ne decretarono la chiusura il 31 ottobre 1926.
Ma l’Avanti!, come aveva scritto Gramsci nel 1918, non era un «giornale-merce» e continuava a vivere là dove operavano i socialisti. Già il 10 dicembre 1926 riprese le pubblicazioni a Parigi, dove si rifugiarono molti dirigenti socialisti, come Bollettino del Partito socialista. Era soltanto una paginetta settimanale, grande come un volantino, ma era un «impegno d’onore» per «far rivivere in Francia l’organo glorioso». Anche in esilio i socialisti non persero quei tratti che li avevano contraddistinti sin dalle origini: «divisi e litigiosi. Libertari, spiriti critici, insofferenti alla disciplina, generosi e sanguigni». La condizione di esiliati non attenuò, semmai acuì queste caratteristiche e i contrasti tra le posizioni massimaliste di Angelica Balabanoff, che lo dirigeva, e quelle di Nenni (che si batteva per la fusione con i socialisti riformisti). Si acuirono fino a portare alla nascita di un nuovo Avanti!, stampato a Zurigo.
Quelli che vanno dalla crisi del ’29, all’affermarsi del nazismo alla guerra e alla Resistenza, sono anni tumultuosi che costrinsero i partiti antifascisti a misurarsi con un quadro politico continuamente in movimento e le posizioni cambiavano rapidamente. Sicché Nenni, il fiero oppositore della fusione tra Psi e neonato Pcd’I del 1923, divenne negli anni dei fronti popolari il fautore prima e il firmatario poi del Patto d’unità d’azione col partito comunista, siglato nel 1934.
Caduto Mussolini, «neppure si concepisce che il socialismo possa rinascere se non contestualmente all’Avanti!» che esce clandestinamente già il 22 agosto 1943. Alla liberazione di Roma, la sera del 5 giugno 1944, il giornale «Anno 48. Nuova serie, n. 1» è «sventolato come una bandiera vittoriosa» nei cortei che festeggiarono l’ingresso dei soldati americani.
Il quotidiano divenne subito il quotidiano più diffuso e autorevole del Sud, che presto raggiunse le 50mila copie, mentre al Nord un’edizione clandestina arrivò a stamparne 15mila. Dopo la Liberazione raggiunse presto le 360mila copie, grazie a quelle caratteristiche che l’avevano fatto grande alla nascita: l’attenzione a quanto di meglio esprimeva la cultura italiana e mondiale, grazie a collaboratori di vaglia (da Franco Fortini a Fernanda Pivano, ai giovani Paolo Grassi e Giorgio Strehler), ma anche allo sport, alla cronaca nera, alle lotte del lavoro, che la «stampa borghese» ignorava o distorceva, con giornalisti che diventeranno famosi come Ugo Zatterin o Ruggero Orlando (corrispondente da Londra).
La storia dell’Avanti! fu, anche nel dopoguerra, la storia del suo partito, coi suoi successi e le sue sconfitte, pregi e limiti, intuizioni ed errori. Una storia che dagli eroici giorni del 1896 arrivò al «logoramento e al declino» del 1987-1992, sino al «crollo» del 1993. Una storia raccontata con competenza e partecipazione da Ugo Intini che al giornale ha lavorato 27 anni e che lo ha diretto dal 1981 al 1987.
Il ponderoso volume si legge come un romanzo perché la storia d’Italia vista dalla redazione del giornale, si anima delle passioni di quegli uomini e quelle donne, che quella storia non solo l’hanno fatta, dividendo il loro impegno di giornalisti con l’attività di dirigenti di partito, ma l’hanno determinata anche raccontandola giorno per giorno, trovando un senso ai grandi e ai piccoli accadimenti quotidiani. E così facendo hanno orientato masse di cittadini, rendendoli consapevoli dei propri diritti, dando loro il coraggio di organizzarsi per rivendicarli.

LIBERO
del 13/11/2012
Argomenti di classificazione IL DELIRIO COMUNISTA CONTRO GLI SPOT IN TV  (INTINI UGO) a pag. 28

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