mercoledì 31 ottobre 2012

Tortorella ricorda Davide Lajolo


Davide Lajolo

Il coraggio di Ulisse sulla nave de l’Unità
Pubblichiamo ampi stralci della relazione di Aldo Tortorella al convegno
su Davide Lajolo organizzato dalla Fondazione Gramsci
in occasione del centenario della nascita che si è svolto alla Camera dei deputati

di Aldo Tortorella l’Unità 30.10.12


Certamente, è difficile, anzi praticamente impossibile, distinguere la figura di Davide Lajolo politico dall’opera di Ulisse il corsivista, il giornalista, il direttore de l’Unità per dieci anni e per altrettanti del settimanale Vie Nuove, o dall’opera sua di saggista e scrittore di narrazioni autobiografiche che furono di educazione e di pensiero politico in forma di opera letteraria. Solo lui e Ingrao hanno diretto l’Unità così a lungo, e il settimanale Giorni-Vie Nuove ebbe vita vera finché egli ne guidò le sorti. Ma proprio per la politicità del suo impegno di giornalista e di scrittore si deve parlare di una sua peculiare funzione dirigente e non solo per il fatto che Lajolo fu deputato per quindici anni e fu per un quarto di secolo membro del Comitato centrale del Pci (quando quell’organismo era di decine e non centinaia di persone come accadde più avanti nel tempo). Dirigente non è chi ne reca i galloni, ma chi esercita con il pensiero o con l’azione o con entrambi un compito di creazione di realtà sociali e politiche: e a questo modello di dirigente appartenne Lajolo.
LA POLITICA
Si è scritto spesso di lui che egli sia stato un «comunista scomodo» o un «eretico», intendendo dire che egli fu un non conformista, un uomo con un pensiero proprio. Questo è vero, ma non dice tutto, non gli restituisce quello che gli si deve, non dice l’essenziale del posto che gli spetta nella vicenda di quella parte della sinistra italiana. Le definizioni di «scomodità» e di «eresia» presuppongono la tradizionale immagine del partito cui Ulisse appartenne per 50 anni come quella di una compagine di credenti dominata da una ortodossia, come fu da un certo momento in poi nel partito sovietico. Non fu così. Quel partito per tutta la sua vita fu squassato da lotte talora asperrime, non mai chiuse una volta per tutte anche per la esistenza di centri diversi di iniziativa sparsi per l’Europa e il mondo nel tempo della clandestinità in patria. E quando, nel secondo dopoguerra del secolo scorso, il Pci mostrò un suo volto unitario, e incominciò la sua ascesa, viveva egualmente un travaglio interno che fu, all’inizio, drammatico. La politica di Togliatti tutta centrata sulla fedeltà alla democrazia e alla nazione nell’interesse medesimo dei lavoratori, che appariva e ancora viene presentata come indiscussa, si dovette affermare tra duri contrasti e conobbe per anni avanzamenti e arretramenti.
Per la formazione del partito definito come «nuovo» rispetto alle idee, ai concetti e ai linguaggi del passato e di altri partiti detti ‘fratelli’ l’Unità fu uno strumento determinante e quella di Milano diretta da Lajolo dal ‘48 al ‘58 spiccò tra le altre (ci furono fino al 1957 quattro diverse edizioni e redazioni) proprio per le qualità di Ulisse polemista vigoroso e uomo libero, pur in una disciplina che veniva spontanea dinnanzi ai vecchi dirigenti usciti da prove durissime sia nella lotta antifascista sia sotto il regime staliniano. La stessa figura di Lajolo, venuto tra i comunisti durante la Resistenza provenendo da una prima giovinezza di fascista impegnato, era emblematica di una forza politica dove gli antichi e riconosciuti meriti non facevano per se stessi grado e non abilitavano a tracciare la linea politica. Lajolo diventò, così, quasi naturalmente, uno dei sostenitori più efficaci del partito nuovo, in stretto legame politico con Giancarlo Pajetta: anche se la comune indole ribelle aveva generato nel passaggio tra l’adolescenza e la giovinezza percorsi politici opposti, l’uno nelle galere fasciste per 12 anni, l’altro volontario fascista in Spagna convinto che da quella parte fosse la vera rivoluzione.
Quello che Lajolo rappresenta e contribuisce a formare è un partito che vuole cambiare, aprirsi culturalmente e rinnovarsi, che rifiuta la tentazione, pur molto presente, a chiudersi in una trincea settaria dopo la sconfitta del ‘48. Se Togliatti aveva chiamato nel Comitato centrale grandi intellettuali di tendenze culturali assai diverse, da Antonio Banfi a Concetto Marchesi, Lajolo appena può ritornare la terza pagina perché i giornali hanno un po’ più di carta spalanca le porte, senza esclusivismi ideologici, ai migliori del tempo: da Pavese a Calvino, dalla Ginzburg alla Masino, a tanti altri. Contemporaneamente, nella lotta politica di quegli anni, che era allo stesso tempo di opposizione ai duri governi centristi e di sottintesa polemica interna di partito, Lajolo portava allora e portò poi un timbro e una sensibilità propria. Era, la sua, una concezione, spontaneamente vissuta, della politica come passione, quella che il fascismo aveva tradito, e quella passione avvertibile e sincera ne faceva un dirigente popolare e amato e un costruttore di quella comunità umana che veniva diventando il Pci.
IL GIORNALISMO
Conobbi Ulisse nel ‘46, essendo io tornato a Milano da Genova dove avevo fatto l’ultima parte della Resistenza e partecipato a fondare la edizione genovese: egli, poco più che trentenne, era allora stato chiamato da Torino come redattore capo e a me, appena ventenne, era stato affidato, certo con eccesso di fiducia, il servizio interni con dei redattori letteratissimi, come Fidia Gambetti, delicato poeta, con una storia simile a quella di Ulisse, e altri più esperti di lotta partigiana che di parole, come lo straordinario comandante Mezzadra dell’Oltrepò pavese. Non fu un incontro facile tra un ragazzo, se non ricordo male, un pò saccente, che masticava di filosofia e credeva di avere già chissà quale lungo passato alle spalle e un uomo fatto, che sembrava e voleva sembrare l’immagine di una rude semplicità contadina e di una immediatezza comunicativa. Ma, credo, imparai presto a vedere quanti turbamenti e, anche, quanto dolore ci fossero dietro l’apparenza brusca e sicura di quell’uomo profondamente buono. Da Ulisse appresi la importanza politica non solo degli editoriali o delle cronache del potere (la nota politica, si chiamava) e di quelle sindacali, ma della cronaca bianca e nera, per cui a quei tempi non c’erano sezioni speciali. Ma si apprendeva da lui, soprattutto, ad essere vicini alla sensibilità e alle passioni popolari.
I suoi corsivi non erano, come saranno poi quelli di Fortebraccio, modelli di ironia e di satira, ma volevano parlare, e parlavano, direttamente al sentimento e al buon senso di ciascun lettore e di tutti, e venivano costruendo una mentalità nuova. «Caro Papa» fu una volta l’inizio e il titolo di un suo memorabile corsivo. Quel rivolgersi familiarmente, per una qualche critica che non ricordo, ad una istituzione religiosa volutamente avvolta allora ancora più di oggi in un’aura d’intangibilità sacrale e in tempi di scomunica imperante, diventava per ciò stesso lezione di una laicità serena che evita la grossolanità e non teme il rispetto per l’altro da te. È un esempio soltanto di una funzione educativa fuori dagli schemi del tempo sicuramente incompresa dalla parte più conservatrice dei quadri d’allora, formati alla scuola dolorosa e severa e necessariamente musona della clandestinità.
Ma vi erano altri, tra quelli che ci apparivano i vecchi, che invece comprendevano e aiutavano lo sforzo di fare dell’Unità un giornale popolare aperto a una pluralità di interessi e di culture: in primo luogo il segretario del partito. Si narrava allora che Togliatti all’assai influente dirigente, di abbondanti fattezze, che protestava con lui perché l’Unità aveva messo in prima pagina il caso di una balena spiaggiata anziché un suo importante discorso avesse risposto: «Quando ti spiaggerai tu, ti metteremo in prima pagina». Non so se fosse un aneddoto vero, ma credibile lo era certamente. Lajolo non avrebbe potuto reggere tutto quel tempo, così come Ingrao a Roma, se non ci fosse stato un fortissimo argine alle pressioni personali e politiche di tanti. Lajolo fu apprezzato, in primo luogo, da Togliatti e da Longo. Fu Amendola che lo mandò all’Unità e Pajetta lo volle come suo successore.
I CRIMINI DI STALIN
La prova più lacerante venne con la rivelazione dei crimini di Stalin e con la insurrezione popolare in Ungheria. Comune fu allora per molti, che trassero poi conseguenze diverse, la consapevolezza che una storia era finita e un’altra doveva cominciare, alcuni concludendo che col Pci non c’era più niente da fare, altri di noi convincendosi e sperando che fosse possibile cambiare dall’interno, su un cammino che era già stato diverso e in qualche caso, opposto rispetto a quello dei partiti comunisti al potere. Tra chi scelse di restare fu Ulisse: con un travaglio, che vidi da vicino, più doloroso e più sofferto che per altri perché per la seconda volta sentiva la ferita del disinganno e anche perché, forse, più passionale era stata la sua adesione. Ma questa scelta lo indurrà a farsi un forte sostenitore del rinnovamento di mentalità e di quadri di cui furono tra i primi protagonisti Giorgio Amendola, andato all’organizzazione dopo Secchia, e Pajetta, alla propaganda. Così, quando arriverà, nel 68, il dramma della Cecoslovacchia, Ulisse sarà con Longo in prima fila nella difesa del socialismo dal volto umano e nella condanna dell’intervento e cercherà, poi, contatti con gli uomini della resistenza. Pelikan , che fu tra i protagonisti della primavera di Praga, lo ricorda assieme a Rossana Rossanda e a Lucio Lombardo Radice tra coloro che lo accolsero affettuosamente in Italia, contrariamente alla ufficialità del partito (...).
Verso la fine del periodo parlamentare, durato tre legislature, Longo affida a Ulisse il settimanale Vie Nuove, ormai esangue. Ed egli intende e svolge questo compito con la sua abilità giornalistica, ma con una intenzionalità politica assai precisa ed evidente: quella di aiutare il suo partito sulla strada della propria piena autonomia. Il lungo periodo di attività parlamentare, però, fu anche l’occasione di una più intensa attività di Ulisse come scrittore di cui conta qui rammentare l’opera di maggiore impegno civile, quel «Il voltagabbana» che poneva a confronto le vite di due che avevano combattuto su opposti fronti nella guerra civile spagnola: lui stesso e Francesco Scotti, di cui era diventato amico nella resistenza, che sarà poi tra i costituenti, parlamentare, dirigente comunista, uomo di straordinaria finezza e generosità. Ne viene un ritratto d’epoca che aiutò molti giovani capire cosa era stata la storia e i drammi di una generazione e del proprio paese (...).
C’è uno stereotipo, con molti esempi letterarii, della figura di quelli che furono i dirigenti comunisti, caricaturale anche quando non è malevolo e, anzi, vuole essere elogiativo. Uomini tutti d’un pezzo, certo integri, ma chiusi in una trappola di idee antiquate, quasi discepoli di una fede in nome della quale pronti ad ogni doppiezza. Ci fu anche questo, soprattutto nella clandestinità. Quando tutto è perduto, come spiega Gramsci, la fede in una fatalità progressista sembra aiutare. Ma è lui a chiarire nella stessa pagina che incoraggiare questa tendenza è insensato perché spegne la ricerca critica, che è l’unica strada da percorrere. A questa scuola che insegna il dubbio crebbero, con maggiore o minore diligenza, i dirigenti di quel partito. E Lajolo ha mostrato la sua forza e il suo ruolo dirigente proprio perché più visibilmente di altri ha rotto quel cliché, perché ha voluto adempiere al suo ruolo come uomo di politica e di cultura senza dimenticare la propria e l’altrui umanità.

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