La «quinta» su cui si apre il corso è
una sala del palazzo imperiale di Settimio Severo. L'attenzione di
Foucault è catturata dal curioso rapporto tra uno spazio destinato
all'esercizio del potere e all'amministrazione della giustizia e il suo
soffitto, coperto dal cielo stellato, dipinto celando la configurazione
astrale che diede i natali all'imperatore. La volta del cielo trapunta
di stelle testimonierebbe di un più decisivo rapporto tra il logos
cosmico e le sentenze pronunciate dall'imperatore: il governo di
Settimio Severo segue una curva che va dagli astri al mondo,
qualificandosi, dunque, come uno speciale modo di esercitare il potere
cui si accompagna, o attraverso cui si esprime, la manifestazione
dell'ordine vero del mondo.
Questa bizzarra ouverture offre il destro
a Foucault per introdurre un tema che ha più di qualche elemento di
continuità con le sue riflessioni precedenti e che si rivelerà in ogni
caso decisivo in quell'opera di infinito ritorno sul proprio gesto
filosofico. Se, anche nei corsi dedicati alla governamentalità, la
ricerca foucaultiana era stata centrata sull'analisi delle ragioni per
cui non è possibile governare senza possedere un'accurata conoscenza
dell'ordine delle cose e della condotta degli uomini, questa necessità
di natura economica e amministrativa si rivela solo una prestazione
possibile di quella più cruciale relazione che lega l'esercizio del
potere alla manifestazione della verità.
Un antidoto all'utilitarismo
La
verità del cielo stellato di Settimio Severo eccede infatti le
conoscenze utili al governo. Si tratta, perciò, di una verità
esorbitante e supplementare, il cui modo di manifestarsi non risponde
che in minima parte ai modelli epistemici classici. Esisterebbe infatti -
aldilà di ogni conoscenza razionale - una manifestazione pura del vero:
non una verità da stabilire o da fissare e neppure una verità che
semplicemente si oppone al falso. La verità di cui si tratta qui è
quella che sorge sullo sfondo dell'ignoto e dunque l'operazione che la
concernerà non risponderà all'ordine dell'organizzazione di un sapere in
funzione dell'esercizio del governo; essa investirà piuttosto un
rituale di manifestazione della verità che ha bensì un rapporto con
l'esercizio del potere, ma assai diverso tanto dalla semplice utilità
che dal puro calcolo.
Quella che Foucault addita è dunque una
fondamentale coappartenza tra esercizio del potere e manifestazione di
verità. Non c'è egemonia senza aleturgia (ossia una manifestazione
rituale di verità): laddove c'è del potere e laddove si vuole che ce ne
sia, là deve esservi manifestazione di verità. L'ipotesi che guida il
corso è dunque quella di indagare i modi e le forme di un governo degli
uomini attraverso la verità. Operazione che finirà per implicare anche
la sovversione di quel nesso tra sapere e potere che tanta parte aveva
avuto nelle ricerche foucaultiane. L'imperativo dell'indagine sembra
quello, testualmente, di sbarazzarsi di questa griglia interpretativa.
Se i corsi precedenti avevano messo in cantiere la revisione del
concetto di potere attraverso quello di governamentalità, prima, e di
governo, dopo, si tratta adesso di cimentarsi con uno speculare
rimaneggiamento della nozione di sapere nella direzione del problema
della verità: non si possono infatti dirigere gli esseri umani e le loro
condotte senza compiere delle operazioni nell'ordine del vero, tali da
eccedere sempre ciò che è necessario e utile. Foucault sembra insomma
operare una correzione rispetto a La volontà di sapere, arrivando a
sostenere che, se il potere non si riduce alla sua dimensione
biopolitica, è proprio in virtù di questo cerchio aleturgico
costantemente tracciato attorno al proprio esercizio.
La peripezia di Edipo
Seguendo
questa intuizione - tanto nel corso che nel seminario - Foucault
propone una lettura aleturgica di Edipo re. Se ogni tragedia greca è
un'aleturgia, allora Edipo re è una sorta di aleturgia di secondo grado:
essa allo stesso tempo produce e rappresenta (performa) una
veridizione. C'è di più: giusta la riduzione aristotelica degli elementi
chiave della tragedia alla peripezia e al riconoscimento, l'Edipo
propone un percorso à rebours che va dal riconoscimento (della verità)
alla peripezia (il modo in cui la verità si è prodotta). E l'intento
foucaultiano è precisamente quello di isolare l'insieme di tecniche e
procedure attraverso le quali si produce e si manifesta la verità della
tragedia nell'intreccio drammaturgico di verità e veridizioni multiple:
il potere - è questa la lezione di Edipo - si esercita attraverso una
manifestazione di verità secondo la forma della soggettività, con
effetti di salvezza per ciascuno e per tutti.
Proprio il rapporto
tra verità e soggettività si guadagna il centro della scena del corso.
Se esiste un modo di affrontare filosoficamente la politica che consiste
nel domandarsi che cosa sia possibile dire del potere che lo assoggetta
una volta che il soggetto si sia volontariamente sottomesso al legame
con la verità attraverso un atto di conoscenza; esiste anche la
possibilità di domandarsi, muovendo non già dal legame volontario alla
verità quanto dalla stessa questione del potere, quale sia il rapporto
tra il potere e il soggetto di conoscenza e quali effetti ciò abbia sul
legame di verità cui questi si trova involontariamente sottomesso.
Non
si tratta di allestire una critica della rappresentazione centrata sui
dualismi del vero e del falso, scambiandoli per indicatori della
legittimità del potere, ma di cogliere, nel movimento di separazione dal
potere, indizi sul rapporto tra soggetto e verità. Non si tratta di
un'epochè, ma del tentativo di non considerare nessun potere come dato,
evidente o inevitabile, e quindi di non attribuirgli mai nessuna
preventiva o intrinseca legittimità. Il rapporto tra soggetto e verità
potrà essere indagato mostrando come in ultima istanza le relazioni di
potere si reggano sul nulla.
Foucault sta additando nulla di meno
che la costitutiva contingenza di ogni rapporto di potere. Si tratta di
un'attitudine insieme teorica e pratica che concerne la non
accettabilità del potere come principio di intelligibilità del sapere.
Foucault decide di chiamarla «anarcheologia»: se nessun concetto è
necessario o essenziale, è tuttavia possibile e opportuno analizzare il
fragile tessuto storico entro cui esso si situa. Si avrà così una
triangolazione che conduce dalla pratica ai suoi effetti sulla struttura
dei saperi, fino agli effetti che questi ultimi imprimono
sull'esperienza stessa del soggetto.
La tecnologia del potere
Sembrano
così - condensati nel bizzarro concetto di anarcheologia - riapparire e
chiarirsi tutti gli elementi che compongono il composito quadro del
metodo foucaultiano: il rifiuto degli universali, l'antiumanismo
metodologico, l'analisi tecnologica dei meccanismi di potere e il
continuo spostamento in avanti dei punti di non accettabilità.
L'anarcheologia del sapere non è uno studio globale delle relazioni tra
potere politico e conoscenza scientifica, ma un'analisi cocciuta dei
regimi di verità e delle relazioni che legano la manifestazione di
verità e le loro procedure ai soggetti che ne sono gli operatori, i
testimoni o gli oggetti. Essa è quindi una storia della molteplicità dei
regimi di verità e dei modi specifici in cui si istituisce il legame
tra manifestazione e oggetto di verità che ciascuno di essi comporta.
Foucault
conduce perciò uno studio - o per lo meno la sua preparazione - di
tutti quegli esercizi del potere che obbligano gli individui a farsi
protagonisti di procedure aleturgiche. L'indagine si concentra sulla
natura del rapporto tra soggetto di potere e soggetto attraverso il
quale e per il quale la verità si manifesta. Questa inserzione del
soggetto nel vivo dell'aleturgia verrà definito da Foucault - con un
prestito dal lessico della penitenza - actus veritatis. L'esercizio del
potere come governo degli uomini richiede, quindi, non solo atti di
obbedienza, ma anche atti di verità e alla prima dovrà, di conseguenza,
sempre accompagnarsi uno speciale modo di manifestare la propria verità
di soggetti.
Se l'economia dogmatica è stata una forma eminente di
pensare il rapporto tra governo degli uomini e regime di verità, allora
il cristianesimo costituirà il quadro di verifica dell'ipotesi. Il
regime di verità istituito dal cristianesimo non può infatti ridursi al
dogma e alla credenza. Insieme e oltre al contenuto della credenza,
esiste un atto di verità e, oltre e insieme alla professione di fede,
esiste l'obbligo per gli individui di stabilire con sé stessi un
rapporto di verità e insieme di produrre la propria verità con effetti
che esorbitano l'ordine della conoscenza.
L'atto di verità come atto
di confessione è l'operatore esemplare che permetterà a Foucault di
mostrare la tensione e il rapporto tra due regimi di verità interni al
cristianesimo. Se la fede è l'adesione a una verità esterna e
inattingibile, il cui piano di soggettivazione coincide con
l'accettazione di un contenuto, nel caso della confessione la verità è
conquistata grazie a uno scandaglio del fondo della propria anima.
Foucault si propone quindi un più approfondito attraversamento del
cristianesimo, cui - in un progetto che sembra solo parzialmente
rispettato dal dettato del corso - cerca di dare corso attraverso lo
studio dell'esame di sé, della confessione e della remissione dei
peccati.
Tra penitenza e mortificazione
Il
rapporto tra soggettività e verità implica un'organizzazione complessa
di tecniche differenti utili a legare l'obbligo alla verità con la
soggettività: la probatio sui nel battesimo, la pubblicatio sui nella
penitenza e l'esplorazione degli arcana coscientiae nell'esame e nella
direzione. Si tratta, nei tre casi, sempre di una relazione che associa
la mortificazione di sé, il rapporto con un altro e la verità. Questa
articolazione definisce i confini di una speciale forma di obbligazione
che non avrebbe mai finito di attraversare la storia della soggettività,
modellandola e trasformandola fino a oggi. Soggettività e verità non
comunicano soltanto nell'accesso del soggetto alla verità, ma anche
attraverso la flessione del soggetto sulla sua propria verità, mediata
da speciali esercizi capaci di metterla in parola. Non è necessario
essere Edipo, sembra sostenere Foucault, per essere obbligati a operare
la propria autoaleturgia.
Questa istituzionalizzazione dei rapporti
tra soggettività e verità attraverso l'obbligo a dire la verità su se
stessi, non si sostiene tuttavia senza l'organizzazione di una forma
specifica di potere. Foucault, chiudendo il corso, ritorna sul quadro
che - nella stanza di Settimio Severo - rappresentava l'ordine celeste e
quindi la verità del mondo, tenendo al contempo nascosta la
configurazione astrale che celava il destino di Settimio. Se
l'imperatore romano - con il cielo stellato sopra di lui - domandava
così il segno e la promessa della perennità del suo potere a una verità
del mondo depurata dalla verità su di sé, il cristiano, che non ha la
verità del mondo sopra la testa, ma la verità di sé nel fondo del cuore,
è perciò obbligato a manifestarla a un altro, secondo i modi e le forme
di un'obbedienza che prolunga la sua ombra sulla nostra stessa
contemporaneità.
Quella «politica di noi stessi» su cui Foucault
avrebbe cominciato a lavorare negli stessi anni, immaginando pratiche di
soggettivazione all'altezza delle tecniche di assoggettamento che le
fronteggiano, domanda di incominciare a disobbedire. In primo luogo a
noi stessi.
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