martedì 15 gennaio 2013
Per una storia semiologica della stupidità universale
Risvolto
La stupidità vince. Bisogna farsene una ragione. Gli imbecilli ci sono
sempre stati, si sa. Eppure, nell’attuale società dei media e dei
consumi sono diventati una folla cianciante che dichiara bellamente la
propria deficienza intellettiva e sentimentale, esibendola come un
valore. Il cretino è cool, più volente che nolente: ce lo dicono la tv, la stampa, i brand,
la rete; ce lo ribadiscono i colleghi d’ufficio, i vicini di casa, i
compagni di merende, gli amici al bar. Ecco un’indagine semiseria sulla
stupidità contemporanea, alla ricerca delle radici filosofiche,
letterarie e antropologiche di quest’inquietante fenomeno del nostro
tempo. Vagabondando fra le pagine dei più vari pensatori e scrittori
(Flaubert, Musil, Adorno, Deleuze, Barthes, Sciascia, Eco...), l’autore
conduce una riflessione sul senso della stupidità, sullo spazio che ha
nella vita di ognuno, sulle ambiguità di cui si nutre, proponendone una
piccola fenomenologia sociale. Antidoti? Qualcuno sicuramente sì. Prima
regola: non sentirsi troppo intelligenti.
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